Archive for the ‘Appunti dal mondo’ Category

Haiti

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Ad Haiti sono morte più di mille persone. E’ successo pochi giorni fa. Quasi nessuno si è reso conto.
Di Haiti non ce ne può fregar di meno. Nemmeno sappiamo dove stia, che lingua si parli, che razza di religione si professi, quale sia la sua storia.
Eppure la storia di Haiti dovrebbe essere studiata in tutte le scuole del pianeta, non appena si arriva alla parola Libertà.

Perché è stato Haiti, laggiù, nel sud del mondo, il primo paese ad abolire un’aberrazione chiamata schiavitù. Tre anni prima degli inglesi, che riempirono enciclopedie e siti internet proclamando la loro primogenitura.

Come si può pensare che Haiti sia primo in qualcosa?

Disprezzato da tutti i governi del mondo conosciuto, quel peccato originale di libertà incondizionata non gli fu mai perdonato.

Per Thomas Jefferson, insigne figura della democrazia “americana”, e proprietario di migliaia di schiavi, Haiti era sinonimo di cattivo esempio; avvertiva che “bisognava confinare la peste in quella maledetta isola.”

Nel Brasile negriero si chiamò Haitianismo il disordine e la violenza.
E molti paesi sviluppati del vecchio mondo conclusero che quella vocazione di indipendenza derivasse da un’eredità selvaggia proveniente dall’Africa. Bisognava tarpare quelle ali. Debellare il morbo.

Da allora, quando si vuole spaventare un bambino, ad Haiti, si dice che sta arrivando l’uomo bianco.

Nel 1804 si ribellarono alle truppe di Napoleone Bonaparte, inviate a restaurare la schiavitù. Vinsero e si proclamarono nazione.
La Francia passò il conto. Quella umiliazione doveva essere pagata a caro prezzo.
Haiti doveva pagare la colpa di volere essere libero. Ci mise cent’anni a spegnere il mutuo. Quando versò l’ultimo franco, apparteneva ormai alle banche degli Stati Uniti.

Nel 1915 i Marines sbarcarono nell’isola. Arrivarono con le valigie, come chi vuole restare a lungo. Infatti, non se ne andarono mai più.
Nel giro di pochi giorni la Banca Nazionale passò ad essere una succursale della Citibank di New York.

Ci fu qualche conato di resistenza, ma i ragazzi del nord sanno come estinguere un incendio. Il capo insorgente Charlemagne Péralte fu inchiodato sulla porta della sua casa. Una volta scardinata, quella porta fu esibita sulla piazza pubblica, a futura memoria.

Tra un regime e l’altro, col timone ben saldo tra le mani della “più grande democrazia del mondo” che dopo lo schiaffo di Cuba dorme con un occhio solo, diventò forse il paese più povero di quel mondo.

I contadini divennero mendicanti o contrabbandieri. Alcuni s’improvvisarono “balseros”, cioè traghettatori di umanità verso il miracolo di un mondo che da quella sponda appare scintillante.
Il riso che produce lo comperano gli Stati Uniti. Son sempre loro che stabiliscono i prezzi e le modalità di consegna.

Quel poco che resta cerca di riempire la fame di una popolazione ormai allo stremo.

Pochi giorni fa è arrivato Matthew. Un uragano dalla forza di diversi ordigni nucleari che, come capita con gli ordigni nucleari, non colpiscono mai chi li produce.
Nella produzione di gas inquinanti che provocano l’innalzamento della temperatura delle acque – all’origine dei queste catastrofi per niente “naturali”, Haiti viene, per forza di cose, unanimemente scagionata. Il suo indice di inquinamento del pianeta è tra i più bassi che si possano registrare.

Eppure è lì, ancora una volta a terra.
Qualcosa come mille morti, si dice (noi non ne abbiamo visto neanche uno), e subito dopo è arrivato anche il colera; mancano viveri, medicinali, acqua potabile, coperte…

“Morti ad Haiti…”, intitolava un quotidiano nazionale qualche giorno fa “…ma la Florida tira un sospiro di sollievo… “

Di Haiti non ce ne può fregar di meno. A proposito, dove resta?, che lingua si parla?, che razza di religione professano da quelle parti?, da quale storia vengono…?

La storia del mondo, pressappoco.

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ARTURO PÉREZ REVERTE – Quella gentaglia

Mi capita di passare spesso dalle parti del Palazzo del Congresso, camminando sul marciapiede opposto e non di rado di incappare in qualche parlamentare. Ci sono macchine blu con  autisti e guardie del corpo, giornalisti che sferrano l’ultimo colpo di piuma accanto all’inferriata e una torma di individui di entrambi i sessi, incravattati  e azzimati, che escono dal recinto con l’aria che ben potete immaginare. Non riesco mai a identificarli visto che quasi non guardo i telegiornali; ma l’uccello si riconosce dai suoi escrementi.

Si pavoneggiano gravi, importanti, sicuri del loro ruolo nei destini della nazione, mentre s’incamminano verso la macchina o il ristorante in cui continueranno a tracciare le linee guida della politica nazionale e periferica.

Molti di loro escono impettiti e arroganti come stelle del cinema, con gli abiti su misura, le scarpe di marca e le maniere artificiose dell’appena arricchito. Opportunisti arrampicatori che ogni mattino si guardano allo specchio per confermare  la propria esistenza in vita e per celebrare la loro buona fortuna. Deputati, niente meno. Senza aver mai ottenuto, alcuni di loro, nemmeno la maturità. Senza aver mai lavorato un solo giorno nella loro vita. Ignorando completamente cosa vuol dire mettere la sveglia e dover timbrare il cartellino alle nove del mattino, o cercarsi un lavoro al di fuori della protezione del partito politico al quale si affiliarono saggiamente da ragazzi. Senza paura delle code all’ufficio collocamento. Senza scrupoli e senza vergogna.

E in ogni occasione, quando mi capita di incrociare quella sfilata ignobile, quell’ esibizione di prepotenza assurda, provo una intensa irritazione; un malessere intimo, fatto di indignazione e di disprezzo.

Non è un atto ponderato, beninteso. È soltanto viscerale. Sprovvisto di razionalità. Uno scoppio di collera interiore. La voglia di avvicinarmi a uno qualsiasi di loro e di mandarlo a fare in culo insieme a tutta la sua progenie.

