Archive for luglio 2010

I miei amori – Delmira Agustini –

Son tornati
sopraggiunti da tutti i sentieri della terra
a piangere nel mio letto.
Furono tanti, sono tanti!
Non so più quanti vivano, ignoro chi sia morto
piangerò tutti quanti nel piangere me stessa
La notte beve il pianto come uno straccio nero.
Ci sono teste asciutte, indorate dal sole
ci sono quelle cinte da una spina invisibile
teste come arrossate dalla rosa del sogno
teste come cuscini per imbottire abissi
bramando sulla terra il riposo dei cieli,
c’è quella che sovrasta la fine dell’inverno,
e quella che non riesce a fiutare l’esordio
Mi dolgono quei morti, quasi fossero morti…
Ah!… e gli occhi… gli occhi fanno male, raddoppiano lo spasmo!
Indefiniti, verdi, grigiastri, azzurri, neri,
infiammano e risplendono.
Son carezze, dolore, costellazione, inferno
che al di là di ogni luce, oltre tutte le fiamme
m’illuminava l’anima e temprava il mio corpo.
Mi donarono sete di tutte quelle bocche…
di tutte quelle bocche seminate nel letto:
vasi rossi o pallidi di miele e di amarezza
petali di armonia e rose di silenzio,
in tutti questi vasi ho bevuto la vita
in tutti questi vasi ho assaggiato la morte
Il giardino di bocche velenoso, ubriacante,
in cui bevevo a un tempo quelle anime e i corpi.
Inumidito in lacrime
circondai il mio letto…
E le mani, quelle mani ricolme
di segreti destini e anelli di mistero…
ci sono mani nate con guanti di carezza;
ci sono mani colme del fiore della brama
mani in cui risiede un pugnale mai visto,
mani in cui sussulta l’intangibile scettro;
abbrunite o biancastre, voluttuose o possenti
in loro, in ciascuna di loro, ho incastonato un sogno.
[…] Ah, tra tutte quelle mani ho cercato le tue!
Di tutte quelle teste io voglio la tua testa,
di tutti quegli occhi, i tuoi occhi pretendo!
Sei tu, il più triste tra i tristi, quello che più ho amato
tu, per prima arrivato, venendo da lontano…
Ah, quella tua testa cupa mai presa tra le mani
e le pupille chiare che osservai senza tempo!
Quelle occhiaie affossate dal tocco della sera
e quel pallore strano che ampliai senza volerlo.
Vieni a me: mente a mente;
vieni a me: corpo a corpo!
Dimmi insomma che hai fatto di quel primo sospiro,
dimmi inoltre che hai fatto del sogno di quel bacio…
dimmi poi se piangesti quando me ne andai via…
dimmi infine se vivi… o per caso sei morto…!
Se così fosse
si vestirà di pena lentamente il mio letto
e stringerò la tua ombra fino a spegnere il corpo.
E quel silenzio fitto trafitto dalla tenebra
e quel buio improvviso ferito dal silenzio,
ci veglierà piangendo, piangendo da morire
quell’unico figlio che mi hai dato: il ricordo.

Delmira Agustini (Montevideo, Uruguay- 1886-1914)

(Trad. di M.F.)

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Racconto senza morale


Un uomo vendeva grida e parole, e gli affari andavano bene, anche se si scontrava con molta gente che discuteva sui prezzi e chiedeva sconti. L’uomo finiva per cedere quasi sempre, riuscendo in questo modo a vendere molte grida di venditori ambulanti, qualche sospiro, di solito acquistato da signorine di buona famiglia, e parole adatte a consegne, slogan, contrassegni ed evenienze varie.
Alla fine l’uomo capì che era arrivata l’ora e chiese udienza al Tiranno-nano del paese, che assomigliava in tutto e per tutto alla totalità dei suoi colleghi. Questi lo ricevette attorniato da generali, segretari e tazze di caffé.
-Sono venuto a vendervi le vostre ultime parole, disse l’uomo. Sono molto importanti perché non vi riusciranno bene al momento giusto, e sarebbe il caso invece di dirle in modo preciso arrivato l’attimo fatale, in modo di poter configurare un destino storico retrospettivo.
-Traduci quello che sta dicendo, ordinò il Tiranno-nano al suo interprete.
-Ma sta parlando nella nostra lingua, Eccellenza.
-Nella nostra lingua? E perché diamine non capisco un acca di quello che dice?
-Avete capito perfettamente, disse l’uomo. Ripeto che sono venuto a vendevi le vostre ultime parole.

