Archive for novembre 2013

JOrge Luis Borges – Elogio dell’ombra

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La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora tenebra.
Buenos Aires, che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sud.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre lungo un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono ciò che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle.

Giungo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

 J. L. Borges

(Trad. di M.F.)

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Guaicaipuro Cuatémoc presenta il conto a l’Europa

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Il vero debito estero

Ecco quindi che io, Guaicaipuro Cuatémoc, sono venuto a scoprire coloro che dicono di averci scoperto.

Ecco quindi che io, discendente dei popoli che hanno popolato un continente chiamato America da più di quarantamila anni, sono venuto a scoprire coloro che celebrano la nostra scoperta, da circa cinquecento anni.

Qui, quindi, ci troviamo tutti. Sappiamo chi siamo, e non è poco. Di sicuro è più di quanto avrebbero voluto darci.

Il fratello doganiere pretende un pezzo di carta siglata con un visto per concedermi di scoprire colore che sostengono di avermi scoperto.

Il fratello usuraio europeo mi esige il pagamento di un debito contratto da Giuda, che non ha mai chiesto la mia autorizzazione per vendere la mia pelle.

Il fratello leguleio mi spiega che quel debito bisogna pagarlo con gli interessi, persino barattando esseri umani e interi paesi, senza chiedere loro il consenso.

E io comincio a scoprirli.

Ma farò di più. Avanzerò anch’io richiesta di pagamento, anch’io con gli interessi.

 

Soltanto nell’anno 1503 e il 1660 (consta nell’Archivo de Indias) arrivarono a Sanlùcar de Barrameda (Spagna), 185.000 Kg. d’oro e 16 milioni di Kg. di argento provenienti dall’America.

Saccheggio? Non sia mai detto.

Sarebbe come affermare che i fratelli cristiani mancarono al Settimo comandamento.

Razzia? Che Tanatzin mi guardi dal pensare che gli europei, come Caino, si macchiano del sangue dei loro fratelli.  

Genocidio? Sarebbe dare credito a dei calunniatori come Bartolomè de las Casas, che arrivò a dire che non si trattò di scoperta ma di Distruzione delle Indie, o Arturo Uslar Pietri, che afferma che la spinta del capitalismo e l’attuale civiltà europea nascono dall’alluvione di metalli preziosi arrivati dalle nostre terre.

No! Quei 185.000 Kg. di oro e quei 16 milioni di Kg. di argento devono essere considerati come il primo dei tanti prestiti amichevoli concessi dal continente americano allo sviluppo europeo.

Dire il contrario sarebbe come ammettere l’esistenza di crimini di guerra, cosa che ci darebbe il diritto non solo a esigere la loro immediata devoluzione, ma anche il risarcimento per i danni subiti.

 

Io,  Guaicaipuro Cuatémoc, preferisco credere nella meno offensiva delle ipotesi.

Quelle favolose esportazioni di capitali non furono che l’avvio di un piano Marshall-Montezuma, atto a garantire la ricostruzione della barbara Europa, rovinata dalle sue deplorevoli guerre contro i colti musulmani, creatori dell’algebra, la poligamia, il bagno quotidiano e altri punti salienti della civiltà umana.

 

Per questo, nel celebrare il V anniversario del prestito, abbiamo ragione a chiederci: Hanno fatto i fratelli europei un uso razionale, responsabile, o quanto meno produttivo dei capitali cosi generosamente anticipati dal Fondo Indoamericano Internazionale?

Ci dispiace dire di no.

Per quanto riguarda la strategia, lo dilapidarono nelle tante battaglie stile Lepanto, nelle Armate invincibili, nei terzi reich e in altre forme di mutuo sterminio, senz’altro costrutto che quello di finire occupati dalle truppe della Nato.

Stile Panama, ma senza canale.

Nelle finanze, si sono dimostrati incapaci, dopo una moratoria di 500 anni, tanto di cancellare il debito e i suoi interessi quanto di affrancarsi dalle rendite liquide, le materie prime e l’energia a buon mercato che importano dal Terzo Mondo.

