Archive for novembre 2010

Tanto per dire

E’ uno di quei giorni
in cui mi sento alato
e girovago a zonzo
dalla sedia al divano

e’ uno dei quei giorni
in cui nulla mi pesa
nemmeno la promessa
della sera che incombe

e’ uno di quei giorni
in cui senza preavviso
stappo una bottiglia
metto a fare il bucato
forse riordino i libri
finisco quel paragrafo
faccio un salto da amici
ti dico che ti amo

e’ uno di quei giorni
in cui mi sento strano
perché se abbraccio l’aria
mi sa di corpo caldo
e il mondo si rapprende
e mi sta tutto in mano

è uno di quei giorni
che non va raccontato

non prendermi sul serio
forse nulla è successo
forse è solo il ricordo
di un giorno che finora
non si è mai presentato

è per questo che
allora
prevedendo il suo arrivo
così senza preavviso
senza un motivo valido
prendo e faccio il bucato
metto in ordine i libri
finisco quel paragrafo
faccio un salto da amici
stappo una bottiglia
ti dico che ti amo

Olvidos frescos, Milton Fernàndez

 

Degli infiniti punti di un segmento IX

Nel quadrare del cerchio, la parabola accoglie le lusinghe del tempo.
Affinché possa ripartire, una e un’altra volta ancora, dallo stesso inizio e dalla stessa fine, s’acquieta il tutto e tutto s’affretta.

Shabbath, Sabbatum, Sabbat.
Cessare, smettere del fare.
Compimento.
Il sabato di festa nel villaggio dell’uomo, curato dalle donne.
Riposo degli affanni e dei pensieri.
Quell’attimo infinito in cui persino Dio si concede un ritaglio di tempo.
Quel baleno di indugio sulla marcia.
Da qui parte e riparte il vecchio arnese. Col suo ritmo ansimante.
I reumatismi.
I malcontenti.
Qui bruciano le navi coloro che non vedono l’ora di riprendere il largo, al più tardi domani.
Qui s’accasciano brame.
Qui decollano i venti.

Nel frattempo, la storia si riprende .
Girovaga  e bugiarda.
Più vera di se stessa.

Tra il flusso delle onde, luce e buio si fondono in amplesso.
A dir la verità, poco o niente di nuovo sotto il sole.
Coloro che non calcolano, perché sanno.
Coloro che non fanno, perché sono.

Continua ad innalzarsi, in un canto a due voci, la preghiera istintiva di un poppante ancestrale.

Paradigma e non, Milton Fernàndez

Ken Saro Wiwa e il mio barbiere

Ken Saro Wiwa e il mio barbiere

ken saro wiwaIl signore dal quale mi taglio i capelli, due volte l’anno, ha un sacco di certezze e due o tre ostinazioni che spolvera dal mattino alla sera: la prima è quella di pretendere di essere chiamato Barbiere (anche se di barbe non se ne occupa dal tempo di Cavour) e, in subordine, il non voler considerarmi un extracomunitario. Per lui, questi sono di un colore diverso dal mio, vestono in modo extra-vagante, parlano in lingua ignota e si tengono molto alla larga dai barbieri.

Terza ostinazione, di secondo grado:  ci tiene a non passare per razzista. Basta che si comportino bene, mi dice, anzi, più meglio di noialtri, perché noi siamo a casa nostra, e a casa nostra uno fa quello che gli pare, ma loro sono ospiti, e quindi si devono adattare.

Mi è tornato in mente ieri, mentre leggevo un lancio di agenzia in un vecchio giornale che annunciava come le compagnie petrolifere Shell UK e Shell Dutch avessero patteggiato un risarcimento di quindici milioni di dollari per la loro co-responsabilità nell’assassinio di un poeta, in Nigeria, nel 1995.

Ci sono ironie della Storia che a lungo andare fanno sorridere. Non si tratta di barzellette, ma in qualche modo dobbiamo salvaguardarci il cuore.

Ci sono anche delle cantonate epocali che oggi fanno parte di quella storia, e sulle quali, quantomeno, sarebbe da spendere una riflessione.

