Archive for agosto 2011

La Casta diva

Diciamo che i frequentatori abituali delle serate liriche sono diventati, plauso più plauso meno, perlopiù di bocca buona. Un bravoo ben impostato non si nega oramai a nessuno, qualcuno che grida al capolavoro si rimedia sempre – e a buon mercato – non di rado trovansi, disseminati ad arte lungo la platea brividi, palpiti, sussulti, e tanta, tantissima pelle d’oca, che dicasi quel che si dica non passa mai di moda; da evitare il bis, però, che è superato, da quanto dicono al paganini risultava indigesto quindi chiederlo sarebbe di una cafonaggine imperdonabile e dio ci guardi dal fare la figura del cioccolataio dinanzi a cotanta magnificenza.

Ci sono in Italia i grandi teatri, fiori all’occhiello della vecchia signora, ci sono anche i medi, i piccoli e i piccolissimi, che sarebbero nient’altro che i gradini adoperati dalla Casta nel loro fisiologico arrembaggio ai primi, cioè al potere vero: camerino in mogano, genialità indiscussa, autista di ordinanza, albergo in centro e residenza a Montecarlo, come si conviene ai notabili dal talento certificato.
Ci sono poi dei paesini che si risvegliano dalla loro siesta ancestrale una volta l’anno. Fosse per loro continuerebbero a sonnecchiare in santa pace, ma come contrastare quella baraonda di canora mondanità che gli è piombata addosso non appena qualcuno intravide la possibilità di creare un festival lirico estivo in onore a un tale, di professione musicista, che tra quelle mura vide la luce qualche secolo orsono e lì visse giusto il tempo di fare i bagagli e partire alla ricerca di fortuna su lidi un tantino più promettenti, oppure qualche edificio di pubblica utilità dalle sorti alterne scelto sempre da quel qualcuno, con inveterato ottimismo, come sede naturale dell’ennesima Norma in giro per la penisola,  la millesima  Cio-cio-san, gli eserciti di violette, leporelli, pollioni, tosche, despine, papageni, turiddu, pagliacci, barbieri, tabarri, trovatori, e chi più ne ha più ne metta, che il catalogo sarà lungo e variegato ma sempre quello è?

Gli edifici teatrali italiani non hanno pari al mondo, è risaputo. Neanche i loro occupanti occasionali.
Al piano più alto si trovano i Sovrintendenti. Questi sono (perlopiù), come direbbe Cyrano de Bergerc, inarrivabili esempi di agilità dorsale. Degli enigmatici felini dai trascorsi frastagliati. Sul loro arrivo in cima all’albero si possono azzardare opinioni ma nessuno ne ricaverà mai una certezza. Fatto è che là sono, e di scendere non ne vogliono sapere.
Appena sotto dimorano i Direttori artistici. Coriacei pure loro. Incappano non di rado nei tranelli dell’umana incomprensione ma in un batter d’occhio eccoli di nuovo in pista e in dirittura d’arrivo a qualche nuova agognata meta.
Qualcheduno lo si poteva trovare, una ventina d’anni fa, solidamente insediato a Milano. Caduto in un buco nero di quelli disseminati lungo i bilanci, te lo ritrovavi l’anno venturo a Bologna, da dove veniva cacciato a furor di coro, orchestra, maestranze e compagnia bella, quindi approdava a Firenze, da dove, e poi a Jesi, da dove, e a Verona, da dove,  e….
Insomma, se c’è una qualità che bisogna riconoscere ai Direttori Artistici italiani e che non riescono mai a perdere il posto. Neanche se volessero, scommetto. Sono nati così, con la qualifica incorporata, e succeda quel che succeda, quello sono e quello rimangono, checché ne dicano disfattisti, ignoranti e figli di buona donna.
I Registi d’opera lirica conformano una sorta di categoria protetta, a denominazione d’origine controllata. Alla mancanza di scuole nelle quali imparare il mestiere, suppliscono i registi più anziani, già in carriera, con un’offerta di reciproca assistenza. L’aspirante-regista-assistente diventa così una sorta di badante tutto fare, occupazione che, se svolta con la debita dedizione lo porterà prima o poi ad apporre la sua firma su qualche allestimento secondario sempre sotto la attenta supervisione del patrocinatore, il quale infine, in segno di riconoscimento, gli farà dono della propria libertà, cioè di considerarsi a sua volta Regista, di pensare con la propria testa, e di prendere a suo servizio qualche giovane aspirante in qualità di assistente ecc ecc, in modo che il cerchio non venga mai spezzato. Tutto ciò dopo avere speso a suo favore qualche buona parola con il Direttore Artistico di cui sopra, e con il Sovrintendente di cui più sopra, i quali si trovano perennemente in debito, o a credito, con gli altri due, motivo per il quale una sistemazione per il figliolo di turno si trova sempre, che una mano lava l’altra e tutte e otto puliscono la facciata.
Fattore non trascurabile in tutta la circumnavigazione dell’aspirante regista, è il fatto che dal capostipite in giù, il valore intrinseco va di solito in diminuendo. Coloro che a forza di talento avessero rischiato di offuscare la stella del fondatore della stirpe vengono seduta stante depennati, quelli che vanno avanti si trascinano il marchio di fabbrica vita natural durante, dopo tutto sono allievi di un unico precettore, e costui sa bene che la sua permanenza in vita passa in parte dall’esperienza personale e in tanto dalla saggezza intrinseca nei vecchi proverbi, che la sanno lunga e ccà nisciuno è fesso.

