Archive for gennaio 2010

Iguazù

Iguazù
cielo a ponente
alba che sa di sperma e temporale

una nuvola mesta si rincuora
tra le fronde rapite
e bussa alla finestra

sul lenzuolo stremato
sparsa ai quattro venti
la tua bocca animale
mi annulla la ragione
e la rinventa

donna
fianco di donna a Sud
alluvionale
esausta nuda urgente
indispensabile

così mia
che un giorno farà male

Iguazù 5.20
cosa dire? fuori
un rombo brutale
e un fiume di parole
inconsistenti

Hojas de cristal, Milton Fernàndez

Le Linee della mano- Julio Cortàzar


Da una lettera abbandonata su un tavolo appare una linea che corre sull’asse di pino e scende lungo la gamba. Basta osservare bene per scoprire che la linea continua lungo il pavimento di legno, risale per il muro, entra in una stampa che riproduce un quadro di Boucher, disegna la schiena di una donna china su un divano, infine scivola via dalla camera per il soffitto e, seguendo il parafulmine, scende in strada. Qui è difficile seguirla perché il traffico è intenso, ma con un po’ di attenzione la si scorgerà salire sulla ruota dell’autobus fermo all’angolo con capolinea al porto. Là scende lungo la calza di nailon della passeggera piú bionda, penetra nel territorio ostile delle dogane, si arrampica e fila ed evoluisce fino al molo principale, e qui (ma è difficile scorgerla, solo i topi la seguono arrampicandosi a bordo) sale sulla nave dalle turbine sonore, corre per i tavolati della coperta di prima classe, evita con difficoltà il boccaporto principale e, in una cabina dove un uomo triste beve cognac e ascolta la sirena della partenza, rimonta lungo la cucitura del calzone, il gilé, scivola fino al gomito, e con un ultimo sforzo si rifugia nel palmo della mano destra, che in quell’istante comincia a chiudersi sul calcio di una pistola.

(Trad. di M.F.)

Il giorno della memoria –


Oggi 27 gennaio 2010, a mezzogiorno, mi fermerò per un minuto. E’ una ricorrenza importante. Commemora il giorno e l’ora in cui una pattuglia dell’esercito sovietico arrivò nei pressi di un campo di sterminio nazista, nel ’47, e restò ammutolita davanti all’opprimente presenza di un’atrocità nemmeno concepibile. Questo è il giorno della memoria.

La mia memoria, però, è vasta. Abbastanza per continuare a provare profondo orrore per lo sterminio del popolo ebreo, per la sua persecuzione in diversi momenti di una storia che è sempre stata nostra. Abbastanza vasta per sentire tristezza e esecrazione verso le deportazioni di massa, verso qualsiasi deportazione.

Per i ghetti e per i progrom.

Per le ideologie e per le religioni attraverso le quali alcuni esseri umani arrivarono a sentirsi superiori ad altri esseri umani. A diventare loro carnefici. Abbandonando, forse per sempre, ogni parvenza di una umanità alla quale, comunque, erano stati una volta destinati.

Continuerò a provare tanto vergogna quanto umiliazione, perché di quella umanità io sono parte. Ognuno di loro è me stesso. Ciascuno di noi in qualche modo è morto, di quelle morti.

Di questa memoria facciamo tutti quanti parte.

Ma la mia memoria è vasta, dicevo (qualche pur minimo vantaggio dovrà portare l’età)

Abbastanza per continuare a ricordare tutti gli olocausti che continuano a perpetrarsi secolo dopo secolo.

Quello delle popolazioni indigene del continente americano, sterminate dalla cupidigia degli europei, e dai comandamenti di una chiesa cattolica che negò loro un’anima, dando inizio a una carneficina lunga tre secoli, nella quali scomparirono circa centocinquanta milioni di esseri umani.

Quello degli Armeni, consumato dai turchi agli albori del ventesimo secolo.

Quello di quanti vennero massacrati insieme agli ebrei, per mano dell’esercito nazista,  nell’indifferenza totale degli altri stati del mondo civilizzato.

Parlo dei Rom, dei Sinti, dei Comunisti, degli Omosessuali, dei Malati di mente, dei Testimoni di Geova, dei Russi, dei Polacchi, degli Slavi… Di quella massa immane di umanità  la cui cifra stimabile si aggira tra i dieci e i quattordici milioni di singoli individui.

