Archive for settembre 2010

Chi vuol essere comunitario? (Who Wants To Be a…)

Che paese fantastico, l’Italia. Sul serio, mica per dire. Da scompisciarsi dalle risate. Divertente, rassicurante, adatto a tutta la famiglia. Un  paese col bollino verde, insomma, che non è da tutti. Guardate per esempio la nuova legge sul permesso di soggiorno a punti inserita di recente nel palinsesto ministeriale. Avrebbero potuto stupirci con effetti speciali, invece è stata scelta la procedura semplificata, classica:  un concorrente -tassativamente extracomunitario- un conduttore, uno studio di registrazione diverso di volta in volta in modo di non creare assuefazioni, e due lunghi anni di svolgimento in modo che a nessuno venga negata la possibilità di sognare l’agognato traguardo: diventare finalmente Comunitario. Temporaneamente, si capisce, che volete, l’impossibile ci fa ormai un baffo , per i miracoli ci stiamo attrezzando. Insomma, alla portata di tutte le tasche. Il partecipante non deve fare altro che inoltrare una semplice domanda, e il più è fatto. Un giorno, quando meno se lo aspetta, lo chiama la Prefettura competente, (pressappoco l’Ufficio Produzione), e lo convoca per la prima prova, indicando il giorno, l’ora e il luogo in cui l’aspirante si deve presentare. Dopo un veloce passaggio in sala trucco, eccolo già alle prese con la prova scritta di italiano. Niente di ché, figuriamoci. Una banale dimostrazione di essere in grado di comprendere frasi ed espressioni di uso comune e frequente. Direte, di uso comune e frequente dove? Dipende. Al concorrente la scelta, siamo o non siamo nella terra del libero arbitrio? A Berghem, quel che è di Berghem,  a Roncobilaccio quel che… ecc ecc. L’importate è essere in linea col “livello A2 del Quadro di riferimento europeo per la conoscenza delle lingue approvato dal Consiglio d’Europa”. Quando l’ho fatta io, il conduttore della trasmissione, (un poliziotto prestato allo show business), mi fece persino i complimenti: Minchia, mi disse, lei parla l’italiano molto più meglio di noialtri. Poi, siccome mi ero permesso un’osservazione, mi decurtò seduta stante di tre punti e diede per conclusa la puntata. Insomma, colpa mia. A chi può venire in mente di avanzare dei dubbi sullo svolgimento di una trasmissione con il più altro indice di gradimento in prima serata? Con le altre prove sono andato così così. Certo, qualche aiuto l’ho pure avuto. Un intero giorno, a partecipazione gratuita, per una sessione intensiva di formazione civica e di informazione sulla storia di Italia. Che altro paese ti offre una roba del genere? Io alla fine non c’è l’ho fatta. Tutta colpa mia, intendiamoci Avevo un lavoro, (condizione ritenuta imprescindibile) ma l’ho perso a furia di mancare ogni volta che l’Ufficio Produzione decideva di convocarmi per un’ulteriore prova. La casa in affitto (anche questa obbligatoria) l’ho lasciata in seguito alla precedente perdita, che non vengono mai sole. Ora vivo da clandestino, in attesa di essere chiamato la prossima volta, che dicasi quel che si dica, ma siamo in un paese fantastico, mica per dire. Non ti si nega mai una seconda possibilità. E io prima o poi un lavoro lo trovo, poi la stanza dove dormire verrà da sé, nel frattempo mi alleno a imparare frasi frequenti e di uso comune in tutte le regioni. Dormendo nei treni s’imparano un sacco di cose. Mi preoccupa soltanto un pelo quell’articolo in cui si parla di “Gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico, derivanti dall’età, da patologie o da handicap”.

Io ce la metto tutta, ma con alcune parole non la sfango. Vada via el cül, per esempio. Eppure mi ci applico. La ripeto tutto il santo giorno. Ovunque mi ci trovi. Va da via el cül… Va da via…

Che paese fantastico, l’Italia!



© Milton Fernàndez

Uscito nella rivista Popoli – Ottobre 2010

May Ziadeh – Gli occhi


Gli occhi sono i tuoi talismani
occhi chiari come il cielo
profondi quanto l’oceano
vasti e illusori alla par di un deserto
occhi che danno un senso all’etereo regno della bellezza
occhi percorsi da nubi lampeggianti
occhi da cui distogli lo sguardo in ricerca di un neo,
un chicco di splendore,
occhi vicini e tondi,
a mandorla, allungati,
infossati nelle orbite dall’aver troppo guardato
occhi che si curvano, pigri, lentamente
sul deporsi sottile della palpebra
come uno stormo di bianchissimi uccelli
che sorvola i laghi del nord.
Altri occhi emanano raggi di verde fiammata,
attraggono come uncini il cuore che gli guarda
e ci sono poi altri,
ed altri ancora…

occhi sensibili, pensierosi
occhi lieti
occhi che cantano
che scintillano al ritmo dell’odio e dell’ira
che conformano voragini ed arcani!