Il 10 di novembre del 1995 fu impiccato in Nigeria, insieme ad altri otto suoi compagni di lotta, Ken Saro Wiwa, nato nel 1941, scrittore, poeta, professore universitario. Moriva, assassinato dalla giunta militare che governava allora il suo paese, perché aveva osato denunciare la devastazione che stava perpetrando la Royal Dutch Shell e la locale Nigerian National Petroleum Corporation, ai danni dell’ambiente e soprattutto del popolo Ogoni.

Chi è il popolo Ogoni? Il mio barbiere non lo sa, ma è un gruppo etnico stabilitosi da più di cinque secoli nella zona del delta del Niger, nel River State, territorio che considerano loro, oltre che sacro. Coste e argini del fiume rappresentano per quella comunità la sopravvivenza stessa, e la difesa del suolo è parte basilare nel loro incedere sociale.

Il primo impianto petrolifero dell’Ogoniland è stato costruito nel 1958. Tra gli anni ’60 e ’70, la Shell ha impiantato altri cinque grandi campi, con 96 pozzi. Successivamente si sono aggiunte  la Elf, la Mobil, la Texaco e l’AGIP (Gruppo Eni)

Non dimentichiamolo. Quando ci indigneremo per la quantità di escrementi  che queste ineffabili sorelle continuano a distribuire lungo i marciapiedi del mondo, non dimentichiamo che una parte consistente di quella merda continua a deporla anche il nostro fedele cane a sei zampe.

E ricordiamoci pure che, soltanto nel periodo che va dall’87 all’88, sono state scaricate illegalmente in Nigeria, 3800 tonnellate di rifiuti tossici italiani.

Il Delta del Niger è uno dei più fragili ecosistemi del mondo. La sua area comprende ben 23 fiumi, si stende per circa 20.000 Km2, include enorme foreste pluviali ed è inoltre habitat ideale delle mangrovie. Lì la Shell ha impiantato, oltre i 96 pozzi sopra menzionati, due raffinerie, una fabbrica  di fertilizzanti, un complesso petrolchimico e una serie infinita di oleodotti la cui lunghezza, si calcola, è pari alla distanza fra Londra e New York.

Dalla pioggia o direttamente dal terreno, i residui di quelle raffinerie filtrano verso i pozzi dell’acqua, in genere poco profondi, che si coprono di uno strato bituminoso tra il quale bisogna scavare per raccogliere l’acqua da bere. Le malattie ai bronchi e allo stomaco sono diventate una norma tra gli abitanti del Delta, e gli ospedali non hanno mezzi né medicine (dei programmi di sviluppo promessi dalle compagnie, si è visto poco e nulla). I torrenti, poi, trasportano i residui di petrolio verso il fiume, dove si convogliano anche gli scarichi non depurati delle raffinerie: le coltivazioni vengono bruciate e le acque del Delta, poco a poco, sono diventate sterili. Secondo il rapporto presentato dai capi del Delta del Niger alla Conferenza mondiale del giugno 1992, “a parte l’inquinamento dell’aria proveniente dalle emissioni dell’industria petrolifera e delle fiamme [degli impianti di combustione], che ardono giorno e notte producendo gas avvelenati, che annientano silenziosamente il nostro vulnerabile biotopo volatile, oltre a mettere in pericolo la vita della flora, della fauna e dell’uomo stesso. C’è un diffuso inquinamento dell’acqua e delle coste che produce la morte di uova, larve e individui giovani di molte specie acquatiche, di pesci e molluschi, soprattutto di certi animali sensibili (ostriche e molluschi vari) da un lato, mentre dall’altro il terreno coltivato, contaminato dalle perdite di petrolio, diviene pericoloso per l’agricoltura, perfino là dove continua a produrre una qualche resa”

Ken Saro Wiwa cerca di attirare l’attenzione su quanto sta accadendo sul Delta del Niger e a causa del suo attivismo diventa ben presto, per il governo nigeriano, un personaggio scomodo. Nel 1990, fonda il MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People ). È con questo movimento che ottiene finalmente la tanto ricercata attenzione internazionale. E con un’imponente manifestazione che vede mobilitate 300 mila persone a testimonianza del feroce sfruttamento perpetrato dalle multinazionali del petrolio e in particolare dalla Shell.

