Archive for the ‘I miei appunti’ Category

L’intelligenza del porcospino

porcospino.

“Fa freddo senza di te, ma si vive…” scriveva, molto tempo fa, mi hermano del alma, il poeta salvadoregno Roque Dalton.
“Vorrei parlarti del freddo del cuore/del mio cuore di radice ferita”, gli rispondeva Alda – dall’altra sponda del mondo, fissi gli occhi sul ghiaccio dei navigli.

Mi è stato sempre simpatico Arthur Schopenhauer (… che forse decifrò l’universo, diceva Borges).
Forse perché è nato, come me, sotto il segno dell’acquario (qualunque cosa voglia significare), forse perché era un vecchio brontolone e accigliato, forse perché ogni tanto, dal risvolto della giacca, gli spuntavano brandelli di tenerezza, che lui cercava subito di occultare.

Lui, che sosteneva che l’amore è un inganno della natura, il cui unico scopo è la conservazione della specie, nel suo ultimo libro, Parerga e paralipomena, si lascia scappare una parabola che sembra parlare proprio di quel freddo (o forse sono io che me lo sto inventando).

Alcuni ricci, ci racconta, in una gelida giornata come questa, d’inverno, cercando di sopravvivere, pensarono di avvicinarsi gli uni agli altri.
Lo fecero.
In effetti, la vicinanza dei corpi creava un immediato e salvifico tepore.
Ma, man mano che si riduceva la distanza, cominciarono a sentire su tutto il corpo le punture degli aculei, di cui ciascuno di loro era rivestito, come difesa estrema contro l’invadenza altrui.

Fecero avanti e indietro, diverse volte, indecisi sul da farsi.
Allontanarsi significava morire assiderati. Accostarsi, farsi trafiggere.
Fino a quando, a suon di dai, non trovarono la giusta misura della distanza reciproca. Quello spazio in cui potevano (possiamo) essere insieme agli altri – all’altro – senza tremare di freddo e senza ferirci.

L’Intelligenza del Porcospino, la chiamò, nel 1851.

Sono passati un sacco di anni, e altrettanti inverni. Di sicuro ci abbiamo provato, ma siamo stati capaci di trovare la misura giusta?
Io qualche dubbio ce l’ho.
Altrimenti, perché tanto freddo in giro?

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La meglio gioventù

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Quando ci capiterà (e ci capiterà, lo so), di prendercela con i ragazzi delle nuove generazioni perché non sbandierano valori, perché non hanno voglia di studiare o non sanno quale strada prendere, quando imperversa la piaga del bullismo, quando non sembrano intenzionati a capire di quale sostanza siano fatti i loro sogni, quando non mantengono la parola, quando della politica non gliene può fregar di meno, quando parlano in un linguaggio che non riusciamo a decifrare e che non esitiamo a definire barbarico, quando non parlano affatto, quando una cosa vale l’altra, quando ci trovano noiosi
(e ci fanno capire che lo siamo), quando…

Proviamo a pensare che
– nel mondo che gli stiamo consegnando ci sono individui della NOSTRA generazione che continuano a ridurre i propri simili alla schiavitù (la Libia è soltanto la punta dell’iceberg)
– che alcuni di questi, dopo essere stati condannati per violenza feroce e gratuita contro cittadini indifesi, da un tribunale internazionale, continuano a far parte delle Forze dell’Ordine e fanno avanzamenti di carriera
– che per molti l’umanità somiglia a una carrozza di trenitalia, con prima, seconda e perfino terza classe
– che il tratto più comune della politica che ci governa è la menzogna
– che non c’è bisogno di essere istruiti per diventare Ministro dell’Istruzione
– che non c’è bisogno di sapere alcunché per fare il Ministro del Lavoro
– che dei sottoprodotti di individui che con l’onore non hanno mai avuto niente da spartire vengono chiamati Onorevoli
– che un bullo governa uno dei due paesi più potenti del mondo e uno, ancor più bullo, l’altro
– che i nostri bullini locali tolgono inesorabilmente risorse alla cultura perché – non lo dicono, ma ne sono convinti – il manganello fa più scuola della filosofia
– che ripudiamo la guerra ma vendiamo armi a man bassa e stiamo, proprio ora, inviando dei soldati in Niger
– che questa gente, volenti o nolenti, la abbiamo scelta noi, o non abbiamo fatto nulla per impedire la sua ascesa
– che le ali della nostra indignazione hanno le aspettative di vita di un’effimera (nasce di notte e al mattino si è già dileguata)
– che continuiamo a non imparare niente, nonostante la storia s’impegni, caparbiamente, a darci bacchettate sui denti, da qualche secolo a questa parte
-che nel lungo inverno che ci attende, imparare a comunicare con questi/ nostri ragazzi, senza anatemi e scendendo di corsa dalla cattedra, sarà l’unico cammino percorribile.
A patto di ritrovare la voglia di rimetterci in marcia, perché, come dice Galeano, siamo stati fatti male, ma non siamo ancora conclusi.

