Archive for the ‘I miei poeti’ Category

Sefiní

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Basta per questa notte

chiudo la porta

mi metto la giacca

sistemo i pezzetti  di carta nei quali non faccio altro che parlare di te

di mentire su dove sei

corpo che continuerai a tremare.

 

Mettiamo una cosa  in chiaro

se sono triste sono triste.

Sono triste perché non piove e perché sei lontana.

Sono triste perché il tè è ormai freddo e non trovo le chiavi della mia casa

perché non trovo né le mie chiavi né le mie porte.

 

Sono triste perché l’aria sussurra da lontano

e si fa attendere come fa il futuro

sono triste perché il destino mi ha proposto

un richiamo dei desideri impossibili

e mi rifiuto di ignorare la proposta

e perché la vita si rifiuta di lasciare che se ne vadano chissà dove.

 

Sono triste perché non riesco a smettere di credere nel coraggio dei deboli e dei codardi

che è come dire che vinceremo.

Sono triste perché il mondo continua a fare i suoi giri

e io mi rifiuto di girare la schiena e di guardare il passato con occhi solenni

con capricci di esilio

e per quelli che non riescono a fare la pace con i miei prima e i loro prima

oggi distanti

 

Sono triste per quelli che non mi lasciano riposare nei loro oblii

perché non posso andarmene in qualche posto lontano senza lasciare spazi vuoti

sono triste perché sei umano e così ti voglio

con i tuoi sbagli, le tue partenze strepitose,  le tue cadenze eterne

 

Sono triste perché fallisci

perché confermi la mia morte, e a volte la mia vita

ma la cosa più importante

sono triste perché non piove

perché il tè si è raffreddato

e perché oggi mi congedo da te senza occhi solenni né voglie di esilio

e perché la nostalgia si fa attendere e non arriva

 

Se sono triste sono triste, non cercate di convincermi del contrario.

 

Dopo tanto tempo torno a comparire…  questo sono io.

 

Juan Gelman

(Trad. di Milton Fernàndez)

BOLERO – JULIO CORTÁZAR

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Quanto è sciocco immaginare

che io possa darti tutto, l’amore e la gioia,
gli itinerari, la musica, i giocatoli.

Certo, è così:
posso darti tutto ciò che è mio, è vero
ma tutto ciò che è mio non ti basta
come a me non basta
tutto ciò che è tuo.

Per questo non saremo mai
la coppia perfetta, da cartolina,
se non siamo capaci di accettare
che soltanto nell’aritmetica
il due può nascere dall’uno più uno.

Da qualche parte
un bigliettino annuncia:

sei stata sempre il mio specchio,
voglio dire che per vedermi avevo bisogno di guardarti.

E poi questo frammento:

La lenta macchina del disamore
gli ingranaggi del riflusso
i corpi emigrando dai cuscini
dalle lenzuola, i baci

in piedi davanti allo specchio s’interrogano
ognuno se stesso
non più guardandosi tra di loro
non più nudi l’uno per l’altro,

ho smesso di amarti,
amore mio.

(da “Tranne il crepuscolo”, 1985)

Trad. di M.F.

Fernando Pessoa – La stanchezza

Pessoa

Quello che c’è in me è soprattutto stanchezza

non di questo o di quello

e neppure di tutto o di niente:

semplicemente stanchezza, in sé,

stanchezza.

La sottigliezza delle sensazioni inutili,

le passioni violente per nulla,

gli amori intensi per ciò che si presume in qualcuno,

tutte queste cose –

queste e ciò che in esse manca fatalmente –

tutto quanto mi produce stanchezza,

questa stanchezza,

stanchezza.

 

C’è senza dubbio chi ama l’infinito,

c’è senza dubbio chi desidera l’impossibile,

c’è senza dubbio chi non vuole niente –

tre tipi di idealisti, e io nessuno di questi:

perchè io amo infinitamente il finito,

perchè io bramo impossibilmente il possibile,

perchè io voglio tutto, e ancor di più, se fosse dato ,

e anche se non lo fosse…

E il risultato?

Per loro la vita vissuta o sognata,

per loro il sogno sognato o vissuto,

per loro la media fra tutto e niente, cioè la vita…

Per me solo una grande, una profonda,

e, ah, con quale felicità, infeconda stanchezza,

una superbissima stanchezza,

issima, issima, issima,

stanchezza…

 

da Poesie di Alvaro de Campos

(Trad. di M.F.)

Domingos con sabor a mate.

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Invictus
Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come l’abisso da un emisfero all’altro,
ringrazio qualunque divinità esistente
per il dono della mia anima invincibile.
Nella feroce morsa delle circostanze
non ho arretrato, né chiesto pietà.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio corpo è insanguinato, ma indomito.
Oltre questo luogo di furore e lacrime
incombe il solo Orrore delle ombre
eppure la sfida degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretta sia la porta,
quanto carica di punizioni la sentenza.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
William Ernest Henley
(Trad. di M.F.)Nella foto: Josè Mujica, presidente dell’Uruguay.

Juan Gelman – Quel che succede

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Ti diedi il mio sangue, i miei suoni,
le mie mani, la testa
ti diedi qualcos’altro, la mia solitudine, quella grande signora,
come un giorno di maggio dolcissimo d’autunno,
e ancor di più, tutto il mio oblio,
affinché tu lo smantelli e resti nella notte,
nella tempesta, nella sventura,
e qualcos’altro ancora, ti diedi la mia morte,
vedrò risalire il tuo viso tra il flusso delle ombre,
e non riesco tuttora a circondarti, continui ad accrescerti
come un fuoco,
e mi distruggi, mi costruisci, sei oscura come la luce.

Juan Gelman
(Trad. di M.F.)

Mario Benedetti – Difendere l’allegria

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Difendere l’allegria

difenderla dallo scandalo e dalla rutina
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e quelle definitive

difendere l’allegria come un principio
difenderla dagli incubi e dagli sgomenti
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e i gravi diagnostici

difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e la malinconia
dagli innocenti e dai colpevoli
dalla retorica e dagli infarti
dalle epidemie e dalle accademie

difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicidi
dalle vacanze e dalla fatica
dall’obbligo di essere allegri
dalla brina e dall’opportunismo
dai trafficanti dell’allegria

difendere l’allegria come un diritto
difenderla da dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalla pena
dall’azzardo
difenderla
persino dall’allegria.

(Trad. di M.F.)

 

Julio Cortàzar – Se devo vivere

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Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che in mezzo all’opulenza
si alzi il ramoscello della tosse, abbaiando
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, mi si incollino
le lenzuola nelle dita, e niente mi dia pace.
Non imparerò certo per questo ad amarti meglio,
ma sfrattato dalla felicità
saprò quanta me ne davi soltanto per il fatto di essermi vicina.
Questo credo di capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina sotto l’arco
affinché quelli che si riparino nel portico possano capire
quella luce nella sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fenditura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa assunta avversità
nascerà lo sguardo che potrà un giorno infine
meritarti.

Julio Cortàzar
(Trad. di M. F.)