Archive for giugno 2010

Dicono sia morto Saramago –

Dicono sia morto Saramago. Non fateci caso, è una frottola. A dire la verità ci ero cascato anch’io, per un attimo, e lo sconforto durò pressappoco l’intero pomeriggio. Poi sono tornato a casa. L’asmatico ascensore ci mise più del solito e arrivò con la lingua di fuori al sesto piano. Due mandate all’indietro, in fretta e furia. Il volo delle scarpe. L’indolenza fiacca e insoffribile della lampadina a risparmio energetico.
Le buttai giù, una per una, e cominciai a spolverarle lentamente. Con sollievo. Erano tutte lì, le sue parole.
L’ inconfondibile suono della sua voce. Il silenzio felpato di quei passi. La prova inconfutabile della sua esistenza in vita.
Ma come è potuto accadere? Come ho fatto a lasciarmi abbindolare da una notizia del genere? Anche solo per un attimo. Per un interminabile pomeriggio.
Credere che possa scomparire Josè Saramago? Che sarebbe poi come accettare quello che molti si sono affrettati a scrivere un giorno, in lettere già sbiadite, che nessuno ricorda. Che è morta Alda Merini, ad esempio. O Sanguinetti. O Pasolini, Luzi, Bertolucci, Quasimodo, Montale, Lorca, Neruda, Benedetti, Vilarino…
Frottole, datemi retta. Messe in circolazione da gente poco avvezza al contatto con la vita. O con la morte, quella zigotica gemella che le assomiglia, che non è la stessa cosa.
E continua quindi a scambiarle, caparbiamente, fino a non riuscire più a riconoscere i tratti salienti dell’una e dell’altra, l’odore stantio delle maschere che abbiamo inventato per seguitare a confonderle, per non chiederci dov’è tracciata quella linea sottile, insostanziale e lieve, che segnala percorsi paralleli e equidistanti, mai troppo discosti l’uno dell’altro, mai troppo affini, eppure tanto uguali.

I coccodrilli, si sa, sono animali opportunisti. Come le iene, pressappoco. Se capita l’occasione addentano carne fresca, odorante di vita. Se quell’occasione diventa troppo impegnativa per il loro pigro metabolismo di carnivori superiori, s’accontentano di carcasse.
In gergo giornalistico, invece, il coccodrillo è un necrologio preconfezionato, un più o meno dettagliato resoconto della vita dell’interessato, passato dalla parte dei giusti proprio in funzione della sua fiammante condizione di deceduto, situazione nella quale – si presume- non sarà più in grado di arrecare ulteriori danni e si rende quindi meritevole di incensamento.
A dirimpetto nella catena, eccovi le iene. Suppergiù di simile sistema digerente. Fiacche e prive di spirito di iniziativa, attendono a lungo il momento opportuno per assestare quella zannata provvidenziale, (che sazierà per qualche giorno la loro fame millenaria e gli farà guadagnare dei meriti agli occhi dei loro pelosi contemporanei), di solito nel momento in cui la vittima sembra impossibilitata ad opporre resistenza.

La sera del presunto fatto ho accesso la televisione. Quel plastico cenotafio innalzato in onore del sonno della ragione. Accanto a me, sparpagliati qua e là sul pavimento I poemi possibili (Os poemas possíveis), In Nomine Dei (In Nomine Dei), Probabilmente allegria (Provavelmente alegria), A Bagagem do Viajante, e poi ancora, Una terra chiamata Alentejo (Levantado do chão), Memoriale del convento (Memorial do convento), L’anno della morte di Ricardo Reis (O ano da morte de Ricardo Reis) … e tutte le altre parole, che continuano a palpitare nella mia stanza, talmente piene di vita, di umanità, di talento, di dignità, di giovinezza, che nessuna fine potrà mai intaccare.
Lo schermo seguita a sciorinare, incurante, un funereo campionario illimitato. Abbronzati, sorridenti, genuflessi, i cadaveri di giornata si contendono i primi piani. Politici, funzionari, pupe, secchioni, orfani e adottati, persi e ritrovati, depressi, spensierati, caronti e traghettati, affamati ed obesi.
Ecco la nullità del trapasso. I diversamente vivi. Quei morti “a loro insaputa”.
Se la ride di gusto, Saramago. Dalla prima pagina il giornale ufficiale della santa sede lo definisce “ un populista estremistico”. Di sicuro sono caduti anche loro nel tranello. Quei distratti portatori di verità indiscutibili. Ci hanno creduto che Saramago potesse un giorno non esserci più. Forse se lo sono perfino augurato. E non appena sentito il bisbiglio dell’armento, ecco le zanne lucidate a nuovo. E il cigolio sinistro della specie, quello che in tanti prendono per riso.

Stasera ho acceso una candela, per la salvezza della loro anima. Di tutti quanti. Non che ci creda più di tanto, ma in uno o l’altro modo si meritano una riconoscenza. Alla fin fine, fanno del loro meglio per dimostrarci, ogni giorno della loro realtà, la sostanziale differenza che passa tra il nulla e la vita. Tra suoni e parole. Tra riso e sogghigno. Tra coccodrilli e iene, appunto.