Questo deplorevole quadro corrobora l’affermazione di  Milton Friedman, secondo il quale nessuna economia sussidiata potrà mai funzionare.

E ci costringe a richiedere, per il loro bene, il pagamento del capitale e gli interessi che, così generosamente, abbiamo concesso in tutti questi secoli.

 

Dicendo questo chiariamo che non ci abbasseremo a pretendere dai fratelli europei i vili e sanguinari tassi variabili del 20 e perfino del 30%, che i fratelli europei infliggono ai popoli del  Terzo Mondo.

Ci limiteremo a esigere la devoluzione dei metalli preziosi anticipati, più il modico interesse fisso del 10% annuo, accumulato soltanto negli ultimi 300 anni.

Su questa base, e applicando la formula europea dell’interesse composto, informiamo gli “scopritori” che ci devono, come prima rata del loro debito, un volume di 180.000 Kg. d’oro e 16 milioni di Kg. di argento, moltiplicati per 300.

Cioè, un numero per i quale sarebbero necessarie più di trecento cifre, e che supera ampiamente il peso totale della terra.

Pesano parecchio quelli ammassi di oro e di argento.

Quanto peserebbero calcolati in sangue? 


Addurre che l’Europa, in mezzo millennio, non è stata in grado di generare  ricchezze a sufficienza per cancellare quel modico interesse, sarebbe come ammettere il suo assoluto fallimento finanziario e/o l’irrazionale demenza dei presupposti del capitalismo.

Tali questioni metafisiche non ci impensieriscono.

 

Dicono i pessimisti del Vecchio Mondo che la loro civiltà è in bancarotta, motivo che li impedisce di onorare i loro impegni finanziari o morali.

Se questo fosse vero caso ci accontenteremmo di essere pagati con la pallottola che usarono per uccidere il Poeta.

Ma non potranno farlo.

Perché quella pallottola è il cuore di Europa.

Guacaipuro Cuatemoc

 

 Guacaipuro Cuatemoc visse cinquecento anni fa, e difficilmente avrebbe potuto scrivere queste parole. Lo fece, in suo nome, Luis Britto García (Caracas, 1940), che le pubblicò il 12 ottobre del 2003, Giorno della Resistenza Indigena, con il titolo “Guaicaipuro Cuatemoc riscuote il debito europeo”.

Il 30 Giugno 2013, Evo Morales, presidente della Bolivia, le fece sue, e le pronunciò davanti a una delegazione del Parlamento Europeo.

(Trad. di M.F)

 

Diciamoci la verità, della corruzione non ce ne può fregar di meno.

corruzione

Dalle premesse di una raccolta firme contro la corruzione generalizzata che dilaga sul web (e che ho firmato anch’io) don Luigi Ciotti avverte: “Se la mafia è la peste la corruzione è il suo agente. Il parassita che divora le risorse economiche e morali di una democrazia”.
Non siamo nemmeno usciti dal polverone Cancellieri che scoppia il caso Vendola. I (a lui) lealisti sostengono si tratti di una mascalzonata ordita ad arte da quei furfanti del Fatto.
Quelli che hanno orecchie per ascoltare capiscono che si tratta di una ruzzolata epocale. Con la zeppola maiuscola.
Perché la sola frequentazione (perfino telefonica) di certa gente farebbe perdere punti persino al Dalai Lama. Se fossimo in un paese che adopera ancora la parola Etica.

Ma in Italia, da qualche decennio a questa parte, passa indisturbato un concetto che una volta vidi uscire incontrollato dalla bocca di un onorevole da favola, tale Cirino Pomicino: se un fatto non è punibile dalla legge vuol dire che è lecito.

Ci sono poi quelli che non hanno capito niente, e che continuano a trascinarsi dietro principi da guerra punica. Che sostengono ancora (come se fossimo in un paese del terzo mondo) che l’unico modo di debellare una corruzione diventata metastasi sia quella di isolarla.
A qualsiasi costo.
Anche a quello di rimanere isolati noi.