Parlo dei campi di sterminio congegnati da Stalin, negli anni trenta. Della mattanza dei Kulaki, nome che in pochi conoscono, o meglio, ri-conoscono come appartenente a un popolo.

E verrebbe da chiedersi il perché.

Parlo della Cambogia, e dei suoi due milioni di persone annientate, su una popolazione totale di sette milioni e mezzo.

Parlo dei Curdi.

Parlo del Ruanda.

Della Nigeria.

Del Biafra.

Parlo delle migliaia di morti provocate dalle dittature sudamericane negli anni settanta, spesso sostenute da governi che oggi si precipitano a salire in cattedra quando si tratta di disertare in materia di democrazia.

E parlo del Popolo Palestinese.

Che continua a morire, giorno dopo giorno. Di indifferenza e di inedia. Di bombe e di rapina. Quel popolo che una volta abitava un paese, e che la coscienza sporca della Comunità Internazionale costrinse in una prigione.

Il campo di concentramento più grande della storia.

Oggi è il giorno della memoria. A mezzogiorno mi fermerò. Smetterò di scrivere, per un minuto. Di parlare, di bere il caffé. Oggi, a quell’ora, non risponderò al telefono.

Perché?

Perché quello di oggi è un giorno importante.

Il giorno della memoria collettiva.

Il giorno di tutti i nostri morti.

I fiori del mattino – René Depestre

Qualcuno lasciò dei fiori stamani nella tua casella postale:
sarà magari il sole che ti scrive
da un carcere del tuo paese?
O forse un telegramma – SOS dalla luna-
che fa arrivare all’improvviso
le minacce dell’uomo?
Sarà l’ultimo albero romantico
della Nuova Zelanda che vuole
scambiare con te dei francobolli?
Da quando la pioggia manda
dei messaggi cifrati ai suoi amici?
Potrebbe essere la lettera raccomandata
di un usignolo bisognoso di denaro.
E se fosse la lettera anonima di un
coccodrillo, sindaco di un paesello senza luce?
O la lettera di qualche maledetto presidente
vitalizio della repubblica?
O forse quella di uno squalo notaio in un paese razzista?
Potrebbero essere dei fiori esplosivi, dotati
di un meraviglioso meccanismo ad azione
ritardata, fiori coltivati
nelle serre del Ku Klux Klan?
Li porto nel mio ufficio
per decifrare i loro fragranti messaggi.
Un odore d’alta marea invade la mia casa. Nella loro firma
l’odore di alga marina. Questi fiori sono
i baci di una principessa d’altomare,
loro sono l’alfabeto della sua vita,
il morso glorioso del suo sangue in fiore.
E’ il violento mistero del suo corpo
quando l’orgasmo la proietta insieme a me
verso la cima del regno vegetale.
Lei, dal fondo delle acque, mi rimanda
nuove sulle erbe innocenti del mondo.
Mi regala l’augurio di tutte le farfalle,
il buongiorno dei primi pesci e i primi baci
da adolescenti che reclamano un po’ di tenerezza,
di pace e dignità, sotto una luce appena nata
per tutti quegli occhi che hanno smesso proprio ora
di piangere

René Depestre – Haiti, 1926
(Trad. di M. F.)

Un dos tres

Albino, el pastor loco quiere
besar la luna
en la huerta sonàmbula vibra un
canto de cuna…
Aùllan a los diablos los perros
del convento

J. Herrera y Reissing

Un
dos
tres
canzone del bimbo che vuole dormire
e del sonno birba
che non vuol venire

ninnananna bimbo
nannaninna amore
se il bimbo non dorme verranno i signori
dai cappelli neri
a rubargli il cuore

ninna bimbo nanna
la mamma scherzava
nanna niño nanna
ninna nanna
amore

uno
dos
tres
il bimbo non dorme
con gli occhi vagheggia
un punto lontano
nel mare di spuma
volteggiano voci dai mille colori
intorno alla culla
ma lui non ci bada
lui sogna la luna

ehi ragazzo
andiamo!
su
sveglia
è già ora
che il tempo è scaduto
e il domani accampa
a un tiro di schioppo
e che il giorno andato
già non torna indietro
che la vita gira
e che tutto passa
che è quasi già un secolo
che stai lì ad oziare

insomma
decidi
qualcosa alla fine
bisogna pur fare

che i giochi son fatti
e che il tempo scade
e il giorno che passa
scorda le strade
per tornare a casa

un
dos
tres
ah bambino idiota
che non vuole imparare

ah piccino pazzo
perché ti fai male?