Parlando delle categorie che gravitano nell’orbita dell’opera lirica, una delle più prolifiche è, senz’ombra di dubbio, quella dei maestri. Se ne trovano d’ogni risma, stazza e provenienza. C’è il maestro stabile, il maestro sostituto, il maestro collaboratore, il maestro suggeritore, il maestro di sala, il maestro alle luci, il maestro preparatore, il maestro assistente, il maestro del coro… e via dicendo, a esaurimento scorte.
Poi, ma direi innanzi a tutti, vengono Regista e Direttore d’orchestra, i quali spesso si contendono all’ultimo sangue quell’articolo fondamentale che permette loro (una volta defenestrato l’altro) di diventare IL maestro, unico e inscindibile, colui del quale come si sa non ce n’è che uno perchè tutti gli altri son nessuno.
Come dicevo, la quantità dei maestri cresce in modo esponenziale, tra i ridenti giardini della lirica. Siccome una delle peggiori offese che si possono recare a chicchessia è quella di apporre un Signore davanti al nome, per non sbagliare si finisce per dare del maestro persino al pompiere di turno, il quale una volta insignito del titolo potete stare sicuri non se ne spoglierà mai più, crollasse giù il tetto insieme al Sansone e a tutti i filistei.

A ben vedere, è quasi tenera la Casta diva. Un esercizio di potere in scala minore, lo specchio sonoro del paese, il plastico di uno spettacolo alla Svoboda in cui nulla è vero, ogni cosa transitoria, e il tempo di ciascuno si consuma, pressappoco, in un batter di mani.
Frastornata tra conti e conticini, finte lealtà, compravendite, bassezze, risentimenti, però, ogni tanto spunta la Magia, con la sua musica vera. Talmente alta da non badare ai compromessi dei critici, comperati un tanto all’etto, all’ingordigia delle agenzie, alla meschinità di chi compensa la propria mancanza di talento col baratto sociale, le ignobili ingerenze dei politici, dei massoni, dei vescovi, l’umiliante servilismo dei cortigiani…
Per lei, varrebbe la pena di battersi ancora, contro tutti i mulini dentro i quali continuano a nascondersi i giganti con i loro piedi di argilla, quelli che soltanto un povero cavaliere della triste figura, afflitto da lucida follia, era in grado di individuare.
Quella magia che rimarrà, più vera che mai, una volta smaltita la sbornia.