Archive for gennaio 2018

La Memoria del giorno dopo

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“Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire.”

Chi parla è un signore chiamato Indro Montanelli, al quale non molto tempo fa è stata dedicata una piazzetta, a Milano, con statua annessa.

Parla di sua moglie africana. Parla dell’Africa, Montanelli. Di come da quelle parti la pedofilia, lo stupro e la compravendita degli esseri umani sia “tutta un’altra cosa”

“Era un animaletto docile”, racconta. “Io le misi su un Tucul (casetta a pianta circolare con tetto conico, solitamente di argilla e paglia) con un orticello e dei polli. Ogni quindici giorni mi raggiungeva, dovunque fossi, assieme alle mogli degli altri ascari. Ovunque io fossi, arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

“Si trattava di trovare una compagna intatta per ragioni sanitarie (in quei Paesi tropicali la sifilide era, e credo che ancora sia, largamente diffusa)”, aggiunge, “e di stabilirne col padre il prezzo. Dopo tre giorni di contrattazioni a tutto campo tornò con la ragazza e un contratto redatto dal capo-paese in amarico, che non era un contratto di matrimonio ma – come oggi si direbbe – una specie di «leasing», cioè di uso a termine. Prezzo 350 lire (la richiesta era partita da 500), più l’acquisto di un «tucul», cioè una capanna di fango e di paglia del costo di 180 lire.
La ragazza aveva 12 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a dodici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile. […]”

Questa pratica coloniale, dalla quale il padre del giornalismo italiano non prese mai le distanze (e per la quale non trovò mai motivi per discolparsi), si chiamava “Madamato”, ed era molto in voga nel 1936. Insomma, non un vero e proprio matrimonio, una sorta di contratto sociale segnato dal dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del ricco sul povero, del forte sul debole (retaggi del passato che ancora oggi ci portiamo dietro).

“Alla fine avevi qualcosa che era meno di una moglie e poco più di una schiava; utile, ad ogni modo, a soddisfare le proprie necessità.”

Chissà come riusciva a conciliare questa periodica convivenza, lui, che un anno prima di quel “contratto”, scriveva: (numero di gennaio del giornale Civiltà Fascista):

“non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.

Al rientro in patria di Montanelli, la moglie bambina venne abbandonata alla sua sorte, insieme al tucul, ai polli e a miglia di altre donne “di conforto”, che il regime aveva istituito come bisogni primari delle truppe di occupazione.

Ci penso, ogni volta che ci passo dai giardini di via Palestro.
Ogni conquista militare, ogni colonialismo, passa prima dallo stupro del corpo delle donne che da quello del territorio che si promettono di conquistare.

La storia della nostra storia, che spesso facciamo in fretta a scordare.

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L’intelligenza del porcospino

porcospino.

“Fa freddo senza di te, ma si vive…” scriveva, molto tempo fa, mi hermano del alma, il poeta salvadoregno Roque Dalton.
“Vorrei parlarti del freddo del cuore/del mio cuore di radice ferita”, gli rispondeva Alda – dall’altra sponda del mondo, fissi gli occhi sul ghiaccio dei navigli.

Mi è stato sempre simpatico Arthur Schopenhauer (… che forse decifrò l’universo, diceva Borges).
Forse perché è nato, come me, sotto il segno dell’acquario (qualunque cosa voglia significare), forse perché era un vecchio brontolone e accigliato, forse perché ogni tanto, dal risvolto della giacca, gli spuntavano brandelli di tenerezza, che lui cercava subito di occultare.

Lui, che sosteneva che l’amore è un inganno della natura, il cui unico scopo è la conservazione della specie, nel suo ultimo libro, Parerga e paralipomena, si lascia scappare una parabola che sembra parlare proprio di quel freddo (o forse sono io che me lo sto inventando).

Alcuni ricci, ci racconta, in una gelida giornata come questa, d’inverno, cercando di sopravvivere, pensarono di avvicinarsi gli uni agli altri.
Lo fecero.
In effetti, la vicinanza dei corpi creava un immediato e salvifico tepore.
Ma, man mano che si riduceva la distanza, cominciarono a sentire su tutto il corpo le punture degli aculei, di cui ciascuno di loro era rivestito, come difesa estrema contro l’invadenza altrui.