Il Tiranno-nano si mise in piedi, com’era solito fare in circostanze simili, e arginando un certo tremore ordinò che l’uomo venisse arrestato e rinchiuso in una di quelle segrete speciali che esistono sempre in ambiti governativi.
-E’ un peccato, disse l’uomo mentre lo portavano via. In realtà vorrete dire le vostre ultime parole, arrivato il momento, e sarà necessario dirle in modo da riuscire a configurare un destino storico retrospettivo. Quel che ero intenzionato a vendervi è proprio quello che voi vorrete dire, non c’era inganno nella mia proposta. Ma, siccome non avete accettato la transazione, siccome non imparerete anticipatamente quelle parole, arriverà il momento in cui esse tenteranno di uscire spontaneamente, per la prima volta, e, naturalmente, voi non sarete in grado di dirle.
-E perché non potrò dirle, se sono proprio quelle che vorrò dire?, chiese il Tiranno-nano, con in mano l’ennesima tazza di caffé.
-Perché la paura non ve lo permetterà, disse tristemente l’uomo. Siccome sarete già con una corda al collo, in camicia e tremerete dal freddo, i vostri denti batteranno senza sosta e non riuscirete ad articolare parola. Il boia e i suoi assistenti, tra i quali ci saranno molti di questi signori qui presenti, aspetteranno per decoro un paio di minuti, ma quando dalla vostra bocca non fiorirà che un gemito spezzato dai singhiozzi e dalle suppliche di perdono (perché quelli sì riuscirete ad articolarli senza sforzo) perderanno la pazienza e vi impiccheranno.

Visibilmente indignati, gli assistenti e, in modo speciale, i generali, circondarono il Tiranno-nano chiedendo l’immediata fucilazione dell’uomo. Ma il Tiranno-nano, pallido come la morte, cacciò tutti quanti a calci dalla stanza e si rinchiuse con l’uomo, intenzionato a comperargli le sue ultime parole.

Nel frattempo, i generali e i segretari, umiliati dal tratto ricevuto, organizzarono un sollevamento e il mattino seguente agguantarono il Tiranno-nano mentre mangiava dell’uva nel suo padiglione preferito. Affinché non potesse pronunciare le sue ultime parole lo uccisero seduta stante sparandogli in testa. Poi si lanciarono alla ricerca dell’uomo, che era sparito dalla casa di governo, e non tardarono a rintracciarlo, perché lo stesso passeggiava tranquillamente per il mercato, tentando di vendere delle frasi ad effetto ai saltimbanchi. In un cellulare della polizia fu portato alla fortezza, e lì torturato perché rivelasse quali avrebbero potuto essere le ultime parole del Tiranno-nano. Siccome non riuscirono a strappargli una confessione, lo uccisero a pedate.

I venditori ambulanti che gli avevano comperato delle grida, continuarono a urlarle lungo le strade, e una di quelle grida fu adoperata, tempo dopo, come contrassegna della rivoluzione che la fece finita con i generali e con i segretari. Alcuni di loro, prima di morire, pensarono confusamente che tutto quanto non era stato altro che una stupida catena di confusioni e che le parole e le grida erano, in definitiva, cose che ben potevano essere vendute ma non comperate, anche se può sembrare tutto così assurdo.

E finirono per marcire tutti quanti, il Tiranno-nano, l’uomo, i generali e i segretari, ma le grida continuano a risuonare, di tanto in tanto, lungo le strade.

Julio Cortàzar
Trad. di M.F.