So di essere eccessivo. Che ci sono stati sempre dei giusti perfino a Sodoma. Gente onesta. Politici decenti la cui esistenza è neccesaria. Non dico di no. Ma sto parlando di sentimenti, non di ragione, di impulsi. Io non posso scegliere come mi sento. Cosa mi salta in testa. Ma qualcosa dev’essere successo se a un cittadino di 57 anni in pieno uso delle sue facoltà mentali, con un’esistenza ordinata, una cultura adeguata, intelligenza nella media e ampia quanto ragionevole conoscenza del mondo, gli sale il sangue alla testa mentre assiste alla sfilata dei deputati che escono dal parlamento. Quando la nausea e la collera sono così intense. La cosa mi preoccupa, senz’altro. Continuo a camminare mentre mi domando cosa cavolo stia succedendo. Fino a che punto gli anni, la vita che ho condotto in altri tempi, i libri che ho letto, il panorama attuale, contribuiscono a farmi vedere le cose in modo così cupo. Così aggressivo e pessimista. Perchè quando li guardo mi sembra di avere a che fare con della gentaglia, nonostante sia convinto che tra di loro ci sono delle persone assolutamente onorevoli? Perché, dall’ammirare e rispettare coloro che occuparono quelle stesse poltrone fino a venti o trenta anni fa, sono passato a disprezzare in tal modo i loro mediocri ed esaltati successori? Perché qualche dozzina di analfabeti irresponsabili, paghi di se stessi, senza distinzione di partito o di ideologia, possono arrivare a amareggiarmi in un solo istante, e in maniera così acuta, il giorno, il paese e la vita.

Forse perchè li conosco, concludo. Non uno per uno, certo, ma l’intera mandria. La casta generale. Gli ho osservati per anni, qui e altrove. Sono stato nei boschi delle croci di legno, nei vicoli senza uscita ai quali portano le loro irresponsabilità, le loro corruttele, le loro sfrenate ambizioni. La loro atroce mancanza di cultura e di un qualsiasi scrupolo. Conosco le conseguenze. E so come si muovono oggi, adattandosi al loro tempo e al loro momento. Lo sa chiunque abbia occhi per guardare. Chiunque legga e guardi. Un giorno, se mi troverete con l’animo giusto, vi racconterò come se la giocano. Come è dove mangiano e a spese di chi. Come si distribuiscono fette, privilegi e macchine blu. Come organizzano tra di loro, in commissioni e visite istituzionali che a nessuno fregano un bel niente, spudorati viaggi turistici che poi vengono pagati dai contribuenti. Come si sono manipolati  – e lì non ci sono discrepanze ideologiche – il privilegio di prendere la massima pensione dopo soltanto 7 anni sulla loro poltrona, di fronte ai 35 (o 40 N.del T.) di onesto lavoro necessari a un comune cittadino.

Come coloro che oggi sono ministri si troveranno, al momento di ritirarsi, delle solide pensioni in tasca, cospicui vitalizi e indennizzi mensili pari al 100 per cento della loro remunerazione al momento di lasciare l’incarico, versati direttamente sul conto e senza dover sorbirsi code allo sportello, dal primo giorno.

In ogni modo, per oggi è sufficiente. Ed è finita inoltre la pagina. Avevo voglia di sfogarmi, questo è quanto. Di sgorgare miasmi picchiettando sui tasti, e così ho fatto. Un’altra volta sarò più coerente. Più regionevole e obbietivo. Forse. Ora, quanto meno, quando li incrocio sulla via che porta al parlamento, alcuni di loro sapranno cosa mi passa per la testa.

ARTURO PÉREZ REVERTE, Scrittore.

(Trad. di M.F.)

In onore di Sakineh – La pena di morte nel mondo – (Per le anime pie che hanno appena scoperto la sua esistenza)

I razzisti e l’America del corporativismo giustificano con sempre maggior convinzione l’uso della pena di morte e la costruzione di carceri di massima sicurezza, poichè le carceri sono parte del loro sistema di di sfruttamento. I detenuti sono una forza-lavoro gratuita.

La pena di morte continua ad uccidere minori e malati mentali, benchè questo sia espressamente proibito dalla legge internazionale. L’ultimo emblema che attende i condannati a morte americani è una croce sulla quale non si può apporre il nome. Solo una X su una croce bianca ricorda che la persona è stata giustiziata. Molti condannati a morte si ammalano con facilità a causa della depressione e delle condizioni igieniche terribili.

In Oklahoma, Jim Fitzgerald ha avuto una gamba fratturata dalle guardie carcerarie che “volevano dargli una lezione”. L’Oklahoma sta anche cercando di abbassere l’età minima per essere condannati a morte.

In Illinois, John Pecoraro, è da mesi in isolamento. Le guardie gli hanno sequestrato i pennelli con cui dipingeva in quanto “arma impropria”.

In Florida, lo scorso giugno, le guardie carcerarie hanno ucciso a calci il prigioniero Valdez. Lo scorso luglio, Allen Davis ha dovuto essere trasportato alla sedia elettrica su una carrozzella. Una giornalista ha assistito alla sua esecuzione ed è rimasta atterrita: Davis ha buttato sangue dalla bocca ed è morto tra atroci sofferenze. Pesava quasi 200 chili, era incapace ormai di muoversi ma la legge lo considerava “pericoloso socialmente”. Tra pochi giorni in Florida verrò ucciso Provenzano, un altro malato di mente e subito dopo verrà ucciso Paul Scott, assolutamente straneo al delitto di cui è accusato. Lo sanno perfino i giudici, ma il governatore si è rifiutato di riaprire il suo processo.

In Tennessee lo scorso 10 maggio, Jeff Dicks è morto nella sua cella dopo una detenzione di 21 anni e vari rinvii. Le autorità del carcere si giustificano dicendo che il regolamente non consente di attuare terapie sui condannati, in quanto consente solo la somministrazione di palliativi che possono dare un sollievo momentaneo.

In Missouri, il presidente dell’Unione Lavoratori è in carcere da mesi, in isolamento totale. Jerome White-Bey è accusato di attività sovversive. Non gli sono state date spiegazioni se non che il numero dei reclami che White-Bey inoltrava aveva motivato questo provvedimento. Jerome non ha violato neanche uno dei regolamenti assurdi del carcere, ma è tuttora isolato. Da anni prestava la sua opera per aiutare i malati di mente in carcere, i giovani, ecc.