Gli occhi e i loro segreti.
Occhi che celano pensieri,
o che li svelano.
Occhi gravati dal velo del torpore
dalle pupille dilatate dall’amore,
o contratte dall’odio.
Occhi che chiedono incessanti “chi sei”
e tornano a chiederlo ad ogni tua risposta
occhi che decidono in un lampo “tu sei mio schiavo”
o che implorano “ho bisogno di soffrire, chi saprà torturarmi?”
occhi che dicono “voglio opprimere, dov’è la mia vittima?”
occhi che sorridono e che supplicano
occhi in cui risplende l’incanto della preghiera e l’estasi dell’implorante
occhi che indagano nei tuoi segreti e dicono “non mi riconosci?”
occhi che alternano domande e seduzioni,
dinieghi e affermazioni.

Occhi, gli occhi,
forse non ti impauriscono, gli occhi?

E tu, qual’è il colore dei tuoi occhi,
cosa esprimono,
a che mondo visibile o invisibile si rivolgono?
Vai allo specchio
osserva i tuoi talismani fatati,
li avevi mai studiati prima d’ora?
Osservali in fondo al loro abisso,
troverai la voglia di sapere,
quella che spia il movimento del creato,
che degli astri insegue eterno moto
nel suo abisso profondo scorgerai
ogni luogo, ogni viso, ogni singola cosa…

E se vorrai conoscere me,
l’ignoto,
scruta le tue pupille,
il tuo sguardo mi troverà in se stesso,
tuo malgrado.

May Ziadeh (Nazareth – Palestina 11/2/1886 – Il Cairo – Egitto 17/10/1941)
Trad. dal francese di M.F.

Julio Cortàzar – La tua più profonda pelle

Ogni memoria innamorata conserva le sue madeleine e la mia – sappilo, ovunque tu sia – è il profumo del tabacco biondo che mi consegna alla tua notte, alla raffica della tua più profonda pelle. Non il tabacco che si aspira, il fumo che fodera la gola, ma quella vaga equivoca fragranza che lascia la pipa sulle dita e che in qualche momento, in qualche gesto inavvertito, si innalza con la sua frusta di delizia a sollevare il tuo ricordo, l’ombra della tua schiena contro il velame latteo del lenzuolo.

Non guardarmi dall’alto della tua assenza con quella gravità un po’ infantile che faceva del tuo viso la maschera di un giovane faraone nubiano. Credo sia stato chiaro da sempre che non ci saremmo dati altro che il piacere e le feste filiformi dell’alcol e le strade vuote della mezzanotte. Di te conservo molto più di questo, ma nel ricordo ritorni nuda e riversa, il nostro pianeta più precipuo è stato quel letto nel quale pigre, imperiose geografie, nascevano dai nostri viaggi, nello sbarco gentile o resistito delle ambasciate coi cesti di frutta e le camuffati frecce, e ogni pozzo, ogni fiume, ogni collina e ogni distesa sono stati trovati lungo notti estenuanti, tra scuri dicerie di alleati o dei nemici. O viaggiante di te stessa, ordigno dell’oblio! E allora mi passo la mano per il viso con un gesto distratto e il profumo del tabacco tra le mie dita torna a riportarti indietro per strapparmi a questo presente dozzinale, proietta antilopi sullo schermo di quel letto nel quale vivemmo gli infiniti percorsi d’un effimero incontro.

Con te imparavo linguaggi paralleli: quello della geometria del tuo corpo che mi riempiva la bocca e le mani di teoremi tremanti, quello del tuo parlare diverso, la tua lingua insulare che non di rado mi confondeva. Insieme al profumo del tabacco torna ora un ricordo nitido che lo comprende tutto in un istante che è pressappoco un vortice, so che dicevi “Mi fa pena”, e io non arrivavo a comprendere, perché credevo che nulla potesse intristirti in quel groviglio di carezze che ci trasformava in matasse bianche e nere, lenta danza nella quale l’uno pesava sull’altro per lasciarsi poi invadere dalla leggera pressione delle cosce, di quelle braccia che roteavano pigre e si slegavano fino a tornare intrico, per ripetere la caduta dall’alto o nel profondo, fantino o puledro o gazzella, ippogrifi sfrontati, delfini a metà di un salto. Capii allora che la pena nella tua bocca era un altro nome del pudore e la vergogna e che non ti consegnavi a quella sete che tanto avevi saputo saziare, che mi rifiutavi supplicando con quel tuo modo di nascondere gli occhi, di appoggiare il mento nella gola per non offrirmi altro che il nero nascondiglio dei capelli.

