Archive for settembre 2011

Carilda Oliver Labra – Al posto della lacrima

I

Hugo Ania Mercier: io ti amavo

amavo quel corpo di uomo agonizzante

che irradiava dolor come un diamante,

il tuo passo che insiste tuttavia,

la tua lingua – garofano d’ironia –

che cela ancora la sua sete silente e punzecchiante;

la tua mano, nervosa, azzurra, da amante

la cui notte del tempo è sempre mia;

il tuo verso che piange anche se canta,

il tuo mucchio di ossa, insultante,

la tua anima fredda e claudicante

che ha composto la morte in un istante:

cosa potrò mai dire loro, per riscattarti

di quel augusta verità che ti avvolgeva?

II

Tra i libri ti guardo, inaridito,

luminoso mio animale, mio demente,

la tua voce che è viva eppur assente,

mio giocattolo rotto, mio balocco.

Nella pace silente delle tombe

senza voler fuggire dalla tua fronte,

intontita d’amore ma impotente,

ti ho lasciato ancora tra le bestie.

Ahi, mio bimbo di stoffa, fiore oscuro,

nemmeno una preghiera, un paternostro.

Ahi, tenerezza che il buio sempre strappa,

se tu avevi la luce del portento,

perché tornare al seme primigenio,

perché ammazzare la colomba bianca?

III

Ci si vede – m’hai detto – e il tuo messaggio

di poeta infelice, stupido profondo,

mi condanna a cercare in altro mondo

quel sogno rimasto fermo a ieri.

Fu un incontro finale o fu un aroma

quel che continua a rovistare nel mio ventre?

Quel pizzico di fede in cui mi impregni;

fu, fratello di ogni cosa, una tua beffa?

Già non ti affligge la fistola tremenda,

già non patisci psoriasi, enfisema

né neurosi né polio né agonia.

Già sei lontano, memoria, no, impossibile,

sei finalmente sano in gloria del poema.

Hugo Ania Mercier: perchè ti amo.

Carilda Oliver Labra – Matanzas – Cuba – 6 luglio 1922

Trad. di M.F.

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Oliverio Girondo – Piangere a dirotto

 

Piangere a lacrima spianata.

Piangere a fiotti.
Piangere la digestione.
Piangere il sogno.
Piangere davanti alle porte e anche ai porti.
Piangere di giallo e gentilezza.

Aprire i rubinetti,
i battente del pianto.
Inzupparci l’anima,
la maglietta.
Allagare marciapiedi e passeggiate,
e salvarci poi, a nuoto, dal nostro stesso pianto.

Assistere ai corsi di antropologia,
piangendo.
Festeggiare i compleanni dei parenti,
piangendo.
Attraversare l’Africa,
piangendo.

Piangere come un cacuy,
un coccodrillo…
se è vero
che tanto i cacuy come i coccodrilli
non la smettono mai di piangere.

Piangerlo tutto,
ma piangerlo per bene.
Piangerlo col naso,
le ginocchia.
Piangerlo dall’ombelico,
e dalla bocca.

Piangere d’amore,
di disgusto,
d’allegria.
Piangere in frac,
di aria, di magrezza.
Piangere improvvisando,
a memoria.
Piangere tutta l’insonnia e tutto il giorno!

Oliverio Girondo

Trad. di M.F.

Plotino, Pisapia e il biglietto dell’ATM

Di lui se ne son dette di tutti colori, parlo del Tempo.

Per l’Aristotele, che aveva già anticipato, capito e spiegato ogni cosa (tranne forse il default della magna patria, e non ci metterei le mani sul fuoco), il Tempo è l’ordine misurabile del movimento. Newton, Isacco, colse la mela al balzo, qualche secolo più tardi, e già che c’era aggiunse una distinzione tra Tempo assoluto e Tempo relativo. Uno, il primo, che fluisce qual ruscello di montagna, placido e senza grane, a cui diede il nome di Tempo di durata, e l’altro sensibile e reattivo agli imprevisti, che chiamò Tempo lineare.