Tra l’estate del 1993 e la primavera del 1994, una dura repressione dell’esercito del dittatore Abacha, si concluse con l’assassinio di migliaia di Ogoni. Centinaia di loro furono incarcerati, i loro beni espropriati, le loro case rase al suolo. Nel 1994, a seguito di divisioni interne nel MOSOP, quattro capi Ogoni risultarono uccisi. Saro Wiwa, insieme ad altri otto suoi compagni, venne arrestato con l’accusa di avere partecipato a quegli omicidi. Nel febbraio del 1995, fu giudicato da un tribunale militare, d’accordo con un Decreto speciale del governo, che autorizzava il capo dello stato ad agire fuori dal sistema processuale ordinario, per quanto concernente casi di sollevazioni popolari e disturbi civili.

Esiste un elenco delle varie richieste ufficiali della Shell alla Mobile Police Force, il sinistro corpo antisommosse del regime, in cui chiede la repressione delle manifestazioni che i contadini organizzavano per protestare contro la sua attività nella zona.  In risposta a queste sollecitazioni della Shell,  ci furono 8 morti nel 1989, 15 nel 1990, un morto e decine di feriti nel 1993, innumerevoli arresti e sparatorie ad altezza d’uomo sulla folla nel 1994.
Tra il 1993 e il 1994, inoltre,  la Shell rifornì di armi il governo del dittatore Abacha. L’impresa giustificò la vendita degli armamenti riparandosi nella necessità di difendere le sue istallazioni petrolifere.
Secondo quanto riferito dal fratello di Saro Wiwa, l’allora direttore della Shell in Nigeria, Brian Anderson, avrebbe a lui garantito l’incolumità di Ken se questi avesse rinunciato alla sua campagna di denunce.

***

Il 10 di novembre del 1995, nonostante le petizioni di diverse organizzazioni internazionali,  Ken Saro Wiwa, premio Goldman per l’Ambiente e candidato al premio Nobel per la Pace, fu messo a morte tramite impiccagione assieme  a Barinem Kiobel, ex-ministro dello Stato di  Rivers, e a John Kpuinen, Baribo Bera, Saturday Dobee, Felix Nwate, Nordu Eawo, Paul Levura y Daniel Gbokoo.

Venti minuti durò la agonia di Ken Saro Wiwa. Venti interminabili minuti in cui i suoi carnefici non seppero cosa fare. Il corpo del poeta si dimenò fino a svuotarsi di vita, davanti agli occhi criminali di un boia incompetente e di un mondo la cui paura più grande sembra essere, sempre più, soltanto quella di restare col serbatoio a secco.

Dicevo, da qualche parte sopra, dell’ironia e delle cantonate della storia. Due anni dopo l’assassinio di Wiwa, il WWF ha nominato la Shell Oil candidata al Premio Ambiente 1997. Nello stesso momento, altri diciannove attivisti Ogoni venivano torturati nelle carceri del regime nigeriano, rei di avere inscenato proteste contro la Compagnia.

***

Chissà cosa direbbe, il mio barbiere.A lui, di sicuro hanno raccontato un’altra storia.

Quando vado a tagliarmi i capelli, comunque, prima di entrare mi pulisco le scarpe per bene sullo zerbino.

Dopo tutto, quella è casa sua.

Degli infiniti punti di un segmento VIII

Di che materia è fatta l’eternità?

Declina in numeri, in virtù, in atti, in movimento. Forma malleabile e malleata di un tempo multiforme.

Musica, armonia, liriche e costellazioni; ritmo, ansito vitale.

L’Essere, la Quiete, il Moto; Differenza ed Uguaglianza, pari sono.

Questo è quanto.

In una eternità senza confronti la vita si ricrea.

E si stupisce.

Prende a rinascere, ogni volta la stessa, eppure tanto altera.