ninna stella mia
nanna bimbo strano
che non vuole dormire
che guarda lontano

nanna niño nanna
andiamo
fa’ il bravo

se il bimbo non dorme
verranno i signori dai cappelli neri
a rubargli il cuore

non fare quel muso
cosa vuoi che sia?

ricordi?
soltanto una scossa
un cortocircuito
sulla tua apatia

e poi
non si muore

si
lo so
la fitta
la nausea
l’odore di mosca che frigge
sulla luce viola

poi tutto finisce
poi tutto s’acquieta
poi tutto riparte
e nulla è com’era

un
dos
tres

ay, luna lunera
sottana di spuma nella notte nera…!

e lui?
ma no
che non piange
scuote soltanto
la sua testa stanca
socchiude gli occhi
e impara a dormire

Canciòn de cuna, Milton Fernàndez

La saggezza della tartaruga III – L’approdo

Ci vuole poco. Questo l’ho capito subito. L’anno da poco trascorso, quello precedente e l’inizio del nuovo, mi hanno riservato l’onore di un giro di prova tra le anse del sistema giuridico italiano.
Niente di ché, beninteso. Sono cosciente del fatto che la mia è soltanto una banale storia tra l’ammasso di storie banali che ingrossano a dismisura, giorno dopo giorno, il ventre abnorme -alle volte farsesco- di una stortura nazionale chiamata Diritto. Ci vuole poco per cascarci dentro. Lo dicevo prima. Qualche parola riversata su un foglio. Un timbro. Una marca da bollo. Da lì in poi comincia l’avventura, tra i gironi caliginosi di un tempo contraffatto. Mi raccomando, non perdete la speranza, voi che entrate.

Cominciò questa storia il giorno 24 gennaio 2008. Ore 11.50 circa. Ero in treno, quel giorno, regionale Milano- Torino. Nel pressi di Trecate, località di cui ignoravo prima l’esistenza, accade il tutto. Due poliziotti che chiedono i documenti a un signore senegalese che si trova in un posto accanto al mio. Il senegalese che, a sua volta, chiede lumi sul perché spetti soltanto a lui, nell’intero vagone, il privilegio di un tale controllo. Gli agenti che cominciano a spazientirsi. Io che spendo una parola, forse due, che quest’ultimi non gradiscono. Fatto è che il suddetto controllo si stende anche al sottoscritto e che quando arrivo a Torino mi pende sulla testa una bella denuncia per ingiurie.
Ho raccontato questo inizio un’altra volta, quindi evito di annoiarvi. Se a qualcuno venisse la curiosità di capire come sono andate quel giorno le cose, lo rimando volentieri al link : La saggezza della tartaruga I (https://miltonfernandez.wordpress.com/2008/01/28/la-saggezza-della-tartaruga )

Due mesi più tardi, quando cominciavo in qualche modo a dimenticare questo fatto, trovo nella mia casella postale un ordine di comparizione emesso dall’Ufficio Anticrimine della Questura. Anche questo dettaglio, con l’aggiunta di alcuni particolari, è stato già raccontato nel seguito alla prima lettera, che intitolai (con poca originalità) La saggezza della tartaruga II, e che – l’invito è rivolto al curioso di prima- volendo si può trovare al seguente link (che parola irritante):
https://miltonfernandez.wordpress.com/2008/03/30/la-saggezza-della-tartaruga-ii-il-risveglio