Dicevi “Mi fa pena, lo sai”, mentre girata di schiena mi guardavi con occhi e seni, con labbra che disegnavano un fiore dai petali indolenti. Ho dovuto piegarti le braccia, mormorare un ultimo desiderio nello scorrere delle mie mani sulle più dolci colline, sentendo come poco a poco cedevi e ti mettevi di lato fino a rendermi il setoso muro della tua schiena, laddove spuntava una minuta scapola con qualcosa di ala d’angelo infangato. Ti faceva pena, e di essa doveva nascere il profumo che ora mi riporta al tuo disagio prima che un altro accordo, l’ultimo, ci innalzassi in una tremolante replica. So di avere chiuso gli occhi, di avere leccato il sale della tua pelle, di essere sceso facendoti roteare fino a sentire i reni nello stringere la tua brocca, lì dove si appoggiano le mani nel ritmo dell’offerta; in qualche momento arrivai a perdermi nel paesaggio sottratto e oscuro che arrivava al godimento delle mie labbra mentre tu, là, nel tuo paese di sopra e di lontano, mormoravi la tua pena in un’ultima difesa abbandonata.

Col profumo del tabacco biondo nelle dita sale un’altra volta la balbuzie, il tremore di quell’oscuro incontro, so che una bocca cercò l’occulta bocca palpitante, il labbro solitario, cinto alla sua paura, l’ardente contorno rosa bronzeo che ti liberava al mio viaggio apicale. E come succede di solito, non sentii in quel delirio quel che ora mi porta il ricordo in un vago sentore di tabacco, ma quella muschiata fragranza, quella cannella d’ombra fece la sua strada a partire dell’oblio necessario e istantaneo, indicibile gioco della carne nascosta alla coscienza che muove le più dense, implacabili macchine del fuoco. Non eri né odore né sapore, il tuo più nascosto paese si offriva in forma e in contatto, e soltanto oggi queste dita macchiate di tabacco mi ridanno l‘istante in cui mi drizzai su di te per lentamente reclamare le chiavi del passaggio, per forzare quel dolce tratto dove la tua pena tesseva le ultime difese, ora che con la bocca affondata nel cuscino singhiozzavi una supplica di oscura acquiescenza, di rovesciati capelli. Più tardi comprendesti e non ci è stata pena, mi regalasti la città della tua più profonda pelle da tanti orizzonti differenti, dopo le favolose macchine d’assalto e il tanto patteggiare e le tante battaglie. In questa vaga vaniglia di tabacco che oggi mi macchia le dita si risveglia la notte in cui provasti la tua prima, la tua ultima pena. Chiudo gli occhi e aspiro nel passato quel profumo della tua carne più segreta, vorrei non schiuderli a questo Ora nel quale leggo e fumo e mi illudo ancora di vivere.

Trad. di M.F.

Il cappone

Il cappone non sa di essere cappone. Non sa perché sia tutto così buio intorno a lui. Così piccolo. Così ristretto. A lui basta la consapevolezza di essere al riparo delle intemperie. Che il futuro, benché incerto, si presenta scorrevole. Che il domani sarà, pressappoco, quello che è stato l’oggi. E l’ieri. E l’altro ieri ancora.

Il cappone è allevato a dovere fino alla fine dei suoi giorni. S’allarga senza sforzo. Per qualche strana diavoleria genetica, che lui non cerca di comprendere, insieme allo strato di grasso che fa più lucente il piumaggio sviluppa quella che gli intenditori definiscono “pelle d’oca”, che ignora cosa possa significare, ma che da quanto ha sentito dire renderà la sua struttura più tenera, più morbida, qualità che nel mondo dei capponi, corrisponde quasi a una medaglia al merito.

Al cappone è concesso di fare qualsiasi mestiere. Di svolgere tutte le attività del pollaio. Di modellare, sotto quella cresta rigogliosa, i sogni comuni a tutti i pennuti come lui.