Superba, prepotente, signora del domani e dell’attesa.

Provate a spodestarla, voi che tanto potete.

 

Rosso.

Rosso sangue.

Rosso di guance accese.

Rosso della fine e del principio.

Rosso del penultimo sguardo.

Del primo vagito sulla terra.

Rosso aurora boreale.

Rosso di estrema unzione.

Rosso delle labbra e del sospiro.

Rosso augurale.

 

Sull’arena due ombre si contendono spazio.

Da qualche parte un sogno s’avvia e si diffonde.

Epistolario essenziale

14/giugno 2010

Onorabilissimo Signor Ministro degli Divini Interni, Eccellentissimo Correligionario:

saprete scusare quest’umile funzionario se, con la presente, si permette di sgraffignare qualche istante del vostro inestimabile tempo. Motivo della stessa è quello di approfondire (in via del tutto ufficiosa, beninteso) alcuni dei ragionamenti sui quali abbiamo avuto già opportunità di confrontarci in occasione dell’ultima riunione assieme al Cast Governativo al completo. Fatto è, integerrimo Collega, che, per dirla in soldoni, qui bisogna decidersi a fare qualcosa di concreto, o la va o la spacca, perché (detto tra noi) se le cose continuano di questo andazzo, tra un po’ ci troveremo con le pezze al culo, figurativamente e con rispetto parlando, che questo della sorveglianza dei cancelli esterni, come potrete ben comprendere, è mestiere che logora e imbarbarisce l’eloquio. Dunque, dicevo, è un viavai che non finisce più. Arrivano da tutte le parti, alcuni perfino con la raccomandazione in tasca, e, devo dire, ultimamente sono state messe in atto alcune iniziative che, non fosse per l’alto incarico che sono chiamato a rivestire, oserei definire come prese direttamente col deretano (sempre con rispetto). Insomma, per farla breve, com’è ormai noto tra gli addetti al lavoro, dopo spossanti trattative con la concorrenza, abbiamo dato avvio ai respingimenti di massa. Non appena li vedevamo arrivare, questi selvaggi, bùm, piombavamo su di loro in piena notte e quando volevano capire qualcosa si trovavano già sbarcati dall’altra parte. Siamo mica arrivati in Paradiso?, chiedevano gli illusi. Tranquilli fratelli, tranquilli, che prima o poi ci arrivano tutti. Poi, quando cominciavano a percepire il caldo erano già belli e pronti, serviti e impacchettati. Dopo un po’, però, cominciarono le proteste. Che di qui, che di là. Ora mi è stata appena recapitata una circolare del Capo che consiglia di agire con circospezione. Lei cosa ne pensa, Collega? Quali altri provvedimenti potrebbero essere presi in considerazione per cercare di mettere freno a questa barbarica dissenteria? (Idem come sopra). Pace e bene.

Firmato On. San Pietro  – Ministro della Difesa Celestiale Cancelleria

20/giugno 2010

Gentilissimo Signor Ministro della Difesa Celestiale, Spettabilissimo Collega:

Come saprete, vengomi adoperando da parecchio tempo in questo non facile lavoro di indurre a un epocale ripulisti in questo (diciamocelo pure) scompigliato Empireo. Abbiamo entrambi un arduo compito da portare a termine. Voi a respingere Unni alla frontiera, io a cercare di rendere loro la vita impossibile in modo di convincerli a tornare al più presto a casa propria, che tutta quella pubblicità sulla Beatitudine eterna e la Letizia generalizzata ha fatto il suo tempo, come d’altronde ogni altra promozione di quelle escogitate in passato dalla sinistra e che tanti mali hanno arrecato a questo operoso Eden. Innanzitutto ho proposto al Divino Consiglio l’introduzione di una tassa imponibile a tutti quelli che, bene o male, sono riusciti a infiltrarsi, in modo di risarcirci almeno in parte per le rotture. Siamo riusciti a istituire, inoltre, non senza fatica, un corpo speciale addetto alla sicurezza che abbiamo chiamato le Ronde Oltremondane. Qualcuno non era d’accordo, ma dopo le sfuriate del Ministro della Funzione Celestiali, l’Eccellentissimo San Cono, sull’inoperosità di certi quadri dell’Edenica Amministrazione, siamo riusciti a incanalare verso quelle funzioni (senza spese aggiuntive) uno stormo di arcangeli agguerriti che si sono messi all’opera con insospettabile entusiasmo. Altro che fannulloni e strimpellatori a tradimento! Che dire, Inestimabile Collega? Per fortuna in questa valle di lacrime c’è ancora chi regge un bel paio di cosidetti sotto la talare veste. Sia sempre lodato Lui.