Ok. Ci siamo. La prima mossa è andata. All’Ufficio anticrimine lascio le mie generalità, un indirizzo in cui ricevere ulteriori notifiche e una firma in duplice copia. Non mi è concesso di leggere il verbale di accusa, cosa che potrò fare soltanto dalle mani del mio legale. In compenso mi viene assegnato un avvocato d’ufficio, del foro della mia città, con studio nella mia città, con cognome….ecc ecc.
Decido, qualche giorno dopo, di telefonare questo mio difensore, tanto per fare conoscenza. Lui mi casca dal pero. Nel tentativo di farlo rialzare prendo a ripercorre tutta la tiritera. Che sono stato presto invitato a troncare da argomenti che al momento mi sono sembrati piuttosto convincenti, e che roteavano intorno al fatto che a lui non era arrivata nessuna nomina, che il mio nome era la prima volta che lo sentiva, che Cosa poteva centrare lui con un fatto svoltosi in un posto indefinito tra Milano e Trecate e altre motivazioni di sicuro molto valide ma che a me, che non mastico il giuridichese , sono rimaste piuttosto scure. Fatto è che lui non se ne sarebbe di certo occupato, ma che nell’eventualità fosse arrivata qualche comunicazione con riferimento al mio processo, sarebbe stata la sua premura avvertirmi al più presto.
Voglio farla breve. I mesi successivi se ne sono andati nella ricerca di questo provvedimento. Al tribunale di Como, non appariva. In quello di Milano, idem. Il mio editore, anche lui avvocato, si prese la briga un giorno di scrivere al questore di Como, chiedendo una spiegazione. Questi ebbe la gentilezza di rispondere informando che il tutto era stato avviato da una richiesta della questura di Vercelli.
Ma neanche a Vercelli esisteva un fascicolo a me intitolato. Quasi quasi mi offendo.
Il 23 dicembre 2008 mi arriva la lettera di un’avvocatessa di Novara, nominata mio difensore d’ufficio da un giudice della stessa città. Apprendo così che era stata appena celebrata la prima udienza del mio processo per Ingiurie a pubblico ufficiale, nella quale sono risultato, per forza di cose, assente. La comunicazione di tale udienza pare fosse stata consegnata al primo avvocato d’ufficio, quello del foro della mia città, con studio nella mia città, con cognome della mia…insomma, quello che si sarebbe premurato di avvertirmi non appena gli fosse pervenuta una qualsiasi comunicazione.
Dopo un anno circa dalla sua stesura, riesco finalmente a posare gli occhi sulla Relazione di servizio redatta dai due poliziotti sul fatto accaduto quel giorno. In realtà le relazioni sono due, una per ciascuno, ma talmente concordanti da sembrare una fotocopia. In esse si racconta che “…durante le fasi del controllo, (del senegalese N.d.R.) un altro viaggiatore (cioè io), seduto alle spalle dello Scrivente, cominciava a inveire contro di noi e contro il Corpo di appartenenza, proferendo frasi a sfondo razziale. Lo stesso diceva che il nostro comportamento era viziato da pregiudizi di sfondo razziali. Il viaggiatore urlando all’interno del vagone, così ci apostrofava: “RAZZISTI”, “SQUADRISTI”, “FERMATE SOLO QUELLI SCURI DI CARNAGIONE PERCHE SIETE SOLO DEI RAZZISTI!!” , “VERGOGNA”, “LA POLIZIA ITALIANA FA’ SOLO IL PROPRIO DOVERE CONTRO I DEBOLI”, “ANDATE A PRENDERVELA CON I VERI DELINQUENTI” (Sic)
Insomma, roba da ricovero immediato. Altro non fosse che per le connotazioni auto-lesionistiche.

Nella seguente udienza, qualche mese più tardi, ci rivediamo finalmente in faccia, i due agenti ed io. Questa volta mi assiste una avvocatessa di Milano, di appassionato impegno etico e di disarmante umanità. Il giudice chiede alle parti se per caso fossimo arrivati a un accordo amichevole. Rispondiamo di no. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di salutarci. Ci invita così ad andare fuori e a cercare di trovare un’intesa. Non appena usciti in corridoio, uno dei due funzionari, quello più alto in grado, si dimostra subito disponibile. Io sono disposto a finirla qui, sostiene. Sapete, nel frattempo sono stato trasferito, e per me ogni volta sono spese. Fatemi un proposta economica.”
Una proposta…?
E lui, accorgendosi delle nostre perplessità –
“E’ la prassi, no?”

