Archive for the ‘I miei appunti’ Category

Il gioco dell’oca

true-false

Se c’ un ambito nel quale Facebook risulta imbattibile, questo è quello delle citazioni. Quelle frasette ad effetto circondate da un paio di virgolette armate e di solito controfirmate da pezzi da novanta; premi Nobel, padri della patria o pensatori in odori di eternità.

Diceva Ambrose Bierce, nel suo Dizionario del Diavolo, che una citazione equivale a ripetere erroneamente le parole di un altro.
Ma Bierce non conosceva Facebook.

Nel regno del Taglia e Incolla, quelli spiccioli diventano un capitale, almeno per chi si accontenta con poco, e ha una schiera di amici che lo seguono a ruota.

Per lungo tempo inflazionata, di recente è caduta in disuso (ma nulla osta che un giorno torni, prepotente, alla ribalta): parlo di “Elementare, Watson!” (Elementary, my dear Watson!), attribuita a Sherlock Holmes, e di conseguenza a suo padre, Sir Arthur Conan Doyle.
Peccato che questo non abbia mai scritto una frase del genere.

La stessa sorte tocca alla celeberrima “Il fine giustifica i mezzi”, che il Machiavelli non siglò da nessuna parte; “Se Dio è morto, tutto è permesso” attribuita ai fratelli Karamazov, ma vi invito a ritrovarla, “Mio nome è Bond, James Bond”, accollato a Ian Flemming, e da quest’ultimo sempre abominata.

E, infine, la gettonatissima: “Io non condivido quello che dici ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”, messo in bocca a Voltaire, e dal suo pugno mai uscita. (In verità appare in un libricino intitolato “Gli amici di Voltaire”, di Evelyn Beatrice, una raccolta di frasi e di slogan inneggianti la libertà di pensiero. La frase, per chi volesse saperlo, appartiene proprio alla autrice, che si firmava con lo pseudonimo S. G. Tallentyre).

A Pablo Neruda si cominciò ad attribuirgli, dalla fine del 2000, una poesia intitolata “Muore lentamente” (Muore lentamente chi non viaggia/non legge/chi non ascolta della musica/chi non trova grazia in se stesso). Qualche anno dopo la Fundaciòn Neruda di Santiago de Chile si vide obbligata a fare una comunicazione ufficiale negando nel modo più assoluto la paternità di quel testo da parte di Don Pablo. Si trovò la sua vera autrice, Martha Medeiros, brasiliana, il suo titolo originale ‘A Morte Devagar’, ma su queste pagine continuerete a trovarlo, imperterrito, seguito da commenti del tipo: “quanto mi piace Neruda, sarei capace di riconoscerlo al volo appena leggo una sua parola!”

Tempo fa fece la sua comparsa una sorta di componimento poetico intitolato Istanti, con in calce la firma di Jorge Luis Borges, e che recita più o meno così: Se potessi vivere un’altra volta la mia vita/nella prossima cercherei di fare più errori//non cercherei di essere tanto perfetto/mi negherei di più… (e qui smetto perché mi fa venire la forfora).
Beh, inutile dire che Borges non ha mai scritto un’ insulsaggine del genere. La sua vedova, Marìa Kodama, da anni smentisce e minaccia querelle, spiegando che in verità quella è farina del sacco di una (aspirante) scrittrice statunitense chiamata Nadine Stair. (Un giornalista argentino giura di averla sentito dire un giorno: “se Borges avesse scritto quella roba non lo avrei mica sposato”)

Uno dei più tartassati è stato, da sempre, Gabriel Garcìa Marquez, soprattutto da quelli che non lo hanno mai letto. Così si è fatto strada un testo in cui lui si congedava dai suoi amici dopo aver saputo di essere ammalato di cancro

“Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di piu’; capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Mi attiverei quando gli altri si fermano, e mi sveglierei quando gli altri si addormentano.
Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato di cioccolata.”