In Montana, LeRoy Schweitzer è stato sottoposto a raffreddamento. La temperatura della sua cella è stata portata a -25 . Il ragazzo è stato messo nudo nella cella gelata e “raffredato” per spezzarne la resistenza. Gli è stato negato ogni contatto con la famiglia.

In Texas gli abusi sui condannati a morte sono quotidiani. Spesso i condannati chiedono di essere aiutati a far conoscere la realtà della loro vita quotidiana. Nessun condannato a morte in Texas ha la possibilità di mantenere parte della sua dignità. La morte comincia anni prima dell’esecuzione. I condannati vanno a morire dopo aver vissuto anni in condizioni di degrado. Lon scorso anno, in luglio, Emile Duhamel è stato trovato morto sul pavimento della cella. Duhamel soffriva di demenza ed era sordo. Da libero, era entrato ed uscito di continuo da ospedali per malattie mentale. Almeno 30 degli stati americani non hanno una vera legge che stabilisca che non si possano uccidere i malati di mente. Il prossimo 13 gennaio in Texas verrà giustiziato Johnny Paul Penry, gravemente malato di mente. Io stessa ho avuto due colloqui con questo detenuto, che pare non comprendere neanche le più elementare nozioni. Nonostante questo, la Corte Suprema già nel 1989 aveva stabilito che giustiziare i malati di mente non è contro la legge. L’Associazione Americana dei Ritardati Mentali ha protestato, ma la loro protesta non è stata ascoltata. Terry Washington, con una comprensione pari a quella di un bambino di sei anni, è stato giustiziato il 6 maggio 1997. Johnny Frank Garrett, nonostante gli appelli alla clemenza, è stato giustiziato. Non è MAI stata chiesta una commutazione di sentenza in Texas. Molte esecuzioni hanno avuto per protagonisti degli innocenti.

Molti passano la notte ad urlare. Chi mostra disagi mentali è sotto continua sorveglianza, molti vengono picchiati a sangue dai loro carcerieri. Uno di loro avuto le mani fratturate dalle guardie che gli avevano sequestrato anche il bicchiere per impedirgli di bere. Le guardie carcerarie svegliano i detenuti ogni 40 minuti e chiedono la loro identità interrompendo il loro sonno e causando altre turbe mentali. Le donne condannate a morte in Texas subiscono irruzioni nelle celle ogni notte. Le guardie lanciano lacrimogeni nelle celle senza motivo (celle di poco più di due metri). I condannati a morte in Texas sono oltre 400. Il governatore dello Stato è stato sorpreso da un giornale locale a fare l’imitazione di Karla Tucker, mentre scimmiottava simulando una voce femminile : “non uccidetemi!”.

Le donne nel braccio della morte devono lottare quanto gli uomini. Le guardie sottopongono quotidianamente le donne condannate a morte a violenze sia fisiche che verbali. Nessuna di loro ha la possibilità di avere accesso alle cure mediche se non dopo giorni e giorni di richieste. L’igiene delle celle è inesistente.

Con il sostegno di un forte movimento molte esecuzioni potrebbero essere almeno ritardate, in attesa di una moratoria. Senza sostegno i condannati a morte non hanno speranze perchè molti non sono in grado di sollecitare attenzione sulle loro condizioni. L’estate , con una temperatura oltre i 45 gradi, i condannati possono bere acqua una sola volta al giorno. Molti esprimono il loro dolore e la loro disperazione urlando continuamente. Igiovani vengono sistematicamente e continuamente violentati. Nel 1997, 14 detenuti hanno scelto di essere giustiziati perchè era diventato per loro impossibile vivere in condizioni tanto aberranti.

Molti condannati a morte desiderano ricevere lettere. Molti condannati a morte hanno grande talento artistico. Il sostegno di amici lontani è consolante per tutti i condannati a morte.

La pena di morte in America non è una questione di “diritto interno”. Quasi tutti i paesi del mondo non giustiziano i minorenni, ma l’America ha rifiutato di ratificare il protocollo che riguarda questa questione.

La giustizia dovrebbe significare uguaglianza, ma questa uguaglianza si è fatta rarissima. La pena di morte non ha NIENTE a che vedere con la giustizia e l’uguaglianza.

Chiediamo a coloro che hanno voglia di combattere contro le mille atrocità che i quasi 4000 condannati a morte in America subiscono in continuazione di offrire la loro solidarietà scrivendo ai condannati ed aiutando la nascita di una newletters sulle condizioni nei bracci della morte americani. Chiediamo a chi può si apportare le proprie idee e la propria energia a questa lotta.

Chiunque decida di scrivere ad un condannato a morte può rivolgersi alla e-mail di questo messaggio. Presto avremo una pagina web che sarà aggiornata quotidianamente su quanto avviene nei bracci della morte.

Grazie a chi offrirà il proprio sostegno.

Bianca Cerri

Coordinatore Bannister FoundationCoalizione Italiana Contro la Pena di Morte negli U.S.A. 

I valori senza prezzo- Eduardo Galeano

 

Nascono in questi giorni, in molti paesi contemporaneamente, numerose manifestazioni popolari contro la vocazione guerrafondaia dei padroni del pianeta. Nelle strade di molte città, queste manifestazioni sono la testimonianza di un altro mondo possibile. Il mondo così com’è traspira violenza da tutti i pori ed è sottomesso a una cultura militaresca che insegna ad uccidere e a mentire.
David Grossman, che fu tenente colonnello dell’esercito degli Stati Uniti ed è specializzato in pedagogia militare, ha dimostrato che l’uomo non è naturalmente portato alla violenza. Nonostante i luoghi comuni, insegnare ad uccidere il prossimo non è un lavoretto da poco conto. L’educazione alla violenza, che imbarbarisce il soldato, esige un intenso e prolungato allenamento. Secondo Grossman, questo allenamento comincia, nelle caserme, al compimento dei diciotto anni di età. Fuori delle caserme ai diciotto Mesi di età.
Da molto presto la televisione prende ad impartire quei corsi a domicilio.
Il suo compatriota, lo scrittore John Reed, aveva capito, nel 1917, che “le guerre crocifiggono la verità”. Molti anni dopo, un altro suo connazionale, il presidente Bush Padre, il quale aveva scatenato la prima guerra contro l’Irak con il nobile proposito di liberare il Kuwait, pubblicò le sue memorie. In esse confessa che gli Stati Uniti avevano bombardato l’Irak perché non potevano accettare “che un potere regionale ostile avesse come ostaggio una buona parte delle riserve mondiali di petrolio”.
Chi lo sa, magari prima o poi il presidente Bush Figlio pubblicherà una errata corrige sulla sua personale guerra contro l’Irak.
Dove dice: “Crociata del Bene contro il Male”, deve leggersi: “Petrolio, petrolio e petrolio”
Più di una di queste errata corrige saranno necessarie. Per esempio, si dovrà spiegare che dove dice: “Comunità internazionale”, dovrà leggersi: “Capi guerrafondai e grandi banchieri”.

