Questa è la mia casa – Mario Benedetti


Questa è la mia casa. Non c’è dubbio
qui avvengo, qui
m’inganno smisuratamente.
E’ questa la mia casa immutata nel tempo.

Giunge l’autunno e mi preserva.
La primavera giunge e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e che mangiano,
che copulano e che pensano,
milioni di ospiti che s’annoiano
e sono preda degli incubi e degli esaurimenti.

Non c’è dubbio. E’ questa la mia casa.
I cani e i campanili
le sfilano davanti.
Ma alla mia casa la frustano anche i fulmini
e so che prima o poi si spaccherà in due.

E non saprò allora dove trovar riparo
perché tutte le sue porte s’affacciano sul mondo.

Mario Benedetti
(Trad. di M. F.)

Oro y plata

Spietato
il giorno già in agguato

la finestra distende i suoi battenti
con un’aria contrita di farfalla incompiuta
ordisce il fato l’odierna traversia
e un corpo indolenzito
si rassegna
al rito verticale dell’avvio

esordi di giornata
brusio tra le fronde
l’armata delle ombre alla disfatta

disciolto il volto tra il fumo del confine
la voce di una donna mi alita sul cuore
e lo riscalda

mattinata ostinata
oro y plata

sul cuscino
spaesato
l’odore di mia madre
in castigliano

Sabor a nada, Milton Fernàndez

Solo la verità – Paco Urondo


Se permettete,
io preferisco continuare a vivere.

dopotutto, e avendolo pensato bene, non ho
motivi per lagnarmi o protestare:

ho sempre vissuto nella gloria, nulla
d’importante mi è mancato.

e’ vero, non ho mai ambito l’impossibile; innamorato come sono
delle cose di questo mondo con incoscienza e con dolore
e con paura e angoscia.

ho conosciuto da vicino l’imperdonabile allegria; ho avuto
buoni amori e sogni spaventosi, leggeri e colpevoli.

mi vergogno di vedermi coperto di pretese; una gallina inetta,
malinconica, debole e poco interessante,

un ventaglio di piume disprezzato dal vento,
“caminito que el tiempo ha borrado”.

gli istinti hanno morso la mia giovinezza e ora, senza rendermene conto, sto iniziando
una maturità equilibrata, capace di ammattire chiunque o di annoiare di colpo.

gli errori sono stati definitivamente dimenticati; la memoria è morta
e si lamenta con altri dei inaugurati dal sonno e con i cattivi pensieri.

il deperibile, lo sporco, il futuro, hanno saputo intimidirmi
ma li ho sconfitti per sempre; so che futuro e memoria si vendicheranno uno di questi giorni.

passerò senza essere notato, con falsa modestia, come Cenerentola, anche se alcuni
mi ricorderanno con affetto o noteranno la mia scarpa abbandonata;
anche loro staranno già morendo.

non scarto la possibilità
della fama e del denaro; delle basse passioni e della mancanza di pietà.

la crudeltà non mi spaventa e da sempre ho vissuto
abbagliato dall’alcol, dal libro ben scritto, dalla carne perfetta.

confido nelle mie forze e nella mia salute
e anche nel destino e nella buona sorte:

so che arriverò a vedere la rivoluzione, il salto temuto
e accarezzato, che busserà alla porta della nostra lotta.

sono convinto che arriverò a vivere nel cuore di una parola;
condividere questo calore, questa fatalità messa a riposo
non serve e si corrompe.

posso parlare e ascoltare la luce,
il colore della pelle amata e nemica e vicina.

posso toccare il sogno e lo splendore,
nascere in ogni fremito speso nella fuga.

inciampi e ferite a morte;
speranza e dolore e stanchezza e voglia.

continuare a parlare, sostenere
questa vittoria, questo pugno; salutare, congedarsi.

senza vantarmi posso dire
che la vita è la cosa migliore che conosco.