In un primo momento Gabo non diede importanza al discorso. Dichiarò che quel testo era così brutto che non valeva la pena di smentirlo. Chiunque avesse mai letto una delle sue pagine, sarebbe stato vaccinato contro uno “esperpento” del genere. Ma piano piano il contagio si fece strada. In radio e in televisione cominciò a circolare indisturbata, come fanno di solito le cose peggiori della giornata. Lui, da Los Angeles, dove si trovava, emise un comunicato in cui spiegò a tutti che non stava morendo affatto, anzi, scriveva le sue memorie, ma che “potrebbe portarmi alla tomba il fatto che qualcuno creda che possa avere scritto una roba così pacchiana”.

In verità, il vero autore del testo, il ventriloquo messicano Johnny Welch, risultò totalmente estraneo alla faccenda. Aveva scritto quelle parole per metterle in bocca alla sua marionetta di stoffa, Don Mofles, con la quale si esibiva i fini settimana nel bar Brujas di Mexico city.
Che colpa ne aveva lui se qualcuno le aveva prese e piazzato il nome del premio Nobel in calce.
Ma soprattutto, continua a domandarsi, che colpa ne ho io se in giro per il mondo c’è così tanta gente di bocca buona, pronta a credere (e a condividere) la prima diceria che le attraversa la strada?

Gente così, fa dire spesso a Don Mofles, da quel giorno in poi, “sceglie persino i presidenti. A mio modo di vedere, è capace di qualsiasi cosa.”

Sic

quem

 

E’ tutto un dilagare di citazioni colte, spesso attribuite al primo che capita, basta che sia un nome di riguardo. Pare che in questo modo, le stesse abbiano una patina ancora più autorevole. Nessuno che si prenda la briga di indagare se , per caso, il malcapitato – quello citato in calce – abbia potuto dire o scrivere quello che gli si sta mettendo in bocca. Eppure Internet è la più grande banca dati che avremmo mai potuto immaginare.
Così Renzi è andato a Buenos Aires, dove recitò, con la sua solita autorevolezza, in un incontro ufficiale, una poesia de Borges che Borges non si è mai sognato di scrivere (anzi, penso si stia ancora rigirando nella tomba). “L’abbiamo trovata in Internet”, addussero quelli del suo staff. E la cosa finì lì.
Pochi giorni fa, nel metrò di quella città apparse un’altra di queste perle, a firma del Ministero di un governo che quando sente la parola Cultura porta la mano alla fondina. Sommersi dalla figuraccia, qualcuno tirò fuori la testa, appena il tempo necessario per giustificarsi usando la ormai collaudata formula: “L’abbiamo trovata in Internet”.

Siccome spesso in molti si offendono quando avanzi un dubbio sull’attribuzione di questa o l’altra frase ad autori degni di miglior sorte (di solito c’è sempre qualcuno – amico dei primi – che aggiunge: “La frase è bella, chissenefrega di chi l’ha scritta?) ho deciso di arrendermi. Avete ragione voi. Smettetela di leggere. È una perdita di tempo. Due salti in padella e la cena è pronta. Ci sono frasi talmente ben confezionate che ti dicono tutto senza nemmeno dover sporcarti le mani.
Anzi, ho deciso di citarne qualcuna pure io, della cui provenienza sono più che certo. (Le ho trovate in Internet)

Un piccolo passo per l’uomo, un passo gigantesco per l’umanità – (Renato Brunetta)

Rigore è quando arbitro fischia – (Alessandro Manzoni)

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita- (Capitan Findus)

È una bella prigione, il mondo, Orazio – (Totò Riina)

Io non condivido le tue idee, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimerle – (Vladimir Putin)

Essere o non essere , questo è il dilemma – (Pier Luigi Bersani)

Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi – (G. Aiazzone)

A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio – (Maria Elena Boschi)

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire – (Francisco Goya – attribuito anche a Ludwig Van Beethoven)

La retta è una curva che non sogna – (Giulio Andreotti)

Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda- (Gianfranco Vissani)