Rientriamo in sala. Il giudice, ma soprattutto il Pubblico Ministero, sembrano piuttosto perplessi dell’intesa non raggiunta. Forse anche per loro “è la prassi”. Mi piacerebbe raccontare a entrambi delle mie proprie consuetudini, della mia personale concezione dell’esistenza. Del fatto che per essere colpevole di qualcosa che non ho fatto, bisogna che lo decidano loro, perché io non sono disposto a facilitargli il compito. Che sarei disposto perfino ad andare in carcere piuttosto che accettare un compromesso di così bassa lega, pur di tirarmi fuori da un pasticcio a buon mercato. E forse qualcos’altro che comunque non mi è concesso di ribadire, e credo sia stato meglio così, perché per quel giorno tutto è ormai concluso e si rimanda a tra qualche mese.
Si sono succedute diverse udienze dopo quel calcio di inizio. Novara cominciò a diventarmi familiare. Abbiamo sentito le deposizioni dell’uno e dell’altro. In tempi diversi. Quasi sempre sovrapponibili. Finita questa fase il Pubblico ministero aveva data per compiuta la fase dibattimentale. Non era previsto prendermi dichiarazioni. Che io potessi esporre la mia versione dei fatti.
Lo abbiamo chiesto, il mio avvocato ed io. Lo abbiamo preteso. Davanti alla perplessità dell’accusa, secondo la quale non era assolutamente necessario.
Così finalmente, dopo circa due anni da un innocuo scambio verbale tra un libero cittadino e due agenti di polizia, ho potuto dire la mia verità, in quel tribunale. Non avevo grandi speranze. Da più parti ero stato avvertito su un esito scontato del processo. Uno come me, venuto da lontano, ancorché italiano, ma ancora dilettante. Uno senza testimoni a favore, che cerca di ribattere le accuse di due funzionari di polizia. Roba da nemmeno sperarci.

Ieri, mercoledì 20 gennaio 2010, sono stato assolto. Il giudice, ritenute insufficienti e contraddittorie le accuse mosse nei miei confronti, ha deciso per il proscioglimento. Ho provato un enorme sollievo, nel sentire questo verdetto. Credo che Anna, il mio avvocato, fosse ancora più felice di me. E perfino l’aria gelida della campagna novarese, sembrò in qualche modo più accogliente, nel viaggio di rientro.

Ci tenevo a raccontarlo, questo finale di partita. So che non c’é niente di straordinario in questa storia, che queste cose accadono a tanti, quasi tutti i giorni. Penso però a quelli che in questi anni si sono trovati in una situazione simile, in questo labirinto kafkiano nel quale orientarsi appare presto come un’impresa disperata. A quelli che nessuno vuole sentire. A quelli per i quali nessuno mai spenderà una parola. A quelli che sono costretti a fare, volenti o nolenti, “…una proposta economica”.
So di essere stato un privilegiato in questa vicenda. Per questo non sono riuscito a smettere di pensare a loro, dal momento della sentenza in poi. Ai miei sofferti compagni di viaggio. A quei tanti miei fratelli senza voce.
Ricordo la faccia di quel senegalese che rivendicava il suo diritto a non essere trattato diversamente dagli altri. Alla dignità del suo sguardo. Alla mano che mi offrì prima di scendere dal treno.
A quelle parole che mi lasciò mio padre, e che avevo già scritto da qualche parte: Un uomo senza dignità è un morto che cammina.
Lo penso ancora.
Oggi più che mai.

Zoo story

…ed era questo il luogo
e forse questo il tempo
tempo dell’andare e del venire
del partire e del tornare
tempo del recarsi in nessun posto
nel secolo del parlare, parlare, parlare
ciascuno ad alta voce
del gemere, del supplicare
gesticolante
per strada
ciascuno da solo
in mezzo alla folla
tempo senza tempo
di guardarsi intorno
tempo di onorare il padre e la madre
e l’amorevole gabbia che ci hanno cucito addosso
sacre dimore locali bilocali
l’allarme sul portone
e chiavi sbarre chiavistelli
codici e codicilli
celle di prima e di seconda scelta
da saldare ogni mese
ogni luna una libbra della tua carne allo strozzino
grazie, signore, grazie,
grazie per il sacro dono della vita a rate, del televisore lobotomizzante, dell’aspirapolvere intelligente, della polvere da sparo, del buco in vena, dello sparo in testa, della lavastoviglie e del brillantante, del riscaldamento centralizzato, grazie per il miracolo dell’apriscatole elettrico, l’orologio digitale, la lampada abbronzante, la cucina componibile, la moquette, la macchina… la Santa Madre Macchina!, che racchiude tutte le nostre più sacre aspirazioni, lungo le strade nuove e scintillanti che scorrono ordinatamente verso il nulla…

strade
di prima e di seconda scelta
nelle quali girare giorno e notte
avanti/indietro
per mille giorni del tuo tempo
senza trovare un solo
essere
umano
né di prima
né di seconda scelta…

sei stato nel mondo?
mi chiederanno
no… io…sono stato allo zoo
sono stato allo zoo
sono stato allo zoo…!

Crossover, Milton Fernàndez