Quanti sono gli arcangeli della pace che ci difendono dai demoni della guerra? Cinque.
I cinque paesi che hanno diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite. E quei custodi della pace sono, inoltre, i principali fabbricanti di armi. Siamo in buone mani.
E quanti sono i padroni della democrazia?
I popoli votano, ma i banchieri vietano. Una monarchia da tripla corona unita regna sul mondo. Cinque paesi prendono le decisioni al Fondo Monetario Internazionale. Alla Banca Mondiale, comandano in sette. Nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio, tutti i paesi hanno diritto di voto, ma non si vota mai. Queste organizzazioni, che pilotano il mondo, meritano la nostra gratitudine: loro affondano i nostri paesi, ma poi ci vendono salvagenti di piombo.

Nel 1995, la American Psychiatric Association, ha pubblicato un informe sulla patologia criminale. Qual è, secondo gli esperti, il tratto più ricorrente nei delinquenti abituali? La predisposizione alla menzogna.
E uno poi si chiede: ma non è questo il perfetto identikit del potere universale?
Cosa dobbiamo leggere, ad esempio, dove dice: “Diritto al lavoro? Forse: “Diritto degli industriali a buttare nel secchio della spazzatura due secoli di conquiste operaie?
Si lavora il doppio a cambio della metà: orari di gomma, salari nani, licenziamenti facoltativi, e che Dio ci liberi degli incidenti, le malattie e la vecchiaia. Le principali imprese multinazionali, Wal-Mart y McDonald’s, proibiscono espressamente i sindacati. Chi aderisce ad uno di essi perde il posto seduta stante. Nel mondo di oggi, che punisce l’onestà e incoraggia la mancanza di scrupoli, il lavoro è oggetto di dileggio. Il potere si maschera di destino, sostiene di essere eterno, e molta gente scende dalla speranza come se questa non fosse altro che uno stanco ronzino.
Così, tanto per che non si dica che a Porto Alegre ci siamo riuniti i bastiàn contrari e i soliti risentiti, precisiamo che almeno in una cosa siamo d’accordo con i più alti dirigenti del mondo: siamo anche noi nemici del terrorismo. Siamo contro il terrorismo in tutte le sue forme. Si potrebbe proporre a Davos una piattaforma comune. E azioni comuni per catturare tutti i terroristi, le quali comincerebbero con l’attaccare su tutti i muri del Pianeta dei cartelli con la scritta Wanted:

-Wanted i mercanti di armi, che hanno bisogno della guerra così come i fabbricanti di maglioni hanno bisogno del freddo.

—Wanted la banda internazionale che sequestra paesi e non libera mai i suoi ostaggi, anche se riscuote dei riscatti multimiliardari che, nella lingua della mala, vengono chiamati: Riscossione del Debito.

—Wanted i delinquenti che in scala planetaria rubano il cibo, strangolano i salari e uccidono i posti di lavoro.

—Wanted i violentatori della terra, gli avvelenatori dell’acqua e i ladri di boschi.

—E wanted, anche, i fanatici della religione del consumo, che hanno scatenato la guerra chimica contro l’aria e il clima di questo mondo.

Il potere identifica prezzo e valore. Dimmi quanto ti pagano e ti dirò quanto vali. Ma ci sono valori che vanno al di là di qualsiasi quotazione di mercato. Non ci sono compratori, perché non sono in vendita. Sono fuori dal mercato, e proprio per questo sono riusciti a sopravvivere
Caparbiamente vivi, questi valori sono l’energia che muove i muscoli segreti della società civile. Provengono dalla memoria più antica e dal più antico senso comune.
Questo mondo di oggi, questa civiltà del si salvi chi può e del ad ognuno il suo, è malata di amnesia e ha perso il senso comunitario, che è il padre del senso comune.
In epoche remote, proprio all’alba dei tempi, quando eravamo le bestioline più vulnerabili dell’intera zoologia terrestre, quando non andavamo al di là della categoria di pasto facile alla tavola dei nostri voraci vicini , siamo stati capaci di sopravvivere, contro ogni previsione, perché siamo stati capaci di difenderci e di condividere le risorse. Oggi, sarebbe proprio il momento di ricordare quelle vecchie lezioni del senso comune.
Fare un fronte comune, mettiamo un caso, affinchè non ci rubino l’acqua. L’acqua, ogni giorno più scarsa, è stata privatizzata in molti paesi, e circola nelle mani delle grandi corporazioni multinazionali. (A quando la privatizzazione dell’aria? Ancora non la dobbiamo pagare ma visto che non siamo capaci di valorizzarla forse qualcuno potrebbe pensare che non abbiamo il diritto di respirarla)
Affinchè l’acqua continuasse ad essere un diritto e non un affare, un paese decise di
de-privatizzare l’acqua, nella regione boliviana di Cochabamba. Le comunità contadine marciarono dalle vallate e bloccarono la città. Gli risposero con le pallottole. Ma, a lungo andare, dopo tanto combattere, sono riusciti a riavere l’acqua, e con essa la possibilità di irrigare le loro semine, che il governo locale aveva consegnato ad una corporazione britannica. E questo è successo soltanto due anni fa.
Difenderci a vicenda. Parlando dell’acqua, ecco un esempio ancora più recente.
Il petrolio, come si sa, muove la società di consumo, e come pure si sa, ha della brutte abitudini. Tra altre bizzarrie, gli si riconosce quelle di rovesciare governi, provocare guerre, intossicare l’aria ed imputridire l’acqua. Non molto tempo fa, la marea nera, appiccicosa e mortale, coprì il mare e le coste della Galizia. Una nave petroliera si era spaccata a metà e aveva riversato migliaia e migliaia di litri di fuel-oil, sotto lo sguardo irresponsabile e l’impunità che sono diventati abitudini di questi tempi in cui il mercato comanda e lo Stato non controlla nulla.
E allora, davanti uno Stato cieco e un governo sordo, che non fece altro che stringersi di spalle,i muscoli segreti della società civile scatenarono la loro energia: una moltitudine di volontari affrontò l’invasione nemica a mani libere, armati di secchio e badile e di quello che erano riusciti a scovare. I volontari non persero del tempo a versare lacrime di coccodrillo né a pronunciare discorsi plateali.
Difenderci a vicenda e condividere il cibo.
Una tonnellata di vestiti e di scorte alimentarie è arrivata di recente a Tucumàn, dove ci sono dei bambini che muoiono quotidianamente di fame.
E questa spedizione solidale proveniva dai cartoneros, i poveri più poveri di Buenos Aires, che si guadagnano da vivere rovistando nei secchi della spazzatura per le strade della Capitale ma sono capaci di condividere quel poco, quel quasi nulla che hanno.
Qual è la parola più ascoltata e più pronunciata al mondo, in quasi tutte le lingue? La parola Io. Io, io, io. Ma uno studioso delle lingue indigene, Carlos Lenkersdorf, ha svelato che la parola più usata dalle comunità Mayas, quella che sta al centro del loro dire e vivere, è la parola Noi. Nel Chiapas, noi si dice Tik.
Per questo è nato e cresciuto questo Foro Sociale Mondiale, nella città di Porto Alegre, modello universale della democrazia partecipativa: per dire Noi. Tik, tik, tik.*