T’amo pio bove – (Giuseppina Astràgalo, dedicata a Mario Adinolfi)

Panta Rei – (Pelè)

Eppur si muove – (Sergio Marchionne)

Fatti non foste a viver come brutti ma per seguir virtute e canoscenza – (Antonio Conte)

Il viaggio è nella testa– (Zinedine Zidane)

Nà lavàda, nà sùgàda, la par n’anca duperàda – (Giuseppe Sala)

e

Chi più ne ha più ne metta – (questa è ancora in cerca di un autore, mannaggia Internet)

Corso accelerato di Extracomunitarismo per nuovi arrivati.

xx

(Ieri una giornalista in televisione paventava per lei e i suoi concittadini il peggiore dei futuri possibili: il fatto che “i nostri figli”, debbano chiedere il permesso di soggiorno per andare a vivere a Londra. O viceversa. Credo sia arrivato il momento di dare una mano, mettendo al servizio della società la nostra vasta esperienza.)

1 – Innanzitutto, figli miei, benvenuti al club. (Pensate che si tratta di uno tra i più frequentati del pianeta)

2- Munitevi di santa pazienza (in farmacia se ne trovano dei surrogati accettabili, a portata di tutte le tasche).

3- Convincetevi che ogni passo sarà un po’ più faticoso di quelli di ieri. I documenti, la banca, i titoli di studio, il permesso di soggiorno… Alle code in questura in linea di massima si sopravvive, soprattutto in questa stagione. E poi, vi racconto un segreto. Anche se non ci crederete, in quelle file, giuro, ho conosciuto alcune delle persone più belle che mi sia stato concesso di incontrare.

4 – Riprendete confidenza con le vostre mani. Vi serviranno per guadagnarvi il pane più di quanto fino a oggi avresti potuto immaginare.

5 – Spero non dobbiate farlo, ma nel caso che vi capitasse di dover andare a scaricare casse all’Ortomercato, ad esempio, sappiate che bisogna farlo molto presto (4 a.m. o giù di lì), che sarà un lavoro duro e non troppo redditizio, che può capitare di essere accerchiati da altri scaricatori, convinti che tu stia rubando loro quel pane, e di dover difenderti con i pugni (ecco che tornano le mani)

6 – Saranno più dure le panche alla stazione, più fredde le notti all’intemperie, più lunghi i checkpoint, più faticose le attese, più diffidenti i poliziotti, meno garbata la “società civile.”

Questa categoria, della quale sei appena diventato parte, è tra le più adoperate, a destra e a manca, quando si tratta di stabilire un confine, di sottolineare una diversità oppure un requisito mancante.
(Qualche anno fa, parlando di un mio progetto, negli uffici del Comune in cui vivo, qualcuno disse: sono 25 anni che parliamo di fare un Festival a Milano e lo dobbiamo far fare a un extracomunitario? )

6- In molti vorranno farti capire, perché ne sono convinti, che la vita funziona pressappoco come le carrozze di Trenitalia, con una prima e una seconda classe.
Starà a te convincerli del contrario. A tutti noi, non- comunitari, quelli che nel frattempo lo siamo diventati, quelli che sono rimasti per strada e stanno cercando la propria per poter tornare a casa. La loro paura è la miglior possibilità che ha il nostro carattere per farci capire chi siamo. Certo, dovremmo anche aiutare loro – quelli che pensano che la peggior cosa che possa succedere ai loro figli sia essere extracomunitari – a capire che quei muri che continuano a costruirsi intorno, di calce o di parole, più che proteggerli li stanno rendendo prigionieri della propria oscurità.

E non disperate. Come diceva Julio Cortàzar (extracomunitario a Parigi), “Ogni tanto, noi che giriamo con le pezze al culo (…) ci sentiamo invincibili, perché siamo convinti che non tutto sia ancora perso, finché avremo il coraggio di proclamare che abbiamo perso tutto, e che ci tocca ricominciare dal principio”.