Firmato On. San Vittore – Ministro degli Divini Interni

28/giugno 2010

Immaginifico Signor Ministro degli Divini Interni, Inarrivabile Collega:

non posso descrivere il sollievo che le parole appena lette producono nell’animo di questo umile servitore delle celeste sfere. È oltremodo rassicurante pensare che al di là del nostro quotidiano impegno, e delle batoste che spesso siamo costretti ad incassare, c’è una seconda linea di contenimento dietro le amate trincee. Come accennavo nella precedente, il nostro lavoro si è reso ulteriormente difficoltoso a seguito di alcune prese di posizioni e/o iniziative del nostro Rappresentante all’Estero, il quale, e non per parlare male degli assenti, una ne pensa e mille ne fa. Se si aggiunge anche il problema non trascurabile della lingua, che più di un grattacapo ci ha già procurato, (qualcuno dà la colpa ai traduttori, che non se ne trova uno come si deve, anche se bisogna dire che con il predecessore non abbiamo mai avuto di questi inconvenienti, e quello parlava pure in polacco) comunque, dicevo, dei casini che non vi dico, (con rispetto parlando) come quel giorno che si è fatto prendere la mano e alla fine, non so, lui dice che era scritto così ma il foglio non si è più trovato e il traduttore si tira fuori, comunque, a conclusione di un discorso che tutto sommato era fin lì filato liscio, invece di Roma Caput Mundi, come il traduttore giura e spergiura di avere scritto, lui non prende e non ti sputa un Romani Kapput!, con tutta la voce che aveva in corpo? E siccome c’era qualcuno che rideva, e applaudiva pure, (era presente una delegazione delle sfere australi) rilanciò subito dopo con un Immondi! e altri epiteti di provenienza ignota, che abbiamo dovuto intervenire con una paralisi temporanea in modo di dare occasione a qualcuno di riportarlo dentro. Non vi dico, Ineguagliabile Collega, la figuraccia. Ci siamo quasi giocati i banchieri della capitale, quel giorno, e persino il Sindaco ha chiesto spiegazioni. Alla fine siamo riusciti a metterci una pezza, ma comunque, ogni volta che apre bocca noi stiamo col cuore in mano. E poi, per tornare al fatto della difesa dei confini, insomma, come riferivo nella precedente, i respingimenti vanno avanti, anche se, posso assicurarvi, Preclaro Amico, che il compito non è per niente facile. Se quelli della concorrenza chiudessero le porte, (come ogni tanto minacciano di fare) mi vogliono dire coloro che tanto gusto provano a protestare, dove gli mettiamo questi sciagurati? In Purgatorio non c’è posto neanche per grattarsi. Abbiamo accatastato tutti per benino, ma lo spazio è quello che è e i miracoli (qui lo dico e qui lo nego) non sembra in grado di farli più nessuno. E anche su questo avrei qualcosa da ribadire sul nostro Mandatario all’Estero. Senza consultarsi con nessuno, qui quantomeno non è arrivata manco una circolare, lui non prende e non ti cancella il Limbo? Così, trac! Che, dico io, male non faceva e per noi era un disimpegno mica da buttare via, un ripostiglio temporaneo dove avevamo già sistemato un sacco di infedeli, un po’ alla buona, quello sì, ma con il vantaggio che là nessuno metteva becco, e non c’erano né registri né visite guidate di commissioni vattelapesca, quelle specializzate nel frantumare i sottostanti a chi lavora onestamente, sempre con rispetto parlando. Tenetemi aggiornato, vi scongiuro. E vivissimi complimenti per il lavoro svolto. Come diciamo da questi parti, un rimpatrio al giorno, leva i diavoli di torno. Sempre sia lodato.

