Archive for agosto 2015

La morte si fuma i miei sigari – Charles Bukowski

bu

Sai com’è: sono qui ubriaco ancora
una volta
e ascolto Čajkovskij
alla radio.
Gesù, lo sentivo quarantasette anni
fa
quando ero uno scrittore morto di fame
ed eccolo qui
di nuovo
ora io sono uno scrittore con un po’
di successo
e la morte va
su e giù
per questa stanza
e si fuma i miei sigari
beve qualche sorso del mio
vino
mentre il buon vecchio Pietro continua a darci dentro
con la sua “Patetica”,
ho fatto un bel pezzo di strada
e se ho avuto fortuna è
perché ho tirato bene
i dadi:
ho fatto la fame per l’arte, ho fatto la fame per
riuscire a guadagnare cinque dannati minuti, cinque ore,
cinque giorni,
volevo soltanto buttare giù qualche
frase,
il successo, il denaro non importavano:
io volevo scrivere
e loro volevano che stessi alla pressa meccanica,
in fabbrica alla catena di montaggio
volevano che facessi il fattorino in un
grande magazzino.

Be’, dice la morte, passandomi accanto,
ti prenderò comunque,
non importa quello che sei stato:
scrittore, tassista, pappone, macellaio,
paracadutista acrobatico, io ti
prenderò…
okay, baby, le dico io.
Adesso ci beviamo qualcosa insieme
mentre l’una di notte diventa
le due
e lei solo sa
quando verrà il
momento, ma oggi sono
riuscito a fregarla: mi sono preso
altri cinque maledetti minuti
e molto di
più.
(Trad. di M. Fernàndez)

Il cellulare (Ernesto Cardenal)

carde

Parli nel tuo cellulare
parli e parli
e ridi nel tuo cellulare
senza sapere com’è che è stato fatto
meno ancora come funziona
ma questo non importa
il peggio è che non sai
come non sapevo io
che molti stanno morendo in Congo
migliaia e migliaia
per quel cellulare
muoiono in Congo
perché nelle sue montagne c’è il coltan
(oltre all’oro e ai diamanti)
che viene usato per i condensatori
dei telefoni cellulari
per il controllo dei minerali
le corporazioni multinazionali
portano avanti quella guerra infinita
5 milioni di morti in 15 anni
e non vogliono che si sappia
un paese di immensa ricchezza
con la sua popolazione alla fame
l’80% delle riserve mondiali
di coltan sono in Congo
il coltan giace lì da qualche annetto
qualcosa come tremila milioni di anni
la Nokia, la Motorola, la Compak, la Sony
comperano il coltan
anche il Pentagono lo compera
e la corporazione del New York Times
ma non vogliono che si sappia
non vogliono nemmeno che cessi la guerra
per poter continuare a prendere il coltan
dei bambini dai 7 ai 10 anni estraggono il coltan
perché i loro piccoli corpi
riescono a infilarsi negli stretti cunicoli
per 25 centesimi al giorno
e muoiono a migliaia
per via della polvere di coltan
o martellando la pietra
che li schiaccia
The New York Times
non vuole che si sappia
per questo non sappiamo
di quel crimine organizzato
dalle multinazionali
la bibbia identifica
giustizia e verità
e amore e verità
l’importanza quindi della verità
ci farà liberi
anche la verità del coltan
il coltan dentro il tuo cellulare
nel quale parli e parli
e ridi
nel tuo cellulare

(Trad. di Milton Fernandez)