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Solipsismi

Si sta da soli a volte
quando arriva la notte
e ti pianta una mano
pesante sulla spalla

si sta da soli a volte
non c’è dio che tenga
non c’è bocca di donna
che ti sbrini la schiena

si sta da soli a volte
con tutto il tempo appresso
con l’intero inventario
di sconfitte e rimandi

e viene voglia allora
di strapparsi il cuore
con i denti

di strapparlo davvero

di ficcartelo in tasca
e di uscire per strada
a cancellare accenni
a barattare istanti
a raccattare miasmi
in
tangenziale

si sta da soli a volte
non c’è dio che tenga

Ombraria, Milton Fernàndez

Josè Saramago –


«L’uomo piú saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro del mattino, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. […]
Talvolta, nelle calde notti d’estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: “José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” […].
In piena pace notturna, tra gli alti rami dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un’altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause piú lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: “E poi ?”
[…]
Molti anni piú tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi […].
Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell’insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura».

José Saramago. Discorso per la cerimonia di conferimento del Premio Nobel, 7 dicembre 1998
trad. di M.F.

Risveglio a Como

Ragazzi
indietrotutta
la notte non era in fin dei conti
così nera
nient’altro che un simulacro d’ecatombe

le nove del mattino …

è tutto così nuovo in questo mondo
che viverci dentro
non sembrerebbe affatto una chimera

ragazzi, indietrotutta
siamo dalla parte giusta
della trincea

qui il sole bene o male esiste
persiste il mal di schiena
i calzini spaiati
i piccioni incollati alla ringhiera
la custode in guardina con lo sguardo rapace
il vizio del giornale
via Masia come al solito in piena
al baretto del lago la ragazza cubana
continua a distribuire sorrisi di giornata
che durano l’intera settimana

qui la vita
bene o male scorre
qui il rosso è tutt’al più un barbera
i postumi di un bacio
il segnale di stop alla barriera
qui i bambini rimangono bambini fino a sera
qui gli aerei non offendono il cielo
qui le stelle sono soltanto stelle
e non tacche beffarde sulla bandiera
qui il panico non varca i confini
qui l’odio non è ancora un male necessario

qui l’amore non è passibile di pena
qui una carezza non è incomprensibile
qui non ho bisogno di credere in dio per campare
qui una donna mi ama ed io la amo
e ringraziando Dio
è lei il mio esclusivo
personale
sensibile obiettivo

ragazzi
indietrotutta
la notte non era in fin dei conti
così nera

siamo vivi ed interi
siamo diritti
e
umani

tutti in piazza
stasera
siamo quanto di meglio si trovi
sul mercato

siamo dalla parte
furba
della trincea

 

Bertolt Brecht – Lode del dubbio


Sia lodato il dubbio! Un consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in furiosa fuga gli invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’armata salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare su una mano.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
che fosse così e non diverso!

Con un respiro di sollievo un giorno
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce.

Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie
un libro redatto da Iddio in persona,
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.

Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo
che costruisce la casa dove lui non potrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo
che la propria casa si costruisce.

Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.

Non credono ai fatti, credono soltanto a loro stessi.
Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che hanno con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e non dubitano
si incontrano coloro che riflettono e non agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano soltanto per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri dl navi che stanno già affondando.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’esso non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora del tutto sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che assomiglia alla disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi?
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi motivi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
concedi il beneficio del dubbio!

Bertolt Brecht
Augusta 1898 – Berlino 1956

Trad. dal inglese di M.F.

Vinicius De Moraes – Ai miei amici


Ho degli amici che non sanno a che punto sono i miei amici.
Non arrivano a percepire tutto l’amore che li professo e l’assoluta
necessità che ho di loro.
L’amicizia è un sentimento più nobile dell’amore.
Lei fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l’amore è inscindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, seppur non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza…
Nemmeno li cerco, mi basta sapere che esistono.
Questa semplice costatazione mi incoraggia a proseguire la mia vita.
Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li ami.
Non mi crederebbero.
Molti di loro, leggendo adesso questa “cronaca” non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici.
Ma è meraviglioso che io sappia e senta che li amo, anche se non lo dichiaro e non li cerco.
E alle volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima nozione di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché fanno parte del mondo che io faticosamente ho costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.
Se uno di loro morisse io resterei storto.
Se morissero tutti quanti io crollerei.
E’ per questo che, a loro insaputa, prego per la loro vita.
E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere.
E’  forse soltanto frutto del mio egoismo.
Qualche volta mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro.
Quando viaggio e sono davanti  a dei paesaggi meravigliosi, ad esempio, mi cade spesso una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere…
Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, vivendo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo lo sospettano e forse non sapranno mai che sono miei amici.
Perchè amico non si fa, lo si riconosce.

V. De Moraes (Rio de Janeiro, 19 ottobre 1913 – 9 luglio 1980)
Trad. di M.F.
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Perché ci sei

Se potessi fermarmi
ed adagiare
piano piano la testa
su un minuscolo istante
del tuo tempo
se potessi lasciarmi alle spalle
tutta quanta la strada
e cancellare
dalla pianta dei piedi
le linee del destino
lo farei perché ci sei
in questo mondo
perché sei nuda
e mia
perché sei mia
stasera
perché sei viva
perché sei vera se ti prendo in mano
e lo sei ancor di più
se non ti tocco
perché sei presupposto ad ogni fine
e sei dottrina a tutta la mia pena
e sei dimora al sonno
e anfratto vesperale
a ogni
singolo
affanno

se potessi
ti direi che ti amo

che la notte con te
sa di mattino

Terra orfana, Milton Fernàndez