Firmato On. San Pietro – Ministro della Difesa Celestiale – Cancelleria

2/luglio 2010

Onoratissimo Signor Ministro della Difesa Celestiale, Preclaro Collega:

si fa quello che si può, solo che noi lo facciamo con il cuore. Lei si lamenta di chi rema contro. La capisco. Neanche da queste parti è tutto rose e fiori. Non tutti i capi dicastero si applicano con la dovuta energia al compito che è stato loro affidato, e con alcuni sembra di parlare in cinese. Non più tardi di qualche giorno fa ho dovuto fare intervenire il Capo in persona perché non c’era modo di convincere la Sig.ra Ministro delle Rare Opportunità, la Eccellentissima Santa Rella, che i respingimenti non centrano niente con le molestie sessuali. Non le dico. Quella, non appena li ha sentiti nominare si è alzata come una furia e si è dichiarata subito contro. Alla fine, con l’aiuto di un dizionario e una provvidenziale telefonata del Boss siamo riusciti a farla rientrare nei ranghi, ma non è per niente facile, glielo posso assicurare. Comunque il PPS (Pacchetto della Proverbiale Sicurezza) è praticamente cosa fatta. Glielo spedisco in allegato.

Firmato On. San Vittore – Ministro degli Divini Interni

4/ Luglio 2010

Meritevolissimo Signor Ministro degli Divini Interni, Edificante Compagno (con rispetto parlando) di Fatiche:

ho letto con grande attenzione il testo del PPS, e mi lasci esprimere, Caro Collega, le mie più sincere congratulazioni. L’intero provvedimento merita un collegiale plauso, anche se si trovano, all’interno, delle chicche degne di essere sottolineate a dovere, e non ho dubbi, Encomiabile Confidente, sul fatto che sarà la storia a farlo. Trovo particolarmente esaltante, ad esempio, quella norma che stabilisce il divieto di rilascio di un regolare Permesso di Celestiale Soggiorno (PCS) a individui privi di domicilio in loco, seguita di quell’altra che vieta a chicchessia di fornire locazione a chi non in possesso del suddetto Permesso. Ci sarà mai stata nei moderni stati del Creato, normativa così lungimirante? Non voglio qui dilungarmi, Esimio Magister, l’intero documento getta un fascio di luce sui nostri giorni a venire. Anche se, detto inter-nos, quella postilla che porta da 60 a 180 giorni il periodo di reclusione di questi disperati nei CPE (Centri di Permanenza Estemporanea) qualche problema di stoccaggio forse ci porrà. Ma rimettiamoci al lavoro. A gente di buona volontà come noi, la difficoltà fa un baffo (con rispetto parlando). Pace e bene, Inappuntabile Consociato. E sia sempre lodato Lui, che ci protegge e ci illumina.

P.S. Sono stato ulteriormente toccato dalla reintroduzione di quella sacrosanta regola che punisce il reato di Oltraggio ai Celesti Ufficiali, e che qualche mente bacata (di quelle di sinistra memoria) aveva ben pensato di revocare. Ora ci dovranno riflettere due volte prima di aprire bocca. Applicato a dovere, questo sano principio di civiltà sarà di inestimabile aiuto nelle nostre fatiche quotidiane, fino all’agognato momento in cui, tra i circuiti cerebrali di questa ciurma acculturata, saremo riusciti a stampare l’antico moto dell’Uso ad ubbidir tacendo che tanti lustri ha dato alla Benemerita e ad altre sacre istituzioni di veneranda memoria. Comunque questi sono dettagli passibili di aggiustamento strada facendo. Ad Maiora. In ogni modo, come stabilito, niente di tutto ciò è stato mai detto. Questo carteggio non ha mai avuto luogo. Pace sempre e tanto bene, e che venga un colpo a chi si permette di diffondere notizie prive di fondamento.