Ogni tanto ci si perde. Si lascia andare in uno spazio sconosciuto che lo inghiottisce e gli toglie il fiato. E c’è allora come una sorta di felicità che lo percorre per intero, quella sensazione improvvisa di cui qualcuno, già molto vecchio e vicino alla fine, gli aveva parlato un giorno.

E quella pelle d’oca che gli prende tutto il corpo, fino agli occhi.

E’ allora che succede. Per qualche strano motivo, che non è mai riuscito a spiegarsi, che nessuno è mai riuscito a spiegargli, sente qualcosa che manca sulla punta dei suoi arti superiori. Una assenza. Qualcosa che c’era, una volta, che sente ancora attaccata al corpo. Una vocazione alle distanze, agli spazi infiniti, che gli fa sbattere le ali, quasi come se fosse sul punto di librarsi in volo.

Poi la fitta, che lo riporta a terra.

Poco più di un ricordo. Una sensazione, nascosta tra le piume del petto. Qualcosa che si ostina a rimandargli indietro una storia della quale lui non ne vuole più sapere. Qualcosa che tenta di parlargli di una vocazione di libertà tradita. Di quella falsa sensazione di sicurezza che gli è stata creata intorno. Del suo futuro a breve portata. Di quelle ali che avrebbero voluto portarlo lontano.
Di quella sua prepotente aspirazione di maschio, di trascendenza, raschiata a sangue, un giorno di cui lui non ha più memoria.

Si rattrista allora. Per un istante gli scorrono davanti tutte quelle cose che avrebbe potuto vivere, realizzare, scegliere, cambiare.

Poi si guarda intorno. Il buio fitto gli impedisce di vedere i confini che lo circondano. Si scrolla i pensieri con un moto stizzito dei monconi, e si avvicina alle feritoie dalle quali tra poco butteranno dentro le cibarie e da dove filtra, impaurita, una luce che assomiglia al sole.



L’Amerikano – Dan Mitrione, maestro di tortura

”Il dolore preciso, nel momento preciso, nella quantità necessaria all’effetto desiderato” La frase appartiene a Dan Mitrione, e sintetizza chi fosse e a cosa si dedicasse questo maestro nelle tecniche dell’interrogatorio della Cia, alla fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70 in America Latina.

Gli insegnamenti elargiti tanto in Brasile quanto in Uruguay sugli effetti dello shock elettrico nei genitali, degli aghi elettrificati conficcati sotto le unghie, delle bruciature di sigaretta e il lento soffocamento, finirono per decidere il suo sequestro e la posteriore esecuzione da parte dei Tupamaros.

La fine della sua vita è stata raccontata dal regista Costa Gavras nel film “Etat de Siége” del 1973.

La presenza  di Mitrione in América Latina  parla della pratica sistematica della CIA di intervenire nella regione in modo di poter programmare, e disporre, la “sparizione” di qualsiasi minaccia, o presunta tale, all’egemonia totale degli Stati  Uniti, (quel paese che da queste parti viene chiamato L’America), in piena guerra fredda.

Il primo compito di Mitrione è stato quello di creare una “Forza di polizia alternativa”, in Brasile, dopo il colpo di stato, fortemente voluto dall’amministrazione statunitense,  nel 1964.

Detta forza contava già nel 1969 più di centomila poliziotti e 532 cosiddetti “Specialisti”, che ricevettero allenamento direttamente negli Stati uniti. .

Nel suo libro La Guardia Pretoriana, l’ex agente della CIA John Stockwell scrisse: “Si utilizzavano filmati e altro materiale didattico che gli studenti dovevano imparare a memoria, e praticare senza indugio. Dopodichè, Mitrione ordinava sequestrare dei barboni lungo le strade periferiche di Montevideo, che venivano usati come cavie. Se perdevano i sensi, venivano loro iniettate delle vitamine e degli analgesici, e dopo un qualche periodo di riposo, si ricominciava, fino a morte avvenuta.”

A Montevideo, Mitrione era a capo dell’Oficina de Seguridad Pública. Ufficialmente doveva essere una divisione dell’Agenzia per lo sviluppo Internazionale, ma il suo direttore a  Washington, Byron Engle, era un alto dirigente della CIA.

Quando Mitrione si fece carico dell’OSP nel 1969, l’Uruguay attraversava una profonda crisi sociale, che si traduceva  in scioperi, proteste studentesche e nell’attività sempre più incisiva dei Tupamaros, il gruppo di guerriglia urbana che riscuoteva crescenti simpatie tra la popolazione civile.

