Archive for luglio 2016

Cortazariana – Rayuela – Capitolo 93 (2°)

cortazar Capítulo 93

Perché stop? Per paura di ricominciare con le elucubrazioni, sono così facili. Prendi un’idea da qui, un sentimento da quell’altro scaffale, li annodi con l’aiuto di parole, cagne nere, e finisce che ti amo. Totale parziale: ti voglio bene. Totale generale: ti amo. Così vivono molti amici miei, per non parlare di uno zio e due cugini, convinti dell’amore-che-provano-per-le-loro-mogli. Dalle parole agli atti, capito; in genere senza verba non c’è res che tenga. Ciò che molti chiamano amore consiste in scegliere una donna e sposarla. La scelgono, ti giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se l’amore non fosse un fulmine che ti frantuma le ossa e ti lascia disarcionato in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io credo sia al rovescio. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che ti inzupperà fino al midollo all’uscita di un concerto. Ma sono solo nella mia stanza, casco in stratagemmi da scriba, le cagne nere si vendicano come possono, mi mordicchiano i piedi sotto il tavolo. Si dice sotto o da sotto? Ti mordicchiano lo stesso.

Julio Cortàzar
(Trad. di M. Fernàndez)

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Rayuela – Capitolo 93 (prima parte)

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Capitolo 93 (prima)

Ma l’amore, quella parola… Moralista Horacio, timoroso delle passioni senza una ragione … sconcertato e diffidente nella città dove l’amore viene chiamato con i nomi di tutte le strade, di tutte le case, di tutti i piani, di tutte le stanze, di tutti i letti, di tutti i sogni, di tutti gli oblii e i ricordi. Amore mio, non ti amo né per te né per me, nemmeno per tutti e due insieme, non ti amo perché il sangue mi sprona ad amarti, ti amo perché non sei mia, perché stai dall’altra parte, là, dove mi inviti a saltare e io non posso, perché nel più profondo del possesso non sei in me, non ti raggiungo, non passo dal tuo corpo, dal tuo riso, ci sono ore in cui mi tormenta che mi ami (quanto ti piace usare il verbo amare, con quanta vistosità lo lasci scivolare sui piatti e le lenzuola e le corriere), mi tormenta il tuo amore che non mi funge da ponte perché un ponte non si sostiene mai da un lato solo, mai Wright o Le Corbusier avrebbero potuto concepire un ponte sostenuto da un solo lato, e non mi guardare con quei occhi da passerotto, per te l’operazione dell’amore e così semplice, guarirai prima di me, per quanto tu mi ami come non ti amo io. Certo che guarirai, perché vivi nella salute, dopo di me ci sarà un altro qualsiasi, quello si cambia come si cambiano le mutande. Così triste sentire il cinico Horacio che vuole un amore passaporto, un amore passamontagna, un amore chiave, un amore arma, un amore che dia i suoi mille occhi ad Argo, l’ubiquità, il silenzio dal quale la musica è possibile, la radice dalla quale si potrebbe cominciare a intessere una lingua. Ed è tonto perché tutto questo dorme un po’ in te, non si dovrebbe fare altro che immergerti in un bicchiere d’acqua come un fiore giapponese, che poco a poco comincerebbero a germogliare i petali colorati, fiorirebbe la bellezza. Datrice di infinito, io non ti so prendere, scusami. Mi stai porgendo una mela e io ho lascito i denti sul tavolino da notte. Stop, va bene così. Posso anche essere rozzo, guarda un po’. Ma guarda bene, perché nulla è gratuito. (…)

Julio Cortàzar
(Trad. di M. Fernàndez)

Quand’è che Maria Juana diventò una cattiva ragazza?