Fecero avanti e indietro, diverse volte, indecisi sul da farsi.
Allontanarsi significava morire assiderati. Accostarsi, farsi trafiggere.
Fino a quando, a suon di dai, non trovarono la giusta misura della distanza reciproca. Quello spazio in cui potevano (possiamo) essere insieme agli altri – all’altro – senza tremare di freddo e senza ferirci.

L’Intelligenza del Porcospino, la chiamò, nel 1851.

Sono passati un sacco di anni, e altrettanti inverni. Di sicuro ci abbiamo provato, ma siamo stati capaci di trovare la misura giusta?
Io qualche dubbio ce l’ho.
Altrimenti, perché tanto freddo in giro?

Nadia

nadia

4 novembre del 2005. Aveva 25 anni Nadia Anjuman. Un matrimonio combinato dai suoi quando era bambina, una figlia di sei mesi e un libro di poesie – Gul-e-dodi (“Fiore Rosso Oscuro”) – pubblicato di nascosto molti anni prima.

Quel giorno era stata invitata a leggere le sue poesie in pubblico. Non lo aveva mai fatto prima. Ci pensò e ripensò. Alla fine si decise. Dopotutto i tempi erano cambiati. Non c’erano più i talebani al potere. Ora il vento della libertà espirava anche per loro.

Forse passarono per la sua mente, uno ad uno, gli anni dell’oppressione, quando alle donne era proibito studiare e lavorare. Aveva fatto parte del cosiddetto “Circolo del cucito” , Nadia, un gruppo che tre volte la settimana si riuniva presso la Scuola “Ago d’oro”, e dove un professore universitario , a rischio della propria vita, insegnava loro quello che a loro veniva vietato: la letteratura.

E lei scrive. Come non aveva mai fatto in vita sua. Scrive di sè, della sua condizione di donna – che è la condizione di tutte le donne in quelle latitudini – della solitudine, della rabbia, della speranza, una delle parole più sovversive da quando ha messo piedi nel mondo. In arabo, e in lingua farsi, quella parlata e scritta in Iran e in una vasta zona dell’Afghanistan.

Che cosa dovrei cantare
io, che sono odiata dalla vita?
Non c’è alcuna differenza tra cantare e non cantare.
Perché dovrei parlare di dolcezza
quando mi assale l’amarezza?
L’oppressore si diverte
mi ha appena colpita in bocca.
Non ho un compagno nella vita
per chi dovrei essere dolce?
Non c’è alcuna differenza tra parlare, ridere,
morire, esistere.
Ci sono soltanto io
io e la mia forzata solitudine
insieme al dispiacere e alla tristezza.
Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata
ma il cuore, lo sapete, è la sorgente.
E’ arrivato il tempo delle celebrazioni.
Cosa dovrei fare io con un’ala spezzata
che non mi permette di volare?
Sono stata in silenzio troppo a lungo
ma non ho scordato la melodia,
perché ad ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore
ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
per volare via da questa solitudine
per cantare
tutta la mia malinconia.
Io non sono un debole pioppo
scosso dal vento
sono una donna afgana
la mia sensibilità mi porta a cantare.

Il 4 novembre del 2005, nell’Afghanistan “liberato”, il corpo di Nadia Anjuman viene trovato dalla polizia con la testa spaccata. Suo marito, ricercatore universitario dell’Università di Lettere, confessa di averla picchiata, ma sostiene che non era sua intenzione ucciderla. Aveva perso la testa. Mai nessuna donna della sua famiglia s’era comportata in quel modo. Era certo che tutti avrebbero potuto capirlo.

Un anno più tardi è assolto di tutte le accuse, riabilitato e reintegrato al suo incarico universitario. Per le autorità quella donna è sì stata picchiata, ma in verità è morta di infarto. O di epilessia. Forse si è suicidata.

In fin dei conti non è importante.

Una capace di scrivere quelle cose lì – disse un avocato della difesa – è capace di qualsiasi cosa.

