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Moriremo migranti?

E’ una domanda che mi pongo spesso, e spesso mi rispondo: sì. Malgrado noi stessi, e le tante nostre velleità di appartenenza a dimensioni universali. Le ragioni possono essere anch’esse molte. Come gli alibi sotto i quali siamo soliti ripararci. Come le risposte che di volta in volta rimediamo nel tentativo di alleviare i crucci.
Per quanto possa valere il mio pensiero, credo che l’emigrazione costituisca una delle due condizioni esistenziali più segnanti che all’essere umano sia dato di sperimentare. L’altra è sicuramente la guerra. Alcuni di noi, le hanno vissute entrambe.
Moriremo essendo considerati scrittori migranti? Anche questo me lo chiedo spesso. E spesso mi rispondo: spero di no. A patto di essere capaci di abbandonare (così come una volta siamo stati in grado di lasciarci alle spalle una vita che non ci somigliava), quel cantuccio rassicurante nel quale ci siamo fatti confinare, di buon grado a volte, quasi senza rendercene conto altre. Quello spaccato letterario riservato ad anime dalla bocca buona e il giudizio benevolo, che ha dato nomea e sostanze a studiosi del fenomeno e a certe case editrici specializzate, che trovarono in questa branca in divenire una giustificazione alla propria esistenza sul mercato. E che fanno il diavolo a quattro pur di evitare che i loro assistiti possano uscire dal recinto in cui così generosamente sono stati ospitati.
E noi? Eccoci lì, a gongolare nei quindici minuti di interesse letterario che a nessuno saranno negati, come recita il vangelo secondo Warhol.

Mi viene in mente una donna emigrata alla quale nessuno osò mai dare la qualifica di scrittrice migrante. Parlando di lei, una volta Borges disse: “La migliore scrittrice latinoamericana? E’ Italiana, e si chiama Syria Poletti.

Syria Poletti aveva superato i vent’anni quando approdò nel nuovo mondo e alla sua nuova lingua.
“Quando arrivai a Buenos Aires”, disse, “portavo con me soltanto la mia vocazione, nient’altro. Pensai che se volevo essere pubblicata in castigliano, dovevo scrivere nella miglior maniera possibile. Era il contributo minimo che potevo pagare come straniera. Avevo osservato con pena che coloro che scrivono in due lingue simultaneamente, finiscono per confondere le sfumature o per imporsi una certa rigidità. Scelsi allora di esiliare l’italiano; smisi di leggere e di parlare nella mia lingua natale. Quando uno strumento ci diventa indispensabile, tutti i sacrifici che possiamo affrontare per conquistarlo, ci sembrano pochi.”

Per quanto mi riguarda, e per quanto impegno possa metterci nel cercare di attenuarlo, so che quel marchio di appartenenza a un fenomeno che non conosce latitudini, non sparirà mai dalla mia pelle. Sono un migrante. Sono orgoglioso di esserlo. E se credessi in un dio sarei a lui grato per il dono dei mondi che mi è stato concesso di conoscere. Spero soltanto, come fece Syria Poletti un giorno, di riuscire a raccontarli nel miglior modo possibile, nella lingua che ho scelto per vivere. Da scrittore. Semplicemente.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/16/razzismo-letterario-scrivere-in-italiano-e-non-vincere-premi/183460/