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Sul quando sia giunta da queste parti ci sono versioni diverse e contrastanti. Qualcuno sostiene sia arrivata imboscata nelle caravelle di Colombo, che facevano ritorno “dall’India”. Altri, di solito meglio informati, che esistesse da sempre, spingendosi a sostenere che le vele di quelle navi fossero state confezionate proprio con una fibra ottenuta dal floema, o libro dei fusti delle piante di Cannabis sativa. Poi, qualcuno le appioppò il nomignolo di “indiana” e si diede per scontata la sua provenienza extracomunitaria.
In verità fu un conquistatore spagnolo, Pedro Cuadrado de Alcalá del Río, a introdurre i primi semi nella Nueva España (México). Poi, nel 1532, il governatore don Sebastián Ramírez de Fuenleal diede ordine di incrementare la coltivazione di quella pianta, visto le sue molteplici applicazioni, arrivando a portare dei coltivatori dalla Spagna, in modo di istruire i nativi.
Dall’uso meramente industriale si passò, va a capire come, a quello terapeutico. Nel 1712, nel suo “Florilegio medicinal de todas las enfermedades”, il gesuita Juan de Esteneyffer ci racconta della varietà di patologie che ne traggono giovamento dalla sua consumazione.
Secondo una versione popolare, si cominciò a conoscerla col suo nome più popolare per via delle “curanderas”, le guaritrici di paese, chiamate quasi sempre Marìa o Juana, che adoperavano la pianta della cannabis (continuano a farlo ancora oggi, da quelle parti) come terapia ineludibile nella loro farmacopea essenziale.

Del valore che le diverse società europee, e dei benefici che ne derivavano, parla la Enciclopedia Britannica, per più di 150 anni stampata su carta ottenuta dalla canapa.
– Tutti i libri di testo scolari, fino al 1830, venivano regolarmente stampati in carta di canapa.
– Su carta di canapa (Cannabis sativa) sono state stampate le prime mappe, le bibbie e persino la Costituzione degli Stati Uniti.
– Il 90% del cordame utilizzato nella navigazione e nell’industria proveniva dalla canapa.
– Fino all’introduzione del cotone, nel 1820, l’ottanta per cento dei vestiti venivano confezionati con ricavati provenienti da questa pianta.
– La maggior parte delle opere di Monet, Rembrandt, Van Goght e i più grandi maestri della pittura universale furono dipinte su Canvas, stoffa ottenuta dalla fibra della canapa.
Nel 1916, il Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti predisse che nel 1940 tutti i libri sarebbero stati stampati su carta di canapa, cosa che avrebbe portato a non dover sacrificare più alberi. Perché è ampiamente dimostrato che un ettaro coltivato a canapa produce 4 volte più carta che la stessa area piantata di alberi, e che il processo di produzione di quella carta risulta infinitamente più vantaggioso tanto per il produttore quanto per l’ambiente.

Quello che la vide lunga fu Henry Ford, che nel 1931 creò la Hemp Body Car («auto di canapa»), una macchina costruita interamente con un materiale ricavato dai semi di cannabis e alimentata a etanolo di cannabis (il carburante veniva raffinato dai semi della pianta). Un materiale risultato più leggero, ecologico (ai tempi la parola non aveva ancora una buona reputazione) e resistente. Lo stesso Henry Ford per dimostrare ai giornalisti e al pubblico l’elasticità e la resistenza del nuovo tipo di carrozzeria, si fece filmare mentre colpiva violentemente con una mazza il retro della vettura, senza che questa neppure si ammaccasse. « Perché consumare foreste che hanno impiegato secoli per crescere e miniere che hanno avuto bisogno di intere ere geologiche per stabilirsi, se possiamo ottenere l’equivalente delle foreste e dei prodotti minerari dall’annuale crescita dei campi di canapa?”, disse il buon Ford.
E nessuno trovo niente da ridire.