“ …ti insegnano a non splendere,
e tu splendi, invece, Gennariello”

Un caffè (sospeso) con Platone

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Arrivato questo periodo dell’anno ogni cosa si allenta. Dalle tensioni alla cintola dei pantaloni. Vivere questo passaggio a piedi nudi costituisce per me quella forma della felicità che a Borges appariva sotto la forma di una biblioteca. I rituali collettivi mi arrivano ovattati, forse perché rimangono dall’altra parte dell’oceano, là dov’è rimasta la mia infanzia, e i ricordi di una vita da riandare a piccoli sorsi, nella mia temporale condizione di mammifero in letargo.
Creo e ricreo, ogni mattina, delle consuetudini a perdere, che sostituisco in quella successiva. Tranne una, che da tempo mi insegue, e che ho intitolato “Un caffè (sospeso) con Platone”. Un dialogo irriverente con qualcuno che una volta mi intimoriva (non avete idea quanti sono), ma che per qualche strano motivo, in questi frangenti, accetta che gli dia del tu.

Tra le infinite magagne dell’esistenza – racconta, pressappoco – quelle che ci rendono alle volte il mondo più paludoso del solito, ci sono due potenze alle quali siamo asserviti: Ragione (Nous, mente) e Necessità (Ananke).
La prima risponde a quelle domande che il nostro raziocinio ci permette di porre, è attenta alle norme, alle leggi da rispettare, agli schemi che ci siamo o che hanno creato dentro di noi.

Necessità invece è una forza anarchica, “mutevole”, sempre insoddisfatta, che alle volte sembra rassegnarsi al fatto di essere trascurata, ma non facciamoci illusioni. Lei è lì, sottopelle. Agisce, si sviluppa, brontola, punta i piedi. Da qualche parte spunterà, prima o poi. Forse lo ha già fatto, in quel momento per noi inconsueto, irrazionale, “illogico”, che abbiamo tentato di dimenticare via aspirina o negroni sbagliato.
Ananke è quello che vorremmo essere. Quello che eravamo destinati ad essere. “Ciò che non potrebbe essere altrimenti”.
Non perdona i tradimenti. Ci stringe alla gola, dice Hillman, ci fa prigionieri, ci trascina come schiavi.

E Nous, la ragione, cosa fa? Lei cerca di tenere le redini del biroccio. Di farci essere “ragionevoli”, attenti alle forme e alle convenzioni che rendono possibile la sopravvivenza del nostro essere sociale.

In mezzo a questo conflitto, ecco noi, cercatori instancabili di punti fermi. Che raramente riusciamo a rintracciare.

A ogni tregua contiamo le perdite. I danni si presentano sotto diverse forme.

Una di queste pare sia una crescente crescita delle fobie. Ce ne sono alcune che persino fanno sorridere , tranne forse a chi ne è soggetto.
Mi fa pensare, soprattutto in questi giorni – chissà perché – la Singenesofobia. O fobia dei parenti.
La avevate mai sentita nominare? Esiste, ve lo giuro.
Ignoro quale origine possa avere, ma pare si acuisca particolarmente in questo periodo dell’anno.

Va a capire chi agisce in questi casi, se Nous o Ananke.
Alle volte, sospetto, depongono le armi e si alleano per prenderci in giro.

Ma c’è una di queste fobie che nonostante esista da sempre, prende sempre più piede. Per questo ogni tanto ho bisogno di tornare alle origini (Platone è uno di questi).
Si chiama Eleutherophobia, o Paura della libertà.

