Archive for marzo 2010

Gente necessaria – H. Lima Quintana – (perché oggi siamo più fragili di ieri. N. del T.)

C’è gente che col solo pronunciare una parola
accende l’illusione e le campane
che col solo sorriso tra gli occhi
ci fa viaggiare in mondi mai sognati,
ci invita a ricostruire la magia

C’è gente che con la sola stretta di mano
spacca solitudini, convoca a tavola
versa la pasta, colloca ghirlande,
che col solo impugnare una chitarra
compone sinfonie con odore di casa

C’è gente che col solo aprire bocca
raggiunge le frontiere di ogni anima,
allatta i fiori, ti riscalda i sogni,
fa canticchiare il vino nei boccali
e rimane poi così, come se niente fosse

E uno si fidanza allora con la vita
esiliando una morte solitaria
perché sa che in ogni canto della strada
esiste questa gente necessaria.

Hamlet Lima Quintana (Moròn, provincia di Buenos Aires- 15 settembre 1923 – Buenos Aires, 21 febbraio 2002)
Trad. di M.F.

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Mi sono arreso al tempo

Mi sono arreso al tempo
lo confesso
a tutta questa vita che mi porto appresso
al mio scalcinato portamento
alle mille promesse consegnate al vento
al tempo claudicante di un presente imperfetto
alle passioni andate
disperse tra le mani senza lasciare traccia
agli amori mai nati
alla vastità della disfatta
ai circondari dell’indignazione
all’atteso finale
al gioco di rimando
spettrale
che non ammette scampo
né diniego

ho smesso di scomodare gli assoluti
m’accontento di spazio
e divenire

Simetrìa aparente, Milton Fernàndez

Supieras como cuesta

Supieras como cuesta
llegar hasta la tarde
pisarla
puntar hacia adelante
pensar que quedan todavìa
pedacitos de dìa para no pensarte
veredas
bajovientre

supieras cuànto cuesta
el coraje
a veces

levantarse
enfrentar la maňana
con tanta noche a cuestas
sentarse a la ventana
a arquitectar distancias
a formular telèfonos
consignas
y rituales

desearte
en la simètrica
costumbre del abrazo
amarte sin flojeras
odiarte sin dobleces
temer que nada quede
saber que no tendremos
mirarnos sin siquiera
dejarnos sin ayeres

supieras cuànto duele
estar sin vos
a veces

Sapessi quanto è duro/ tirare fino a sera/ calcarla/ sospingersi in avanti/ pensar che restano ancora / rimasugli di giorno per non pensarti / banchine/ bassoventre/
Sapessi com’è duro/ il coraggio/ a volte/
Alzarsi/affrontare il mattino/con tanta notte dentro/sedersi alla finestra/a intrecciare distanze/a vagheggiar telefoni/consegne/e rituali
Sognarti/nella simmetrica consuetudine dell’abbraccio/amarti senza affanni/odiarti senza imbrogli/temere che nulla resti/sapere che nulla avremo/ guardarci senza quasi/lasciarci senza ieri
Sapessi come duole/stare senza te/a volte

La regiòn del dìa, Milton Fernàndez

Il Pepe agli intellettuali –

Il Pepe agli intellettuali – Quando mi sento orgoglioso di essere uruguayo.

Cari amici:
La vita è stata straordinariamente generosa con me.
Mi ha concesso una miriade di soddisfazioni, molto al di là di quante avrei mai osato sognare.
Sono quasi tutte immeritate. Me nessuna di esse supera quella odierna: il trovarmi qui, nel cuore della democrazia uruguaiana, attorniato di centinaia di teste pensanti.
Teste pensanti! A destra e a sinistra.
Teste pensanti ovunque si avventuri lo sguardo, teste pensanti a non finire.