 

La meglio gioventù

giova

Quando ci capiterà (e ci capiterà, lo so), di prendercela con i ragazzi delle nuove generazioni perché non sbandierano valori, perché non hanno voglia di studiare o non sanno quale strada prendere, quando imperversa la piaga del bullismo, quando non sembrano intenzionati a capire di quale sostanza siano fatti i loro sogni, quando non mantengono la parola, quando della politica non gliene può fregar di meno, quando parlano in un linguaggio che non riusciamo a decifrare e che non esitiamo a definire barbarico, quando non parlano affatto, quando una cosa vale l’altra, quando ci trovano noiosi
(e ci fanno capire che lo siamo), quando…

Proviamo a pensare che
– nel mondo che gli stiamo consegnando ci sono individui della NOSTRA generazione che continuano a ridurre i propri simili alla schiavitù (la Libia è soltanto la punta dell’iceberg)
– che alcuni di questi, dopo essere stati condannati per violenza feroce e gratuita contro cittadini indifesi, da un tribunale internazionale, continuano a far parte delle Forze dell’Ordine e fanno avanzamenti di carriera
– che per molti l’umanità somiglia a una carrozza di trenitalia, con prima, seconda e perfino terza classe
– che il tratto più comune della politica che ci governa è la menzogna
– che non c’è bisogno di essere istruiti per diventare Ministro dell’Istruzione
– che non c’è bisogno di sapere alcunché per fare il Ministro del Lavoro
– che dei sottoprodotti di individui che con l’onore non hanno mai avuto niente da spartire vengono chiamati Onorevoli
– che un bullo governa uno dei due paesi più potenti del mondo e uno, ancor più bullo, l’altro
– che i nostri bullini locali tolgono inesorabilmente risorse alla cultura perché – non lo dicono, ma ne sono convinti – il manganello fa più scuola della filosofia
– che ripudiamo la guerra ma vendiamo armi a man bassa e stiamo, proprio ora, inviando dei soldati in Niger
– che questa gente, volenti o nolenti, la abbiamo scelta noi, o non abbiamo fatto nulla per impedire la sua ascesa
– che le ali della nostra indignazione hanno le aspettative di vita di un’effimera (nasce di notte e al mattino si è già dileguata)
– che continuiamo a non imparare niente, nonostante la storia s’impegni, caparbiamente, a darci bacchettate sui denti, da qualche secolo a questa parte
-che nel lungo inverno che ci attende, imparare a comunicare con questi/ nostri ragazzi, senza anatemi e scendendo di corsa dalla cattedra, sarà l’unico cammino percorribile.
A patto di ritrovare la voglia di rimetterci in marcia, perché, come dice Galeano, siamo stati fatti male, ma non siamo ancora conclusi.

“ …ti insegnano a non splendere,
e tu splendi, invece, Gennariello”

Un caffè (sospeso) con Platone

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Arrivato questo periodo dell’anno ogni cosa si allenta. Dalle tensioni alla cintola dei pantaloni. Vivere questo passaggio a piedi nudi costituisce per me quella forma della felicità che a Borges appariva sotto la forma di una biblioteca. I rituali collettivi mi arrivano ovattati, forse perché rimangono dall’altra parte dell’oceano, là dov’è rimasta la mia infanzia, e i ricordi di una vita da riandare a piccoli sorsi, nella mia temporale condizione di mammifero in letargo.
Creo e ricreo, ogni mattina, delle consuetudini a perdere, che sostituisco in quella successiva. Tranne una, che da tempo mi insegue, e che ho intitolato “Un caffè (sospeso) con Platone”. Un dialogo irriverente con qualcuno che una volta mi intimoriva (non avete idea quanti sono), ma che per qualche strano motivo, in questi frangenti, accetta che gli dia del tu.

Tra le infinite magagne dell’esistenza – racconta, pressappoco – quelle che ci rendono alle volte il mondo più paludoso del solito, ci sono due potenze alle quali siamo asserviti: Ragione (Nous, mente) e Necessità (Ananke).
La prima risponde a quelle domande che il nostro raziocinio ci permette di porre, è attenta alle norme, alle leggi da rispettare, agli schemi che ci siamo o che hanno creato dentro di noi.

Necessità invece è una forza anarchica, “mutevole”, sempre insoddisfatta, che alle volte sembra rassegnarsi al fatto di essere trascurata, ma non facciamoci illusioni. Lei è lì, sottopelle. Agisce, si sviluppa, brontola, punta i piedi. Da qualche parte spunterà, prima o poi. Forse lo ha già fatto, in quel momento per noi inconsueto, irrazionale, “illogico”, che abbiamo tentato di dimenticare via aspirina o negroni sbagliato.
Ananke è quello che vorremmo essere. Quello che eravamo destinati ad essere. “Ciò che non potrebbe essere altrimenti”.
Non perdona i tradimenti. Ci stringe alla gola, dice Hillman, ci fa prigionieri, ci trascina come schiavi.

