Archive for giugno 2009

Ma voi, quando avverrà


Voi che uscirete vivi dal diluvio

dove fummo sommersi, quando

parlerete di noi, di come fummo deboli,

ricordatevi anche dei tempi neri

da cui voi siete pure scampati…


Un giorno ci rivedremo con altri occhi, e, se saremo ancora capaci di guardare, proveremo a volte compassione, a volte orgoglio, per i tempi che ci sono capitati in sorte. Per  la sciatta incuria con cui li abbiamo spesi  o per la nostra sofferta preveggenza. Per noi stessi. Per quelli che si sono fatti fagocitare senza opporre resistenza, per quelli che scelsero di rimanere indigeribili.

Siamo stati presenti, gli uni e gli altri, in ogni epoca, in ogni dove. I primi sono facilmente individuabili. Il  gregge è il loro habitat ideale. Basta una mano per disporli in riga, un urlo, uno spavento, un cane ben piazzato su ogni fianco. I secondi, sbandati, si aggirano qua e là, sono i dispersi.

Ogni armento, si sa, è un fatto di volume. Il peso detta le regole del gioco. Ecco E = mc². Un corpo di massa a riposo è un incredibile serbatoio di energia, ecc ecc.( che può essere calcolata come il prodotto della sua massa per il quadrato della velocità della luce, bla bla bla) Il faccione irsuto di Einstein ce l’ha fatta diventare familiare, questa formuletta, insieme alle migliaia di tshirt che presero a sbandierarla come una epocale invenzione di acqua calda. Ma il principio era già diventato di secolare uso comune tra gli utilizzatori finali del potere. Quelli che continuano a nascere e a morire e a rinascere ancora, forti del fatto che anche il nostro sguardo è pari a quello dei turisti che tutto guardano ma non vedono niente, e, soprattutto, nulla ricorderanno già domani di quello che hanno appena toccato con mano, e affideranno la loro memoria a qualche cartolina ritoccata o alla video-descrizione di una realtà confezionata in serie, rassicurante e a prova di sorprese.

Possiamo domandarci all’infinito cosa ha reso possibile che un popolo come quello tedesco, creatore di geni universali in ogni campo, in ogni secolo, abbia potuto osannare al limite del parossismo una caricatura di uomo chiamato Adolf Hitler? Nessuno ha mai trovato una risposta convincente, mentre lui, il pagliaccio di cartapesta, gongolava nelle sue mostruosità, forte del fatto che i tedeschi lo volevano così. Chi è nato prima, l’uovo marcio o la gallina disattenta ?

Possiamo cercare di avvicinarci all’enigma che portò un popolo di artisti, naviganti e sognatori ad esultare lungo quasi due decenni sotto il balcone di un buffone complessato  e psicolabile come Benito Mussolini, a spellarsi le mani davanti al vuoto assoluto dei suoi discorsi, a coprirsi occhi, orecchie e bocca di fronte ai suoi crimini, ad arrivare a manifestazioni di isterica felicità collettiva nel momento in cui il suddetto comunicava alla sua nazione nientemeno che l’entrata in guerra, ma sarà difficile trovare una risposta soddisfacente.  Anche per lui, le donne facevano la fila. I mariti, e i padri, consideravano sacrosanto il diritto del premier a svagarsi tra le gambe delle loro figlie, delle loro mogli, e si sentivano di sicuro onorati dal privilegio a loro accordato.  Non tutti, e non tutte, a onor del vero, ma sufficienti a far risultare chiaro, agli occhi del Gran Ciarlatano, un corollario semplice ad un altrettanto semplice formuletta:  gli italiani, che mi hanno fatto,  mi vogliono così. Ridicolo, corrotto e caricaturale. Chi sono io per cambiare?

Grande Einstein. Ma è una fortuna che la formula più famosa del mondo – così come l’ha scritta lui – abbia almeno un difetto. E’ valida soltanto per corpi (cervelli) a riposo: appena ci si sposta in un sistema di riferimento in cui il corpo in questione (il cervello) si muove, beh, non vale più. La formula che deriva da questa enunciazione è parecchio più complessa, di sicuro non adatta ad essere stampata sulle magliette.