Parlando di Cultura, ho avuto occasione di ascoltare Livia Pomodoro al consiglio comunale di Milano, una sera in cui prendeva il via un festival che si sarebbe tenuto nei luoghi recuperati alla mafia. C’era anche il ex-procuratore Grasso, e un sacco di altre gente di buona volontà.
Lì la parola d’ordine, unanime, fu: con la Cultura si può mangiare, a patto che sia pulita. Non esiste Cultura senza Etica. O quanto meno non esiste quella nella quale tutti sembriamo credere.
Ci furono applausi a non finire. E sincere congratulazioni.

Ma poi, arrivato il momento, quanti si sentono in grado di portare fino in fondo questa verità. Di spingere affinché si avveri?

Guardandomi in giro vedo un ammasso di volontà sfiancate, di vocazioni sconfitte. Brandelli di quello che una volta fu il carattere distintivo di un popolo intorno al falò delle proprie convinzioni.

C’è qualcuno che si ricorda, arrivato il momento, che la Mondadori, di proprietà di Silvio Berlusconi, è uno dei più grandi evasori fiscali del dopoguerra (345 milioni sottratti allo Stato grazie a una legge confezionata su misura)?
Che l’Eni – che in Italia si fregia del motto Energia della Cultura- Cultura dell’Energia è accusata da diversi tribunali internazionali di Finanziamento di guerre civili e traffico d’armi, danni ambientali nei distretti petroliferi, cooperazione con regimi militari e qualche altra bagattella da queste parti passata inosservata? (I crimini delle multinazionali. Newton Compton Editori – 2010)
Che il “salotto buono” scricchiola da tutte le parti, e che certe amicizie (certi sponsor) sarebbe meglio non averle, visto che c’è ancora chi ricorda quel proverbio che recita Dimmi con chi vai… ecc?

Tra l’enorme quantità di gente di buona volontà che parteciperà quest’anno a degli eventi cittadini sponsorizzati da questi soggetti, in quanti si sono chiesti se fosse o meno etico sorvolare su queste quisquilie soltanto perché l’evento regala un po’ di visibilità, e perché, dopotutto, cosi fan tutti?

Se l’Ilva di Taranto, con i soldi risparmiati dai mancati controlli sulle scorie che stanno ammazzando un’intera popolazione, indicesse un evento a favore dell’aria pulita, in quanti se la sentirebbero di
partecipare? (Non aspetto la risposta, credo che non mi piacerebbe)

Ci regalano salsicce fatte con la nostra carne, dicono dalle mie parti.
E noi tutti contenti, a leccarci le ossa.