E Nous, la ragione, cosa fa? Lei cerca di tenere le redini del biroccio. Di farci essere “ragionevoli”, attenti alle forme e alle convenzioni che rendono possibile la sopravvivenza del nostro essere sociale.

In mezzo a questo conflitto, ecco noi, cercatori instancabili di punti fermi. Che raramente riusciamo a rintracciare.

A ogni tregua contiamo le perdite. I danni si presentano sotto diverse forme.

Una di queste pare sia una crescente crescita delle fobie. Ce ne sono alcune che persino fanno sorridere , tranne forse a chi ne è soggetto.
Mi fa pensare, soprattutto in questi giorni – chissà perché – la Singenesofobia. O fobia dei parenti.
La avevate mai sentita nominare? Esiste, ve lo giuro.
Ignoro quale origine possa avere, ma pare si acuisca particolarmente in questo periodo dell’anno.

Va a capire chi agisce in questi casi, se Nous o Ananke.
Alle volte, sospetto, depongono le armi e si alleano per prenderci in giro.

Ma c’è una di queste fobie che nonostante esista da sempre, prende sempre più piede. Per questo ogni tanto ho bisogno di tornare alle origini (Platone è uno di questi).
Si chiama Eleutherophobia, o Paura della libertà.

Ecco un morbo dal quale vorrei tenermi lontano, in questa vita e anche in quelle che verranno. Non so se dipenda da me. Ho il fondato sospetto di sì.
Ed è l’unico progetto che mi accompagna, ormai da sempre.
Oltre a finire questo caffè e di decidermi a trovare un posto a questo benedetto libro che si aggira indisturbato per casa.

 

Ahed Tamimi

Palestinian teen Ahed Tamimi enters a military courtroom escorted by Israeli Prison Service personnel at Ofer Prison, near the West Bank city of Ramallah

Nacque 16 anni fa, in un villaggio chiamato Nabi Salej, nei dintorni di Ramallah, cinto da ogni lato dagli insediamenti abusivi israeliani.
Da quelle parti, una delle prime cose che la vita ti insegna è che nulla sarà facile.
Che quel nemico, accampato nel cortile di casa, è uno dei più potenti al mondo.
Che nessuno verrà mai ad aiutarti, le notti in cui quei soldati decidono di fare una perquisizione, buttando tutto all’aria e portandosi via gli adolescenti maschi, verso luoghi dai quali spesso non fanno ritorno.

Nel 2009, gli israeliani tracciano una linea sulla sabbia e rubano loro la principale fonte di approvvigionamento di acqua.
Da lì in poi, sono costretti a mendicarla.
Per entrare o per uscire dal villaggio c’è soltanto un varco, controllato giorno e notte dai militari. Dal loro disprezzo e i loro soprusi quotidiani.
Nessun organismo internazionale si batte per i loro diritti. Nessun paese “occidentale” si permette di condannare Israele per un Apartheid che dura ormai da 60 anni.

Nel 2011, uno zio di Ahed è stato assassinato da quei soldati in pieno giorno. Una pallottola di acciaio rivestita di gomma gli fece nido in testa.

Un altro zio è stata ammazzato davanti ai suoi occhi, durante una manifestazione di protesta. Alcune gocce di sangue macchiarono la maglietta di Ahed. Non ha mai voluto lavarla. E’ ancora lì, come una ferita viva che non vuole fare cicatrizzare.

Un suo fratello è stato portato via all’alba, un giorno imprecisato di qualche anno fa. Era anche lui un adolescente. Gli spaccarono un braccio, prima di essere inghiottito dalla nebbia. Ahed e le donne della famiglia uscirono in strada, cercando di impedirlo. Affrontarono dei soldati armati fino ai denti a mani nude. Come leonesse.
Restarono sulla sabbia, impotenti, mentre le macchine della morte, targate U.S.A, sparivano nel nulla.

Suo padre ha passato la vita nelle carceri israeliane, colpevole di non accettare l’invasione della sua propria terra. La madre, quelle galere le conosce come le sue mani.

Ha sedici anni Ahed. Quella storia, la sua, quella del suo popolo, non l’ha studiata sui libri. Ciascuno di loro è un testimone vivente di un’aberrazione che il mondo occidentale si rifiuta di vedere.

E allora lei parla. Lo ha fatto a Bruxelles, al Parlamento europeo, in una conferenza sul ruolo della donna nella resistenza palestinese. Parla e incanta. I presenti, dicono, molti di loro, finiscono con le lacrime agli occhi. Gli altri ammutoliscono. Nessuno prende una decisione in merito.