Eduardo Galeano
Trad.di M.F.

* Parole pronunciate al terzo Foro Sociale e Mundiale di Porto Alegre
29 gennaio 2003

Il Pepe agli intellettuali –

Il Pepe agli intellettuali – Quando mi sento orgoglioso di essere uruguayo.

Cari amici:
La vita è stata straordinariamente generosa con me.
Mi ha concesso una miriade di soddisfazioni, molto al di là di quante avrei mai osato sognare.
Sono quasi tutte immeritate. Me nessuna di esse supera quella odierna: il trovarmi qui, nel cuore della democrazia uruguaiana, attorniato di centinaia di teste pensanti.
Teste pensanti! A destra e a sinistra.
Teste pensanti ovunque si avventuri lo sguardo, teste pensanti a non finire.

Ricordate Zio Paperone, quello zio miliardario di Paperino che nuotava in una piscina piena di banconote?
Lui aveva sviluppato una sensualità fisica con il denaro.
Mi piace pensarmi come uno al quale piace immergersi in grandi vasche piene di intelligenza altrui, di cultura altrui, di saggezza altrui.
Il più altrui possibile.
Quanto meno coincidente con il mio piccolo bagaglio di conoscenze, più arricchente.
Il settimanale Busqueda usa una bellissima frase come insegna. “Quel che dico non lo esprimo come un uomo che sa, ma come uno che continua a cercare insieme a voi”
Una volta tanto siamo d’accordo.
Eccome se siamo d’accordo!
Quel che dico non lo dico come contadino istruito, né come menestrello erudito, lo dico mentre continuo a cercare, insieme a voi.
Lo dico, inseguendo la verità, perché soltanto gli ignoranti possono concepire la verità come sostanza
definitiva e compatta, mentre è soltanto materia provvisoria e gelatinosa.
Bisogna ricercarla, perché continua a nascondersi, anfratto dopo anfratto.
E povero quello che affronta da solo questa sfida.
Bisogna farlo insieme a voi, con quelli che hanno fatto del lavoro intellettuale la ragione della propria vita. Con quelli qui presenti, e con i tanti che oggi non sono qui.
In tutte le discipline
Se vi guardate intorno troverete sicuramente alcune facce conosciute perché si tratta di gente che svolge il suo lavoro in campi condivisi. Ma troverete anche moltissime facce sconosciute, visto che la regola di questa convocazione è stata l’eterogeneità.
Ci sono quelli che lavorano tra atomi e molecole e quelli che si danno allo studio delle regole della produzione e dello interscambio culturale.
Ci sono quelli delle scienze basiche e anche quelli che si occupano dei loro (quasi) antipodi: le scienze sociali; gente della biologia e del teatro, della musica, dell’educazione, del diritto e del carnevale.
E siccome non ci facciamo mancare niente, c’è gente dell’economia, della macroeconomia, della microeconomia, dell’economia comparata e persino dell’economia domestica.
Tutte teste pensanti, ma che pensano in diverso modo e che dal punto di vista delle loro diverse discipline contribuiscono a migliorare il paese.
E migliorare significa diverse cose, ma dagli accenti con cui abbiamo voluto segnare questa giornata, migliorare il paese vuol dire spingere i complessi processi che moltiplicheranno per mille la potenza intellettuale qui radunata.
Migliorare il paese significa che tra vent’anni, per un raduno come questo non basterà uno stadio.
Non perché vogliamo un paese in grado di battere primati mondiali, ma per il puro piacere di farlo.
Perché è dimostrato che, una volta che l’intelligenza acquisisce un certo livello di concentrazione in una società, diventa altamente contagiosa.

Intelligenza condivisa.
Se un giorno arriveremo a riempire gli stadi di gente consapevole sarà perché fuori, nella società, ci sono già centinaia di miglia di cittadini che hanno coltivato la loro propria capacità di pensare.
L’intelligenza che fa bene a un paese è l’intelligenza condivisa.
Quella che non è rinchiusa nei laboratori o nelle università, ma che gira per strada.
L’intelligenza adoperata per seminare, per levigare il legno, per condurre un carrello mobile o per programmare un computer.
Per cucinare, per ricevere cordialmente un turista… è la stessa intelligenza
Alcuni saliranno più gradini di altri, ma la scala è la stessa.
E i gradini di sotto sono gli stessi tanto per la fisica nucleare quanto per la conduzione di una fattoria. Per entrambe è necessario lo stesso sguardo curioso, affamato di conoscenze e prevalentemente anticonformista.
Si finisce per sapere, perché abbiamo capito quanto è scomoda la posizione di chi non sa.
Impariamo perché abbiamo il prurito di farlo, quello che ci è stato tramandato per contagio culturale, da quando schiudemmo gli occhi al mondo.
Sogno con un paese nel quale i padri faranno vedere un pugno di erba ai propri figli mentre diranno: “Sapete cos’è questo? E’ una pianta che processa l’energia del sole e i minerali della terra. “
O che segnalando il cielo stellato possano, senza rinnegare la meraviglia dello spettacolo più antico della creazione, far riflettere loro sulla velocità della luce e la trasmissione delle onde.
E non preoccupatevi, quei piccoli uruguaiani continueranno a giocare a calcio, come sempre. Soltanto che, magari una volta o l’altra, mentre vedono rimbalzare il pallone, si fermeranno a riflettere sull’elasticità dei materiali che rendono possibile un tale miracolo.