Una caña con Topolino

Un messicano che conosco, anche lui di passaggio per Madrid, non sopporta gli si parli del caldo. Siamo a Luglio, è solito dire, naturale che sia così. E poi, conclude, comunque a Monterrey fa più caldo.
Punti di vista. Per quanto mi riguarda, attraversare Plaza Mayor all’una di un pomeriggio rovente come pochi, costituisce, perfino per un animale di sangue caldo come il sottoscritto, un atto di stupido eroismo (ammesso che esistano eroismi intelligenti).
Eppure lo si fa. C’è chi si avvale del percorso lungo, sotto il loggiato perimetrale, chi decide di tagliare corto, punta dritto e chi si è visto si è visto.
In mezzo alla Plaza, la statua di Felipe el Hermoso continua da secoli a boccheggiare con regale contegno. Dev’essere effetto del caldo, ma la atmosfera è surreale. Tutt’intorno, sotto un sole che spacca, un fiorire di personaggi che nemmeno a Monterrey.
L’uomo ragno, dal pancione imponente, quasi un Falstaff in calzamaglia. Un lama in lamè. Quel marines spettrale, appena uscito dai sogni più neri di Kurosawa.
E appena più giù, un Topolino di peluche (Ratòn Mickey, per quelli del mondo ispanico) di un metro cinquanta circa, l’unico attorniato da un manipolo di bambini giapponesi. Due scatti, quattro monete nel cestino e tutti all’ombra. Tranne lui. L’ho guardato con ammirazione, passando. Chiunque fosse lì dentro, doveva avere una tempra da leone. Mi chinai per lasciare anch’io una moneta e in quel momento sentii  la sua voce, in italiano. Scusa? Lei (perché era una voce da donna) disse qualcosa, con chiaro accento torinese, mentre puntò un dito sul mio petto. Mi guardai. Indossavo ieri una maglietta regalatami da una amica di Verona in cui c’è scritto: Nella mia città nessuno è straniero. “Anche nella mia”, rifece la ragazza, togliendosi il mascherone.
Una faccia sudata, dal sorriso schietto, emerse da quel forno di felpa. Io ero già in ritardo per le prove, decidemmo comunque di andare a bere una birra.
Meglio, mi disse, tra due secondi svengo.

Ci siamo trovati a parlare di noi, delle nostre vite, del mestiere che condividevamo. Reduce lei di un’infinità di scuole di recitazione, di corsi di mimo, di Commedia dell’Arte. Quel ventaglio di espedienti con cui si tenta di sbarcare l’ infinità di lunari di cui è segnata la strada dei teatranti, all’incirca da cinquanta secoli a questa parte. E il ricorso all’estate madrileño, ospite di un amico, e di quella piazza in cui a nessuno viene in mente di chiedere licenze o lasciapassare di sorta.
Nel bar, dei bambini cominciarono ad avvicinarsi. Ogni tanto lei si rimetteva il testone e improvvisava qualche gag. Poi riprendevamo il discorso interrotto, e tornava ai suoi sogni.
Guardandola mi sono venute in mente le parole di Alan Parker, ai tempi di Fame ( il film, non il suo indecente succedaneo televisivo).
Diceva (vado a memoria) che aveva voluto rendere un omaggio a tutti quelli che non accontentandosi del faticoso percorso dell’esistenza, avevano scelto di sobbarcarsi anche lo sforzo di viverlo in modo creativo.
Non sono del tutto sicuro che si tratti di una scelta. Qualche volta ho concluso fosse una condanna, alla quale, però, nessuno di noi sarebbe in grado di rinunciare.
Per questo provo una istintiva simpatia verso questi poliedrici compagni di viaggio. Mimi, saltimbanchi, musicisti, poeti di strada. Artisti.
Sono gli unici a cui lascio volentieri qualcosa nel cappello, ogni volta che mi capita di incrociarli. Credo di non essere l’unico.
Siamo rimasti d’accordo in rivederci, con Diana, una volta in Italia. Vorrebbe farmi vedere i video in cui fa del teatro “serio”. Ci salutiamo come vecchi amici e vado alla cassa a pagare.

Dos cañas, faccio al gestore.
Solo una, risponde lui, quella del topo la offro io.

Madrid ai tempi della crisi

“Non è vero. Il viaggio non finisce mai.
Soltanto i viaggiatori finiscono.
Bisogna ritornare sui passi già fatti, per rifarli
e per tracciare nuove strade accanto a loro.
Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre.
Il viaggiatore torna sempre al cammino.”
J. Saramago