Quindi, quand’è che Maria Juana diventò una cattiva ragazza?
A quanto pare, da quando due corporazioni particolarmente potenti, la DuPont (polimeri e petrolchimici) y la Hearst Company, di proprietà de William Randolph Hearst (sì, proprio lui, quello a cui si ispirò Orson Welles per il film Quinto potere) cominciarono a inquietarsi data la sua popolarità.
Per la prima, che stava scommettendo tutto sulla produzione di fibre di nylon e i carburanti derivati dal petrolio, la cannabis rappresentava una minaccia che bisognava annientare. E nel 1930, non appena uno dei suoi primi azionisti, Harry J. Anslinger, fu nominato primo commissario del Federal Bureau of Narcotics la guerra ebbe inizio.
Dall’altra parte, la Hearst Company che controllava l’intera filiera della produzione di carta a partire della cellulosa, e la sua figlioccia, la multinazionale Kimberly Clark, cominciarono a fare pressione sul governo affinché vietasse la coltivazione di quella pianta tanto nociva per i loro interessi. Contro di lei scatenarono la più massiccia offensiva mai avvenuta prima contro un prodotto naturale, con l’intero esercito di giornali di Hearst in prima linea. Fu allora che si cominciò a chiamarla col suo nome più suggestivo: Marihuana, una parola dalla fonetica breve, ricordabile, concisa, “straniera”.
Poi, si aggiunse l’industria del tabacco, che nella cultura statunitense aveva già piantato radici con perni d’acciaio. Da certi sondaggi si venne a sapere che i consumatori di cannabis consumavano meno sigarette, e che, inoltre, era relativamente facile procurarsi quelle foglie o coltivarsele da soli. Una vera sciagura, commercialmente parlando, che bisognava combattere con ogni mezzo.
E per ultimo la Big Pharma, quella oscura sorella dell’industria farmaceutica, che, allarmata dalle notizie sui campi di applicazione di sostanze ricavate dalla cannabis in ambiti quali il glaucoma, la prevenzione dell’ Alzheimer, e la sua efficacia nelle terapia contro il dolore in malati terminali (campi nei quali l’industria stava producendo a ritmo continuo farmaci sintetici dal costo sbalorditivo), decise di unirsi al gruppo, che finì per elaborare una pressante campagna mediatica ai fini di incidere nell’immaginario collettivo un’idea incontrovertibile: la Marihuana è una pianta nociva per la salute, e tanto la sua coltivazione quanto il suo consumo devono essere severamente vietati e perseguibili penalmente.

Ciascuno la pensi come vuole. In questi giorni il parlamento italiano sta discutendo sulla sua possibile legalizzazione. Sarebbe interessante sapere se conoscono la storia di quello su cui sono stati chiamati a deliberare. Del perché è diventata illegale. Di cosa stia succedendo nei paesi nei quali le è stata concessa la libertà. Dei miliardi sottratti al narcotraffico. Delle applicazioni che in ogni modo si stanno già sperimentando in diversi campi della medicina. Del calo del consumo non appena le viene tolto l’alone di trasgressività.
Del perché, all’improvviso, da un giorno all’altro, senza un motivo apparente, Maria Juana sia diventata una cattiva ragazza.

 

Rayuela

cortazar Capítulo 93

Amore mio, non ti amo per te né per me, nemmeno per tutti e due insieme, non ti amo perché il sangue mi sprona ad amarti, ti amo perché non sei mia, perché sei dall’altra parte, lì dove mi inviti a saltare e io non posso, perché nel più profondo del possesso non sei in me, non ti raggiungo, non passo dal tuo corpo, dal tuo riso, ci sono ore in cui mi tormenta che mi ami (come ti piace usare il verbo amare, con quanta affettazione lo lasci cadere sui piatti e le lenzuola e gli autobus), mi tormenta il tuo amore che non mi serve da ponte perché un ponte non si sostiene da un lato solo, mai Wright o le Corbusier avrebbero fatto un ponte sostenuto da un solo lato, e non mi guardare con questi occhi di passerotto, per te l’operazione dell’amore è così semplice, guarirai prima di me, nonostante tu mi ami come non ti amo io.

Julio Cortàzar
(Trad. di M.Fernàndez.)

Tetada

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Costanza Santos è una giovane mamma argentina.Giorni fa, a San Isidro, un quartiere elegante della gran Buenos Aires, dovendo sbrigare delle faccende, si trovò in mezzo a una strada al momento di allattare il suo bimbo.
Così, attraversò quella strada, cercò una piazza e si sedette su una panca, disposta a compiere il gesto più antico, più naturale e profondo, tra i mammiferi, da quando il mondo è mondo.
Qualche minuto più tardi, due poliziotti la intimavano a sloggiare, appellandosi a non si sa quale codice o ordinamento o oscurantismo atavico. Semplicemente perché il suo costituiva un gesto osceno in luogo pubblico.
Costanza si indignò, cercò di denunciare il fatto al commissariato di zona, ma non vollero nemmeno raccogliere la sua denuncia.