“L’Americano” prestò i suoi servizi in appoggio alla polizia uruguaiana con grande solerzia. Portò con sè dei metodi di interrogatorio molto più sofisticati di quanto allora si conoscessero: la tortura “Scientifica”.

“L’interrogatorio è un’arte complessa”, sosteneva.  Prima doveva essere portato a termine il periodo di “ammorbidimento”, con i colpi e le vessazioni abituali. L’obbiettivo inseguito consisteva nell’umiliare il soggetto, fargli capire il suo stato di completa nullità, sconnetterlo dalla realtà. Niente domande, soltanto colpi e insulti. Dopo, solo colpi, in assoluto silenzio. Soltanto una volta conclusa questa fase, poteva avere inizio l’interrogatorio. Qui non doveva prodursi altro dolore fuori da quello causato dallo strumento che si era deciso di utilizzare.

“Dolore preciso, nel luogo preciso, nella precisa proporzione scelta all’effetto”.

Durante la sessione bisognava evitare che il soggetto perdesse ogni speranza di vita, perchè quello avrebbe potuto portarlo all’ostinazione.

Bisogna sempre lasciare una speranza, una remota luce.

”Quando si raggiunge l’obbiettivo, e io lo raggiungo sempre”, diceva, “può essere opportuno mantenere ancora un po’ in vita la sessione, o applicare un altro turno di “ammorbidimento”, non già con lo scopo di ottenere altre informazioni, ma come arma politica di avvertimento, per creare in loro il sano timore a immischiarsi in attività  dissocianti.

Poi spiegava come doveva essere ricevuto un soggetto. La prima cosa era determinare il suo stato fisico, il suo grado di resistenza mediante un esaustivo esame medico. Una morte prematura avrebbe significato, diceva, la sconfitta del metodo.

Altra questione importante consisteva nel calcolare senza margini di errore, dove si sarebbe potuto arrivare in funzione della situazione politica e della personalità del soggetto. “È molto importante sapere anticipatamente se avremmo potuto permetterci il lusso di fare morire il soggetto”.

E concludeva:

“Ma innanzi tutto: efficienza. Causare soltanto il danno rivelatosi specificamente necessario, neanche un graffio in più. Non lasciarci prendere la mano dall’ira in nessun caso. Attuare con l’efficacia e la pulizia di un chirurgo, con la perfezione di un artista. La nostra è una guerra a morte, quella gente è il mio nemico. Il mio è un duro lavoro, qualcuno deve farlo, è necessario.  E’ toccato a me, e io lo farò alla perfezione.  Se fossi un pugile, cercherei di essere campione del mondo, ma non lo sono. Ciò nonostante, in questa professione, la mia, io sono il migliore.”

Anthony Daniel Mitrione era un poliziotto dell’Indiana, il Dipartimento di Stato Nordamericano lo aveva messo sul libro paga un giorno imprecisato del 60’ affinché insegnassi le tecniche di tortura (“Advance Counterinsurgency Techniques”) nel Cono Sud. La notte del trenta Luglio del 1970, ritornando a casa, covava forse dentro di sè la convinzione di essere vicino a toccare con mano il nucleo centrale della guerriglia urbana. Contava allora con circa centocinquanta detenuti messi a sua disposizione, alcuni nello scantinato della casa nella quale viveva con la moglie e i suoi figli, altri in diversi posti della città, tra i più anonimi che si potesse concepire. Quello che non riuscì ad intuire era che  i Tupamaros erano in verità molto più vicini di quanto lui poteva immaginare, e che lo stavano pedinando. Il giorno dopo, quattro isolati più in là, la sua macchina venne intercettata da un ‘altra dalla quale uscirono tre uomini armati che neutralizzarono l’autista, lasciandolo privo di sensi, e trasferirono Mitrione, dopo una breve colluttazione, in un covo protetto, di quelli allora chiamati Càrcel del Pueblo.

Ancora oggi il nome di Dan Mitrione è un punto di riferimento tra i suoi commilitoni,  una targa collocata all’interno della Scuola di Polizia dell’Accademia Nazionale del FBI lo ricorda come “un eroe che diede la sua vita nella difesa dei valori democratici”. Durante il suo funerale, il 15 agosto del 1970, gli furono resi omaggi come “L’uomo che sacrificò la sua vita per  lo sviluppo pacifico del mondo occidentale” e artisti come Frank Sinatra e Jerry Lewis dedicarono a lui canzoni e serate a tema, definendolo “uomo perfetto e grande umanista”.