Firmato (Omissis)

6/ Luglio 2010

Collaudatissimo Signor (Omissis), Lungimirante Collega:

Parole Sante.

Firmato Ibidem

Degli infiniti punti di un segmento VII

Assopita, distante, la donna si trascina.  Ha vissuto altre volte questo aggravio.
E ogni volta è la prima.
A infonderle coraggio, la voce di un neonato si discioglie in un canto.
Si ridesta, la donna.  Si rimonta le ossa.
Il sussulto dell’acqua la percorre.
Acqua che parla il linguaggio del vento, della sabbia.
Acqua che sa di stie secolari.
Acqua per annegare abbagli.
Acqua per rianimare il giorno, che riparte.

Non si muore di questa morte, lei lo sa.
Gliel’hanno sussurrato in sogno le altre donne.
Non c’è parte di te che sopravvive.

Ha smesso di cantare, la bambina. Si è forse addormentata.
Lei le accarezza il ventre.
La coccola.
Le racconta una storia.

L’acqua nel frattempo riprende la sua strada.
Quella storia è antica e risaputa.
Parla di madri e figlie. Di tutte e di ciascuna.
Parla forse di lei
e di sé stessa l’acqua.
Che continua a dar vita.
Che un dio illuminato fece nascere donna.

Posibles ordenes del dìa, Milton Fernàndez

INCHE MARISELA

 

…poi fecero sacrifici e l’acqua si calmò. Quelli sopravissuti scesero dalla collina e popolarono la terra. Così nacquero i Mapuches

 

Ci sono storie che parlano da sole mentre cerchiamo di raccontarle. Storie che bruciano dentro, e continuano a farlo anche quando decidiamo di non ascoltarle più. Bruciano negli occhi e nella lingua. Nelle mani. Ardono di coraggio e di indignazione. Di bellezza. Di quella rara qualità della completezza che ci è stata data in dono una volta a tutti quanti e che abbiamo perso strada facendo, svampiti come siamo, presi a cogliere quell’attimo personale che gironzola davanti al nostro naso, senza capire che lo stesso arriva da lontano, da una storia comune, da una comune sofferenza, che brucia alle volte mentre qualcuno ce la racconta.

Per fortuna ci sono anche delle persone che ogni tanto ci incrociano la strada, e riprendono da capo il filo del discorso. Con tutto il loro coraggio, la loro indignazione, l’ingenita bellezza di un popolo che continua a definirsi, con orgoglio: Figlio della terra.

Marisela Pilquimán è una giovane donna Mapuche. Originaria dalla città di Valdivia, nel sud del Cile, conosciuta come La regione dei fiumi. E’ venuta in Italia invitata da una agguerrita collettività cilena che lotta per mantenere viva una memoria da lasciare in dono ai loro figli; tra canti, empanadas e l’allegria caparbia di un popolo in diaspora che ammanta quel velo sottile di tristezza che continua a insinuarsi tra ricordo e ricordo, che rende tersa l’aria di una piovosa serata milanese.

Con Marisela ci troviamo anche il giorno successivo. Parliamo di tante storie che in qualche modo ci sono comuni. Dei sogni dei suoi antenati. Del loro ansito secolare di distanze. Della misera realtà nella quale sono costretti a sopravvivere.

“Ci sono alcuni miei fratelli imprigionati”, mi dice “da qualche settimana hanno sospeso uno sciopero della fame che por poco non costa loro la vita. Trentaquattro rappresentanti del mio popolo si trovano rinchiusi da anni in diverse carceri cilene.  La loro colpa? Aver preso parte ad alcune rivendicazioni pubbliche per difendere il nostro diritto alla vita, all’acqua, alla terra. Terra che storicamente compone il Walmapu (territorio Mapuche), e che è oggi nelle mani di privati senza scrupoli e di imprese multinazionali che sfruttano e impoveriscono il faticoso divenire della mia gente.”

