Archive for ottobre 2009

Territorio di donna

Territorio di donna all’imbrunire
incerto latteo
tra rintocchi di campane e brontolio di saracinesche afone

la coda tra le gambe
il giorno s’incantuccia fra le pieghe
del copriletto sfatto

filo di luna sul tocco vesperale del pendio
territorio di donna
sdrucciolante
da inguine ad inguine
pigro e trasognante

l’ultimo o forse il primo tram sulla rotaia
trotterella incurante
un soffio di caffè mi punta al cuore
territorio di donna all’albeggiare

Twilight, Milton Fernàndez

Twilight, Milton Fernàndez

Annunci

Il Pepe Presidente

Dire che il presente è piagato di passato, suona a banalità. In alcuni casi, mi verrebbe da dire, più di altri.  Ma quello di domani ha un alito pesante di cose vissute in un tempo che sembra proprio ieri, e che continua a scorrere inesorabilmente.

Per molti di noi la memoria è questo. Un gatto di casa, familiare, assopito sul divano, che non aspetta che il momento giusto per piazzarti una zampata che di solito lascia il segno.

Sentii parlare di Josè Mujica per la prima volta agli inizi degli anni settanta. Formava parte dei Tupamaros  (Movimento di Liberazione Nazionale), ed era appena  caduto nelle mani dell’esercito, che governava allora l’Uruguay, dopo il colpo di stato che nel ’73 aveva sbaragliato la democrazia e messo a ferro e fuoco l’intero paese.

Per un certo lasso di tempo, si persero le sue tracce, così come quelle di molta gente. Le forze armate avevano diritto di vita e di morte su ciascuno di noi, e ci voleva poco a sparire nei meandri di una aberrazione quotidiana che cominciava a diventare normalità.

Le notizie poi, facevano fatica a circolare. Un unico telegiornale, diretto e trasmesso dal regime, lanciava succinte veline a un’ora precisa del pomeriggio, nelle quali tentavano di rappresentare un mondo che tutti sapevamo inesistente.

La fame di informazione si affiancò presto a tutte le altre. E nessuno riuscì più a fermarla. Affioravano all’improvviso, dai posti più imprevisti, quelle macchine improbabili con le quali si stampavano ciclostilati. Quelle mani che li distribuivano. Quelle radio clandestine, intercettate con antenne di fortuna, dopo notti d’attesa sui tetti della capitale, che diventano presto cassette, passaparola, ancora ciclostilati, e, spesso si traducevano anche in carcere, rei i suoi ufficianti di ungere la realtà con una versione diversa da quella ufficiale.

Una notte del 1973, nove di quei guerriglieri incarcerati furono presi dagli stabilimenti di detenzione in cui si trovavano in attesa di giudizio, e caricati su un camion.  Nessuno comunicò loro dove sarebbero stati portati, né perché, né quale sarebbe stata la loro fine. Incappucciati e ammanettati, si trovarono buttati come sacchi di spazzatura tra altri sacchi, altri corpi arrivati da qualche parte di quella macchina del terrore appena istaurata.

In un viaggio che sarebbe durato esattamente undici anni, sei mesi e sette giorni, impararono a riconoscersi senza parlare.

Erano stati scelti dall’intelligenza militare come ostaggi. E trattati alla stregua di animali, o di una merce di scambio che non avevano intenzione di rimandare indietro.

L’avvertimento è stato subito chiaro. Qualsiasi cosa fosse successa al di là delle frontiere, qualsiasi petizione internazionale, qualsiasi denuncia, qualsiasi richiamo al rispetto dei diritti umani l’avrebbero pagato loro, quegli uomini che il sistema aveva appena inghiottito.

Senza poter parlare, né comunicare con nessuno -nemmeno con i carcerieri che portavano loro il rancio e che si esercitavano nelle sevizie più atroci- decisero di dimostrare che l’essere umano è in grado di resistere alla crudeltà senza perdere la propria condizione, senza diventare una bestia, o una pianta. Senza mineralizzarsi.

Impararono così a parlare con le nocche delle dita, attraverso i muri. A bere la propria urina quando le guardie si dimenticavano di portare l’acqua. A mangiare dei pasti nei quali erano state spente delle sigarette o qualcuno aveva sputato. A non odiare quei soldati che erano stati indottrinati ad odiarli senza motivo.  A lasciarsi dei messaggi in codice, in quelle celle di castigo con cui venivano puniti alla minima contestazione. A riconoscere gli odori di quelli che erano stati prima. A ricordare le parole, e perfino le canzoni dei compagni che alla fine non ce l’avrebbero fatta, per ricomporle in lettere, in voci, in accordi di chitarra un giorno, e riportarle fuori di quei cancelli che prima o poi avrebbero dovuto spalancarsi.

Josè Mujica era uno di quegli ostaggi. Tra i sopravvissuti, uno tra i più segnati da un decennio di soprusi e di torture senza precedenti.

Uno tra i più caparbi.