Francisco Urondo – (Santa Fe, Argentina 10 gennaio 1930 – Assassinato a Mendoza, Argentina il 17 gennaio 1976)
(Trad. di M.F.)

Poesia col colpo in canna – Marìa Marta Stanganello

Spari irresistibili
questa smania
di restare a cuore sguainato
si vedrà poi
questi elementi
che in me s’infiltrano
si addentrano senza permesso
s’accapigliano
calpestano
usurpano identità
costruzioni grandiose

irresistibili
senza auspicio… giudizio
colonne di forze
alla ricerca
con un solo obiettivo
squilibrare
portare materia
verso l’aria
polveriera
occhi chiusi
ciechi di riflessione
condotte…
sincerità
fino all’ultimo sangue…

irresistibile
far calare il sipario
un rialzo di pressione
di anima
di carne
quell’attivista
chiusura di mano
colpo di pugno e lettere
il peggiore e più feroce attacco
alt o sparo
la poesia
può ancora
diventare lupara
a due canne
l’una puntata alla verità
l’altra alla bellezza
spariamo????

Maria Marta Stanganello – Bernal, Republica Argentina.
(Trad. di M.F.)

Le cifre di questo mondo

Non è che una piccola rappresentazione dell’insieme, beninteso. I numeri a sei zeri che precedono quasi sempre le diagnosi sulla condizione dell’essere umano nel mondo in cui viviamo fanno spesso perdere la prospettiva sensibile di quello che i suoi drammi rappresenterebbero, se rapportati a una scala di quartiere, cioè il quotidiano esercizio del vivere.
E’ anche un banale training di sopravvivenza, lo confesso. Il tentativo di trovare un barlume di candore a una giornata piuttosto imbronciata. Pessimismo invernale, da penuria di luce? Può darsi. L’ottimista che vive in me continua oggi a dire: Peggio di così non si può. E il pessimista gli risponde: Si può, si può…
Comunque vado.

Se potessimo ridurre la popolazione della terra a quella di un piccolo paese, precisamente a uno di cento abitanti, mantenendo le proporzioni oggi esistenti avremmo: 57 asiatici, 21 europei, 14 americani (tanto del Nord quanto di Centro e del Sud), e 8 africani…
Di loro 52 sarebbero donne e 48 uomini. 70 di loro non sarebbero bianchi (quello che intendiamo oggi come bianchi) 30 sarebbero cristiani e 89 si dichiarerebbero eterosessuali.
Sei persone controllerebbero il 59% della ricchezza totale del paese, e tutte e sei sarebbero statunitensi.
Di quelle cento, 80 vivrebbero in condizioni disumane.
70 sarebbero analfabete.
In 50 soffrirebbero di denutrizione.
Una di loro sarebbe al punto di morire e un’altra starebbe invece proprio ora per nascere.
Soltanto una di queste avrebbe acceso all’educazione universitaria, e, in questo paese, soltanto un fortunato avrebbe il computer.
Analizzando il nostro piccolo mondo da questa prospettiva ravvicinata riusciremmo a vedere la nostra realtà con un altro senso di accettazione, e persino di tolleranza nei confronti di quelli che, con un eufemismo, potremmo definire “meno fortunati”.
Per esempio: se questa mattina ti sei alzato in salute, sei un favorito dal destino; più di sei milioni dei tuoi simili non vedranno la luce del sole al finire della settimana.
Se non se mai stato esposto ai pericoli della guerra, alla solitudine del carcere, all’agonia e all’umiliazione della tortura, alle fitte della fame… sei un privilegiato nei confronti di cinquecento (500) milioni di altri esseri umani come te.
Se puoi andare in chiesa, o riesci a professare il tuo credo in un dio, in una religione, in una filosofia, senza la paura di essere denigrato, aggredito, arrestato, seviziato, ucciso, allora vuol dire che puoi vantare più diritti di quanto riescano a farlo decine di milioni di persone al mondo.
Se hai da mangiare in frigo, dei vestiti nell’armadio, un tetto sulla tua testa e un posto dove dormire sei più ricco del 75% della popolazione mondiale.
Se hai qualche soldo in banca, nella borsa o se conservi qualche moneta dimenticata in qualche cassetto della tua casa, sei tra quell’otto per cento di benestanti presenti nel mondo.
Se i tuoi genitori sono ancora vivi sei una eccezione.
Se hai figli e riesci a vederli crescere sani e liberi sei un eletto.
Se riesci a scrivere o a leggere queste parole puoi dirti pago di ogni cosa, perché non fai parte di quei trecento milioni di esseri umani che non hanno mai avuto accesso all’educazione.