Da dove viene la poesia? – J. L. Borges

b

Io direi che proviene – ma lo dico perché sono fatalista – da tutta la storia universale che ci precede. Io non credo nel libero arbitrio, credo che ogni mio atto sia fatale, che il libero arbitrio sia un’illusione necessaria. Cioè, affinché io scriva la poesia è necessaria tutta la mia vita anteriore e tutta la storia dell’umanità e sono necessari dei paesi dimenticati, delle lingue perdute. Tutto quanto fluisce verso il presente ed è, certamente, l’unica cosa che possediamo, e quel presente si alimenta del passato, che possibilmente è infinito. Per quanto mi riguarda, so che tutto quello che ho scritto può apparire freddo, può essere considerato prescindibile ma l’ho scritto pressato dall’emozione, dalla necessità di farlo. (…)
Credo che se non c’è emozione non può esserci poesia. Non c’è nemmeno la necessità che la poesia ci sia. Di modo che io direi che uno scrive spinto dall’emozione, anzi, cercando di liberarsi da un’emozione, perché se un tema ti sta cercando, se quel tema insiste in cercarti, se non ti lascia in pace, finisce che lo scrivi per liberarti di lui o, come diceva Alfonso Reyes, per non passare la vita a correggere le bozze. Uno pubblica un libro per affrancarsi da lui, poi, il fatto che quel libro abbia o meno successo, che trovi o meno un lettore – cosa alquanto difficile – è estraneo allo scrittore. Lo scrittore deve guardare avanti. Credo sia un atteggiamento malato quello di pensare in termini di successo o di sconfitta. Kipling dice che entrambi sono degli impostori. Ma se uno sente la necessità di esprimersi artisticamente non ha altra possibilità che farlo, altrimenti diventa uno impostore e si scopre subito il simulacro. Credo che sedersi a scrivere un sonetto sia un errore, bisogna lasciare che il sonetto ci trovi, bisogna lasciare che i temi ci trovino.
Ora, da dove vengono questi temi?
I classici credevano nelle muse, gli ebrei nello Spirito Santo, il poeta William Butler Yeats credeva “nella grande memoria”, che sarebbe quella che ogni individuo eredita dai suoi genitori, dai suoi nonni, dai suoi bisnonni, cioè, una memoria virtualmente infinita. (…)
Mi chiesero una volta perché generalmente i poeti rispondono più allo stimolo del dolore che a quello dell’allegria?
Io credo sia vero, e lo sia perché la allegria è fine a sé stessa. Raggiungere la felicità è un punto di arrivo. La tristezza no. La tristezza dev’essere tramutata in altro. E’ quasi una questione statistica. Quanti poeti hanno cantato la felicità? Whitman si propose di farlo e in una poesia dice che sente su di lui tutta quanta la sofferenza della gente, tutta quanta la miseria, la sua angoscia, la sua sventura. E finisce per dire:
“Vedo queste cose e taccio”.

Jorge Luis Borges. ‘Diálogo sulla poesia’ – Mes de las letras – Conferenza, Buenos Aires – 1980
(Trad. di M. Fernàndez)

Roberto Bolaño – 12 consigli per chi vuole scrivere racconti

Bolano

1- Mai abbordare i racconti uno alla volta; onestamente, uno potrebbe continuare a scrivere lo stesso racconto fino al giorno della sua morte.

2- La cosa migliore è scrivere i racconti tre alla volta, o cinque. Se ritieni di avere l’energia sufficiente, affrontali pure nove alla volta o quindici.

3- Attenzione: la tentazione di scrivere due racconti alla volta è tanto pericolosa quanto dedicarsi a scrivere uno alla volta, porta in sé lo stesso gioco sporco e appiccicoso degli specchi amanti.

4 – Bisogna leggere Horacio Quiroga, bisogna leggere Felizberto Hernàndez e Borges. Bisogna leggere Rulfo, Monterroso, Garcìa Marquez. Uno scrittore di racconti che abbia un minimo di interesse per la sua opera non leggerà mai Cela, o Umbral. Leggerà senz’altro Cortàzar e Bioy Casares, ma mai, in nessun modo, Cela o Umbral.

5- Lo ripeto ancora una volta, nel caso non fosse chiaro: Cela e Umbral nemmeno in fotografia.

6- Uno scrittore di racconti dev’essere coraggioso. E’ triste riconoscerlo, ma è così.

7 – Gli scrittori di racconti si vantano di solito di aver letto Petrus Borel. Di fatto è arcinoto che molti scrittori cercano di imitare Petrus Borel. Grande errore. Dovrebbero imitare Petrus Borel nel modo di vestire! Ma la verità è che di Petrus Borel non sanno nulla! Ne di Gautier, ne di Nerval!

8- Insomma: proviamo a metterci d’accordo. Leggete pure Petrus Borel, vestitevi come Petrus Borel, ma leggete anche Jules Renard e Marcel Shwob, soprattutto Marcel Shwob, e da lui passate a Alfonso Reyes e da lui a Borges.

9- La verità è che con Edgar Allan Poe basterebbe, e avanzerebbe pure.

10 – Pensate al punto nove. Uno dovrebbe sempre pensare al punto nove. (In ginocchio, possibilmente.)