Capacità di interrogarsi

Un vecchio adagio popolare recita: “Non dare del pesce a un bambino, insegnagli a pescare.”
Oggi dovremmo dire: “Non dare un’informazione a un bambino, insegnagli a pensare.”
Da come vanno le cose, i magazzini di informazione tra poco non saranno più nelle nostre teste, ma da qualche parte dell’universo, rintracciabili attraverso internet.
In altre parole, lì possiamo trovare tutte le risposte.
Quello che non troveremo saranno le domande
E’ la capacità di interrogarsi il terreno su cui dovremo confrontarci.
Nella capacità di formulare domande feconde, che spingano a nuovi sforzi di ricerca e di conoscenza.
E questo è lì sotto, segnato fino all’osso nelle nostre teste, così profondo che quasi non ci facciamo più caso. Semplicemente impariamo a guardarci intorno con un segno di interrogazione, e quel segno diventa il nostro modo naturale di percepire il mondo.
Si acquisisce presto, e ci accompagna per tutta la vita.
E soprattutto, amici, si contagia.
In ogni tempo siete stati voi, quelli che vi dedicate all’attività intellettuale, gli incaricati di spargere il seme.
O, per dirlo meglio, con parole che ci sono molto care, gli addetti a fare scattare l’allarme.
Ma per favore, andate e contagiate.
Nessuno escluso!
Abbiamo bisogno di un tipo di cultura che si propaghi in aria, che entri nelle case, che s’infili nelle cucine, e persino nelle toilette.
Quando questo si realizza, la partita è vinta, una volta per sempre. Perché si spezza l’ignoranza essenziale che fa diventare deboli i tanti, a beneficio dei pochi, una generazione dopo l’altra.
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Josè Mujica
Presidente dell’Uruguay
(Trad. di M.F.)

Il peccato di Haiti – Eduardo Galeano


La democrazia haitiana è nata poco fa. Nel breve tempo che la vita le ha concesso non ha ricevuto altro che schiaffi.
Era appena nata, in quei giorni di festa del 1991, quando è stata subito assassinata dal golpe ordito dal generale Raoul Cedras.
Tre anni dopo è riuscita a resuscitare.

Dopo avere imposto e defenestrato diversi dittatori militari, gli Stati Uniti tolsero di mezzo e successivamente imposero nuovamente il presidente Jean-Bertrand Aristide, che era stato il primo governante eletto dal voto popolare in tutta la storia di Haiti e che aveva commesso la pazzia di sognare un paese meno ingiusto. Il voto e il veto per cancellare le orme della partecipazione statunitense nella dittatura macellaia del generale Cedras, arrivarono insieme. I marines si portarono via 160 mila pagine dagli archivi segreti. Aristide fece ritorno in catene.
Gli accordarono il permesso di recuperare il governo, ma vietarono a lui l’esercizio del potere.

Il suo successore, René Préval, ottenne quasi il 90 per cento dei voti, ma più di lui poté il potere di un qualsiasi burocrate di quarta categoria del Fondo Monetario o della Banca Mondiale.

Più che il voto, quello che conta è il veto. Veto alle riforme, ogniqualvolta Préval, o uno qualsiasi dei suoi ministri chiese dei prestiti internazionali per dare da mangiare agli affamati, lettere agli analfabeti o terra ai contadini, non incassò risposte, e quando invece queste sono arrivate la consegna è stata: Impari a recitare la lezione.

E siccome il governo haitiano non riesce mai a impararla del tutto, quella lezione, si procede a smantellare i pochi servizi pubblici che rimangono, estremi poveri ripari per uno dei popoli più dissanguati del mondo, e i professori dichiarano bocciati i concorrenti.

L’alibi demografico: Alla fine dello scorso anno quattro deputati tedeschi visitarono Haiti. Non appena arrivati furono colpiti dalla miseria di quel popolo. Allora l’ambasciatore tedesco spiegò quali erano, secondo lui, le radici del problema: Questo è un paese sovrappopolato – disse. La donna haitiana vuole sempre, e l’uomo haitiano sempre può. E rise. I deputati restarono in silenzio.
Quella notte, uno di loro, Winfried Wolf, consultò le cifre.
E confermò che Haiti è, infatti, insieme a El Salvador, il paese più sovraffollato delle Americhe. Tanto sovraffollato quanto la Germania, però: infatti ha la stessa quantità di abitanti per chilometro quadrato.

In quei giorni ad Haiti, il deputato Wolf non fu soltanto colpito dalla miseria, ma anche della capacità di produrre bellezza dei pittori popolari.
E arrivo alla conclusione che Haiti è sovrappopolato…di artisti.

In realtà la scusa demografica è più o meno recente. Fino a qualche anno fa, le potenze occidentali parlavano in termini più chiari.
La tradizione razzista statunitense invase Haiti nel 1915 e governò il paese fino al 1934. Si ritirò non appena riuscì a portare a termini i suoi due obbiettivi: riprendersi il debito della City Bank e derogare l’articolo costituzionale che vietava di vendere le piantagioni agli stranieri.

Allora Robert Lansing, segretario di Stato, giustificò la lunga e feroce occupazione militare spiegando che la “razza negra” è incapace di governare sé stessa, che ha una “tendenza inerente alla vita selvaggia e un’incapacità fisica di civilizzazione”.
Uno dei responsabili dell’invasione, William Philips, aveva covato tempo prima questa illuminata idea: “Questo è un popolo inferiore, incapace di conservare la civiltà lasciata loro dai francesi”.