Certo, sarebbe di farsi disegnare un sorriso sulla faccia, grande quanto un mattino di sole. No fosse per le domande, alle quali è sempre più difficile togliere il corpo. Che cosa ho fatto, io baciato dalla fortuna, per meritarmi tutto questo? Cosa ha fatto il mio vicino di casa per non meritarlo? Che mondo sarà mai questo nel quale mors tua continua ad essere vita mea, e il mio agio, del quale comunque non sarò mai del tutto soddisfatto, seguita a nutrirsi della povertà di un mio simile, di un mio compaesano, di un mio dirimpettaio, di un mio compagno di stanza.
Ecco, qualcuno di sicuro da questo cruccio delle domande se ne è tirato fuori. Non perché abbia trovato le risposte. Semplicemente ha imparato ad eluderle. E’ quello là, con un sorriso disegnato sulla faccia, grande quanto il mattino. Uno che si guarda intorno e tira su col naso, disgustato dal fetore di tanta sofferenza. Quella che, per fortuna, a lui non è toccata in sorte. Ma lui alla sorte non ci crede. Se glielo chiedete vi dirà che la fortuna bisogna costruirsela, che lui è semplicemente più furbo degli altri, più capace. E va a capire. Qualcuno riuscirà persino a convincere di questo suo ragionamento Sono quelli del paese che sono come lui, quelli che vorrebbero esserlo un giorno. Quelli che lo eleggeranno il loro capo, alle prossime elezioni comunali.

Iguazù

Iguazù
cielo a ponente
alba che sa di sperma e temporale

una nuvola mesta si rincuora
tra le fronde rapite
e bussa alla finestra

sul lenzuolo stremato
sparsa ai quattro venti
la tua bocca animale
mi annulla la ragione
e la rinventa

donna
fianco di donna a Sud
alluvionale
esausta nuda urgente
indispensabile

così mia
che un giorno farà male

Iguazù 5.20
cosa dire? fuori
un rombo brutale
e un fiume di parole
inconsistenti

Hojas de cristal, Milton Fernàndez

Le Linee della mano- Julio Cortàzar


Da una lettera abbandonata su un tavolo appare una linea che corre sull’asse di pino e scende lungo la gamba. Basta osservare bene per scoprire che la linea continua lungo il pavimento di legno, risale per il muro, entra in una stampa che riproduce un quadro di Boucher, disegna la schiena di una donna china su un divano, infine scivola via dalla camera per il soffitto e, seguendo il parafulmine, scende in strada. Qui è difficile seguirla perché il traffico è intenso, ma con un po’ di attenzione la si scorgerà salire sulla ruota dell’autobus fermo all’angolo con capolinea al porto. Là scende lungo la calza di nailon della passeggera piú bionda, penetra nel territorio ostile delle dogane, si arrampica e fila ed evoluisce fino al molo principale, e qui (ma è difficile scorgerla, solo i topi la seguono arrampicandosi a bordo) sale sulla nave dalle turbine sonore, corre per i tavolati della coperta di prima classe, evita con difficoltà il boccaporto principale e, in una cabina dove un uomo triste beve cognac e ascolta la sirena della partenza, rimonta lungo la cucitura del calzone, il gilé, scivola fino al gomito, e con un ultimo sforzo si rifugia nel palmo della mano destra, che in quell’istante comincia a chiudersi sul calcio di una pistola.

