Archive for ottobre 2010

Degli infiniti punti di un segmento VI

Dilaniato, smarrito, il maschio si ravviva.
A cataclisma avvenuto si fatica a rimettere il tutto sui cardini di un tempo.
Una nuvola bassa, di cenere sottile, inghiottisce le strade.
Le streghe del silenzio presidiano incessanti i loggiati  del vento.

Si risolleva, a malapena l’uomo.  Inabile, incompiuto.
Vir, paradigma e condanna.
Temibile ciclope dalla forza ancestrale, giocato dall’ingegno femmineo di un guerriero.
Outis.
Nessuno.
Colui che continua a scivolargli tra le dita.
E al gigante offuscato non resta che colpire.

Una briciola d’aria si trasforma in tormento.
E picchia, allora.
E pesta e martella e stupra e assilla e si ossessiona…

Sta cercando, da secoli, di uccidere quel mostro che gli ruggisce dentro.
Quel fantasma silente che lo occupa.
Quella brama animale che s’avventa sui corpi, che li sbrana, in cerca di un segreto che è stato a lui negato, e che reclama.

Non è mai troppo solo, il condannato.
Gregario solitario, la mandria che aborrisce lo rintana.
Al chiarire del sole -di ogni sole- il pasto consumato si riavvia.
Non lo saprà mai, quell’uomo .
Ma è sua la morte in tanta vita.

Sabor a viento, Milton Fernàndez

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Degli infiniti punti di un segmento V

Successioni di istanti.
Lasso di eternità.
Briciola di tenebra che continua a sbigottire i sogni.
Si guardano le donne.
Ciascuna è uno specchio che prende e che rigetta.
Ciascuna è solo una, ed è tutte le donne.

Da qualche parte, appeso, un orologio macina incessante il tempo.
C’è qualcosa di antico e di mai visto in quella successione di segmenti.
Un ché di oscurità che si diffonde.
Se la dea è morta dentro di noi, tutto è permesso.
L’ingranaggio corroso fila all’indietro.
Dai contorni spuri  di una ferita mai rinchiusa riaffiorano i vecchi miasmi.
Putridi.
Insolenti.
Sostanza proteiforme e mai conclusa, l’uomo e la sua stirpe.

Quel che nacque carezza torna spada.
La lingua si nasconde tra le frasche dei denti.
Il soffio del candore avviva incendi.

Se la dea è morta, tutto è concesso.
Da avallo  primigenio il soggetto tramuta in macchinario. Congegno invertebrato.
Che deiette.
Che spurga.
Che ammorba e che cancella.

Immolato a se stesso, sanguina vacuità un corpo inanimato.
Il primo cavaliere della fine continua a speronare il suo destriero.

El abrazo, Milton Fernàndez

Degli infiniti punti di un segmento (IV)

Dal corpo di Arianna abbandonata cadono le vesti, una ad una.
La figlia di Minosse guarda il vuoto, là dove risuonano gli strepiti  del tuono e lo stupore.
Tutto l’inizio risiede in quella fine.
Vittima e carnefice.
Offerta sacrificale sull’ara dei primordi.
Lei, che è tutte le donne e mai ne è stata una, rifiuta il suo destino. Nessun mortale è morto quanto lei.
Lei amante, baccante.
Lei profana.
Lei servile monarca.
Lei persa e ritrovata.
Lei dal piede veloce.
Dal ventre smisurato.
Lei profilo di statua.
Umiliata, impiccata.
Lei perita di vita.
Lei dal seno trafitto.
Consueta.
Inarrivabile.

Alle feste del dio, vino e sangue si mischiano e si confondono.
Gli ufficianti si scambiano le maschere.
Com’è d’uso anche i doni.

Nel grembo del dirupo la donna si fonde e s’architetta.
Quando si innalza in piedi riecheggia dall’abisso l’accenno primordiale.
E riprende a danzare.
Vorace.
Incontentabile.
Nemesi ora.
Numinosa. Fatale. Furibonda.

