Duecentoventicinque – Alejandra Correa

Il padre si risveglia col terrore negli occhi.
Dentro quell’ incubo, suo figlio corre a briglie sciolte: è sul punto di cascare in un profondo lago di acque quiete e lui non riesce a raggiungerlo.

Poco tempo dopo, anche suo figlio, che dorme a casa della nonna, si risveglia. Ho fatto un brutto sogno, racconta. Un sogno orribile: uno dei suoi amati pesciolini è saltato fuori dall’acquario ed è sul punto di morire, asfissiato. Per qualche strana ragione lui non riesce a salvarlo.

Potrebbe essere nient’altro che una storia. Che qualcuno sta raccontando a qualcun’altro, ma è in verità successo. Ieri notte padre e figlio si sono dati appuntamento in un altro punto della realtà, sulle rive di un fiume vasto e oscuro.

Alejandra Correa
(Trad. di M.F.)

Alejandra Correa è nata a Minas – Uruguay. Vive a Buenos Aires – Repubblica Argentina.
Ha pubblicato: Río partido (1998), El grito (2002), Donde olvido mi nombre (2005) e Cuadernos de caligrafía (2009)..

Anche se piangerai fiumi – Flavio Crescenzi

Anche se piangerai fiumi o mari di diavolerie, nonostante il divieto di luce sulle palpebre di vetro, non basterà il tuo viso a raddrizzare il palo a cui sono da secoli legato. Dovrai affiancare alla mia cecità la tua voce, la tua mano a questa cruda mano che ti prende, la tua pelle al silenzio che continuo a negare al tuo corpo racchiuso.

Flavio Crescenzi (1973)
Cerro de las Rosas, Córdoba, Argentina
(Trad. M.F.)

Sarà un giorno di sale

Sarà un giorno di sale

tira aria di malaria
tra i cornicioni stesi

rappresa sulla porta
la notte equinoziale
l’accenno di un sorriso
la tua bocca essenziale
la balorda lealtà del disappunto
sulla fronte abbuiata
i passi
malfatti sulla scala
lo sguardo senza fonda
le mani senza tana
e alla fine
letale
lo scatto del portone
quella lama appuntita
indirizzata al cuore

sarà un giorno di sale

i lampioni del viale
sfiniti
spettrali
attendono un segnale
per andare a dormire

oggi
non saprò più che fare
di tutto questo albore che violenta
la via

e farà un male cane
restare qui
scampato
alla notte che spira

stonerà Vivaldi
in qualunque stagione
e in un tono minore
apporrà il vecchio sole
il suo stampo al mattino

sarà un giorno
di sale

La ultima apuesta

La ultima apuesta, Milton Fernàndez

Perché Teatri Resistenti?

Penna d'autore
Quella che vedete nella fotografia è una penna. E’ stata ricavata da due bossoli di Kalahsnikov raccolti per strada, a Sarajevo, quando la morte da quelle parti era poco più di un imprevisto quotidiano. Me l’ha portata un amico scampato per caso alla mitraglia, insieme a una manciata di storie che abbiamo imparato a sgranocchiare lentamente, nelle lunghe serate di un inverno intiepidito a forza di ricordi e di qualche bicchiere di vino.
Non saprei dire se le pallottole contenute in quei bossoli abbiano ammazzato o meno delle persone. Mi auguro di no, ma il calcolo delle probabilità non lascia molto spazio alla speranza.
L’ho custodita con cura, da allora. Guardarla, sentire il suo contatto, mi porta lontano. Anche se devo confessare che ogni volta che la prendo in mano, sento un brivido.
Le storie di cui parlavo rimandavano ad altre notti affollate, buie, sotto terra, tra sconosciuti che imparavano a riconoscersi dal contatto dei corpi, dagli odori, dal suono di una voce, perfino di un sorriso -che ogni tanto girovagava inconsapevole tra tanta desolazione- a sorreggere paure e rassegnazioni, puntellando quell’universo di fortuna in attesa di risalire le incertezze del giorno. Mentre le bombe si accanivano fino a ridurre in brandelli il mondo finora conosciuto, là sotto qualcuno accendeva un lume, qualcun altro tirava su un fondale di fortuna, si radunavano quindi quegli sconosciuti fino a formare una sorta di semicerchio con una prima linea sempre riservata ai bambini, e per una di quelle magie con cui l’essere umano ogni tanto continua a sbalordire, tornava a replicare il mistero del teatro. Riprendere a giocare alla vita, in quelle circostanze, voleva dire scommettere sulla sua esistenza. E le gesta secolari dei teatranti ricominciavano a cullare, per un istante, i sogni di una umanità bambina condannata a un incubo senza fine.
Quella penna, insieme ai racconti di quelle notti diventarono da allora per me, i simboli della capacità dell’uomo di opporsi all’annientamento, e soprattutto, di farlo senza perdere la propria umanità, senza spogliarsi della propria condizione, senza spegnere quel lume, in assenza del quale ogni notte diventa sconfinata.