Ricordate Zio Paperone, quello zio miliardario di Paperino che nuotava in una piscina piena di banconote?
Lui aveva sviluppato una sensualità fisica con il denaro.
Mi piace pensarmi come uno al quale piace immergersi in grandi vasche piene di intelligenza altrui, di cultura altrui, di saggezza altrui.
Il più altrui possibile.
Quanto meno coincidente con il mio piccolo bagaglio di conoscenze, più arricchente.
Il settimanale Busqueda usa una bellissima frase come insegna. “Quel che dico non lo esprimo come un uomo che sa, ma come uno che continua a cercare insieme a voi”
Una volta tanto siamo d’accordo.
Eccome se siamo d’accordo!
Quel che dico non lo dico come contadino istruito, né come menestrello erudito, lo dico mentre continuo a cercare, insieme a voi.
Lo dico, inseguendo la verità, perché soltanto gli ignoranti possono concepire la verità come sostanza
definitiva e compatta, mentre è soltanto materia provvisoria e gelatinosa.
Bisogna ricercarla, perché continua a nascondersi, anfratto dopo anfratto.
E povero quello che affronta da solo questa sfida.
Bisogna farlo insieme a voi, con quelli che hanno fatto del lavoro intellettuale la ragione della propria vita. Con quelli qui presenti, e con i tanti che oggi non sono qui.
In tutte le discipline
Se vi guardate intorno troverete sicuramente alcune facce conosciute perché si tratta di gente che svolge il suo lavoro in campi condivisi. Ma troverete anche moltissime facce sconosciute, visto che la regola di questa convocazione è stata l’eterogeneità.
Ci sono quelli che lavorano tra atomi e molecole e quelli che si danno allo studio delle regole della produzione e dello interscambio culturale.
Ci sono quelli delle scienze basiche e anche quelli che si occupano dei loro (quasi) antipodi: le scienze sociali; gente della biologia e del teatro, della musica, dell’educazione, del diritto e del carnevale.
E siccome non ci facciamo mancare niente, c’è gente dell’economia, della macroeconomia, della microeconomia, dell’economia comparata e persino dell’economia domestica.
Tutte teste pensanti, ma che pensano in diverso modo e che dal punto di vista delle loro diverse discipline contribuiscono a migliorare il paese.
E migliorare significa diverse cose, ma dagli accenti con cui abbiamo voluto segnare questa giornata, migliorare il paese vuol dire spingere i complessi processi che moltiplicheranno per mille la potenza intellettuale qui radunata.
Migliorare il paese significa che tra vent’anni, per un raduno come questo non basterà uno stadio.
Non perché vogliamo un paese in grado di battere primati mondiali, ma per il puro piacere di farlo.
Perché è dimostrato che, una volta che l’intelligenza acquisisce un certo livello di concentrazione in una società, diventa altamente contagiosa.

Intelligenza condivisa.
Se un giorno arriveremo a riempire gli stadi di gente consapevole sarà perché fuori, nella società, ci sono già centinaia di miglia di cittadini che hanno coltivato la loro propria capacità di pensare.
L’intelligenza che fa bene a un paese è l’intelligenza condivisa.
Quella che non è rinchiusa nei laboratori o nelle università, ma che gira per strada.
L’intelligenza adoperata per seminare, per levigare il legno, per condurre un carrello mobile o per programmare un computer.
Per cucinare, per ricevere cordialmente un turista… è la stessa intelligenza
Alcuni saliranno più gradini di altri, ma la scala è la stessa.
E i gradini di sotto sono gli stessi tanto per la fisica nucleare quanto per la conduzione di una fattoria. Per entrambe è necessario lo stesso sguardo curioso, affamato di conoscenze e prevalentemente anticonformista.
Si finisce per sapere, perché abbiamo capito quanto è scomoda la posizione di chi non sa.
Impariamo perché abbiamo il prurito di farlo, quello che ci è stato tramandato per contagio culturale, da quando schiudemmo gli occhi al mondo.
Sogno con un paese nel quale i padri faranno vedere un pugno di erba ai propri figli mentre diranno: “Sapete cos’è questo? E’ una pianta che processa l’energia del sole e i minerali della terra. “
O che segnalando il cielo stellato possano, senza rinnegare la meraviglia dello spettacolo più antico della creazione, far riflettere loro sulla velocità della luce e la trasmissione delle onde.
E non preoccupatevi, quei piccoli uruguaiani continueranno a giocare a calcio, come sempre. Soltanto che, magari una volta o l’altra, mentre vedono rimbalzare il pallone, si fermeranno a riflettere sull’elasticità dei materiali che rendono possibile un tale miracolo.