Poi arrivò il Kant, piantagrane come pochi, il quale buttò lì l’idea che la successione temporale fosse “il criterio empirico unico dell’effetto in rapporto alla causalità della causa”.
Hegel, tirando in ballo Plotino, se la giocò col fatto che il Tempo è “il principio stesso dell’Io=Io, della pura autocoscienza” anche se si tratta, tuttavia, di una coscienza astratta.”

Rottosi, in tempi non sospetti, le sacre scatole, l’Agostino, (stinco di santo di provenienza extracomunitaria) di cotanta prosopopea passata e in divenire decise di tagliar corto e si cavò dagli impicci col celebre assioma: Il Tempo?, pare abbia detto. Se nessuno me lo chiede so cos’è, ma appena me lo chiedono non lo so più.

Espediente retorico applicabile ai più svariati campi – dall’amore alla pace dei sensi – e copiosamente adoperato dagli studenti di terza media da lì in poi, anche se, pare, non con la medesima fortuna.

I Tempi cambiano.

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Milano sembra diversa da quella che ricordavo (sono stato via per un po’), sarà il Tempo. Prima di partire feci in Tempo a vedere, partecipare, auspicare, sognare, toccare con mano un cambiamento epocale, quanto meno per il sottoscritto. Dall’era Moratti a quella Pisapia. E una ventata di aria pura che scompigliò i capelli persino alla madonnina quel giorno in Piazza Duomo, dalla quale non mi sono ancora del tutto ripreso. Tempi nostri, all’insegna di altri Tempi. Il loro Tempo assoluto in confronto col nostro Tempo relativo, per dirla con uno dei buonTemponi di prima.

Prendo il tram (non si è di ritorno a Milano finché non si è preso il Tram). Anzi, prendo un biglietto per il tram (non si è cittadini di Milano se non si prende il biglietto per il tram), e all’improvviso il Tempo mi zompa addosso. Continuo a non sapere cosa sia. In compenso so quanto costa. Me lo dice l’ATM: euro uno e cinquanta (1,50) ogni settantacinque minuti. Cinquanta per cento in più di quanto costasse ai miei Tempi. Ora il dubbio è: quando compero settantacinque minuti (sborsando unoecinquanta (1,50) sto comperando all’azienda municipalizzata un tempo che da lì in poi mi appartiene e quindi posso adoperarlo come voglio oppure è l’azienda che acquista, con i miei soldi, un sessantesimo della mia giornata? Questioni di lana caprina. Trovare qualcuno che possa spiegarmelo porterebbe via un sacco di Tempo, e a questi prezzi sarebbe un suicidio. Scelgo quindi la prima, mi sembra più digeribile. E siccome provengo anch’io dal terzo mondo (come il Sant’Agostino), dove non si butta mai nulla, decido che sprecare quel Tempo che ho pagato salatamente sarebbe un’eresia. Così, quando mi avanzano – come succede spesso – dei brandelli di Tempo nel biglietto che ho appena comperato, e obliterato (che parola odiosa), decido di donarlo al primo sconosciuto che trovo, quello sempre in fila per salire, che attende la mia discesa. Eccoti 25 minuti (o 15, o 10, fate voi) di quelli che ho già pagato, e obliterato, e che scialacquo ogni giorno a un ritmo esasperante. Poi, quando i ruoli s’invertiranno farai in Tempo a sdebitarti.

Lo so che l’ATM (e forse persino Pisapia) avrebbero qualcosa da ridire davanti a una iniziativa del genere. Loro vengono da un altro Tempo. Per essi il loro ha un prezzo e il nostro un valore diverso. Io continuo con l’idea che una volta pagato il mio dazio, comperato il mio biglietto, acquistato il mio Tempo, sono padrone di regalarlo a chicchessia. “Il Tempo è autocoscienza, sosteneva il Plotino, principio stesso dell’Io”.

Causalità della causa, appunto.

Lo capiranno col Tempo.