C’è una strada di Madrid che percorro da anni. Sempre la stessa. Non è l’unica, intendiamoci, ma da nessuna parte come su quella via mi sento di essere veramente a Madrid.
Di fronte alla metropolitana Antòn Martìn, Barrio de las Letras, (due euro dall’aeroporto di Barajas fino a qui) ci si imbatte in Plaza Matute. Proseguendo, la prima a destra o a sinistra è già Calle de las Huertas. Io prendo di solito a destra, quando faccio a meno degli impegni più o meno preconfezionati e girovago senza un punto preciso d’arrivo, con tempo intorno, come faccio da sempre, in qualunque città mi capiti di ritrovarmi. Cerco, senza successo, di perdermi, come la prima volta. Come quel primo imbattermi in una magia che mai più tornò a replicare con la stesso incanto (che magia sarebbe sennò?), ma che continuo a inseguire, e a ritrovare a tratti, con toni diversi -a volte più ingenui – in angoli nemmeno sospettati, in indizi lasciati qua e là dai barboni o dalle vecchie prostitute sdentate che bazzicano giorno e notte, instancabili, quell’austero selciato castigliano.
Da Huertas a Calle del Leòn, due passi. Il cinese che gestisce il negozio di alimentari, assomiglia incredibilmente a Sancho Panza e parla uno spagnolo perfino ricercato. Nella via intitolata Lope de Vega, subito dopo il primo incrocio, c’è la casa natale del enorme drammaturgo spagnolo. Fuenteovejuna, Peribañez y el Comendador de Ocaña, El Arte nueva de hacer comedias, e credo qualcosa come altri novecento titoli sciorinati lungo il percorso di una esistenza prodigiosa.
Una strada più in là, continuando per Leòn, e si piomba in Calle Cervantes.
La bottega dell’angolo, che smercia improbabili pantofole per donna, si vanta di sorgere sull’edificio nel quale vide la luce il più immortale dei cavalieri andanti, quell’ Alonso Quijano che avrebbe dato lustri perpetui, un giorno, a un oscuro soldato, reduce della battaglia di Lepanto, monco, depresso e mal messo in arnese.

Domenica mattina, sul presto, sarebbe un buon momento per frequentare questa zona, per leggere e rileggere le frasi immortali di cotanti vicini di quartiere, incastrati a vita in lettere d’ottone tra il granito che i netturbini di colore procedono diligentemente a ripulire e a sgomberare della quantità industriali di lattine di birra e altre amenità residuali gentilmente elargite dalla movida or ora conclusasi.
Sarebbe un buon momento, dicevo, a patto di essere in grado di alzarsi presto dopo un sabato notte in cui a nessuno viene in mente di dormire in questa benedetta città, da sempre, figuriamoci oggi che volano tutti a vista e sono ancora in corso di smaltimento i sacri miasmi della vittoria al mondiale.
Bisogna inoltre snobbare la tentazione del Rastro, beninteso, che oggi si prodiga in omerici richiami di offerte speciali e di introvabili novità.
Se la si fa, potrebbe essere una buona idea l’inoltrarsi a vita in quel dedalo intarsiato di lettere immortali, tra i passi di Quevedo, Benavente, Leòn Felipe, Gòngora, Garcilaso, Tirso, Zorrilla… tutti affacciati alla finestra, o arrampicati sui frontespizi, da secoli, in attesa che qualcuno dei passanti si fermi all’improvviso e decida di pulirsi le scarpe prima di calpestare cotanta regalità.
Qualche isolato più in là si distende El Prado, a destra la stazione di Atocha e il museo Reina Sofia, quello che custodisce il Guernica, tanto per capirci.
Domenica mattina, dalle 10 alle 14, 30, in entrambi l’ingresso è gratuito. Fate voi.
Di ritorno, in Plaza Santa Ana, alle spalle della statua di Lorca, per tutto luglio e agosto la pinta di birra costa soltanto un euro. Di solito finisco lì. Leggo il giornale e penso alla crisi in corso. Non so perché, mi sembra che da questi parti si siano accorti prima del suo arrivo, e abbiano deciso di viverla in un modo un po’ più allegro.

Ah, il bar si chiama Los cien montaditos. Non spargete troppo la voce. Trovare un tavolo libero diventa ogni giorno più difficoltoso.

Paternoster

Padre nostro infinito
deportato
bandito

padre nostro esiliato
senza terra
né donna
senza nemmeno un figlio
da portarti alla bocca

ti arriva questo schianto?
quest’ammasso vociante
di canaglia mercante
a spasso nel tuo tempio?

che cosa è capitato
che non trovi la forza
di richiamare all’ordine
l’armento

che non ti viene voglia
di chiudere i battenti
a tanta storia
e dichiarare fallito
il bastimento

padre mio inusuale
come sempre fatale
distaccato
impotente

così uguale a te stesso
sbadato
lontano
tale e quale il tuo tempo

con tanti giorni in grembo
e un’intera domenica
per sciacquarti le mani

e noi
sempre piú soli
a nominarti in vano

Espejismos, Milton Fernàndez

Sensi unici

Abbracciami
come se fosse vero
che la vita riparte il venerdì
che verranno altri giorni ma non avranno scampo
che gli orologi non troveranno il tempo di pensarci due volte
che le campane batteranno per sempre in ritirata
che le parole perderanno i sensi
e ci sarà bisogno di respirarli in bocca per riaverle
che basterà uno sguardo
solo uno
come ci basta ora
per rifare da capo
ogni perduto istante

e che
se poi accade
come accadrà inevitabilmente
che il giorno si riprende
e prende a galoppare
sarà per sempre lui
inderogabilmente
un venerdì di maggio
come é ora
ed io sarò ancora
per sempre fino all’alba
o al più tardi alla sera
un affamato
digiuno
mendicante
ad
ognuna
delle
tue
meravigliose
porte