Con le dovute distanze, fare del teatro oggi, in quest’Italia dalle stanze surriscaldate e dai miracoli in costante divenire, dovrebbe assumere lo stesso significato. Questo rituale millenario che continua a resistere nonostante i costanti tentativi di riduzione alla ragione, o al silenzio, che corrisponderebbe poi a un’agonia condivisa, offre forse la chiave per un’interpretazione della realtà in altro modo difficilmente decifrabile, e, soprattutto, la possibilità di spartirla con chi decide di fare parte del rito.
Sempre però che sia questa la consegna con la quale gli artefici, cioè teatranti e spettatori, decidano di onorare un tacito patto di assistenza reciproca.
Credo in quel vecchio assioma secondo il quale basta uno spazio qualsiasi, un uomo che realizza un’azione e un altro che lo guarda, perché il teatro esista.
Mi ammalia la prosa poetica di Lorca quando proclama che” il Teatro sorge dalle profondità sconfinate”, che “Il vero teatro ha un profondo fetore di luna appassita”.
Mi piace pensare che quando tutti quelli che hanno tentato di ridurlo alla ragione, di sedare i suoi conati di insolenza, di mettere un freno a quella sua irrefrenabile vocazione di libertà, saranno scomparsi e dimenticati, in uno spazio qualsiasi, in un posto qualsiasi dell’universo, ci sarà un uomo intento a portare avanti un’azione, e ci sarà qualcun altro che si fermerà, e prenderà a guardarlo con curiosità, con riprovazione, con stupore, e forse, va a capire, arriverà persino a emozionarsi.

Teatri Resistenti vuole essere questo spazio. Una superficie da cercare, da prendere, da modificare, da strappare alla prepotenza del vuoto, se necessario.
E da riempire insieme a tutti quelli che sentono la necessità di condividere parole, suoni, movimenti, immagini, sogni, paure, speranze…
Come dicevo tempo fa riferendomi alla poesia, sono convinto che questo non cambierà il mondo in cui viviamo. Credo però, anzi ne sono sicuro, che possa modificare lo sguardo con cui lo osserviamo. E arrivare a farci sentire in grado, uno di questi giorni, di cominciare a cambiarlo.

Considerando a freddo…

Considerando a freddo…imparzialmente, che oggi è lunedì, che piove, che si rintana l’inizio settimana, e tutt’al più si rivedrà domani, che si festeggiano i morti, che è morta ieri una voce che non avrà uguali, e ci dovrebbe essere almeno un giorno di silenzio, perché è da ieri in lutto la lingua italiana. Considerando che tutto continua come se non fosse successo niente, ma nulla sarà più come era; che imperversano imbonitori e politicanti in ogni dove, e mi viene il sospetto che siano loro i morti, con quella faccia di cera, la loro solita espressione, i loro consigli per gli acquisti, i loro occhi senza emozioni, le loro parole senza autore, il loro seguito d’occasione.
Ripensando al fatto che nessuno di essi ha espresso indignazione per la morte di un uomo, ucciso qualche giorno fa, senza pietà nelle prigioni di Stato, (o se l’ha fatto, non è andato al di là di un discorso in senato) ma continuano a imbottirsi le fauci con il bene comune, senza capire di che materia è fatto il malessere di tutti…
Mi verrebbe da dire. Che vadano tutti a cagare! Tutti quanti.