Oggi è semplicemente Il Pepe. Il candidato alla Presidenza della Repubblica dell’Uruguay nella coalizione di centro-sinistra che molto probabilmente domani sarà rieletta al governo del paese.

Nel governo precedente è stato ministro del lavoro, nella squadra di un altro Tupamaro, il presidente Tabarè Vazques, e accanto a molti di quegli uomini che avevano provato sulla propria carne le delizie dell’American way of life, tanto amata dal governo degli Stati Uniti.

Quell’amministrazione, che nel frattempo ha cambiato faccia ed è soprattutto occupata su altri fronti, non poté che riconoscere un cambio di direzione di marcia nel nostro continente.

E i militari nostrani, dovettero giurare fedeltà a degli uomini che fino a poco tempo prima avevano cercato di annientare.

Ecco quindi che torno al discorso della memoria. La vita di un singolo individuo è poca cosa nel flusso del tempo. Quando succedono queste cose, però, mi sembra di essere stato un privilegiato.

Perché sono stato testimone dell’inizio e della fine di un’epoca. Perché non so come continuerà. Perché sono cosciente della ciclicità del divenire. Persino del fatto che l’uomo ha una memoria troppo corta, per poter sentirsi al riparo di una certa storia.

Ma intanto mi piace l’idea di poter chiamare  Pepe il presidente di uno dei due paesi di cui mi sento parte, di una delle due patrie che amo.

Un uomo che parla come il barista di quel caffè, in quell’angolo di una strada di Montevideo in cui andavo a prendere il cappuccino,  una vita fa. Uno che ignora l’uso del congiuntivo, del cerone, della tintura per i cappelli, e che se gli parli di lifting è capace di mollarti un ceffone. Uno che odia le cravatte e i tirapiedi. Uno che non ha mai cambiato il suo tenore di vita, nonostante sia stato un ministro della Repubblica. Uno che fa della propria povertà un vanto. Uno che crede nell’austerità, e la professa. Uno che parla fuori dai denti, fregandosene dell’opportunità, della diplomazia, e di come le sue parole verranno interpretate. Uno sincero fino all’impertinenza.

Un uomo onesto, infine, con i suoi limiti e la sua inarrivabile umanità.

Non è da tutti.

I gigli del patibolo – Renata Šerelytè

I nostri nonni erano ubriaconi e suicidi impiccati. Se non fosse un peccato la si potrebbe definire una tradizione. E se si impiccassero senza aver appiccato il fuoco al recinto del bestiame e senza aver malmenato i bambini, già si avvicinerebbe a una cultura…!
E dal momento che non sai che cosa disse Saint-Exupéry, perché alle sue prime parole ti addormentavi, te lo ricorderò io: la cosa più importante è il legame che unisce l’uomo all’uomo.
E se tu pensi che questo legame sia il cappio, ti sbagli.
E’ l‘istinto da cui animata mi chino per coglierti.
Perché tu sei un ciglio, che strilla con voce di mandragora, non appena il tuo gambo succoso si ritrova tra le mie dita infide.
Renata Šerelytè
Nata nel 1970, a Šimonys, Lituania.

E Dio mi fece donna – Gioconda Belli

E Dio mi fece donna
dai lunghi capelli
dagli occhi,
dal naso e dalla bocca di donna.
Con delle curve
delle pieghe
e delle molteplici ondulazioni.
Mi scavò poi dentro
per farmi diventare il giardino di esseri umani che sono.
Tese delicatamente i miei nervi
e bilanciò con cura
il numero dei miei ormoni.
Compose il mio sangue
e me la iniettò poi in vena
in modo di irrigarmi
tutto il corpo:
nacquero così le idee,
i sogni,
l’istinto.
Tutto quel che creò lo fece delicatamente
a martellate di sospiri
e trivellazioni d’amore,
le mille cose che conformano il mio essere donna giorno dopo giorno
quelle per le quali mi alzo piena di orgoglio
ogni mattina
e benedico il mio sesso.

Gioconda Belli
Poetessa, saggista, narratrice, nata a Managua (Nicaragua) il 9 dicembre 1948

(Trad. di M.F.)

Gira nel vuoto

Gira nel vuoto
immoto
sgombro il cosmonauta
fine particola aspersa dispersa ignota a se stessa
nel nulla immanente permanente
sforna massime di minima
il presidente
tre valvole nuove di zecca e a bippiare sciò a ranare
bypassare
col sorriso tra i denti sfottente
apre le danze
il presentatore
chi vuol esser ricco sia chi non vuol si dia alla macchia
frega sfrega lava asciuga e torna bianco
enzime e cerone il mattatore
le tette sul balcone
la piccoletta
la mamma che da bambina sognava di fare la valletta
adescante pressante il pescecane
ammiccante  calzante il vestitino
ino ino
almanacchi sui tacchi coi merletti, imbelle
la bambolina di porcellana
in primo piano, a grana fina
la patatina
salotto, tinello e cameretta
poi giardino terrazzo piano a ghiaia il camino
botulino sulla ruga
dura a sparire la smagliatura
che sciagura
polverina di stelle a scrollare il letargo
pedalare
cappuccino saltimbanca unfilino di spesa
salopette e fischietto l’operaio
il ghisa blocca il flusso i saldi d’occasione
due marroni
la colf che non arriva domani gliene canto
botteghino intasato addio concerto
l’idraulico non viene
la fila che non fila
il tipo che non caga
non fosse per la piega mi strapperei la chioma
inspira spira scivola via
settimo chakra in fondo alla strada
poi giunge notte e tutti a nanna
giù la serranda vai con la sigla
che settimana
sorriso statico da copertina
la frugoletta, che sembra un sogno
fa la valletta
finisce il dì, ed è già qualcosa
lasciamo andare
gira nel vuoto
il cosmonauta
sgombro
immoto
corpi celesti
le palle piene
e se domani…?
bòh…

