Archive for gennaio 2016

Mario Benedetti – Uomo in galera che guarda suo figlio

mario-benedetti

Quando avevo la tua età mi dicevano i grandi
e le vecchie maestre amorevoli e miopi
che Libertà o Morte era una ridondanza
a chi poteva venire in mente in un paese
dove i politici giravano senza scorta?

Che “La Patria o la Tomba” era un altro pleonasmo
giacché la patria funzionava a dovere
tanto allo stadio quanto nei campetti.

In verità non capivano un corno
poveracci
credevano che Libertà fosse soltanto una parola acuta
Morte nient’altro che una parola grave o piana
e Carcere per fortuna una parola sdrucciola.

Si scordavano di mettere l’accento sull’uomo.

La colpa non è che fosse proprio loro
ma di altri più duri e più sinistri
e questi sì
come ci infinocchiarono
nella limpida repubblica verbale
come idealizzarono
quel tripudio di bestie e di padroni
e come ci rifilarono un esercito
che beveva il suo mate nelle caserme.

Uno non sempre fa quello che vuole
uno non sempre può.

Per questo sono qui
guardandoti e soffrendo
la tua assenza.

Per questo è che non posso spettinarti
né aiutarti con la matematica
né crivellarti a pallonate.

Tu sai che ho dovuto giocare ad altri giochi
che ho giocato sul serio.

Giocai per esempio a guardie e ladri
e i ladri erano i poliziotti.

Giocai per esempio a nascondino
e se ti scoprivano ti uccidevano
e giocai a colore
e il colore era quello del sangue.

Bimbo mio, anche se hai pochi anni
penso di doverti dire la verità
affinché tu non la dimentichi.

Per questo non ti nascondo che mi hanno torturato
fino a quasi farmi scoppiare i reni
tutte queste piaghe, gonfiori e ferite
che i tuoi occhietti tondi
guardano ipnotizzati
sono colpi feroci
sono stivali in faccia
troppo dolore perché te lo nasconda
troppa sofferenza perché mi si cancelli.

Ma è anche giusto che tu sappia
che il tuo vecchio è stato zitto
o che bestemmiò come un pazzo
che è un bel modo di tacere.

Che il tuo vecchio dimenticò tutti i numeri
(per questo non potrei aiutarti con le tabelline)
e quindi anche tutti i numeri di telefono.

E le strade
e il colore degli occhi
e i capelli e le cicatrici
e in quale angolo
in quale bar
quale fermata
quale casa.

E ricordarsi di te
del tuo visino
lo aiutava a stare zitto.

Una cosa è morire di dolore
e un’altra è morire di vergogna.

Per questo ora
puoi chiedermi
e soprattutto
posso io risponderti

Uno non sempre fa quello che vuole
ma ha sempre il diritto di non fare
quello che non vuole.

Piangi pure, piccolo mio
sono cazzate
che gli uomini non piangono.
Qui piangiamo tutti.

Gridiamo, sbraitiamo, sbaviamo, urliamo, bestemmiamo.

Perché è meglio piangere che tradire.
Perché è meglio piangere che tradirsi.

Piangi
ma non dimenticare.

(Trad. di Milton Fernàndez)

Annunci

Idea Vilariño

idea

 

Costano cari i giornali in Uruguay. Sono in pochi a permetterseli. E poi, per le notizie importanti c’è la radio, il passaparola, i muri della città. Lì, le nuove (quelle importanti) sostano a lungo, fino a quando il tempo non decide di cominciare a importunarle. E prima o poi finiscono per essere sostituite. Ma intanto sono lì. Diventano parte del paesaggio. Parlano di amori ignoti, di indignazioni collettive, di giustizia negata. A volte strappano sorrisi, altre proclamano speranze. Qualche volta, stringono alla gola come un pugno.

Pochi giorni fa, il 29 di aprile, è morta a Montevideo la poetessa Idea Vilariño. Se ne è andata in punta di piedi, com’era sua abitudine, mentre il paese si trovava in  apprensione per la salute di un altro grande della letteratura nazionale, Mario Benedetti, in quei giorni ricoverato in un ospedale della capitale.  Qualcuno ha scritto su un muro, come aveva fatto qualcun altro in occasione della morte di un amatissimo cantautore: No llores, canta! E un altro ancora : Nos quedamos solos, hermano, Idea se nos fuè.