11- Libri e autori fortemente raccomandabili: Trattato del Sublime, di Pseudo-Longino; I sonetti dello sfortunato quanto valoroso Philip Sidney, la cui biografia scrisse Lord Brooke; la Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters; Suicidi esemplari, di Enrique Vila-Matas.

12- Leggete questi libri, e pure Céchov, e Raymond Carver (uno dei due è il miglior scrittore di racconti che ci abbia dato questo secolo).

(Trad. di M.Fernàndez)

Inno

bo

Questa mattina
c’è nell’aria l’incredibile fragranza
delle rose del Paradiso.
Sulla riva dell’Eufrate
Adamo scopre la freschezza dell’acqua.
Una pioggia d’oro scende dal cielo;
è l’amore di Zeus.
Salta dal mare un pesce
e un uomo di Agrigento ricorderà
di essere stato quel pesce.
Nella grotta il cui nome sarà Altamira
una mano senza faccia traccia la curva
del dorso di un bisonte.
La lenta mano di Virgilio sfiora
la seta che hanno appena portato
dal regno dell’Imperatore Giallo
le carovane e le navi.
Il primo usignolo canta in Ungheria.
Gesù vede nella moneta il profilo di Cesare.
Pitagora rivela ai sui greci
che la forma del tempo è circolare.
In un’isola dell’oceano
i levrieri d’argento inseguono i cervi d’oro.
Su un’incudine forgiano la spada
che sarà di Sigurd.
Whitman canta a Manhattan.
Omero nasce in sette città.
Una donzella ha appena catturato
l’unicorno bianco.
Tutto il passato torna come un’onda
quelle antiche cose tornano a succedere
perché una donna ti ha baciato.

(Trad. di M. Fernàndez)

Wislawa Szymborska – Il poeta e il mondo –

wislawa

(…) Il poeta contemporáneo è scettico e diffida perfino – o meglio, soprattutto- di sé stesso. A malavoglia confessa di essere poeta, come se si trattasse di qualcosa di cui vergognarsi. In questi tempi chiassosi è più facile ammettere i propri vizi, cosa che di solito si tramuta in una sortita ad effetto; molto più difficile è riconoscere le virtù, visto che queste sono poste molto più in profondità, e perfino noi stessi crediamo in loro con una certa fatica. Nei sondaggi e negli incontri con amici occasionali, quando il poeta si vede forzato a definire la sua professione, si serve del termine generico di “scrittore” o di qualche altra professione che parallelamente esercita. L’impiegato pubblico o gli eventuali compagni di viaggio  ricevono con una certa perplessità e inquietudine la notizia di avere a che fare con un poeta. Sospetto che anche un filosofo possa produrre una simile inquietudine. Nonostante essi si trovino in una situazione più avvantaggiata, perché di solito possono addobbare la loro professione con  qualche grado accademico. Professore di Filosofia – questo ha già un suono assai più serio.

Non esistono Professori di Poesia, cosa che farebbe presupporre che questa attività richieda studi specializzati, tesi da presentare in date concordate, dissertazioni teoriche con accluse bibliografie e note e, infine, la laurea ricevuta con una certa solennità. Tutto questo significherebbe, inoltre, che per laurearsi come poeta non basterebbero i fogli di carta, anche se gremiti di versi eccellenti, ma si avrebbe bisogno, soprattutto, di una carta con timbro e sigla.

Ricordiamo che fu proprio questa la ragione per la quale Josef Brodsky, orgoglio della poesia russa e futuro premio Nobel, fu condannato all’esilio. Brodsky è stato definito “parassita”, perché non possedeva un certificato ufficiale  che attestasse la sua condizione di poeta. (…)

Il peggiore dei casi è quello dei poeti. Il loro lavoro risulta inevitabilmente poco fotogenico. Uno rimane seduto al tavolo, o disteso sul divano, con lo sguardo fisso puntato sul muro o sul soffitto; ogni tanto scrive sette versi, dei quali, dopo nemmeno un quarto d’ora, ne casserà uno. Nell’ora successiva non accadrà proprio niente. Quale spettatore potrebbe mai sopportare una cosa del genere?

L’ispirazione? Io stessa evito il discorso quando me lo domandano. E dico: l’ispirazione non è privilegio esclusivo dei poeti né degli artisti in generale. C’è, c’è stato, ci sarà sempre un numero di persone alle quali ogni tanto si risveglia l’ispirazione. A questo gruppo appartengono coloro che scelgono il proprio lavoro e lo portano avanti con amore e immaginazione. Ci sono medici così, ci sono maestri, ci sono anche giardinieri e centinaia di altri lavoratori. Il loro compito può essere una avventura senza fine, a patto che sappiano trovare in lui nuove sfide.