Considerando a freddo – Cèsar Vallejo

Considerando a freddo, imparzialmente,
che l’uomo è triste, tossisce e, nondimeno,
si compiace del suo petto arrossato;
che il suo unico compito è comporsi
di giorni;
che è un oscuro mammifero e si pettina…

Considerando
che l’uomo proviene docilmente dal lavoro
e gioca a fare il capo, ma è sempre un impiegato;
che il diagramma del tempo
è costante diorama nelle sue medaglie
e, ancor, socchiusi, i suoi occhi hanno studiato,
fin da tempi remoti,
la sua formula famelica di massa…

Comprendendo senza sforzo
che l’uomo rimane, a volte, pensieroso
quasi al bordo del pianto,
e, soggetto ad offrirsi come oggetto,
diventa un buon falegname, suda, uccide,
e poi canta, e pranza, e si abbottona…

Esaminando, infine,
i suoi pezzi discordi, la sua latrina,
la sua disperazione, finito il giorno, cancellato…

Considerando inoltre
che l’uomo è in verità un animale
e, nondimeno, voltandosi, mi abbatte la sua tristezza sulla testa…

Comprendendo
che lui sa che lo amo,
che lo odio con affetto e che mi è, in fin dei conti, indifferente…

Considerando i documenti generali
e passando sotto la lente il certificato
che attesta che è nato assai piccino…

gli faccio un cenno,
viene,
e gli pianto un abbraccio, emozionato.
Ma sì! Emozionato…emozionato!

Cèsar Vallejo – Perù, ( 1892 – 1932)

Abbaiano in soprannumero i cani

Abbaiano in soprannumero i cani
questa sera
appone l’afa la ragion di stato
sul pianeta in affanno
e una scia sinistra purulenta e marziale
si riversa in strada

gli amanti principianti
si respirano in bocca
le promesse abituali

non fosse per l’ora
verrebbe quasi voglia di ricacciarli
in gola quella fretta di vita che
li trabocca in cuore

uno strano silenzio tramortisce il quartiere
sulla coltre silente ansimano rabbiosi
i mastini imperiali
e rombano impazienti i congegni affilati
della strage incombente

gli amanti principianti
perlustrano galassie
al di là dal confine

non fosse per il buio improvviso
sarebbe quasi da presentarli il conto
e disastrarli il cuore
a colpi di giornale

una fitta paura imperversa
meschina
sulle coscienze stanche
le bombe intelligenti
i consueti cretini
i morti che cominciano a farcela sui vivi

i ragazzi imprudenti
rattoppano chimere tra i relitti del giorno

ma lasciamoli stare
domani è un brandello
che pende sull’abisso
e poi
bisogna essere pazienti
con i felici

Clarilunio, Milton Fernàndez

Clarilunio, Milton Fernàndez

Territorio di donna

Territorio di donna all’imbrunire
incerto latteo
tra rintocchi di campane e brontolio di saracinesche afone

la coda tra le gambe
il giorno s’incantuccia fra le pieghe
del copriletto sfatto

filo di luna sul tocco vesperale del pendio
territorio di donna
sdrucciolante
da inguine ad inguine
pigro e trasognante

l’ultimo o forse il primo tram sulla rotaia
trotterella incurante
un soffio di caffè mi punta al cuore
territorio di donna all’albeggiare

Twilight, Milton Fernàndez

Twilight, Milton Fernàndez

Il Pepe Presidente

Dire che il presente è piagato di passato, suona a banalità. In alcuni casi, mi verrebbe da dire, più di altri.  Ma quello di domani ha un alito pesante di cose vissute in un tempo che sembra proprio ieri, e che continua a scorrere inesorabilmente.

Per molti di noi la memoria è questo. Un gatto di casa, familiare, assopito sul divano, che non aspetta che il momento giusto per piazzarti una zampata che di solito lascia il segno.

Sentii parlare di Josè Mujica per la prima volta agli inizi degli anni settanta. Formava parte dei Tupamaros  (Movimento di Liberazione Nazionale), ed era appena  caduto nelle mani dell’esercito, che governava allora l’Uruguay, dopo il colpo di stato che nel ‘73 aveva sbaragliato la democrazia e messo a ferro e fuoco l’intero paese.