Idea Vilariño era nata a Montevideo, nel 1920. Sono caduto per caso nel suo mondo di parole felpate e silenziose quasi una vita fa, quando ero ancora un ragazzino, e da allora, non sono mai riuscito a uscirne del tutto. La poesia che avevo trovato in una antologia di autori della Generazione del 45, era stata scritta per il suo amante, lo scrittore Juan Carlos Onetti, con il quale ha confessato una volta di avere condiviso non più di nove notti d’amore… e un’intera vita di passione e di solitudine. “Mi sono innamorata dell’ultima persona di cui avrei dovuto… eravamo fatti di una materia impossibile di legare. Non ha mai capito l’abc della mia vita, non ha mai capito me, come essere umano, come persona…. Ancora mi chiedo perché io abbia sopportato tanto, perché sia tornata sempre da lui. (…) Una notte mi chiamò, disperato, pregandomi di raggiungerlo. Io ero con qualcuno che mi amava, che lasciai per andare a passare una notte con lui. E ricordo che l’unica cosa che abbiamo fatto è stata quella di metterci schiena contro schiena, a leggere un libro, lui il suo, io un altro. Il mattino dopo lo presi dai capelli e gli dissi: sei un asino, Onetti, sei un cane, una bestia. E me ne sono andata”

Asino, Cane, bestia. Comunque, a lui, a Onetti saranno dedicati tutte le poesie d’amore che scriverà da lì in poi Idea Vilariño

Sei lontano e a Sud/ là non sono le quattro.

Seduto sulla sedia/ chinato sul tavolo del bar/ nella tua stanza/ coricato su un letto/ il tuo o quello di qualcuno che vorrei cancellare/ -sto pensando a te/ non a chi ti cerca/ a chi ti vuole accanto, come lo voglio io-/ Sto pensando a te da quasi un’ora/ o forse mezza/ non so./

Quando andrà via la luce/ saprò che son le nove/ spianerò il mio letto/ indosserò il vestito nero/ mi liscerò i capelli/

Andrò a mangiare/ E’ chiaro.

Ma prima o poi/tornerò in questa stanza/mi butterò sul letto/e allora il tuo ricordo/che dico/la mia voglia di vederti/di essere vista/la tua presenza di uomo che manca alla mia vita/diverranno/come diventi tu ora in questa sera/che volge ormai a notte/saranno/l’unica cosa/che mi importa al mondo. 

Si erano conosciuti prima di incontrarsi. “Andavano senza cercarsi, ma sapendo che andavano per trovarsi”, avrebbe detto Cortàzar. Ieratica, quasi solenne, lei. Lui maledetto. Potevano non piacersi? L’incontro avvenne in un bar di Montevideo. “S’era messo a sedurmi con tutto se stesso, con il meglio di se, al punto che mi ero convinta che fosse la settima meraviglia. Quella stessa notte mi innamorai di lui. M’innamorai, m’innamorai, m’innamorai”

Nel 1974, Onetti fu imprigionato dalla dittatura militare e trattato alla stregua di uno squilibrato mentale . All’uscita di quell’inferno lo aspettava Idea. “Siamo rimasti da soli, in silenzio. Zitti. Ma io non sono più quella di allora; qualcosa ho imparato; qualcosa mi ha insegnato la memoria; perché ho sempre lamentato non avere avuto più carattere per trattarlo prima. O forse è la differenza  tra l’essere e il non essere innamorata.- Moriremo senza imparare a parlarci?, domandai.- E’stato sempre difficile per me, disse. Ti ricordi quella volta in cui sei arrivata, dopo tanto tempo, e siamo stati venti, trenta minuti senza parlare, seduti, io nel letto e tu sulla sedia? Mi hai sempre creato soggezione,  disse lui.- Anche tu, risposi. Una volta mi hai detto che non potevi né mangiare né fare l’amore con me. -Sì, disse ancora. E mi guardava, a momenti, poi girava la testa, si mordeva il labbro, con un’espressione di impotenza, di disperazione. … La prima volta che entrai nella tua sala, al museo, mi è sembrato d’impazzire. Non ho mai capito cosa mi stesse succedendo, ma ero pazzo di te. – Non me  l’hai mai detto. – Non ho mai capito quel desiderio di possesso, quell’ansia di dominio. Non ti lasciavo andare a fare lezioni, è vero. Non potevo sopportarlo. E non si trattava di desiderio, ma di questa orribile tenerezza che sento per te.