Haiti era stata la perla della corona, la colonia più ricca di Francia: un’enorme piantagione di canna di zucchero con mano d’opera schiava. Nel suo Lo spirito delle leggi, Montesquieu lo aveva spiegato senza peli sulla lingua: “Lo zucchero sarebbe troppo caro se non lavorassero gli schiavi nella sua produzione. Detti schiavi sono neri dalla testa ai piedi e hanno il naso così schiacciato che è quasi impossibile provare pietà per loro. Risulta impensabile che Dio, che è un essere molto saggio, abbia concesso un’anima buona a un corpo interamente nero”
Il buon Dio, però, aveva messo una bella frusta nella mano del caporale. Gli schiavi non si distinguevano per la loro volontà di lavoro. I neri erano schiavi per natura, e vagabondi per natura, e la natura, complice dell’ordine sociale, era anch’essa opera di Dio: Lo schiavo quindi doveva servire il padrone e il padrone doveva punire quello schiavo che non dimostrava il minore entusiasmo quando arrivava l’ora di compiere il disegno divino.

Karl von Linneo, contemporáneo di Montesquieu, aveva tracciato un ritratto del nero con precisione scientifica: “Vagabondo, indolente, negligente, fannullone y de costumi dissoluti”. Più genericamente, un altro suo contemporaneo, David Hume, aveva stabilito che “il negro può arrivare a sviluppare certe abilità umane, come il pappagallo che riesce a riprodurre alcuni fonemi.”

L’umiliazione imperdonabile:
Nel 1803 i neri di Haiti propinarono un sonoro schiaffo alle truppe di Napoleone Bonaparte, e l’Europa si legò al dito quest’umiliazione inflitta alla razza bianca.

Haití è stato il primo paese libero delle Americhe. Gli Stati Uniti avevano conquistato prima la loro indipendenza, ma mezzo milione di schiavi lavoravano ancora nelle piantagioni di cotone e di tabacco.

Jefferson, che era proprietario di schiavi, diceva che tutti gli uomini sono uguali, ma sosteneva anche che i neri “furono, sono e saranno esseri inferiori”.

La bandiera degli uomini liberi si innalzò quindi tra le rovine. La terra haitiana era stata deturpata dalla
coltivazione intensiva dello zucchero e devastata dalle calamità prodotte dalla guerra contro la Francia, nella quale una terza parte della popolazione aveva perso la vita.
Cominciò allora l’ostracismo. La nazione appena nata fu condannata alla solitudine. Nessuno le comperava, nessuno le vendeva, da nessuno era riconosciuta.
Aveva commesso il delitto di Dignità.

Nemmeno Simòn Bolivar, dal provato coraggio, ebbe il valore del riconoscimento diplomatico del paese nero. Bolìvar era riuscito a riprendere la sua lotta per l’indipendenza americana una volta sconfitto dalla Spagna, proprio grazie all’appoggio di Haiti.

Il governo haitiano aveva consegnato a lui sette navi e molte armi e soldati, all’unica condizione che Bolivar liberasse gli schiavi; un’idea che al Libertador non era venuta in mente. Bolivar rispettò i patti, ma dopo la sua vittoria, quando governava già la Gran Colombia, diede le spalle al paese che lo aveva salvato. E quando convocò le nazioni americane alla riunione di Panama, invitò l’Inghilterra ma si dimenticò di Haiti.

GLi Stati Uniti riconobbero Haiti soltanto sessant’anni dopo la guerra di indipendenza, proprio mentre Etienne Serres, un genio francese dell’anatomia, scopriva a Parigi che i negri sono primitivi perché hanno poca distanza tra l’ombelico e il pene.

Allora Haiti era già nelle mani di sanguinarie dittature militari, che destinavano i famelici redditi del paese al risarcimento del debito francese, visto che l’Europa aveva imposto al piccolo paese una sanzione pecuniaria esorbitante, reo di essersi macchiato del delitto di Dignità.

La storia del sopruso nei confronti di Haiti, che ai nostri giorni assume dimensioni di tragedia, è anche la storia del razzismo nella civiltà occidentale.

Eduardo Galeano
Trad. di M. F.