@Milton Fernàndez



In onore di Sakineh – La pena di morte nel mondo – (Per le anime pie che hanno appena scoperto la sua esistenza)

I razzisti e l’America del corporativismo giustificano con sempre maggior convinzione l’uso della pena di morte e la costruzione di carceri di massima sicurezza, poichè le carceri sono parte del loro sistema di di sfruttamento. I detenuti sono una forza-lavoro gratuita.

La pena di morte continua ad uccidere minori e malati mentali, benchè questo sia espressamente proibito dalla legge internazionale. L’ultimo emblema che attende i condannati a morte americani è una croce sulla quale non si può apporre il nome. Solo una X su una croce bianca ricorda che la persona è stata giustiziata. Molti condannati a morte si ammalano con facilità a causa della depressione e delle condizioni igieniche terribili.

In Oklahoma, Jim Fitzgerald ha avuto una gamba fratturata dalle guardie carcerarie che “volevano dargli una lezione”. L’Oklahoma sta anche cercando di abbassere l’età minima per essere condannati a morte.

In Illinois, John Pecoraro, è da mesi in isolamento. Le guardie gli hanno sequestrato i pennelli con cui dipingeva in quanto “arma impropria”.

In Florida, lo scorso giugno, le guardie carcerarie hanno ucciso a calci il prigioniero Valdez. Lo scorso luglio, Allen Davis ha dovuto essere trasportato alla sedia elettrica su una carrozzella. Una giornalista ha assistito alla sua esecuzione ed è rimasta atterrita: Davis ha buttato sangue dalla bocca ed è morto tra atroci sofferenze. Pesava quasi 200 chili, era incapace ormai di muoversi ma la legge lo considerava “pericoloso socialmente”. Tra pochi giorni in Florida verrò ucciso Provenzano, un altro malato di mente e subito dopo verrà ucciso Paul Scott, assolutamente straneo al delitto di cui è accusato. Lo sanno perfino i giudici, ma il governatore si è rifiutato di riaprire il suo processo.

In Tennessee lo scorso 10 maggio, Jeff Dicks è morto nella sua cella dopo una detenzione di 21 anni e vari rinvii. Le autorità del carcere si giustificano dicendo che il regolamente non consente di attuare terapie sui condannati, in quanto consente solo la somministrazione di palliativi che possono dare un sollievo momentaneo.

In Missouri, il presidente dell’Unione Lavoratori è in carcere da mesi, in isolamento totale. Jerome White-Bey è accusato di attività sovversive. Non gli sono state date spiegazioni se non che il numero dei reclami che White-Bey inoltrava aveva motivato questo provvedimento. Jerome non ha violato neanche uno dei regolamenti assurdi del carcere, ma è tuttora isolato. Da anni prestava la sua opera per aiutare i malati di mente in carcere, i giovani, ecc.

In Montana, LeRoy Schweitzer è stato sottoposto a raffreddamento. La temperatura della sua cella è stata portata a -25 . Il ragazzo è stato messo nudo nella cella gelata e “raffredato” per spezzarne la resistenza. Gli è stato negato ogni contatto con la famiglia.

In Texas gli abusi sui condannati a morte sono quotidiani. Spesso i condannati chiedono di essere aiutati a far conoscere la realtà della loro vita quotidiana. Nessun condannato a morte in Texas ha la possibilità di mantenere parte della sua dignità. La morte comincia anni prima dell’esecuzione. I condannati vanno a morire dopo aver vissuto anni in condizioni di degrado. Lon scorso anno, in luglio, Emile Duhamel è stato trovato morto sul pavimento della cella. Duhamel soffriva di demenza ed era sordo. Da libero, era entrato ed uscito di continuo da ospedali per malattie mentale. Almeno 30 degli stati americani non hanno una vera legge che stabilisca che non si possano uccidere i malati di mente. Il prossimo 13 gennaio in Texas verrà giustiziato Johnny Paul Penry, gravemente malato di mente. Io stessa ho avuto due colloqui con questo detenuto, che pare non comprendere neanche le più elementare nozioni. Nonostante questo, la Corte Suprema già nel 1989 aveva stabilito che giustiziare i malati di mente non è contro la legge. L’Associazione Americana dei Ritardati Mentali ha protestato, ma la loro protesta non è stata ascoltata. Terry Washington, con una comprensione pari a quella di un bambino di sei anni, è stato giustiziato il 6 maggio 1997. Johnny Frank Garrett, nonostante gli appelli alla clemenza, è stato giustiziato. Non è MAI stata chiesta una commutazione di sentenza in Texas. Molte esecuzioni hanno avuto per protagonisti degli innocenti.