Avremmo da attendere un altro decennio, ma forse possiamo cominciare già da adesso a porci le rispettive domande. Quelle che il gregge si porrà un istante prima di cambiare direzione, quell’attimo di vuoto nella attesa di una voce, di uno spavento, di un’altra mano da seguire con gli occhi accuratamente chiusi. Dopotutto, la maggior parte di quei corpuscoli semoventi, quella massa costante un giorno pletorica di adorazione verso i fantocci della storia più recente, è la stessa che avrebbe inneggiato ai loro esecutori, un giorno della fine di quella storia da lei stessa confezionata.

Passeremo uno e forse perfino un altro inverno, intorno al fuoco del nostro scontento.   Il buffone di turno continuerà a sghignazzare in lungo e in largo. I suoi capelli, i suoi tacchi, il suo sorriso e perfino la sua prostata sono il meglio di quanto la più affidabile tecnologia possa regalare a chi possiede i soldi per meritarsela. Un giorno, però, smetterà di far ridere, (è la legge crudele del palcoscenico) e allora in molti cominceranno a guardarlo per quello che è. Nel frattempo, il corpo è fermo, la sua energia completamente determinata dalla massa. Il buio detta le regole del gioco. Bisognerà aspettare il momento in cui, da quella mandria cominceranno a staccarsi delle particelle col senso della dignità. Libere. In costante movimento. Fotoni, gli chiamano gli scienziati. Sono quelli che viaggiano sempre… alla velocità della luce.

Ma voi, quando avverrà

che l’uomo sia d’aiuto all’uomo, allora

ricordatevi di noi

con indulgenza.

Bertolt Brecht

An die Nachgeborenen

Libertà condizionale

Ci sono dei giorni in cui la felicità assume forme banali. Il pomeriggio che promette pioggia, dopo una settimana di lagne  canicolari,  e allunga un alibi di ferro alla voglia di restare chiuso in casa. Il frigo, accettabilmente vuoto, i libri, il camminare a piedi nudi sui giornali dell’ultima domenica, un telefono a portata di mano e, in questa, la suprema libertà dell’accettazione o del respingimento (che parola odiosa) di una chiacchierata. La voglia di scrivere, di qualsiasi cosa, a prescindere, anche se di solito c’è sempre qualche pagina che bisogna finire e di cui non si riesce a fare a meno. E poi internet, per gli attacchi compulsivi. Acqua, (mal che vada quella del sindaco) caffé, un po’ di latte.  Cos’altro?.  Ricetta abituale e collaudata di una gremita solitudine, voluta e ricercata a tempo perso, una volta. A ritmi sempre più serrati strada facendo.
Non mi rendo conto, ma a metà pomeriggio l’intero spazio è foderato di parole. Arrivano da ogni dove. Da sole alle volte, altre volte in grappolo. La radio accesa, non so da quanto tempo,  di solito è la prima cosa che faccio, non appena riesco a mettermi in piedi, prima ancora di riuscire ad aprire gli occhi. La seconda è il computer,  lui, dopo qualche bip di contentezza, tace per il resto della giornata. La caffettiera sul fuoco, questa sì brontolona come poche, per mia fortuna, e forse anche per quella dei vicini. E poi il televisore, come una finestra aperta verso l’imbecillità, inspiegabilmente acceso anch’esso, sul quale ogni tanto butto un occhio, nonostante i miei conati libertari, la pretesa di tenermi lontano dal pomeridiano rincoglionimento universale.
Gli esperti della comunicazione che, secondo me, vedono un sacco di televisione, hanno stabilito che una persona viene bombardata da diecimila impressioni sensoriali ogni secondo. Se il mio  vecchio computer, quello che tace, fosse in grado di ricevere una cifra simile di talune impressioni (extracettive e propriocettive, mah!)  credo che scoppierebbe nel giro di pochi minuti. O che si metterebbe a urlare. E noi? A quanto pare il nostro cervello è in grado di sostenere un lavoro di smistamento sovrumano, degno di un computer. Una drastica abilità di selezione che lo preserva dall’essere sommerso da una catasta di informazioni irrilevanti.
Ma che cosa è o non è rilevante, per ciascuno di noi? Possiamo congetturare quanto vogliamo ma la verità è che la percezione della realtà varia da individuo a individuo, da generazione a generazione, da gruppo sociale a gruppo sociale, ecc ecc, e, quindi, quello che colpisce alcuni di noi, a volte nel più profondo dei nostri strapiombi emotivi, le nostre care impressioni sensoriali, insomma, ad altri fanno semplicemente una pippa.
E viceversa.
Fa pensare. Sullo schermo scorrono le immagini di un programma dedicato al mare. Una giornalista prende un pesce morto dalla coda e lo avvicina alla telecamera. Guardate che splendida cernia!, dice, incurante del fatto che quello che ha in mano non è che una salma di cernia. Si replica poi con un dentice, e con un pesce azzurro, e così via, finché qualcuno procede a smembrarle, quelle spoglie, a farle a pezzi e a buttarli, uno dopo l’altro, su una padella di olio fumante.  -Che profumino delizioso, aggiunge la presentatrice, con un sorriso tatuato a divinis sul grugno.
Cerco di immaginare, per un istante, cosa succederebbe se, al posto della cernia, o del dentice, ci fosse il cadavere di un mammifero su quel tavolo. Un agnello, un coniglio, persino di una foca, o una balena, per restare in tema mare. Ondate di proteste di animalisti di ogni credo e religione si alzerebbero fino a sommergere di sacra indignazione gli ideatori di una barbarie del genere. E discussioni a non finire. E raccolte di firme. E promesse di rimozioni.
Ma con i pesci non succede. Nessuno che accenni un gemito. Che sia l’attaccamento primigenio alla mammella l’elemento distintivo e accomunante attraverso  il quale le nostre impressioni sensoriali  si schierano a favore  degli uni e se ne fregano olimpicamente della sorte degli altri?  Potrebbe anche essere, comunque sia, spengo l’apparecchio e stacco persino la spina, onde evitare che si riaccenda da solo.