 

E’ una lunga storia, vecchia quanto il mondo, quella che descrive l’esproprio, la rapina, la progressiva depauperazione alla quale sono state sottoposte le culture indigene americane. Il più grande genocidio mai attuato dall’uomo nei confronti dei suoi consimili. Circa centocinquanta milioni di individui sterminati dal 1492 ad oggi, con l’appoggio di istituzioni care alle potenze dominanti, di teorie economiche che imperversano nel mondo dalla rivoluzione industriale in poi, l’aberrante silenzio intorno a quanto continua a succedere sotto il nostro privilegiato balcone, e che ci ostiniamo a non vedere.

Mentre l’emozione del mondo s’accalcava unanime all’ingresso della miniera San Josè, a Copiapò, dalla quale sarebbero stati estratti vivi i 33 minatori cileni intrappolati, nemmeno un mese fa,  un‘altra tragedia continuava –continua – a svolgersi, dietro le quinte della commozione universale, a porte chiuse, giorno dopo giorno.

E’ la storia dell’eroica resistenza del popolo Mapuche contro lo sterminio fisico e culturale al quale viene da secoli sottoposto.

Loro, che resistettero coraggiosamente alla conquista spagnola, che non permisero mai a nessuno di sottomerli, cominciarono ad essere perseguitati dallo Stato Cileno fin quasi dalla sua  conformazione, nel 1883. La cosiddetta “Pacificazione dell’Araucanìa”, con la sua aulica nomea, si mostrò presto per quello che era. Il saccheggio indiscriminato dei territori, della lingua, della cultura, della storia, dell’economia di una nazione da sempre esistita su quella terra, che con essa ha convissuto, senza prevaricazioni, nel rispetto di un patto che lega tutti quanti a un reciproco impegno di rispetto comune.

Alla protesta dei Mapuche si opposero con ferocia le forze del “progresso”.

Una legge antiterrorista voluta dal generale Pinochet nel 1978 per combattere i suoi detrattori, viene da allora applicata come un macigno su ogni rivendicazione indetta dagli indigeni nella lotta per la propria sopravvivenza. Anche da parte della repubblica democratica che vinse la battaglia contro quell’obbrobrio oscurantista.

I territori indigeni sono stati militarizzati. I loro diritti politici cancellati. La scure della giustizia militare s’abbatté da allora su ogni singolo reato commesso dai Mapuches, senza distinzioni di sorta, come se avessero a che fare con un esercito invasore da cacciare via a tutti costi dal proprio suolo, dalla propria quotidianità, dalla propria memoria.

Contro l’indio tutte le armi furono usate con generosità, disse Neruda. Lo sparo della carabina, l’incendio delle loro capanne, e poi, in maniera più paternalista, si adoperarono la legge e l’alcool. Anche il giurista si specializzò nel furto delle loro terre, il giudice li condannò quando protestarono, il prete li minacciò con il fuoco eterno.

 

Marisela ha trentatrè anni. Si è laureata in Geografia a Valdivia, nel sud del Cile, e oggi segue un master in Territorio e Ambiente Sociale, all’Università di Madrid.

Mi parla a lungo del Mapudungun, quella lingua armonica adoperata dalla sua gente per comunicare con i propri fratelli e con la madre terra, che lentamente comincia a scomparire. Dei Lafkenmapu, le regioni che s’affacciano sul mare. Del Mingaco, quel secolare principio di reciprocità che vige da sempre tra i singoli individui di una comunità, tra una comunità e l’altra, tra queste e quel ventre prodigioso dal quale un giorno si videro germogliare, a parità di diritti, insieme al resto della creazione.

 

Tra qualche tempo, non appena finirà gli studi, tornerà indietro. Al Walmapu, alle sue origini. A quella storia che brucia nei suoi occhi, nelle sue parole, nella memoria di quanti hanno la fortuna di ascoltarla. La storia di un popolo, che in molti credono lontana. Per fortuna c’è lei a rievocarla. Lei che parla la lingua di tutti quanti, che ha studiato, che presto tornerà a raccontare ai suoi com’è il mondo di fuori. La Dottoressa Pilquimàn, laureata in Scienze della terra.

Inche Marisela, sorride lei.

Io sono Marisela Pilquimàn.

Del popolo Mapuche.