Juan gelman – Sulla poesia

G

Sulla poesia

ci sarebbero un paio di cose da dire/

che nessuno la legge/

che questi nessuno sono pochi/

che sembrano tutti presi dal discorso della crisi mondiale/e

dal discorso di mangiare tutti i giorni/si tratta

di un discorso importante/ricordo

quando morì di fame lo zio Juan/

diceva che nemmeno si ricordava del cibo e che quindi non c’erano problemi/

ma il problema si presentò dopo/

non c’erano i soldi per la bara/

e quando finalmente arrivò il camion del Comune a prenderlo

lo zio Juan sembrava un uccellino/

quelli del Comune lo guardarono con sdegno o indifferenza/

mormoravano

che stavano sempre a disturbarli/

che loro erano uomini e seppellivano uomini/non

uccellini come lo zio Juan/soprattutto

perché lo zio si mise a cinguettare lungo il viaggio

fino al crematorio municipale/

a loro sembrò una mancanza di rispetto ed erano molto offesi/

e quando gli mollavano una sberla per farlo stare zitto/

il cinguettio svolazzava nella cabina del camion e loro sentivano che

li cinguettava in testa/lo

zio Juan era così/gli piaceva cantare/

e non credeva che la morte fosse un buon motivo per non cantare/

entrò nel forno cinguettando/ uscirono le sue ceneri e cinguettarono un po’/

e i compagni municipali si guardarono le scarpe grigie di vergogna/ma

tornando alla poesia/

i poeti oggi se la passano piuttosto male/

quasi nessuno li legge/ quei nessuno sono pochi/

il mestiere ha perso il suo prestigio/per un poeta è ogni giorno più faticoso

conquistarsi l’amore di una ragazza/

essere candidato a presidente/farsi fare credito da qualche bottegaio/

che un guerriero compia delle prodezze affinché lui le canti/

che un re paghi ogni suo verso con tre monete d’oro/

e nessuno sa se questo accade perchè sono finiti/

le ragazze/i bottegai/i guerrieri/i re/

o semplicemente i poeti/

o se sono successe entrambe le cose ed è inutile

rompersi la testa cercando una soluzione/

il bello è sapere che uno può cinguettare

nelle più strane circostanze/

zio Juan dopo morto/io ora

affinchè tu mi ami/

(Trad. di M.F.)

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Gli incapaci

homer

Una persona che aveva frequentato per un certo periodo  Giulio Andreotti (cosa che non depone in suo favore), mi raccontava che quando qualcuno chiedeva al politico per quale ragione fosse sempre  attorniato dalla peggior  gentaglia immaginabile, lui rispondeva: “per far crescere rigogliosa una pianta bisogna metterci intorno tanta merda”. 

Anche gli Incapaci, che costituiscono una sottocategoria,  sono soliti concorrere a una riuscita del genere.

Per questo  li si trova dappertutto. Basta sfogliare l’entourage di un qualsiasi politico, di destra o di sinistra. In qualsiasi grado della catena alimentare esso si trovi. Dal presidente della repubblica all’umile collaboratore di un oscuro assessore nel più anonimo degli ottomila comuni disseminati lungo lo stivale.

Ma (N.B.), il grado di incapacità di un Incapace è sempre e comunque direttamente proporzionale a quello del suo referente.

Cioè, se la capacità cognitiva di un qualsiasi politico (per quanto insignificante) equivale – mettiamo- a 4, possiamo stare sicuri che quella del suo immediato sottoposto partirà da 3, per ridursi man mano si scende nella scala di commando.

Anzi, si potrebbe dire sia proprio questa la mansione che gli si chiede di svolgere, all’Incapace di turno. Quello di non fare sfigurare il suo contraente.

 

Secondo il codice civile gli Incapaci si dividono in due categorie: assoluti e re­lativi.

 

In politica vale la stessa suddivisione, anche se possono subentrare delle variabili. 

L’Incapace assoluto è spesso  indirizzato verso  lavori di manovalanza, laddove non viene richiesta alcuna dose di improvvisazione. Viene di solito affiancato da un altro Incapace assoluto ma di grado inferiore (tra gli incapaci i gradi inferiori prevalgono su quelli superiori),  il quale in caso di blocco produttivo provvede a rimuovere immediatamente l’intoppo (di solito un punto di domanda che rischia di sbaragliare tutto l’insieme).

 

L’Incapace relativo, invece, è qualcuno che di quei punti interrogativi ne ha fatto incetta, ma si guarda bene di farlo sapere. Il suo compito è quello di dire sempre di si. Di ingoiare rospi a pranzo e cena. Di stendere tappetti di compiacimento sotto le suole di individui che non avrebbe remore a espedire nella categoria precedente.

Gli capita anche di chiedersi per quale strana ragione si trovi lì.

Ma finisce per rispondersi sempre con altre domande, che lo rimandano alla casella di partenza: Chi sono io per giudicare? Dove sarei se qualcuno non mi avessi portato qui? Se tutti mi dicono che sono un Incapace (seppure relativo) non sarà che hanno ragione?

 

In un modo o nell’altro, l’Incapace è fisiologico al potere. Anzi, si potrebbe dire che senza di lui l’apparato avrebbe i giorni contati.