Già non sarà/ non più/ non vivremo insieme/ non crescerò tuo figlio/ non cucirò i tuoi vestiti/ non ti avrò nelle notti/ non ti bacerò al partire/ non saprai mai chi sono stata/ perché altri mi amarono/ Non arriverò a sapere/ né come né  perché né come mai/ né se era vero/ ciò che dicevi lo fosse / né chi sei stato/ né cosa fui per te/ né come sarebbe stato/vivere insieme /amarci/aspettarci/stare. /Ormai non sono altro che me stessa/per sempre e tu/ormai/ non sarai per me/altro che tu.  Non ci sei più/in un giorno a venire/non saprò dove vivi/con chi/né se ti ricordi/Non mi abbraccerai mai/come quella notte/mai./Non tornerò a toccarti/Non ti vedrò morire

-Perché sostiene Idea che non saprai mai chi è stata?, chiese una volta una giornalista a Onetti. -Non lo so, rispose lui… Io non mai sentito che lei mi amasse. -E le poesie che ti ha scritto? -Io non dico che non lo sia stata. Dico che non l’ho mai sentito. Credo che nel suo discorso ci sia qualcosa di molto cerebrale, intellettuale. -Nient’altro? Bè… c’era anche il letto… (Asino, cane, bestia)

30 aprile 2009. Hanno portato Idea, nel suo ultimo viaggio, verso l’Università.  I montevideani cominciano ad arrivare. Tra poco saranno una moltitudine. Arrivano anche dei cantautori. Qualcuno forse vorrebbe intonare una canzone.  Tutti hanno cantato le sue parole. Ma il silenzio impazza. All’improvviso si sente una voce: “Non abusare dalle parole/non prestar loro/ troppa attenzione/ I suoi ultimi versi, quasi un epitaffio. Ora sì tutto tace. È calata la notte. Sul marciapiedi di fronte un passante si ferma, si toglie il cappello e chiede: che è successo?

Succede semplicemente che/tutto è finito/sono finita anch’io?/Una forza/una onesta passione e una voglia/una voglia volgare di proseguire/nient’altro che questo.

mural su idea vilarino

 

Felici i normali

retamar-press

Felici i normali, quelli esseri strani,
quelli che non hanno mai avuto una madre pazza, un padre ubriacone,
un figlio delinquente,
una casa da nessuna parte, una malattia sconosciuta,
quelli che non sono mai stati inceneriti da un amore calcinante,
quelli che hanno vissuto i diciassette volti del sorriso
e ancor di più,
quelli pieni di scarpe, gli arcangeli col cappello,
i soddisfatti, i grassi, i belli,
i rin tin tìn e i loro seguaci, i mancherebbealtro, i pregodiqua,
i vincitori, quelli amati fino all’impugnatura,
i pifferai accompagnati dai topi,
i venditori e i compratori,
i cavalieri leggermente sovraumani,
gli uomini vestiti da tuono e le donne
da lampi,
i delicati, i sensati, i raffinati,
i gentili, i dolci, i commestibili, i bevibili.
Ma che non blocchino la strada a coloro che costruiscono mondi
e sogni,
e illusioni, e sinfonie, e parole che sbaragliano
e ricompongono, quelli più pazzi della mamma, più
ubbriaconi del padre e più delinquenti dei figli.
Che lascino loro il proprio posto nell’inferno, e basta.

Roberto Fernández Retamar – L’Avana, Cuba, 1930
(Trad. di M. Fernàndez)

Pablo Neruda – Ode al giorno felice

neruda

Questa volta lasciate
che io sia felice,
non è successo nulla,
non sto in nessun luogo,
succede soltanto
che sono felice
ai quattro punti cardinali
del cuore, andando
dormendo o scrivendo,
cosa posso farci, sono
felice.
Sono più sterminato
dell’erba
nelle praterie,
sento la pelle come un albero rugoso
l’acqua sotto,
gli uccelli in cima,
il mare come un anello
alla mia vita,
la terra fatta di pane e pietra
l’aria che canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia,
sei sabbia,
tu canti e sei il canto.
Il mondo
è oggi la mia anima,
canto e sabbia,
il mondo
è oggi la tua bocca,
lasciatemi
sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì, perché respiro
e perché tu respiri,
essere felice perché se tocco
il tuo ginocchio
è come se toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.

Oggi lasciatemi
da solo
essere felice,
con tutti o con nessuno,
essere felice
con l’erba
e la sabbia,
essere felice
con l’aria e la terra,
essere felice,
con te, con la tua bocca
essere felice.

(Trad. di M. Fernàndez.)