Cecità morale – Zygmunt Bauman

moral
Zygmunt Bauman è uno splendido ragazzino di novanta e passa anni, con la passione per il gioco.
Tempo fa ci lasciò tutti quanti (esagero) con il naso all’insù, a cercare di sciacquarci gli occhi con la sua Modernità liquida.
Quella che ci siamo costruiti con le nostre mani, dove confini etici e riferimenti sociali ci scappano tra le dita, per finire – non di rado – nel tubo di scarico, mentre guardiamo la televisione.
Ci parlò anche di “passione etica”.
Io sono rimasto ancora lì. Incapace di girare pagina.

Nel 2013 uscì in molti paesi (in Italia ancora no) un altro suo libro, scritto a quattro mani con Leonidas Donskis.
Il suo titolo è Moral Blindness. The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity.

La cecità morale, tenta di dirci Bauman, non è circoscritta a dei fenomeni estremi come la guerra, il terrorismo, la violenza indiscriminata. Quelle situazioni nelle quali l’uomo agisce sotto la spinta di pressioni altrettanto estreme.
La malattia mortale s’annida, sempre più frequentemente, nella nostra quotidiana insensibilità verso la sofferenza altrui, nella nostra incapacità o nel nostro rifiuto di capire fenomeni che sono parte della nostra stessa storia, nel progressivo restringimento del nostro campo visivo in ambito etico.

Adiafora, la definivano anticamente tanto i cinici quanto gli stoici. (plur. neutro del gr. ἀδιάϕορος “indifferente”).
Quello che pur accadendo accanto a noi ci lascia l’animo completamente indifferente.
Una sorta di atrofia morale che annulla i sentimenti, e che ci sta portando lentamente verso una totale apatia, tanto fisica quanto intellettuale.
Una ricerca spasmodica di elementarità, di un’esistenza concepita ai suoi minimi valori – necessità primarie, pensiero primario, Chi m’o fa fa?, Mi faccio i cazzi miei, Tanto non cambia nulla – che in molti paesi, Italia in primis, trova un terreno di quelli che più fertili non si può.

“La nostra è l’era del terrore, dice Donsky, in chiusura. “Coltiviamo una cultura della paura sempre più potente e più globale. Questa nostra era esibizionista, con la sua fissazione per il sensazionalismo a buon mercato, gli scandali politici, i reality televisivi e altre forme di auto-esposizione, in cerca di fama e di attenzione pubblica, ripaga il panico morale e gli scenari apocalittici in modo infinitamente più alto che i ragionamenti equilibrati, la lieve ironia o la modestia.”

E’ un mondo dai ritmi scanditi da guerre sanguinose e guadagni insaziabili, dove tuttavia i comuni mortali si mettono in fila, ansiosi di non riuscire a procurarsi l’ultimo gadget.
Dove messi di fronte a un’informazione capziosa, falsa e inaffidabile, non accennano nemmeno ad alzare la voce, come se questa non fosse un diritto, e si accontentano dei pettegolezzi televisivi.

“Ognuno di noi è artigiano della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no”, ci aveva detto Bauman, molto tempo fa.
Non abbiamo allibi.
Quantomeno fino a quando qualcuno non decida di iscrivere la Adiafora tra le malattie professionali.
Una patologia contratta nel duro svolgimento del nostro compito di cittadino.
(Sarebbe la fine dello stato sociale.)

***
Moral Blindness – The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity –
Zygmunt Bauman, Leonidas Donskis
Cambridge – Polity books, 2013 pp. 224 – euro 25,30

Mujica se ne va.

okpepe

Il Pepe se ne va. Dalla porta grande anche se, scommetto, a lui sarebbe piaciuto uscire dal retro, in punta di piedi. Tra pochi giorni un ballottaggio ormai scontato passerà il volante nelle mani di un altro candidato della stessa coalizione, quel Frente Amplio che racchiude il mondo variegato della sinistra uruguaiana.
Le leggi del paese non consentono due mandati consecutivi. E tra cinque anni, sarà troppo in là con l’età per riprendersi quel posto, ammesso che volesse farlo.