Dal corpo dell’ Arianna abbandonata si defila, a poco a poco, il tempo.
Tornerà in altre vesti, in altre storie.
In attesa del vento l’uomo ammaina le vele e si rintana.
Un’aria di disfatta gli straluna i capelli.

Sin piel, Milton Fernàndez

Degli infiniti punti di un segmento (III)

Da sempre notte, in quel cantuccio di universo.
Vortica il mare tra sospiri di alga e di cotone.
Inginocchiati, lenti (ora tutto può succedere soltanto lentamente) uno di fronte all’altro, due corpi di sapone giocano all’eternità.
Monta un respiro che soffia da lontano.
Quasi un sussurro, aria compressa e multiforme.
Pareti di corallo zampillanti di spuma.
Il dedalo si tende e si distende.
Dentro e fuori.
C’è un ansito divino, in questa brama, quasi l’urlo di Dio.
Il brodo primordiale.
Angeli e demoni a contendersi grazia, senza freni.
E il respiro dell’aria, per sempre equinoziale.

Loro finalmente nudi, come mai prima d’ora.
Come mai sottopelle.

Ora tutto è possibile.
Ora tutto è concesso.

Pulsano i ventri, quasi in fondo al cuore.
Si perdono e si rinvengono.
Mille e più volte ancora.
Si cercano la gola con i denti.
Si strappano un sospiro.
Si uccidono.
E si danno la vita, a piene mani.

E’ notte, dice lui, sii la mia luna.
La donna si risveglia. Restami dentro. “Occupami, abitami, risiedimi”, scongiura.
Ma la voce ristagna in fondo al buio.
S’accuccia sul suo grembo, desolata.
Mentre echeggiano i passi sulla strada e un silenzio animale la reclama.

 

Humpty, IV - Milton Fernàndez

 

Degli infiniti punti di un segmento (I-II)

I

Arido questo silenzio che arriva da lontano.
Silicio , calce, argilla benaugurale e primigenia.
Quiete che sa di assenza.
Mani e corpi intenti a conformare sé stessi.
Respiro d’aria, che nell’aria ristagna e si diffonde.
Bassa marea.
Flusso, reflusso e sangue.
Sogni disciolti in lacrime e sospiri.
Ogni giorno è un giorno da sgravare.
Lei lo sa.
Ogni notte una nenia per addolcire il tempo.

Prende a raccontarsi, la donna.
La sua voce è un fiume che scorre sotto pelle.
La coda tra le gambe, si rintana il silenzio nei mille anfratti di una storia che è somma di tutti i nostri giorni.
Da qualche parte, al riparo del buio, allunga l’orecchio l’uomo.
Ancora non lo sa, ma qualcosa gli dice che è in quella voce che annida la sua ombra.
Sobbalza.
Un rumore di tacchi lo impaurisce.
Comincia a ritrovarsi, in quegli accenti.
Principio e fine.
La solita giornata.
La donna si racconta e lo ricrea.

II

A dieci centimetri da qui, su questo stesso muro, io troverò il tuo sguardo.
Si stillano promesse.
Si cingono a vicenda – malandati, maldestri-  i desideri.
Pareti come pagine che attendono di essere gremite di parole.
Saliscendi, colline.
Vocali e consonanti.
Grafia delle brame, balbuziente e sonora.

Tra arabeschi giallognoli di fumo l’alfabeto dei sensi s’abbandona al suo canto.
Un filo tremolante di impazienza percorre il labirinto, avanti e indietro, da secoli stellari.
E gli occhi si rassegnano.
Diventano mani, dita, bocca che percorre e che divelte; che strappa, che stringe, che spalanca, che umidisce, che penetra e s’inoltra…
A dieci centimetri da qui, su questo muro che nasconde e mi nasconde, io mi troverò in te, lo giuro.
E’ scritto da qualche parte.
Da una vita.

Fuga, Milton Fernàndez