Molti passano la notte ad urlare. Chi mostra disagi mentali è sotto continua sorveglianza, molti vengono picchiati a sangue dai loro carcerieri. Uno di loro avuto le mani fratturate dalle guardie che gli avevano sequestrato anche il bicchiere per impedirgli di bere. Le guardie carcerarie svegliano i detenuti ogni 40 minuti e chiedono la loro identità interrompendo il loro sonno e causando altre turbe mentali. Le donne condannate a morte in Texas subiscono irruzioni nelle celle ogni notte. Le guardie lanciano lacrimogeni nelle celle senza motivo (celle di poco più di due metri). I condannati a morte in Texas sono oltre 400. Il governatore dello Stato è stato sorpreso da un giornale locale a fare l’imitazione di Karla Tucker, mentre scimmiottava simulando una voce femminile : “non uccidetemi!”.

Le donne nel braccio della morte devono lottare quanto gli uomini. Le guardie sottopongono quotidianamente le donne condannate a morte a violenze sia fisiche che verbali. Nessuna di loro ha la possibilità di avere accesso alle cure mediche se non dopo giorni e giorni di richieste. L’igiene delle celle è inesistente.

Con il sostegno di un forte movimento molte esecuzioni potrebbero essere almeno ritardate, in attesa di una moratoria. Senza sostegno i condannati a morte non hanno speranze perchè molti non sono in grado di sollecitare attenzione sulle loro condizioni. L’estate , con una temperatura oltre i 45 gradi, i condannati possono bere acqua una sola volta al giorno. Molti esprimono il loro dolore e la loro disperazione urlando continuamente. Igiovani vengono sistematicamente e continuamente violentati. Nel 1997, 14 detenuti hanno scelto di essere giustiziati perchè era diventato per loro impossibile vivere in condizioni tanto aberranti.

Molti condannati a morte desiderano ricevere lettere. Molti condannati a morte hanno grande talento artistico. Il sostegno di amici lontani è consolante per tutti i condannati a morte.

La pena di morte in America non è una questione di “diritto interno”. Quasi tutti i paesi del mondo non giustiziano i minorenni, ma l’America ha rifiutato di ratificare il protocollo che riguarda questa questione.

La giustizia dovrebbe significare uguaglianza, ma questa uguaglianza si è fatta rarissima. La pena di morte non ha NIENTE a che vedere con la giustizia e l’uguaglianza.

Chiediamo a coloro che hanno voglia di combattere contro le mille atrocità che i quasi 4000 condannati a morte in America subiscono in continuazione di offrire la loro solidarietà scrivendo ai condannati ed aiutando la nascita di una newletters sulle condizioni nei bracci della morte americani. Chiediamo a chi può si apportare le proprie idee e la propria energia a questa lotta.

Chiunque decida di scrivere ad un condannato a morte può rivolgersi alla e-mail di questo messaggio. Presto avremo una pagina web che sarà aggiornata quotidianamente su quanto avviene nei bracci della morte.

Grazie a chi offrirà il proprio sostegno.

Bianca Cerri

Coordinatore Bannister FoundationCoalizione Italiana Contro la Pena di Morte negli U.S.A. 

Perché si scrive?

A dire la verità non l’ho mai capito. Sento che per alcuni di noi sia una necessità. Per altri uno sfogo. Per molti un modo di sbarcare il lunario, di guadagnarsi la pagnotta, come diceva Faulkner, uno dei più geniali bugiardi della letteratura universale. Ecco, forse la chiave sta proprio qui. Si scrive per far passare sotto la luce riparatrice di una spinta raffinata una volgare vocazione alla panzana.

Garcia Marquez sostiene di scrivere  per farsi amare dagli amici. Ernesto Sabato per non morire di tristezza  in un paese sciagurato. Paul Auster, (altro irresistibile raccontaballe ) dichiara di essere impreparato alla domanda. “Me la faccio spesso”, sostiene. “Non ho mai trovato una buona risposta. Credo che la ragione per cui scrivo sia: perché devo farlo. È così semplice. Non è esattamente un’attività facile, non dà… ahimè… molti piaceri. Scrivere è l’arte della solitudine, è un modo di essere in armonia, o almeno in pace con l’angolo più ombroso del mio essere”.