Da ogni problema nasce uno sciame di nuove domande. L’ispirazione, qualsiasi cosa essa sia, nasce da un perpetuo “non lo so”.  (…)

Per questo è che nutro una profonda estima per queste piccole parole: “non lo so”. Piccole ma dotate di ali per il volo. Ci ingrandiscono la vita fino a una dimensione che non ci sta in noi stessi e nemmeno nello spazio in cui è contenuto il piccolo pianeta in cui viviamo. Se Isaac Newton non avesse detto a sé stesso “non lo so”, le mele nel suo giardino avrebbero continuato a cadere come la grandine, e lui, nei migliore dei casi, si sarebbe soltanto chinato per raccoglierle e mangiarle. Se la mia connazionale María Sklodowska-Curie non si fosse detta “non lo so” probabilmente sarebbe rimasta la maestra di chimica di un collegio di signorine di buona famiglia e in questo lavoro, seppur encomiabile, avrebbe consumato la sua vita. Ma lei continuò a ripetersi “non lo so”, e furono proprio queste parole a portarla per ben due volte a Stoccolma, qui dove si assegna il premio Nobel a persone dallo spirito inquieto e in costante ricerca.

Anche il poeta, se è veramente un poeta, deve ripetersi eternamente “non lo so”. Con ogni suo verso tenta una risposta, ma nel momento un cui appone il punto finale, viene assalito dai dubbi e comincia ad avvertire che la sua risposta è temporale e in nessun caso soddisfacente. Allora ci prova ancora una volta e un’altra e un’altra ancora, in modo che quelle successive dimostrazioni della sua propria insoddisfazione possano essere un giorno legate con una grande spilla e classificati dagli storici della letteratura col titolo altisonante di:  “Opera”

(…)

Nonostante tutto il male che possiamo dire e pensare di questo mondo, una cosa mi sento di asserire: che è sorprendente.    Ma nell’espressione “sorprendente” si nasconde un trabocchetto logico. Ci sorprende quello che fuoriesce dalla norma conosciuta e comunemente accettata, dall’ovvietà alla quale ci siamo assuefatti. Bene, lasciatemi dire che un mondo così , ovvio, non esiste. La nostra capacità di sorprenderci è indipendente e non deriva dai possibili paragoni con dei modelli prestabiliti.

Certo, nel parlare quotidiano, il quale non si sofferma su ogni singola parola, usiamo espressioni tali come “normalità”, o  “questo non è normale” o…

Nonostante tutto, nella lingua della poesia, dove ogni parole viene calibrata , nulla è normale. Nessuna pietra e nessuna delle nuvole che sorvolano quella pietra.

Nessun giorno e nessuna notte di quelle in avvenire.

E soprattutto, nessuna particolare esistenza su questo mondo.

Il ché sta a indicar che i poeti avranno per sempre tanto lavoro da fare.

Wislawa Szymborska – Discorso al conferimento del Nobel-

(Trad. di M.F.)

Alejandra Pizarnik – Diari

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Succede che se non scrivo poesie non accetto vivere, vivermi. Succede che la condizione del mio corpo vivo e movente è la poesia. Succede che se non scrivo non mi lascio, non mi lascerò mai vivere per un’altra cosa. Lo giurai una notte dell’anno ’54. Non si tratta di fedeltà ma di sapere chi sono e perché sono qui. Non si tratta di costringermi ma di ardere nel linguaggio. Ogni traccia di fuga mi duole perché mi nega, mi fa sparire. Questo è orgoglio e pazzia. Lo è y ed è anche causa di quello cha faccio con il mio corpo: punirlo affinché si tramuti in parole, cioè in poesie. Io morirò del modo poetico che mi sono creata per il mio uso e abuso. Niente di meno poetico, ma niente di più vicino – date le mie limitazioni naturali – al vero luogo della poesia.
Vivere, morire. Ma se si tratta di imparare a giocare. Ciò che mi insegue da quando scrivo è un gruppo di parole patetiche che non capisco, che nessuno capisce. Ecco la parte più difficile: parlare di ciò che si sa.
Va bene, ma, dopo tutto, parlare di ciò che non si sa equivale a domandare.

Alejandra Pizarnik
Diari- 26//04/1963