Se ne va come vorrebbero farlo tutti i governanti della terra. A testa alta. Al massimo della sua popolarità. Ammirato dal mondo intero. Persino da quelli che un po’ se ne vergognano, perché capiscono che non potranno mai promettere di somigliargli.
Persino da quelli che lo odiano, perché sanno che col suo esempio saranno costretti a fare i conti negli anni a venire.

Chiunque sia mai andato a trovarlo è uscito con quella faccia un po’ così… che abbiamo tutti dopo aver conosciuto un essere umano irripetibile.
Il Tupamaro imprigionato per tredici anni in una cella dalle dimensioni di una bara. Nove buchi di pallottole in corpo. I segni indelebili della tortura subita negli anni più neri di una repubblica tascabile, ora finalmente tornata a splendere, sulle sponde del fiume “grande come mare”.
Quel piccoletto che, come racconta un suo compagno di prigionia, sfidava una notte un militare –famoso torturatore – a entrare da solo nella cella con lui, a misurarsi da “uomo a uomo”.
Il contadino collerico e sgrammaticato, tenero e pragmatico, capace di intessere superbe utopie, che non sognò mai col trasformarsi in un nuovo dio, ma ci prova, giorno dopo giorno, a diventare un uomo migliore.

“Sa… ho passato tanto di quel tempo da solo, in galera, a pensare…” – rispondeva una volta a una domanda sul suo concetto di felicità. “Quelli anni di solitudine furono probabilmente quelli che più mi hanno insegnato. Sono stato più di sette anni senza poter leggere un libro. Dovetti ripensare tutto quanto e imparare a galoppare verso le mie origini, in fondo a me stesso, per non diventare pazzo.

(…) Faceva freddo, se per caso mi buttavano un materasso per poter coricarmi, in quel momento ero felice. C’è gente che si riempie di cose pensando di poter in questo modo raggiungere la felicità. Compera, compera e continua a comperare. Io ho scoperto che la felicità è fatta di cose semplici, e che se non la portiamo dentro nulla ce la potrà mai procurare”.

La biografia di Pepe Mujica coincide con la storia recente di un continente bistrattato.
Quella del secolo delle grandi rivoluzioni, che spesso grandi non furono. Non perché non fossero validi i loro propositi, ma semplicemente perché alle volte erano, appunto, troppo grandi.
Dalle quali nacquero – continuano a nascere – quelle piccole, più a portata d’uomo, destinate a germogliare alle volte in solitudine.
La seconda rivoluzione del Pepe è cominciata sul suo cortile di casa, nel proprio esempio, nel personale modo di concepire l’esistenza, l’amicizia, il rapporto con i propri simili , con la sua compagna, la sua filosofia intorno a una povertà che povera non è, il senso della dignità in ogni essere vivente, l’ambiente che ci contiene e ci dà vita.

Da essa sono nate leggi che da alcune latitudini vengono guardate con ammirazione. Da altre con crescente inquietudine.

“Un Don Chisciotte travestito da Sancho Panza”, lo definisce Daniel Vidart, suo amico, antropologo, scrittore, accademico. Un uomo felicemente comune che possiede, per fortuna, il meno comune dei sensi: il senso comune.
Non è un saggio, afferma, è un uomo che vuole sapere.

Il Pepe se ne va?
Per favore, non fateci caso. Il Presidente continuerà a vivere là, dove lo ha sempre fatto, nella sua fattoria di Rincòn del Cerro, a Montevideo, Repubblica dell’Uruguay.
40 ragazzi, tra quelli cosiddetti “disadattati” andranno a vivere con lui, a imparare i mestieri della terra.

“I figli di nessuno”.

Chissà che tra loro non ci sia il futuro presidente di un popolo che non smette mai di stupire.
Io non mi stupirei.

Sapete cos’è Serendipity?