Su uno dei giornali, di quelli sparpagliati per terra, leggo che due funzionari della Guardia di Finanza sono stati incriminati per lo stupro di una prostituta rumena, avvenuto all’interno della loro macchina di servizio. I telegiornali non se ne sono occupati. Nessuno ha alzato la voce in vibrante protesta. Chissà. Forse il nostro cervello nazionale è stato sapientemente
ri-programmato nelle sue funzioni selettive. Forse qualcuno lo ha spento, e persino staccato la spina, onde evitare ecc. ecc. Per preservarci di tanta inutile, irrilevante informazione.
O forse è soltanto il fatto che i rumeni respirano ancora con le branchie.

Uno, nessuno e centomila

…fate, vi prego, che siano ben trattati:
gli attori sono i cronisti brevi e astratti
del nostro tempo.
W. Shakespeare. Amleto
Atto II- Sc. II

Resto spesso sconcertato davanti alla scomparsa silenziosa di determinate parole. Voci che se la svignano alla chetichella, quasi che avessero fretta di togliere il disturbo e di svanire nel nulla.
Così, nei meandri lessicali di questa Italia chiacchierona, colta, incazzosa, elegante, depressa, indaffarata, così piena di knowhow, di talkshows, di happyhours,  di cococò e di quaquaraquà, ci ha lasciato la parola Dignità. Andata. Ita . Pace all’anima sua.
Eppure sino a non troppo tempo fa sembrava talmente in forma al punto di essere considerata ingrediente indispensabile in qualsiasi attività l’essere umano decidesse di cimentarsi, e – anche se non sempre rispettata- diventava quanto meno una bandiera sotto la quale anche i più sfortunati riuscivano a far meno pesante la propria quotidianità.
Ma ora vengo al punto.
Esiste in Italia, cioè nella civile Europa, un’etnia inesplorata, quasi invisibile, quindi trascurata, ignorata, spesso bistrattata, alla quale la dignità è stata sottratta progressivamente fino a diventare un ricordo che ciascuno cerca di scrollarsi di dosso con fastidio.
Sto parlando dei cosiddetti “Lavoratori dello Spettacolo”: attori, danzatori, cantanti, musicisti, mimi, acrobati, nani e ballerine… Esseri viventi, nati da donna, ma carenti di cognomi illustri, di parentele sgombranti o di attributi fisici di traboccanti specificità. Molti, tra questi, sono laureati. La maggior parte diplomati in quelle scuole di recitazione, di danza o di musica che lo Stato continua a sovvenzionare e alle quali si accede attraverso una dura selezione. (C’è, quindi, da supporre che una minima fornitura di talento non sia a loro estranea.)
Questa massa in crescita costante – visto che si arricchisce anno dopo anno di  alcune centinaia, forse migliaia- di elementi,  non esiste, anche se, comunque, percorre in lungo e in largo la penisola, intasa  centralini telefonici, consuma ginocchia, dimagrisce, studia, si tinge i capelli, accenna sorrisi, ingrassa clientele, e, sopratutto, s’addenta il fegato in attesa di quel “provino” che permetterà di mettere in pratica per pochi minuti quel che si è  imparato in lunghi anni di frequentazioni accademiche e corsi vari.
In questa società del liberalismo economico e dei miracoli in imminente arrivo, però, da molto tempo piccoli teatri e compagnie indipendenti hanno preso la via dell’estinzione a favore di Fondazioni di diritto privato e pubbliche risorse, alle quali accedere senza i sopraindicati distintivi diventa impresa difficilmente sostenibile.
Comincia così la ricerca dello sbocco che permetterà di sopravvivere  (in attesa di tempi migliori) e che pian piano si trasferisce ai campi più vari. Si finisce per fare la Comparsa, il plaudente Pubblico nei programmi televisivi o -o anche- a lavorare nella Lirica, in quel sonoro calderone che qualche amante degli eufemismi ha soprannominato dei “Mimi”, qualche altro dei “Tersicorei” e altri ancora, addirittura, dei “Figuranti Speciali”
Ecco finalmente l’America dei teatranti! Gli Enti e i Festival Lirici! Così fastosi, così ricchi, capaci di spendere tre o quattro milioni a produzione pur di sdilinquire un pugno di danarosi melomani e disposti a raddoppiare la paga sindacale ad un attore per fargli tenere una lancia in mano con eclatante professionalità.
Ma arrivarci non è semplice.
In molti posti bisogna presentare un diploma rilasciato da una qualsiasi scuola. + curriculum, fotografie, ecc ecc. Si viene poi sottoposti a un provino di idoneità, superato il quale si viene ri-sottoposti, ogni volta, per ogni singola produzione, ad una nuova cernita nella quale il regista o il suo assistente, o l’assistente dell’assistente selezionerà, infine, le persone adatte.