Chi si batterebbe fino alla morte, come fa lui,  pur di salvaguardare la posizione dell’Incapace che lo precede nella scala gerarchica? Chi sarebbe disposto, come lo è lui, a giurare e spergiurare che quell’Incapace del suo  referente politico non ha mai avuto a che fare con la categoria degli Incapaci, né assoluti né relativi. 

 

Non sono di difficile osservazione, gli Incapaci. Basta sfogliare le biografie dei “collaboratori” nell’amministrazione cittadina, che saltano subito agli occhi. Sono quelli che quando guardi la loro storia ti chiedi: ma per quale razza di motivo stiamo pagando lo stipendio a un Incapace del genere?

E’ questo il bello dell’Incapace. Lo riconosci subito.

Scansarlo, però, è un altro paio di maniche.

In questo siamo tutti veramente incapaci.   

 

 

 

 

 

homer

Pablo Neruda – Ode alla parola grazie

neruda

Grazie alla parola
che ringrazia,
grazie e grazie
per
quanto questa parola
scioglie neve o ferro.

Il mondo appare minaccioso
finché soave
come una piuma,
chiara,
o dolce come un petalo di zucchero,
di bocca in bocca
passa
la parola grazie,
grande, a bocca piena
o sussurrata,
appena mormorata,
l’essere quindi torna al suo essere uomo
non finestra,
un certo chiarore
si spinge dentro il bosco,
ed è possibile allora cantare sotto le foglie.
Grazie, sei la pillola
contro
gli ossidi taglienti del disprezzo,
la luce contro l’altare della durezza.
Forse
anche tappeto magico
tra i più distanti uomini
sei stata.
I tuoi passeggeri
si sparpagliarono
nella natura
e ancora
nella selva
degli sconosciuti,
merci,
mentre il treno frenetico
cambia patria,
cancella frontiere,
spasiba,
accanto agli appuntiti
vulcani, freddo e fuoco,
thanks, si, grazie, e allora
si trasforma in tavolo la terra,
una sola parola l’imbandisce
splendono piatti e coppe,
risuonano forchette
e sembrano tovaglie le pianure.
Grazie, grazie
alla tua partenza e al tuo ritorno
alla salita
e alla discesa.
Ci siamo capiti, no?
tu riempi ogni cosa
parola grazie,
ma lì dove appare
il tuo piccolo petalo
si nascondono i pugnali dell’orgoglio,
e nascono due soldi di sorriso.

(Trad. di M.F.)

Juan Gelman – Pioggia

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Piove oggi, piove molto,
come se stessero lavando il mondo
il mio vicino di casa guarda la pioggia
e pensa di scrivere una lettera d’amore/
una lettera d’amore alla donna che vive con luì
e gli cucina e gli lava i vestiti e fa l’amore con lui
e assomiglia alla sua ombra/
il mio vicino non dice mai parole d’amore alla sua donna/
entra in casa dalla finestra e non dalla porta/
da una porta si entra in tanti posti/
al lavoro, in caserma, in carcere, in tutti i palazzi del mondo/
ma non nel mondo/
né in una donna/ né nell’anima/
voglio dire/ in quel cassetto o nave o pioggia che chiamiamo così/
come oggi/che piove molto/
e fatico a scrivere la parola amore/
perché l’amore è una cosa e la parola amore un’altra cosa/
e solo l’anima sa dove entrambi s’incontrano/
e quando/ e come/
ma l’anima cosa può spiegare/
per questo il mio vicino ha delle tempeste in bocca/
parole che si schiantano contro le rocce/
parole che non sanno che c’è il sole perché nascono e
muoiono nella stessa notte in cui ha amato/
e lasciano lettere nel pensiero che lui non scriverà mai/
come il silenzio che esiste tra due rose/
o come me/ che scrivo parole per tornare
al mio vicino che guarda la pioggia/
alla pioggia/
al mio cuore esiliato/

(Trad. di M.F.)