Final del juego

Final del juego, Milton Fernàndez

Mi avete schiaffeggiata – Leila Djabali

Mi avete schiaffeggiata
-nessuno l’aveva mai fatto-
e poi la corrente elettrica
e il vostro pugno
e quel linguaggio da teppista
(sanguinavo troppo per potere arrossire ancora)
Per un’intera notte
con una locomotiva nel ventre
con un arcobaleno davanti ai miei occhi
era come mangiare la mia bocca
avevo mani dovunque
e una gran voglia di ridere.

Poi un mattino è venuto un altro soldato
Vi rassomigliava come una goccia di sangue.

Vostra moglie, tenente,
ha messo lo zucchero nel vostro caffè?
Vostra madre ha osato ammirare la vostra buona cera?
Avete carezzato i capelli dei vostri ragazzi?

Leila Djabali
Poetessa algerina nata nel 1940, catturata e torturata dai francesi nella prigione di Barberosusse nel 1957.

Gli statuti dell’Uomo [Atto Istituzionale Permanente] – Thiago De Mello

Articolo I
È decretato che da ora in poi avrà valore la verità,
avrà valore la vita,
e che mano nella mano,
marceremo uniti verso la vita vera.

Articolo II
È decretato che tutti i giorni della settimana,
compresi i martedì più grigi,
avranno il diritto di trasformarsi in mattinate domenicali.

Articolo III
È decretato che, a partire da questo istante,
ci saranno girasoli in tutte le finestre,
che i girasoli avranno diritto
di aprirsi anche nell’ombra;
che le finestre rimarranno aperte, per l’intero giorno,
verso quel verde dove continua a crescere la speranza.

Articolo IV
È decretato che l’uomo
non dovrà mai più
dubitare dell’uomo.
Che ciascuno potrà fidarsi del suo prossimo
come la palma si fida del vento,
come il vento si fida dell’aria,
come l’aria si fida del cielo azzurro che la contiene.

Paragrafo unico:
L’uomo confiderà nell’uomo
come un bambino confida in un altro bambino.

Articolo V
È decretato che gli uomini
siano liberi dal giogo della menzogna.
Non ci sarà più bisogno di usare
la corazza del silenzio
né l’armatura delle parole.
L’uomo si metterà a tavola
con il suo sguardo più puro,
perché la verità sarà servita
prima degli antipasti.

Articolo VI
È stabilita, per dieci secoli,
la pratica sognata dal profeta Isaia,
e il lupo e l’agnello mangeranno insieme
e il cibo di entrambi avrà lo stesso sapore dell’aurora.

Articolo VII
Per decreto irrevocabile è stabilito
il regno permanente della giustizia e della chiarezza,
e l’allegria sarà una bandiera generosa
distesa per sempre sull’anima del popolo.

Articolo VIII
È decretato che il maggior dolore
fu e sarà per sempre
quello di non poter dare amore a chi si ama
e sapere che è l’acqua
che dà alla pianta il miracolo del fiore.

Articolo IX
È permesso che il pane di ogni giorno
abbia nell’uomo il segno del suo sudore.
Ma che soprattutto non perda mai
il sapore tiepido della tenerezza.

Articolo X
È permesso a qualsiasi persona
in qualsiasi momento della vita,
l’uso dell’abito bianco.

Articolo XI
Si decreta che niente sarà imposto
né proibito,
tutto sarà permesso,
compreso il giocare con i rinoceronti
e camminare la sera
con una immensa begonia all’occhiello della giacca.

Paragrafo unico:
Solo una cosa sarà proibita:
Amare senza amore.

Articolo XIII
È decretato che il denaro
non potrà mai più comprare
il sole delle mattinate future.
E che, espulso dal grande baule della paura,
il denaro si trasformi in una spada fraterna
con la quale difendere il diritto di cantare
e di dichiarare festivo il giorno appena arrivato.

Articolo Finale
È proibito l’uso della parola libertà,
la quale sarà soppressa dai dizionari
e dal pantano ingannevole delle bocche.
Da questo momento
la libertà sarà viva e trasparente
come un fuoco o un fiume,
e la sua dimora sarà per sempre
il cuore dell’uomo.

Thiago De Mello
Poeta, nato in Amazzonia nel 1926