E’necessario, a questo punto, aprire la partita I.V.A. (si diventa, quindi, una ditta individuale), affidarsi a un commercialista,  comperare i registri, pagare l’IRAP (alla stregua di un dentista o di un orefice) e controfirmare dei contratti che ricordano in precisi caratteri che puoi essere cacciato in qualsiasi momento, senza diritto a alcun tipo di spiegazione, figuriamoci di indennizzo.
Diventando quindi un “autonomo”- anche se sottoposto a insindacabili ordini del giorno, obblighi di presenza, di trucco, anche integrale e “con i prodotti che il regista riterrà necessari senza per questo pretendere alcun compenso aggiuntivo” (contratto del Teatro Carlo Felice, di Genova), “a esibirsi come il regista riterrà più opportuno, anche integralmente nudo, senza per questo pretendere alcun compenso aggiuntivo” (idem), e con una dose di autonomia pressoché inesistente – i “Mimi” sono disconosciuti dai sindacati, viene a loro ricordata ad ogni occasione l’assoluta mancanza di diritti associativi, ricattati, inseriti in “liste nere” al minimo sussulto e cancellati da quell’elenco degli “idonei”che  permetteva loro di accedere ai sospirati provini.
Viene inoltre negata, da parte del INPS, l’indennità di disoccupazione (anche quando i contributi superano di gran lunga quelli richiesti dalla legge), molto spesso il diritto alla sanità pubblica, alla maternità, e nessuno arriverà mai a godere di quella pensione per la quale, comunque, gli viene trattenuto un salato corrispondente ad ogni singola fattura.
C’è bisogno di aggiungere che quasi la totalità di queste “Ditte individuali” riesce a fatturare in un’annata eccezionale un massimo di quindici o ventimila euro, e che spesso non arrivano neanche alla metà di quella cifra?
Dov’è oggi collocata quella soglia di povertà sotto la quale la sopravvivenza risulta improbabile?
E all’interno di quale confine riesce a campare la creatività?
Ma la perdita, vera e irrecuperabile, è quella della propria dignità. Si smarrisce quasi  inavvertitamente, sotto le pieghe dell’eccezionalità, e finisce per diventare la regola.
Ci si accorge che più che il talento quello che conta sono le “empatie”, la capacità camaleontica, arlecchinesca, di sopprimere sempre e comunque il proprio modo di pensare, di non disturbare, di accettare  anche l’inaccettabile e di dimenticare accuratamente le illusioni che sospingevano ciascuno di loro all’inizio del viaggio.
In questi anni, i teatranti sono diventati dei bravi ragazzi. Mansueti, docili, disposti ad assecondare i capricci di un qualsiasi burocrate con due lire di potere in tasca e, spesso, con poco o niente da spartire col teatro o l’arte in generale.
Hanno partecipato a dei provini nei quali i feriti venivano raccolti e portati via in barella in mezzo all’indifferenza generale e senza l’ombra di una qualsiasi forma di assicurazione. Hanno danzato sul letame (e non è una battuta). Sono stati eliminati d’ufficio dopo essere stati scelti dai registi in sudate audizioni e si sono sgolati urlando in silenzio onde evitare di essere etichettati come “elementi disturbanti”, “scocciatori”, “piantagrane”.
Di questo sottofondo astratto si sa poco e nulla. Non si conoscono statistiche, non figura nei calcoli della disoccupazione. In nessun ufficio pubblico si trova una risposta concreta ad un qualsiasi quesito posto da uno dei suoi abitanti.
Fino a quando qualcuno non deciderà d’interessarsi, di sostenere con normative chiare ed adeguate l’esistenza travagliata di questo settore non trascurabile della vita culturale e di ripristinare l’uso di quella dignità smarrita, esso continuerà ad essere nient’altro che un universo marginale, caduto nelle crepe di una società industriale ogni volta più sorda e più cieca.
Capita spesso, in questo ineffabile villaggio globale del “panem e televisionem” e dei talenti misurati col metro delle amicizie o dalla portata del reggiseno, che qualcuno si strappi le vesti parlando del decadimento di un’arte nella quale una volta l’Italia primeggiava.
Non so quale sia la risposta, o se ci sia soltanto una, ma credo sinceramente che i migliori talenti di questa generazione non si trovino sui calendari o tra i volti eternamente sorridenti dei rotocalchi alla moda, ma spesso, come sosteneva Allen Ginsberg, “ si trascinano stremati, all’alba, per le strade.”
Spesso, con un pensiero fisso: ma chi me l’ha fatto fare ?

