Archive for settembre 2012

Eduardo Galeano – Il maestro

 Gli allievi del sesto anno, in una scuola elementare di Montevideo, avevano organizzato un concorso di romanzi.

Tutti quanti ne avevano preso parte.

I giurati eravamo tre. Il maestro Oscar, polsini consumati, stipendio da fachiro, più una allieva, in rappresentanza degli autori, e io.

Alla cerimonia di premiazione fu vietato l’ingresso dei genitori e degli adulti in generale. I giurati abbiamo dato lettura degli atti e comunicato il risultato finale, nel quale si sottolineavano i meriti dei lavori presentati. Il concorso fu vinto da tutti, e per ognuno dei premiati ci fu un’ovazione, una pioggia di carta filante e una medaglietta offerta dal gioielliere del quartiere.

Poi, il maestro Oscar mi disse:

–  Siamo così uniti che mi verrebbe voglia di bocciare tutti quanti, pur di averli con me l’anno venturo.

Una delle allieve, arrivata da un paese sperduto in mezzo alla campagna, rimase a chiacchierare con me. Mi raccontò che lei, prima, non parlava mai, neanche una parola, e ridendo mi spiegò che il problema, ora, era che nessuno riusciva a farla stare zitta. Mi disse che voleva bene al maestro, che gli voleva mooooooolto bene, perché lui le aveva insegnato a perdere la paura di sbagliare.

Galeano, Eduardo.  Bocas del tiempo 

(Trad. di M.F.)

La fantasia al potere

Da questi parti ci sono giorni interdetti al volo. Sempre più spesso. Quei decolli verticali nei quali ci siamo esercitati per decenni e che in qualche modo ci hanno preservato dalla corrosione, dal contatto ravvicinato con una realtà che ci somiglia ben poco. Si sogna sempre meno  in questo benedetto paese, quel tanto indispensabile alla sopravvivenza; “tutto ciò che viene io lo accetto – dice qualcuno – siamo contenti se la squadra segna/ i soldi sono pochi/e non abbiamo più tempo per i giochi”.

Così ogni giorno che passa non è altro che la banale rappresentazione di se stesso, poco più. Ogni mese, ogni anno. Si racimolano quattrini per tentare di restare esattamente dove siamo, operazione sempre più onerosa. Per cercare di non perdere terreno. Per aggrapparci a un ieri che a ben guardare appare quasi miracoloso, visto dall’oggi.

Così giriamo con la testa bassa, gli occhi inchiodati a terra. Chissà cosa ci stanno preparando per domani, quali previsioni ci staranno confezionando addosso, di quale morte ci toccherà morire?

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1973. In Nicaragua, una rivoluzione popolare rovescia la sanguinosa dittatura della famiglia Somoza.  Seguono anni di ricostruzione e di una non meno sanguinosa guerra contro le truppe della contro-rivoluzione, sostenute dal governo degli Stati Uniti d’America.   Anni in cui il quotidiano si tinge di eroismo, pressappoco come succedeva prima, con la differenza che ora ciascuno si è appena conquistato il diritto di rialzarsi in volo, di girare con la testa alta.

Risollevare un paese agli stremi, reinventarselo di sana pianta, in mezzo alle bombe e ai bombardieri, agli errori che inevitabilmente si sarebbero commessi, riprendere il proprio destino in mano e farsi carico anche di quello degli altri, è , per ciascuno di loro, un impegno al quale non rinuncerebbe per niente al mondo, anche se molto spesso, può  costargli la vita.

Ma se c’è una cosa che colpisce, in quel vortice di energia  prorompente,  è l’unanime determinazione a difendere, metro a metro, il diritto sacrosanto alla fantasia.

Agli inizi della decade degli ‘80, Omar Cabezas, uno dei più noti rivoluzionari,  raccontava  di aver avuto, verso i diciotto anni, un amico immaginario, nel suo caso un cane, come quelli che spesso si hanno  nella prima infanzia.

Questo cane era così vero (riusciva a descriverlo in modo così reale) che presto anche i suoi amici si erano affezionati  a lui. Al punto che ogni tanto glielo chiedevano per portarselo a casa. “So che può sembrare una follia collettiva”, diceva, “ma così era”.

Un giorno  quel cane immaginario gli venne chiesto in prestito da Leonel  Rugama, un altro futuro guerrigliero – poeta (difficile trovare allora uno che non lo fosse), insieme a un libro a cui Cabezas ci teneva in modo particolare. Quando s’incontrarono,qualche tempo dopo, lo pretese indietro,  ma Rugama gli rispose: Non sai cos’è successo! Lo ha fatto a pezzi quel figlio di puttana del tuo cane!”

Molti anni più tardi, Leonel Rugama si sarebbe trovato  accerchiato, all’interno di una casa, dalle truppe del regime. All’ordine di arrendersi replicò: “Que se rinda tu madre”, e cominciò a battersi con l’energia di un’intera brigata, resistendo per ore ai carri armati e all’artiglieria di Somoza.  I vertici militari, convinti di avere intrappolato un cospicuo numero di ribelli chiamarono la televisione, in  modo che il paese potesse vedere in diretta nazionale il loro annientamento e questo servisse da monito per tutti quanti.

Soltanto quando il guerrigliero fu ammazzato si accorsero che quella battaglia era stata combattuta da un uomo solo.

Si resero conto anche che avevano impartito alla popolazione la lezione sbagliata: un solo uomo, se vuole, può fare la differenza. Il cambiamento era possibile.

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Ci sono giorni, da queste parti del mondo, nei quali anche uscire di casa richiede una certa dose di eroismo, il guardarsi allo specchio, il pensare a un domani che, per qualche ragione, in pochi sembrano in grado di poter descrivere.  Tale e quale si faceva una volta. Inventandolo, come s’inventano quelle cose che non esistono ma che ogni tanto ci sembra di essere in grado di modellare.

Non so come facciano gli altri, ciascuno ha i suoi trucchi. Per quanto mi riguarda,  in quei giorni, io decido comunque di provarci, di accettare la sfida. Prendo allora il coraggio a due mani, inforco gli occhiali e mi guardo allo specchio. Così, senza pensarci.  Poi, salutata l’ultima ruga, il prossimo capello bianco, faccio un respiro profondo  e  mi butto per strada, deciso ad affrontare la realtà.

Risoluto.

Spavaldo.

Io, e il cane di Cabezas, che mi trotterella accanto.