Per un certo lasso di tempo, si persero le sue tracce, così come quelle di molta gente. Le forze armate avevano diritto di vita e di morte su ciascuno di noi, e ci voleva poco a sparire nei meandri di una aberrazione quotidiana che cominciava a diventare normalità.

Le notizie poi, facevano fatica a circolare. Un unico telegiornale, diretto e trasmesso dal regime, lanciava succinte veline a un’ora precisa del pomeriggio, nelle quali tentavano di rappresentare un mondo che tutti sapevamo inesistente.

La fame di informazione si affiancò presto a tutte le altre. E nessuno riuscì più a fermarla. Affioravano all’improvviso, dai posti più imprevisti, quelle macchine improbabili con le quali si stampavano ciclostilati. Quelle mani che li distribuivano. Quelle radio clandestine, intercettate con antenne di fortuna, dopo notti d’attesa sui tetti della capitale, che diventano presto cassette, passaparola, ancora ciclostilati, e, spesso si traducevano anche in carcere, rei i suoi ufficianti di ungere la realtà con una versione diversa da quella ufficiale.

Una notte del 1973, nove di quei guerriglieri incarcerati furono presi dagli stabilimenti di detenzione in cui si trovavano in attesa di giudizio, e caricati su un camion.  Nessuno comunicò loro dove sarebbero stati portati, né perché, né quale sarebbe stata la loro fine. Incappucciati e ammanettati, si trovarono buttati come sacchi di spazzatura tra altri sacchi, altri corpi arrivati da qualche parte di quella macchina del terrore appena istaurata.

In un viaggio che sarebbe durato esattamente undici anni, sei mesi e sette giorni, impararono a riconoscersi senza parlare.

Erano stati scelti dall’intelligenza militare come ostaggi. E trattati alla stregua di animali, o di una merce di scambio che non avevano intenzione di rimandare indietro.

L’avvertimento è stato subito chiaro. Qualsiasi cosa fosse successa al di là delle frontiere, qualsiasi petizione internazionale, qualsiasi denuncia, qualsiasi richiamo al rispetto dei diritti umani l’avrebbero pagato loro, quegli uomini che il sistema aveva appena inghiottito.

Senza poter parlare, né comunicare con nessuno -nemmeno con i carcerieri che portavano loro il rancio e che si esercitavano nelle sevizie più atroci- decisero di dimostrare che l’essere umano è in grado di resistere alla crudeltà senza perdere la propria condizione, senza diventare una bestia, o una pianta. Senza mineralizzarsi.

Impararono così a parlare con le nocche delle dita, attraverso i muri. A bere la propria urina quando le guardie si dimenticavano di portare l’acqua. A mangiare dei pasti nei quali erano state spente delle sigarette o qualcuno aveva sputato. A non odiare quei soldati che erano stati indottrinati ad odiarli senza motivo.  A lasciarsi dei messaggi in codice, in quelle celle di castigo con cui venivano puniti alla minima contestazione. A riconoscere gli odori di quelli che erano stati prima. A ricordare le parole, e perfino le canzoni dei compagni che alla fine non ce l’avrebbero fatta, per ricomporle in lettere, in voci, in accordi di chitarra un giorno, e riportarle fuori di quei cancelli che prima o poi avrebbero dovuto spalancarsi.

Josè Mujica era uno di quegli ostaggi. Tra i sopravvissuti, uno tra i più segnati da un decennio di soprusi e di torture senza precedenti.

Uno tra i più caparbi.

Oggi è semplicemente Il Pepe. Il candidato alla Presidenza della Repubblica dell’Uruguay nella coalizione di centro-sinistra che molto probabilmente domani sarà rieletta al governo del paese.

Nel governo precedente è stato ministro del lavoro, nella squadra di un altro Tupamaro, il presidente Tabarè Vazques, e accanto a molti di quegli uomini che avevano provato sulla propria carne le delizie dell’American way of life, tanto amata dal governo degli Stati Uniti.