La ballata del musicista morto nell’indifferenza

 

Tra le ballate scritte da Bertolt Brecht, ce n’è una che m’insegue da sempre. L’ho sentita suonare l’ultima volta da un fisarmonicista  di strada, in un quartiere di Berlino, di quelli non inseriti di certo nelle guide turistiche.
La ballata, in italiano, si chiama Un cavallo si lamenta (O Falladah, die du hangest!). Sono le ultime parole di un vecchio ronzino che sulla Frankfurter Alee (siamo nel 1919) s’accascia a terra, vinto dalla fatica e dalla fame.
Mentre è lì, appena caduto, (il suo conducente era corso a fare una telefonata) dalle case affamate si vede arrivare addosso tutti quegli esseri umani che è ancora capace di riconoscere, perché sono quelli che ha visto ogni giorno della sua vita, lungo le strade della città in cui ha trascinato il suo carro, mattino dopo mattino.   Soltanto che ora, quelli uomini e quelle donne, portano dei coltelli in mano, e corrono verso di  lui decisi a squartarlo, A strappare la carne dalle mie ossa, in quel suo povero corpo, non ancora inerte. Mentre quelle lame lo accerchiano, quelle facce, quelle figure che sono state una volta parte di un paesaggio rassicurante, il cavallo si chiede “Cos’è successo a questa gente? Io li conoscevo per bene, tutti quanti. Quello là mi portò una
volta del pane rappreso, quell’altro un sacco per proteggermi dalle mosche. Che gelo è mai sceso su questa gente? Com’è possibile che siano cambiati così tanto?” E lui, che comincia ad essere spezzato, squartato, dalla miseria di quelli umani che fa sempre più fatica a riconoscere, in un affanno di infinita pietà dice ancora: “Aiutateli, fate qualcosa, vi prego, per questa gente. E fate in fretta, voi, che siete ancora in tempo…”