Capacità di interrogarsi

Un vecchio adagio popolare recita: “Non dare del pesce a un bambino, insegnagli a pescare.”
Oggi dovremmo dire: “Non dare un’informazione a un bambino, insegnagli a pensare.”
Da come vanno le cose, i magazzini di informazione tra poco non saranno più nelle nostre teste, ma da qualche parte dell’universo, rintracciabili attraverso internet.
In altre parole, lì possiamo trovare tutte le risposte.
Quello che non troveremo saranno le domande
E’ la capacità di interrogarsi il terreno su cui dovremo confrontarci.
Nella capacità di formulare domande feconde, che spingano a nuovi sforzi di ricerca e di conoscenza.
E questo è lì sotto, segnato fino all’osso nelle nostre teste, così profondo che quasi non ci facciamo più caso. Semplicemente impariamo a guardarci intorno con un segno di interrogazione, e quel segno diventa il nostro modo naturale di percepire il mondo.
Si acquisisce presto, e ci accompagna per tutta la vita.
E soprattutto, amici, si contagia.
In ogni tempo siete stati voi, quelli che vi dedicate all’attività intellettuale, gli incaricati di spargere il seme.
O, per dirlo meglio, con parole che ci sono molto care, gli addetti a fare scattare l’allarme.
Ma per favore, andate e contagiate.
Nessuno escluso!
Abbiamo bisogno di un tipo di cultura che si propaghi in aria, che entri nelle case, che s’infili nelle cucine, e persino nelle toilette.
Quando questo si realizza, la partita è vinta, una volta per sempre. Perché si spezza l’ignoranza essenziale che fa diventare deboli i tanti, a beneficio dei pochi, una generazione dopo l’altra.
…………………………………………………………………………………………………..
Josè Mujica
Presidente dell’Uruguay
(Trad. di M.F.)

Stanchi di gaiezza

Stanchi di gaiezza
di leggerezza affranti
di tanto troppo
tempo consumato
a raccontare storie
da capo ad ogni riga
a cadacoda
agguantando la noia
la nausea del mattino
sorridere
ammaliare
chiacchierare del meno
che del più
già
è stato fatto:
il pane dal fornaio
il latte dal lattaio
il grano nel granaio
il sole nel solaio
e tutto
sotto il solito
martellante martello

tracatùm
tracatùm
tracatàn pam pam pam
pum

ritorna il ritornello
e la vita ripassa
sotto il solito ciglio
il consueto percorso
la medesima scia

e noi
che siamo stanchi
stanchi di gaiezza
di leggerezza affranti
di storie e geografie
che accidente facciamo
che misure prendiamo
per trafugare indenne
un pezzetto di gloria
per riscattare il giorno
con l’intero equipaggio
per arrivare a sera
per tirare a campare
per attendere l’alba
e magari
così
ri-
cominciare…?

Esseri irragionevoli (in via d'estinzione), Milton Fernàndez

Non ce la fanno più le parole

Non ce la fanno più
le parole
a mantenere il passo

sono esauste avvilite
prosciugate
hanno un nodo alla gola
le parole

occorrerebbe esimerle dai lavori forzati
redimerle strapparle
al ventre molle degli avvocati
alla lingua di vetro dei politicanti
ai trafficanti di morte
ai piazzisti di notizie a buon mercato
all’oltraggio del ciarlatano e dell’imbonitore
al venditore di cianfrusaglie
al boia di stato
al camaleonte
al delatore
al vigliacco con il culo al caldo
sotto il sudario
delle parole

cominciano a marcire in bocca
le parole
ai rimaneggiatori della storia ad uso
ed abuso del padrone di turno
ai pigmei della guerra retorici
boriosi onnipresenti
ai teorici del coraggio
traboccanti di lacrime di solennità e di fermezza
sui corpi trucidati dei figli altrui
ai forgiatori di meacolpa d’occasione
ai carnefici della verità
ai loro mandanti nascosti
ai ladri
ai carcerieri
ai mendicanti
di parole

bisogna che la smettano
di una volta per tutte

sono afflitte
nauseate
stanche da morire
le parole

Nemesis, Milton Fernàndez

Mi trema il petto – Alejandro Jusim


Mi trema il petto ferito di silenzi
trema il mio sguardo disperso in mareggiate
mi trema il sangue, fatto di amore e crepa
trema perfino il tremore mascherato

Mi trema il non sapere quando è che hai tremato
mi trema quella casa sparsa in terra
mi trema questa lacrima scappata
mi trema il tuo pianto, compañero.

Mi trema il sonno fratello e trasandino
mi trema Talca, Concepciòn y Talcahuano
mi trema l’impotenza di essere lontano
mi trema il non essere lì, con la mia mano

Mi trema l’ingiustizia che distrugge
mi trema l’operaio licenziato
mi trema fino alle ossa quel bambino
mi trema l’orfanità di quella fame

Mi trema ma il pugno non lo allento
anche tremante sarà pugno domani e sempre in alto
domani sarà il turno di quelli che non tremano
tremeranno di panico di fronte al nostro assalto

E vedrà il giorno quel giorno la mia gente
perché ho smesso di tremare, compañeros
e oggi semplicemente mi alzo in piedi!

Alejandro Jusim – Argentina
Trad. di M.F.