Io sono un camminatore. Camino e inciampo spesso. Qualche volta recupero l’equilibrio buttando giù qualche riga, che poi metto in una bottiglia e butto nel cassone della raccolta differenziata. Altre volte mi lascio ruzzolare. Ho imparato, strada facendo, a capitombolare senza sbucciarmi le ginocchia. Ieri sera, ad esempio, sono cascato in una discussione con alcuni scrittori che pubblicano orgogliosamente con Mondadori, che continueranno a farlo, che non vedono motivi per cui rinunciarci, che si sentono infastiditi dal fatto che qualcuno pretenda da loro una presa di posizione.

Ne avevo sentite diverse opinioni nei giorni precedenti. Provo rispetto per ciascuna di loro, davvero (lasciatemi raccontare qualche balla, cerco anch’io di diventare uno scrittore).

Quello che trovo disarmante sono le motivazioni di quanti si sentono in dovere di fornirle, spesso di una pochezza inenarrabile.

Ho superato i cinquanta. Vengo da un paese in cui la storia avanza più lentamente di quanto possa fare da queste parti (saranno le strade disastrate), in cui la memoria viene conservata con cura, perché è l’unico farmaco contro la riacutizzazione dei mali secolari, dove non si butta via nulla, nemmeno quello che da queste parti viene considerato stantio.

Nel ’73, in piena dittatura militare, un teatro di Montevideo, El Galpòn, particolarmente attivo in materia di opposizione culturale, venne assalito della truppe inferocite. La compagnia è riuscita a scappare, quasi al completo, e dovette esiliarsi in Messico. Il teatro fu svuotato di tutta la sua storia, i suoi libri, i suoi quadri, le sue lezioni magistrali, le sue poltrone, che furono ammucchiate in mezzo alla strada e date alle fiamme.

Qualche tempo dopo, ridipinta e lavata a nuovo, i militari tentarono di riaprire la sala, che non si chiamava più El Galpòn, ma 18 Maggio, in onore di una festività  nazionale particolarmente sentita dalle mie parti.

Durante tredici anni cercarono di farla funzionare, senza riuscirci. Gli attori, gli autori, i registi, i cantanti, i danzatori veri, i professionisti, quelli che senza riuscire a capire il perché di quella vocazione la portavano avanti con la dignità che sentivamo meritasse, preferivano lavare i piatti nei ristoranti, guidare un tassì, lavorare come commessi  in una libreria, piuttosto che svendere l’unico bene considerato davvero irrinunciabile.

I compagni del Teatro El Galpon lavorarono a Città del Messico, e in diversi paesi, per tutti quelli anni, continuando senza sosta un’attività che aveva dato alla loro istituzione lustri continentali, e nel ’86 fecero ritorno in patria. A quel teatro che fu loro riconsegnato, e che da allora, non fa che recuperare una storia che era andata lontano, ma che in parte era rimasta anche lì, protetta dalle schiene dritte di artisti che, nel frattempo, hanno ripreso a produrre magia.

Sono vecchio, come dicevo. E a forza di inciampare forse non riesco più a vedere la strada nuova, appena costruita.

Uno degli scrittori con cui mi è capitato di scambiare opinioni in questi giorni asseriva, adirato:  “Perché mai chiamare in causa l’autore? Che diavolo c’entra? Nessuno penserebbe mai a chiedere la stessa cosa a un sarto, a un parrucchiere, a un meccanico d’auto. Evidentemente alcuni ritengono che fare lo scrittore di professione non sia un lavoro come tanti altri. Eppure la concezione dello scrittore come Vate o di “Maître à penser” era già stantia ai tempi di D’Annunzio. Mah!”

A me piace pensare che esiste ancora un sarto (almeno uno) che si rifiuta di confezionare un vestito a un provato malcalzone, anche se paga bene.

Un parrucchiere che non ci sta a sistemargli il parrucchino.

Un meccanico che si nega a cambiare l’olio alla sua macchina.

Insomma, ciascuno viva la vita come vuole. Viva nel mondo che vuole, o che si merita.  Si giustifichi (o smetta di farlo) come vuole.

Nel mio mondo esistono gli artisti. Tra i quali includo quel sarto, quel parrucchiere, quel meccanico.

E perfino alcuni scrittori.

Che non sanno perché lo fanno.

Che sospettano ci sia qualcosa da difendere in quello di cui non potrebbero fare a meno.

 

“Smetterò di scrivere e dipingerò soltanto

smetterò di dipingere e canterò soltanto

smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto

smetterò di stare seduto e respirerò soltanto

smetterò di respirare e morirò soltanto

smetterò di morire e amerò soltanto

smetterò di amare e scriverò soltanto”.

(Jack Hirschmann)