Clicca per ascolatre la Ballata:   O Falladah, die du hangest! Ein Pferd klagt. Canta Tim van Broekhuizen .  Musica Hanns Eisler Parole: Bertolt Brecht

Martedì 26 maggio, ore 19,47.
Napoli in perenne ora di punta. A Montesanto, un passo dai Quartieri Spagnoli, alcuni uomini della camorra decidono di applicare al territorio un proprio marchio di appartenenza. Davanti ai cancelli della Cumana, a quell’ora ancora affollata, esplodono una serie di colpi. Chiunque  si trovi nei paraggi  -anziani, donne, bambini- corre a ripararsi all’interno della stazione. Tra loro, ci sono anche Petru Birlandeanu, rumeno, assieme alla sua compagna. L’uomo guadagna il pane per entrambi suonando la fisarmonica sui treni. Un proiettile lo colpisce. Davanti ai tornelli che portano verso i binari, cade a terra, comincia a morire. La sua donna cerca di sorreggerlo, ma non è mai stato così pesante. Lei urla la sua disperazione. Le telecamere di sorveglianza inquadrano quella donna tutta sola che supplica aiuto ad una massa indifferente che le sfila davanti, presa a lasciarsi indietro tutto quello che non ha a che vedere con il proprio, immediato, meschino, contesto personale. Sono quelle urla silenziose che continuano ad assordare (che dovrebbero farlo) chiunque osi guardare quelle scene. Quelle che ognuno di quei passanti sceglierà di non ascoltare per il resto della sua vita, perché farlo sarebbe come accettare la cifra della propria pochezza, farsi persino delle domande,  finire per capire che i pezzi più pregiati di un patrimonio insostituibile gli sono stati portati via da tempo.
Così è morto Petru Birlandeanu. La camorra no ce la aveva di sicuro con lui. Ma lo ha ammazzato lo stesso. Non ce la aveva neanche quella gente che gli scorreva accanto, ma lo ha ignorato comunque.  Non è una morte da prima pagina. Di sicuro non ci sarà una targa alla sua memoria. Non è il primo morto della camorra, e non sarà, di certo, l’ultimo. Ma forse un segno sul calendario varrebbe comunque la pena di metterlo: Martedì 26 maggio, ore 19:47.
Che fine ha fatto la stirpe umana a Napoli?
…fate qualcosa, vi prego, per
questa gente. E fate in fretta, voi, che siete ancora in tempo…”

Un cavallo

Di Manuel Vincent- (Trad. di Milton Fernàndez) Uscito in El Paìs – domenica 14 giugno 2009

Macchiavelli diede questo consiglio al principe: se non sei amato, sii almeno temuto. Trattandosi di Berlusconi avrebbe dovuto aggiungere: se non ti amano né ti temono, cerca, se non altro, che ti invidino, perché l’invidia della plebe è anch’essa fonte di potere. Ma Berlusconi non assomiglia affatto a un principe rinascimentale. In realtà non è nemmeno un politico, ma un esibizionista all’apice di una ricchezza assoluta ed è, oltretutto, italiano, cosa che gli consente di soddisfare ogni capriccio, non ultimo quello della politica, senza che questa gl’imponga l’obbligo di risparmiarsi uno solo dei piaceri. Come capitava a qualche imperatore romano, a questo Eliogabalo basta con allungare la mano per trovare qualche sollecito servo pronto a deporre nelle sue mani il frutto più ambito. Puoi immaginarlo stravaccato su un triclinio con un grappolo di uva appeso ad un orecchio e la velina di turno che gli introduce dei chicchi, uno ad uno, direttamente in bocca. Quando la quantità dei soldi raggiunge un certo livello, la fortuna si converte in comando. Berlusconi ha avuto l’abilità di trasferire questo principio monetario alla politica, senza rinunciare ai privilegi di cui godono tutti i miliardari. Agli antichi romani appariva logico che l’imperatore prendesse parte ai baccanali, attorniato dai patrizi. Dalla decadenza dell’impero romano gli italiani si portano appresso nel DNA l’impudicizia del lusso unito al una passione sfrenata per la vita, e saranno senz’altro in pochi quelli che non sognano di partecipare alle feste che Berlusconi offre nella sua villa di Sardegna ai suoi amici, con baccanti nude buttate qua e là sugli sdrai.  Alcuni lo ammirano, altri lo invidiano, e anche quando lo immaginano dormire con la retina sui cappelli e il barattolo del viagra sul comodino, lo votano lo stesso, perché alla fine questo miliardario disinibito non fa che sublimare impudicamente  le frustrazioni di tanta gente. Berlusconi si toglie di dosso qualsiasi legge che lo infastidisca così come un comune mortale si  leva di torno una mosca appiccicosa. A Seneca non sembrava tanto riprovabile il fatto che Nerone cantasse e suonasse la lira mentre Roma bruciava, quanto il fatto che stonasse. Il problema consiste nel credere che Berlusconi sia un cavaliere. Lui non è altro che quel cavallo che Caligola aveva nominato console e che corre, ora, a briglie sciolte, lungo le gallerie e le scalinate di Italia.