Qualche giorno dopo, a San Isidro ebbe luogo qualcosa che venne chiamato Tetada Colectiva, una manifestazione della dignità e della solidarietà umana, nella quale centinaia di donne allattavano i loro bambini, in pubblico, davanti a tutti.
Un gesto che sta diventando virale in tutta latinoamerica e che, spero, stia ponendo delle domande a quel maschilismo imperante che si vergogna del proprio corpo, e vede come un pericolo quello altrui.

Le donne, quando ci si mettono, cambiano il mondo.
Così, con i gesti più quotidiani della creazione, quelli che non verranno ricordati nei libri di testo, che non diventeranno (forse) storia.
Quelli che alcuni uomini – che si sentono offesi dal seno di una donna, non arrivano a capire. E che guardano quelle scene da dietro le tendine di una finestra dalla quale vedono trascorrere, impotenti, la loro infinita insignificanza.

Noi

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Noi

abbiamo l’allegria delle nostre allegrie
e abbiamo pure
l’allegria dei nostri dolori.
Perché non ci interessa la vita indolore
che la civiltà del consumo
vende nei supermercati.
E siamo orgogliosi
del prezzo di tanto dolore
che per tanto amore abbiamo pagato.
Noi
abbiamo l’allegria dei nostri errori
dei ruzzoloni che provano la passione
dell’andare e l’amore verso il cammino.
Abbiamo l’allegria delle nostre sconfitte
perché la lotta
per la giustizia e la bellezza
vale la pena persino quando si perde.
E abbiamo sopra tutte le cose
l’allegria delle nostre speranze
mentre impazza la moda del disincanto
ora che il disincanto è diventato
un articolo di consumo massivo e universale.
Noi.

Eduardo Galeano
(trad. di M. Fernàndez)

Sefiní

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Basta per questa notte

chiudo la porta

mi metto la giacca

sistemo i pezzetti  di carta nei quali non faccio altro che parlare di te

di mentire su dove sei

corpo che continuerai a tremare.

 

Mettiamo una cosa  in chiaro

se sono triste sono triste.

Sono triste perché non piove e perché sei lontana.

Sono triste perché il tè è ormai freddo e non trovo le chiavi della mia casa

perché non trovo né le mie chiavi né le mie porte.

 

Sono triste perché l’aria sussurra da lontano

e si fa attendere come fa il futuro

sono triste perché il destino mi ha proposto

un richiamo dei desideri impossibili

e mi rifiuto di ignorare la proposta

e perché la vita si rifiuta di lasciare che se ne vadano chissà dove.

 

Sono triste perché non riesco a smettere di credere nel coraggio dei deboli e dei codardi

che è come dire che vinceremo.

Sono triste perché il mondo continua a fare i suoi giri

e io mi rifiuto di girare la schiena e di guardare il passato con occhi solenni

con capricci di esilio

e per quelli che non riescono a fare la pace con i miei prima e i loro prima

oggi distanti

 

Sono triste per quelli che non mi lasciano riposare nei loro oblii

perché non posso andarmene in qualche posto lontano senza lasciare spazi vuoti

sono triste perché sei umano e così ti voglio

con i tuoi sbagli, le tue partenze strepitose,  le tue cadenze eterne

 

Sono triste perché fallisci

perché confermi la mia morte, e a volte la mia vita

ma la cosa più importante

sono triste perché non piove

perché il tè si è raffreddato

e perché oggi mi congedo da te senza occhi solenni né voglie di esilio

e perché la nostalgia si fa attendere e non arriva

 

Se sono triste sono triste, non cercate di convincermi del contrario.

 

Dopo tanto tempo torno a comparire…  questo sono io.

 

Juan Gelman

(Trad. di Milton Fernàndez)