Giorni fa Ahed è stata arrestata. Israele considera un pericolo questa ragazzina senza paura, capace di affrontare a mani nude dei soldati armati fino ai denti che da decenni perpetrano contro il suo popolo un crimine sancito da diversi organismi internazionali. Quello della negazione della vita.

Ahed Tamimi è il nuovo volto della resistenza in Palestina. E’ in carcere, in isolamento, e di sicuro lì resterà a lungo.
Giorni fa, un giornalista israeliano ha suggerito pubblicamente in un articolo di applicare su di lei la tortura, che nell’ordinamento militare israeliano non costituisce reato.

Da noi quasi non se ne parla. Ci avete fatto caso?

Prima o poi, sono sicuro, la sua voce ci costringerà a farlo.

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La banalità del male

Nel 1961, il Mossad israeliano sequestra, in Argentina, il criminale nazista Adolf Eichmann e lo porta in Israele. Lì viene subito allestito un tribunale per giudicare, per crimini contro l’umanità, uno dei maggiori responsabili della “soluzione finale”, fino a quel momento scampato alla giustizia degli uomini.

Giunsero cronisti da ogni parte del mondo, ansiosi di assistere, interpretare e raccontare quello che si profilava come il processo del secolo (forse della decade, del lustro, ma questi erano soltanto dettagli).
Il New Yorker spedì sul luogo una giornalista ebrea, pressoché sconosciuta, costretta ad abbandonare la Germania dopo l’arrivo di Hitler.
Si chiamava Ana Arendt, e le sue conclusioni avrebbero tolto il sonno a un’intera generazione.
Scoprì, ed ebbe il coraggio di proclamare, che quello che si trovavano davanti non era un mostro, ma un uomo comune. Oppure, che quel mostro aveva le nostre stesse sembianze, quelle di qualsiasi altro essere umano tra le migliaia che ogni giorno incrociamo per strada, o davanti a uno specchio.

Eichmann apparteneva alle SS, in un rango intermedio. Era un uomo mediocre, senza alcun tratto distintivo. Senza l’autonomia mentale e fattuale necessaria per prendere decisioni. Non si permetteva, in nessun momento, di violare una norma, per quanto banale potesse apparirgli. Per quanto aberrante. Se qualcuno ha deciso così, si diceva, vuol dire che va fatto. Ubbidiva soltanto a degli ordini. E a ogni passo sembrava chiedersi: “dopotutto, chi sono io per mettere in dubbio una decisione che viene dall’alto?”

Era quindi innocente? No. Era colpevole di aver rinunciato al pensiero critico, a quella capacità di giudizio di cui siamo stati tutti dotati, e che ci fa distinguere tra il bene e il male. Aveva abdicato alla sua condizione di essere umano per diventare un burattino. Una creatura aberrante, sorta da quel sonno della ragione di cui ci metteva in guardia Goya.

Quel piccolo burocrate della morte, circondato di carte e asserragliato nella sua mediocre giornata dietro la sua mediocre scrivania, aveva mandato alle camere a gas una quantità imprecisata di persone, lungo la sua patetica esistenza, che avrebbe continuato a portare avanti in Sudamerica, convinto di aver ubbidito agli ordini ricevuti, di aver rispettato pedissequamente le norme vigenti, le regole di convivenza che l’intera nazione, in quel preciso momento della sua storia, accettava senza fiatare.

Certo, si rischiava la vita a fare il contrario, nella Germania nazista, o sotto qualsiasi altro regime. Ma quella vita, a quelle condizioni, valeva la pena di essere vissuta?

Molte cose sono cambiate, da allora. Ma l’ometto comune, l’osservante giudizioso delle regole imposte, quello che mai si concede una domanda, una trasgressione, la messa in dubbio di una legge, di un precetto morale… continua a deambulare imperterrito intorno a noi, forse persino dentro di noi.

Osserviamo, alle volte ci indigniamo, ci teniamo alla larga. Ogni tanto una ricorrenza ci fa ricordare che il mondo dovrebbe essere diverso da questa cosa infame che ogni giorno ci strappa un pezzo di umanità, quella che perdiamo un attimo prima di girare la testa dall’altra parte, di dirci che non possiamo farci niente, di diventare anche noi parte della quotidiana, silente, banalità del male.