Il quaderno di Saramago

Mi è appena arrivata tra le mani l’edizione spagnola dell’ultimo libro di Saramago (Il quaderno) che la casa editrice Einaudi si è rifiutata di pubblicare, in Italia. Sono testi estratti dal blog portoghese dell’autore in un periodo che spazia tra il settembre 2008 e marzo del 2009.
Cos’è che può avere provocato il rifiuto da parte di un editore che ha in catalogo tutti i precedenti libri del nobel lusitano? ( L’anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell’assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Tutti i nomi, Il racconto dell’isola sconosciuta, La caverna, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Manuale di pittura e calligrafia, L’uomo duplicato, Saggio sulla lucidità, Poesie, Teatro, Don Giovanni o il dissoluto assolto, Le intermittenze della morte, Una terra chiamata Alentejo, Di questo mondo e degli altri, Le piccole memorie e Il viaggio dell’elefante.)
Berlusconi, rispondono pacifici quelli dello struzzo. Nel libro si parla male di Lui, anzi, lo si chiama delinquente, e, trattandosi del proprietario della casa editrice non possiamo correre il rischio di una auto-querela. Custodia preventiva. Voltaire di sicuro si starà ancora scompisciando dalle risate.
Ma che cosa dice Saramago del capo? Di sicuro molto meno di quanto ha detto successivamente in quel pezzo intitolato la cosa Berlusconi, ripreso da El paìs di Madrid  e ormai in giro, tramite internet, in ogni punto cardinale, tranne forse in quello della  Einaudi.
In un brano nominato Berlusconi & Co, (19 settembre 2008) scrive: il popolo sa bene quello che vuole quando è chiamato alle urne. Nel caso concreto del popolo italiano, di lui stiamo parlando e non di altri, (arriverà il loro turno) è dimostrato che l’inclinazione sentimentale che esperimenta verso  Berlusconi, tre volte manifestata, è indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. Effettivamente, nella terra della mafia e della camorra che  importanza può avere il fatto che il primo ministro sia un delinquente? Apriti cielo! Ma poi prosegue. Che dire del recente divieto, imposto da Berlusconi, alla proiezione del film W al festival del cinema di Roma? (…) Giusta è la nostra indignazione, anche se dobbiamo fare uno sforzo per cercare di capire la complessità del cuore umano. W è un film che attacca Bush, e Berlusconi, uomo di cuore come può esserlo un boss mafioso, è amico, collega, compare dell’ancora presidente degli Stati Uniti. Stanno bene insieme.
Per aggiungere poi in Democrazia in un tassì, (13 marzo 2009) Mi diranno che non bisogna prendere sul serio, questo Cavaliere. Sì, ma il pericolo è quello di finire per non prendere sul serio neanche quelli che lo eleggono.
Non è, però, l’unica pagina dedicata all’Italia. Il 18 febbraio 2009, in un articolo che ha intitolato “Che fare con gli italiani?” sostiene: è appena arrivata la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Siano benvenute, il suo partito democratico cominciò come una caricatura di partito e finì per essere, senza parola né progetto, un convitato di pietra nella scena politica. (…) Veltroni ne è responsabile, certo non l’unico, anche se nell’attuale congiuntura appare come il principale, dell’indebolimento di una sinistra della quale si era presentato come il salvatore. Pace all’anima sua.
Imperdonabile. E non pago prosegue ancora. Il 9 ottobre 2008, ci prova col Vaticano, facendosi la domanda Cosa penserà Dio di Ratzinger? e il 10 febbraio del anno successivo con un testo già dal nome sfrontato Vaticanadas (Vaticanate). Che si siano messi d’accordo Veltroni, Ratzinger e Berlusconi nel chiedere a quelli dell’Einaudi di nascondere la testa sotto la sabbia?
O forse è quell’opinione espressa su Sarkozy “L’Irresponsabile”,(gennaio 6- 2009) Non ho mai apprezzato questo signore, e credo che da oggi in poi, se tale cosa fosse possibile, lo apprezzerò ancor di meno.
Oppure quell’imperdonabile apologia a un altro premio nobel non schierato dalla parte giusta, Da  grande voglio essere come Rita (Levi-Montalcini, naturalmente – 27 0ttobre 2008).
O quell’altro dedicato a un ragazzo non ancora trentenne, che ha osato lavare i nostri panni sporchi in piazza  Mi sento umile, quasi insignificante, davanti alla dignità e al valore dello scrittore e giornalista Roberto Saviano, maestro di vita.
È difficile dare una risposta. Ci sarebbero voluti coraggio e dignità per sottoporre ai lettori questi concetti e, nel caso, confutarli con delle opinioni diverse, (con dei libri diversi, ce ne sono a iosa in giro) tale e quale era d’uso fare  una volta in un sistema che faceva del libero scambio delle idee una ragione di essere, e che qualcuno osava definire democrazia.
Il libro sarà pubblicato in Italia, tra qualche mese, dalla Bollati Boringhieri, di Torino.    Coraggio e dignità, appunto.