(Trad. di M.F.)

Il giorno della memoria –


Oggi 27 gennaio 2010, a mezzogiorno, mi fermerò per un minuto. E’ una ricorrenza importante. Commemora il giorno e l’ora in cui una pattuglia dell’esercito sovietico arrivò nei pressi di un campo di sterminio nazista, nel ’47, e restò ammutolita davanti all’opprimente presenza di un’atrocità nemmeno concepibile. Questo è il giorno della memoria.

La mia memoria, però, è vasta. Abbastanza per continuare a provare profondo orrore per lo sterminio del popolo ebreo, per la sua persecuzione in diversi momenti di una storia che è sempre stata nostra. Abbastanza vasta per sentire tristezza e esecrazione verso le deportazioni di massa, verso qualsiasi deportazione.

Per i ghetti e per i progrom.

Per le ideologie e per le religioni attraverso le quali alcuni esseri umani arrivarono a sentirsi superiori ad altri esseri umani. A diventare loro carnefici. Abbandonando, forse per sempre, ogni parvenza di una umanità alla quale, comunque, erano stati una volta destinati.

Continuerò a provare tanto vergogna quanto umiliazione, perché di quella umanità io sono parte. Ognuno di loro è me stesso. Ciascuno di noi in qualche modo è morto, di quelle morti.

Di questa memoria facciamo tutti quanti parte.

Ma la mia memoria è vasta, dicevo.

Abbastanza per continuare a ricordare tutti gli olocausti che continuano a perpetrarsi secolo dopo secolo.

Quello delle popolazioni indigene del continente americano, sterminate dalla cupidigia degli europei, e dai comandamenti di una chiesa cattolica che negò loro un’anima, dando inizio a una carneficina lunga tre secoli, nella quali scomparirono circa centocinquanta milioni di esseri umani.

Quello degli Armeni, consumato dai turchi agli albori del ventesimo secolo.

Quello di quanti vennero massacrati insieme agli ebrei, per mano dell’esercito nazista,  nell’indifferenza totale degli altri stati del mondo civilizzato.

Parlo dei Rom, dei Sinti, dei Comunisti, degli Omosessuali, dei Malati di mente, dei Testimoni di Geova, dei Russi, dei Polacchi, degli Slavi… Di quella massa immane di umanità  la cui cifra stimabile si aggira tra i dieci e i quattordici milioni di singoli individui.

Parlo dei campi di sterminio congegnati da Stalin, negli anni trenta. Della mattanza dei Kulaki, nome che in pochi conoscono, o meglio, ri-conoscono come appartenente a un popolo.

E verrebbe da chiedersi il perché.

Parlo della Cambogia, e dei suoi due milioni di persone annientate, su una popolazione totale di sette milioni e mezzo.

Parlo dei Curdi.

Parlo del Ruanda.

Della Nigeria.

Del Biafra.

Parlo delle migliaia di morti provocate dalle dittature sudamericane negli anni settanta, spesso sostenute da governi che oggi si precipitano a salire in cattedra quando si tratta di disertare in materia di democrazia.

E parlo del Popolo Palestinese.

Che continua a morire, giorno dopo giorno. Di indifferenza e di inedia. Di bombe e di rapina. Quel popolo che una volta abitava un paese, e che la coscienza sporca della Comunità Internazionale costrinse in una prigione.

Il campo di concentramento più grande della storia.

Oggi è il giorno della memoria. A mezzogiorno mi fermerò. Smetterò di scrivere, per un minuto. Di parlare, di bere il caffé. Oggi, a quell’ora, non risponderò al telefono.

Perché?

Perché quello di oggi è un giorno importante.

Il giorno della memoria collettiva.

Il giorno di tutti i nostri morti.