Beso a beso, Mlton Fernàndez

Narragonia Express

Vista da fuori, la situazione italiana appare ancora più desolante. Vai a cercare di convincere gli altri che c’è un altro paese all’interno di questa sorta di melodramma mal riuscito in cui tutti, bene o male, ci siamo ritagliati una particina. Quello che appare, a ogni levata di sipario, è il ritratto impietoso di una nave dei pazzi alla deriva in un fiumiciattolo limaccioso, con un buffone saldamente al comando e l’illusione promessa di una città inesistente in cui ciascuno arriverà a piantare la propria bandiera, a creare un proprio codice di valori, una propria idea di libertà, di etica, di morale, in barba a qualsivoglia convenzione universale. Narragonia, appunto.
Ci parlo spesso, in questi giorni, col barista sotto casa, a Madrid, propinatore di alcuni tra i peggiori caffé mai bevuti in vita mia. E col libraio della calle Huertas. Perfino col portiere del teatro in cui faccio le prove, che sostiene di avere captato al volo un forte accento italiano nel mio spagnolo ormai di seconda mano e d’allora non mi risparmia. E la domanda è sempre la stessa: Come è possibile che sia successo? Come avete potuto accettarlo? E io, a dire la verità, mi sono stufato di sciorinare la stessa solfa. Di continuare a scomodare Verdi e Garibaldi, Camillo Benso e i fratelli Bandiera, il Barbiere di Siviglia, le quattro giornate di Napoli, le cinque di Milano, la settimana bianca e la quattordicesima mensilità, Eco, Valentino Rossi, Saviano e Camilleri, un certo angolo della città di Como, a un’ora precisa della notte, Roma, ancora vergine, nonostante l’assalto dei barbari travestiti da preti, politicanti e dalla marea nera di bare semoventi di lamiera, un gruppo di ragazzi dallo sguardo pulito in un liceo di Ferrara, i loro insegnanti, che continuano a fare onore a una professione di fede verso la vita, due giudici fatti saltare in aria sulle strade di Palermo, e quell’aria, che non tornò mai più ad essere la stessa, un mio fratello che non si fa “gli affari suoi”, come tutti insistono a consigliargli, altri che continuano a sperare, e sperando soffrono, si logorano, marciscono, ma non vendono l’anima al migliore offerente…
Ormai non dico niente. Certe cose bisognerebbe viverle in carne propria per capirle.
Loro poi, leggono i giornali, che anche quando riportano verità inoppugnabili, fatti concreti, veramente accaduti, devono prescindere per forza di cose del contesto in cui quelle verità si avverano, e finiscono sempre per togliere qualche fetta di sincerità alla realtà più palese.
Ieri, per esempio, nella pagina internazionale di un periodico della capitale, si parlava della situazione politica francese. Sospetti di tangenti, ruberie istituzionali, conflitti di interessi, corruzione di alto bordo. Il titolo dell’articolo era: Quando la Francia assomiglia all’Italia.
Quella che di solito mi lascia senza parole, però, è la domanda: Ma l’opposizione, nel frattempo, cosa fa?
A dire la verità non lo so. Ogni tanto si vede in televisione, quasi a ribadire la sua esistenza in vita. Per il resto, la desolazione più assoluta. Alcuni di loro cominciano ad assomigliare pericolosamente al pericolo che sostengono di voler combattere. Quel compito per il quale noi, comuni mortali, continuiamo a pagare loro un salario. Sempre agli stessi. Da circa mezzo secolo.
Di oggi la notizia dello sciopero organizzato ieri dalla stampa per protestare contro la legge bavaglio. Tutti volontariamente zitti per rivendicare il loro diritto a parlare, per lottare contro chi vorrebbe zittirli.
Non so come la pensate voi, a me è venuta in mente la barzelletta di quello che si tagliava l’uccello per fare un dispetto alla moglie.
Gliel’ho raccontata stamane al barista sotto casa. Ha riso per mezz’ora.
Oggi il suo caffé è peggio ancora di quello di ieri.