Paradossale

di José Saramago (Trad. di Milton Fernàndez)

Qualche volta mi sono chiesto dove fosse andata a finire la sinistra, e oggi ne ho una risposta: è in giro, umiliata, a contare i miseri voti raccattati e alla ricerca di spiegazioni sul perché siano così pochi. Quel che arrivò ad essere, in passato, una delle maggiori speranze dell’umanità, capace di mobilitare le masse tramite il solo appello a ciò che di meglio caratterizzava la specie umana, e che riuscì a creare, col passare del tempo, tanto  i cambiamenti sociali quanto gli errori congeniti alle sue proprie perversioni interne, ogni giorno più lontana dalle prime promesse, insistendo in assomigliare sempre di più ai suoi avversari e ai suoi nemici, come se fosse questa l’unica forma di farsi accettare, finì per diventare una mera simulazione nella quale concetti d’altre epoche arrivarono ad essere utilizzati per giustificare atti che quelli stessi concetti avevano combattuto. Scivolando progressivamente verso il centro, movimento proclamato dai suoi stessi promotori come dimostrazione di una genialità tattica e di una modernità impareggiabile, la sinistra sembra non aver capito che si stava avvicinando alla destra. Se, nonostante tutto, fosse ancora capace di imparare da una lezione ricevuta, per esempio questa che le è stata appena impartita in tutta Europa, allora avrà di interrogarsi sulle cause profonde dell’indifferente allontanamento verso le sue fonti naturali d’influenza, i poveri, i bisognosi, ma anche i sognatori, in relazione a quanto può restare ancora delle sue proposte. Non è possibile votare per la sinistra se la sinistra ha smesso di esistere.
E’ questo, curiosamente, il paradosso politico che ha dato nome a questo articolo, e questo è, precisamente, colui che a questo punto presiede i destini del paese che da moltissimo tempo porta avanti una politica in ogni senso imperialista e conservatrice: Barack Obama. È da riflettere. Un’azione politica che, come ho già detto, altro non insegue se non il salvare il salvabile in un capitalismo disgregato che era arrivato al punto di divorare se stesso, appare a noi, ora, quasi come la realizzazione di un sogno di sinistra. Scommetto che molta gente, progressisti, socialisti, comunisti, è in giro a domandarsi: “E se Obama fosse  il presidente del mio partito?” Magari sono queste le situazioni che chiamiamo Ironie della storia. .. o si tratta, forse, soltanto, dell’importanza del fattore personale.