Quell’amministrazione, che nel frattempo ha cambiato faccia ed è soprattutto occupata su altri fronti, non poté che riconoscere un cambio di direzione di marcia nel nostro continente.

E i militari nostrani, dovettero giurare fedeltà a degli uomini che fino a poco tempo prima avevano cercato di annientare.

Ecco quindi che torno al discorso della memoria. La vita di un singolo individuo è poca cosa nel flusso del tempo. Quando succedono queste cose, però, mi sembra di essere stato un privilegiato.

Perché sono stato testimone dell’inizio e della fine di un’epoca. Perché non so come continuerà. Perché sono cosciente della ciclicità del divenire. Persino del fatto che l’uomo ha una memoria troppo corta, per poter sentirsi al riparo di una certa storia.

Ma intanto mi piace l’idea di poter chiamare  Pepe il presidente di uno dei due paesi di cui mi sento parte, di una delle due patrie che amo.

Un uomo che parla come il barista di quel caffè, in quell’angolo di una strada di Montevideo in cui andavo a prendere il cappuccino,  una vita fa. Uno che ignora l’uso del congiuntivo, del cerone, della tintura per i cappelli, e che se gli parli di lifting è capace di mollarti un ceffone. Uno che odia le cravatte e i tirapiedi. Uno che non ha mai cambiato il suo tenore di vita, nonostante sia stato un ministro della Repubblica. Uno che fa della propria povertà un vanto. Uno che crede nell’austerità, e la professa. Uno che parla fuori dai denti, fregandosene dell’opportunità, della diplomazia, e di come le sue parole verranno interpretate. Uno sincero fino all’impertinenza.

Un uomo onesto, infine, con i suoi limiti e la sua inarrivabile umanità.

Non è da tutti.

Gira nel vuoto

Gira nel vuoto
immoto
sgombro il cosmonauta
fine particola aspersa dispersa ignota a se stessa
nel nulla immanente permanente
sforna massime di minima
il presidente
tre valvole nuove di zecca e a bippiare sciò a ranare
bypassare
col sorriso tra i denti sfottente
apre le danze
il presentatore
chi vuol esser ricco sia chi non vuol si dia alla macchia
frega sfrega lava asciuga e torna bianco
enzime e cerone il mattatore
le tette sul balcone
la piccoletta
la mamma che da bambina sognava di fare la valletta
adescante pressante il pescecane
ammiccante  calzante il vestitino
ino ino
almanacchi sui tacchi coi merletti, imbelle
la bambolina di porcellana
in primo piano, a grana fina
la patatina
salotto, tinello e cameretta
poi giardino terrazzo piano a ghiaia il camino
botulino sulla ruga
dura a sparire la smagliatura
che sciagura
polverina di stelle a scrollare il letargo
pedalare
cappuccino saltimbanca unfilino di spesa
salopette e fischietto l’operaio
il ghisa blocca il flusso i saldi d’occasione
due marroni
la colf che non arriva domani gliene canto
botteghino intasato addio concerto
l’idraulico non viene
la fila che non fila
il tipo che non caga
non fosse per la piega mi strapperei la chioma
inspira spira scivola via
settimo chakra in fondo alla strada
poi giunge notte e tutti a nanna
giù la serranda vai con la sigla
che settimana
sorriso statico da copertina
la frugoletta, che sembra un sogno
fa la valletta
finisce il dì, ed è già qualcosa
lasciamo andare
gira nel vuoto
il cosmonauta
sgombro
immoto
corpi celesti
le palle piene
e se domani…?
bòh…

Final del juego

Final del juego, Milton Fernàndez

Ho stirato finestre

Ho stirato finestre
verniciato camicie
spazzolato i gatti
accarezzato i libri

ho sorriso alle cozze
riletto il lavandino
riordinato gli amici
sturato i vicini

ho cavato dal buco
il ragno
ho pianto di gioia
disperato di noia
abbracciato a un lampione

ho disossato il modem
stuprato il decoder
e avvelenato il mouse …

non so perché ho fatto tutto quanto
ma tu non ci sei più
e io faccio fatica a riorganizzare l’universo

Macspriz - Milton Fernàndez

Macspriz - Milton Fernàndez