Lettera aperta al Presidente Obama – di Michael Moore


30 nov. 09
Caro Presidente Obama,
davvero vuole diventare il nuovo “Presidente della guerra”? Se lei andrà a West Point domani sera (Martedì, 8), e annuncerà che invece di ritirare le truppe in Afghanistan, esse aumenteranno di numero, lei sarà pronto a diventare il nuovo Presidente della guerra. E farà così la cosa peggiore che si possa fare, distruggendo le speranze ed i sogni di milioni di persone che hanno avuto fiducia in lei. Con un solo discorso farà divenire una moltitudine di giovani -che sono stati la spina dorsale della sua campagna elettorale- dei cinici disillusi. Dimostrerà loro che è vero quello che hanno sempre sentito dire: che tutti i politici sono uguali. Io semplicemente non riesco a credere che lei stia per fare ciò che tutti assicurano farà. La prego, mi dica che non è così.
Non è giusto fare quello che i generali gli ordinano di fare. Noi siamo un governo civile. Diciamo Noi al Joint Chiefs (Comandi dei servizi militari) cosa devono fare. Non il contrario. È questo l’insegnamento lasciatoci dal Generale Washington. Così rispose il Presidente Truman al Generale MacArthur quando quest’ultimo voleva invadere la Cina: “Lei è licenziato!”,e così fu. Lei avrebbe dovuto licenziare il generale McChrystal non appena questi si rivolse alla stampa per anticipare ai giornalisti quello che LEI avrebbe dovuto fare. (http://en.wikipedia.org/wiki/Stanley_A._McChrystal#Commander_of_Afghanistan_Forces)
Mi permetta di essere schietto: noi vogliamo bene ai nostri ragazzi delle forze armate, ma odiamo quei fottuti generali, dal Westmoreland del Vietnam fino a… sì, perfino a Colin Powell, per aver mentito alle Nazioni Unite con le sue fantasticherie sulle Armi di Distruzione di Massa (anche se da allora non ha fatto altro che cercare di riscattarsi , perché adesso si sente con le spalle al muro.).
(http://en.wikipedia.org/wiki/Weapon_of_mass_destruction)
30 anni fa, sempre un giovedì, (Giorno del Ringraziamento) i generali sovietici ebbero una brillante idea : “Invadiamo l’Afghanistan!” Bene, quello si rivelò l’ultimo chiodo nella bara dell’Unione Sovietica.
C’è una ragione per cui non chiamano l’Afghanistan “Paese Giardino” (anche se dovremmo, dato che quel corrotto del presidente Karzai, che noi appoggiamo, ha un fratello che traffica in eroina, e accumula miliardi coltivando papaveri). Il nomignolo dato all’Afghanistan è “Cimitero degli Imperi”. Se non ci crede, lo chieda agli Inglesi. Glielo farei chiedere a Gengis Khan ma ho perso il suo numero. Ho però il numero di Gorbaciov . E il + 41 22 789 1662. Sono sicuro che darebbe volentieri a lei una tiratina d’orecchi per l’errore storico che si accinge a fare.
Con il nostro collasso economico ancora in pieno furore e i nostri splendidi ragazzi e ragazze sacrificati sull’altare dell’arroganza e dell’avidità, se lei diventerà il “Presidente della guerra”. il crollo di questa grande civiltà che chiamiamo America si avvierà a tutta velocità verso l’oblio.
Gli imperi non pensano mai che la fine è vicina, finché arriva. Gli imperi pensano che accrescere la loro malvagità forzi i nemici ad arrendersi , eppure non funziona mai. In genere, vengono fatti a pezzi da questi nemici.
Scelga con attenzione, Presidente Obama. Lei più di tutti dovrebbe sapere che non é necessario che le cose girino in questo modo. Ha ancora alcune ore per ascoltare il suo cuore, e la sua lucidità di pensiero. Lei sa che mandare più soldati dall’altra parte del mondo, in un posto che né lei né loro capiscono, per raggiungere un obiettivo che né lei né loro conoscono, in un paese che non ci vuole, non porterà niente di buono. Lo può sentire dentro se stesso.
So che lei è a conoscenza del fatto che ci sono meno di un centinaio di uomini di Al-Qaeda in Afghanistan. Un centinaio di migliaia di soldati cercano di schiacciare un centinaio di ragazzi che vivono nelle caverne! Sta scherzando? Si è già ubriacato con la “bevanda ufficiale soft” di Bush?
Mi rifiuto di crederci.
La sua potenziale decisione di estendere la guerra (dichiarando di farlo per “porre fine alla guerra”) farà sì che la sua presidenza sia ricordata molto di più per questo che per qualsiasi cosa lei abbia detto o fatto nel suo primo anno. Ancora un’azione di questo genere per cercare di accontentare i Repubblicani e la coalizione degli speranzosi e dei senza speranza potrebbe dissolversi – facendo tornare questo paese nelle grinfie dell’odio prima che lei possa gridare “al lupo!”.
Scelga con attenzione, Signor Presidente. I suoi potenti finanziatori la abbandoneranno non appena fiuteranno che lei sarà presidente per un solo mandato, e che il paese tornerà nuovamente nelle mani dei soliti idioti, quelli pronti ad esaudire ogni loro desiderio. Potrebbe succedere già mercoledì mattina.
Noi, il popolo, l’amiamo ancora. Noi, il popolo, abbiamo ancora un briciolo di speranza. Ma noi, popolo, non ne possiamo più. Non ne possiamo più del fatto che lei si dia per vinto, ogni volta, quando l’abbiamo eletta con un grande, enorme margine di voti in modo che lei potesse svolgere il suo lavoro in santa pace. Quale parte della “vittoria schiacciante” é quella che non capisce?
Non s’illuda nel pensiero che mandare più truppe in Afghanistan farà la differenza, o che si guadagnerà il rispetto di quelli che ci odiano. Loro non si fermeranno finché questo paese non sarà fatto a pezzi e finché l’ultimo dollaro non sarà strappato dalle mani dei poveri odierni e dei poveri a divenire.
Potrebbe inviare anche un milione di soldati laggiù, e stia sicuro che la follia della Destra non sarebbe ancora soddisfatta. Continuerebbe ad essere vittima del loro velenoso odio radio-televisivo, perché non importa quel che fa, lei non può cambiare le cose che di lei più li fa imbestialire.
Quelli che la odiano non sono quelli che l’hanno eletta, e non è giusto che lei pretenda conquistarli, abbandonando noi.
Presidente Obama, è tempo di tornare a casa. Chieda ai sui vicini di Chicago e ai genitori dei giovani che andranno a combattere e a morire, se vogliono spendere quei miliardi e se vogliono spedire più truppe in Afghanistan. Pensa che diranno: “No, non abbiamo bisogno di assistenza sanitaria, non abbiamo bisogno di posti di lavoro, non abbiamo bisogno di case. Vada avanti, Signor Presidente, e spedisca pure la nostra ricchezza e i nostri figli all’estero, perché noi non abbiamo bisogno né dell’una né degli altri”?
Cosa farebbe Martin Luther King, Jr. al suo posto Signor Presidente? Cosa farebbe sua nonna? Non mandi più gente povera ad uccidere altri poveri che non rappresentano una minaccia per loro. Non spenda miliardi e miliardi per fare la guerra, mentre i bambini americani dormono per strada e sono lì, in piedi, a fare le file per il pane.
Tutti quelli che abbiamo votato e pregato per lei -e pianto la notte della sua vittoria- abbiamo sopportato un inferno orwelliano di otto lunghi anni di crimini commessi in nostro nome: la tortura, la sospensione dei diritti civili, l’invasione delle nazioni che non ci avevano mai attaccato, il fare saltare in aria interi quartieri dove si supponeva si nascondesse Saddam, i massacri alle feste di matrimonio in Afghanistan.
Siamo rimasti fermi, imperterriti, mentre centinaia di migliaia di civili iracheni erano abbattuti e decine di migliaia di nostri coraggiosi giovani uomini e donne venivano uccisi, mutilati, o dovevano sopportare l’angoscia mentale, quel terrore oscuro che noi a malapena conosciamo.
Quando l’abbiamo eletta non ci aspettavamo da lei miracoli o grandi cambiamenti. Ma ci aspettavamo almeno qualcosa. Pensavamo che lei avrebbe fermato la follia. Posto fine alla strage. Frenato quella folle idea secondo la quale gli uomini con le armi possano riorganizzare una nazione che non ha nemmeno la parvenza di nazione.
Stop, stop, stop! Per il bene, per la vita dei giovani americani e dei civili afgani, stop. Per il bene della sua Presidenza, per la speranza e il futuro della nostra nazione, stop. Per amor di Dio, stop.
Stanotte abbiamo ancora una speranza. Domani vedremo. La palla è ancora in campo. NON DEVE fare questo. Lei può ancora dimostrare il suo coraggio. Può essere ancora il figlio di sua madre. Contiamo su di lei.
Suo,
Michael Moore

MMFlint@aol.com
MichaelMoore.com
(Trad. di M.F.)