53f3aa711fbe5.r_1408479248757.0-57-1024-683

Sapete cos’è Serendipity?

Secondo qualcuno è cercare un ago nel pagliaio e trovarci la figlia del fattore.

Chidi Asiegbu, partì dalla Nigeria qualcosa come due mesi fa, alla ricerca di un posto al di là dell’Atlantico, dove – a seconda di quello che aveva sentito dire – si mangia in tal modo che tanto i suoi abitanti quanto i loro cani, gatti, pappagallini… crepano di indigestione.

Ha trentanove anni, Chidi, ed è la prima volta che si spinge fuori dal suo villaggio natale. Così arriva in porto, trova una nave, parla con dei marinai che stano caricando un cargo russo, e al modico prezzo di 400 dollari trova un passaggio per “L’America”, quel luogo fatato che in verità risponde al nome di Stati Uniti.
Del viaggio si ricorda poco e niente. Rinchiuso nella stiva, tra la fame, il freddo, i pidocchi, e un male che non aveva mai provato prima, quello di mare.
Un giorno, due mesi più tardi, la nave giunge in uno scalo e i marinai lo spronano a sbarcare. Sei arrivato, gli dicono. Ecco la tua America.
Gli dicono anche di avviarsi su una strada sterrata fino a raggiungere quella principale. Da lì dovrà fare autostop in direzione Sud. Vedrai che arrivi subito. E’ questo il modo di entrare in paradiso.
In verità non dovette aspettare molto. Un camion si ferma al suo fianco e gli apre lo sportello. Strano, sembrano tutti cordiali. E’ roba alla quale non è abituato.
La unica cosa che a Chidi non quadra è che nessuno lo capisce, quando parla. Gli avevano detto che in “America” si esprimono tutti in inglese, come fa lui, ma gli altri comunicano in una lingua che a lui risulta estranea.
In verità ha appena fatto ingresso nella Republica del Uruguay. Latitudine: 34° 53′ Sud. Longitudine: 56° 11′ Ovest. Qualcosa come 10.000 chilometri più a Sud da dove pensava di essere.
Fu fermato dalla polizia che lo aveva visto deambulare per strada, come se si fosse perduto. Il giorno successivo il Ministero dello Sviluppo Sociale mandò un suo dirigente a capire di cosa si trattasse.
“L’uomo non ha altro che quello che indossa”, dichiarò l’inviato.” Ha fatto un viaggio penoso, nel quale ha subito la fame e il freddo ed è stato trattato alla stregua di uno schiavo. Ha dichiarato che è la prima volta , dopo tanto tempo, che si sente trattare da essere umano”.
A distanza di una settimana Chidi ha trovato già un lavoro. Un’impresa del posto, addetta allo smaltimento rifiuti gli ha offerto un impiego.
“Non che avessimo bisogno d’altro personale”, dichiara Rodrigo Silveira, il responsabile, “si tratta più che altro di solidarietà. Ho fatto anch’io il migrante in altri tempi, e so quello che si prova.”
Chidi Asiegbu ha trentanove anni. Fino a poco tempo fa non sapeva nemmeno dell’esistenza di un paese dal quale ora dichiara di non voler andarsene più. Sta imparando lo spagnolo, piano piano. Gli usi e costumi di un popolo dove nessuno guarda nessuno dall’alto in basso. E pensa che il destino è proprio strano, a volte.

Domingos con sabor a mate.

Immagine
Invictus
Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come l’abisso da un emisfero all’altro,
ringrazio qualunque divinità esistente
per il dono della mia anima invincibile.
Nella feroce morsa delle circostanze
non ho arretrato, né chiesto pietà.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio corpo è insanguinato, ma indomito.
Oltre questo luogo di furore e lacrime
incombe il solo Orrore delle ombre
eppure la sfida degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretta sia la porta,
quanto carica di punizioni la sentenza.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
William Ernest Henley
(Trad. di M.F.)Nella foto: Josè Mujica, presidente dell’Uruguay.