I fiori del mattino – René Depestre

Qualcuno lasciò dei fiori stamani nella tua casella postale:
sarà magari il sole che ti scrive
da un carcere del tuo paese?
O forse un telegramma – SOS dalla luna-
che fa arrivare all’improvviso
le minacce dell’uomo?
Sarà l’ultimo albero romantico
della Nuova Zelanda che vuole
scambiare con te dei francobolli?
Da quando la pioggia manda
dei messaggi cifrati ai suoi amici?
Potrebbe essere la lettera raccomandata
di un usignolo bisognoso di denaro.
E se fosse la lettera anonima di un
coccodrillo, sindaco di un paesello senza luce?
O la lettera di qualche maledetto presidente
vitalizio della repubblica?
O forse quella di uno squalo notaio in un paese razzista?
Potrebbero essere dei fiori esplosivi, dotati
di un meraviglioso meccanismo ad azione
ritardata, fiori coltivati
nelle serre del Ku Klux Klan?
Li porto nel mio ufficio
per decifrare i loro fragranti messaggi.
Un odore d’alta marea invade la mia casa. Nella loro firma
l’odore di alga marina. Questi fiori sono
i baci di una principessa d’altomare,
loro sono l’alfabeto della sua vita,
il morso glorioso del suo sangue in fiore.
E’ il violento mistero del suo corpo
quando l’orgasmo la proietta insieme a me
verso la cima del regno vegetale.
Lei, dal fondo delle acque, mi rimanda
nuove sulle erbe innocenti del mondo.
Mi regala l’augurio di tutte le farfalle,
il buongiorno dei primi pesci e i primi baci
da adolescenti che reclamano un po’ di tenerezza,
di pace e dignità, sotto una luce appena nata
per tutti quegli occhi che hanno smesso proprio ora
di piangere

René Depestre – Haiti, 1926
(Trad. di M. F.)

Un dos tres

Albino, el pastor loco quiere
besar la luna
en la huerta sonàmbula vibra un
canto de cuna…
Aùllan a los diablos los perros
del convento

J. Herrera y Reissing

Un
dos
tres
canzone del bimbo che vuole dormire
e del sonno birba
che non vuol venire

ninnananna bimbo
nannaninna amore
se il bimbo non dorme verranno i signori
dai cappelli neri
a rubargli il cuore

ninna bimbo nanna
la mamma scherzava
nanna niño nanna
ninna nanna
amore

uno
dos
tres
il bimbo non dorme
con gli occhi vagheggia
un punto lontano
nel mare di spuma
volteggiano voci dai mille colori
intorno alla culla
ma lui non ci bada
lui sogna la luna

ehi ragazzo
andiamo!
su
sveglia
è già ora
che il tempo è scaduto
e il domani accampa
a un tiro di schioppo
e che il giorno andato
già non torna indietro
che la vita gira
e che tutto passa
che è quasi già un secolo
che stai lì ad oziare

insomma
decidi
qualcosa alla fine
bisogna pur fare

che i giochi son fatti
e che il tempo scade
e il giorno che passa
scorda le strade
per tornare a casa

un
dos
tres
ah bambino idiota
che non vuole imparare

ah piccino pazzo
perché ti fai male?

ninna stella mia
nanna bimbo strano
che non vuole dormire
che guarda lontano

nanna niño nanna
andiamo
fa’ il bravo

se il bimbo non dorme
verranno i signori dai cappelli neri
a rubargli il cuore

non fare quel muso
cosa vuoi che sia?

ricordi?
soltanto una scossa
un cortocircuito
sulla tua apatia

e poi
non si muore

si
lo so
la fitta
la nausea
l’odore di mosca che frigge
sulla luce viola

poi tutto finisce
poi tutto s’acquieta
poi tutto riparte
e nulla è com’era

un
dos
tres

ay, luna lunera
sottana di spuma nella notte nera…!

e lui?
ma no
che non piange
scuote soltanto
la sua testa stanca
socchiude gli occhi
e impara a dormire

Canciòn de cuna, Milton Fernàndez