Ecco un morbo dal quale vorrei tenermi lontano, in questa vita e anche in quelle che verranno. Non so se dipenda da me. Ho il fondato sospetto di sì.
Ed è l’unico progetto che mi accompagna, ormai da sempre.
Oltre a finire questo caffè e di decidermi a trovare un posto a questo benedetto libro che si aggira indisturbato per casa.

 

Il rinoceronte

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In una tranquilla città europea, due amici, seduti a un bar, discutono del più e del meno.
All’improvviso, come in un guizzo di realismo magico, fa la sua apparizione il primo rinoceronte. Inutile dirlo. Trambusto, allarme, scompiglio generale. Ma dopo qualche sobbalzo, sempre più in sordina, la situazione sembra volgere al normale.

Non perché il rinoceronte sia scomparso. Anzi, ne arrivano addirittura altri.
Uno di loro persino calpesta e uccide il gatto di un vicino.

La cosa interessante è che, piuttosto che chiedersi l’origine di una tale apparizione, tutti s’accapigliano sui dettagli: il fatto che uno fosse più grande dell’altro, o meno, con diversa quantità di corna, dal colore variabile, la corazza… e via discorrendo.

Tra di loro, immancabile, si inserisce un vecchio filosofo che contribuisce a rendere ancor più surreale una scena nata da una mente tra le più surreali mai esistite.
Quella di Ionesco?
No. Quella degli umani nel momento in cui decidono di rinunciare alla propria capacità di interpretare il divenire

Ecco qui un sillogismo esemplare, dice il filosofo. Il gatto ha quattro zampe. Isidore e Fricot hanno ognuno quattro zampe. Quindi Isidore e Fricot sono gatti.
Anche il mio cane ha quattro zampe, replica un cittadino.
Allora è un gatto, conclude il filosofo.

Un giorno, dopo l’arrivo dell’ennesimo pachiderma, una vicina lo osserva e riconosce in lui il proprio marito, recentemente scomparso.
Da lì in poi, uno ad uno, ciascuno dei personaggi si trasformeranno in rinoceronti. La città si riempirà di barriti, polvere, sordità e distruzione.
Se ne salverà uno, Berenger, che rifiutando la metamorfosi collettiva diventa l’ultima speranza di sopravvivenza del genere al quale appartiene.

Il rinoceronte non è altro che una fantastica allegoria, come tutte quelle sfornate dal maestro rumeno.
“Il mio scopo, lo scopo di questa pièce, diceva, “è descrivere il processo di nazificazione di un paese.
La accettazione pedissequa di ciò che viene dall’alto imposto, si tratti di disposizioni, ordini esecutivi, correnti di pensiero, modi di dire, di fare, di annullarsi.
Che avviene progressivamente, in modo quasi indolore, come nella parabola della rana bollita, con la quale Chomsky cerca da qualche decennio di metterci in guardia contro noi stessi, contro la nostra capacità di accettare ciò che una volta sarebbe sembrato impossibile, e che pian piano diventa consuetudine.

I personaggi di Ionesco rappresentano (sono) la società reale. L’impiegato, la cameriera, la segretaria, il commerciante, il rigattiere… talmente comuni, nel loro diverso modo di spartirsi la giornata, da conformare un tutto. Da farci pensare che quell’epidemia dell’accettazione collettiva, quell’abbassare la testa davanti alla mostruosità fresca di giornata, fino a trasformarci in essa, non risparmia niente e nessuno.

Forse per questo Ionesco si vede così poco in giro, ultimamente. Forse per questo andiamo così poco a teatro. Forse per questo, quando lo facciamo, cerchiamo accuratamente di non cascarci.
Se non c’è almeno un rinoceronte alla porta di ingresso, ad entrare non ci pensiamo nemmeno.

 

 

 

 

Il gioco dell’oca

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Se c’ un ambito nel quale Facebook risulta imbattibile, questo è quello delle citazioni. Quelle frasette ad effetto circondate da un paio di virgolette armate e di solito controfirmate da pezzi da novanta; premi Nobel, padri della patria o pensatori in odori di eternità.

Diceva Ambrose Bierce, nel suo Dizionario del Diavolo, che una citazione equivale a ripetere erroneamente le parole di un altro.
Ma Bierce non conosceva Facebook.

Nel regno del Taglia e Incolla, quelli spiccioli diventano un capitale, almeno per chi si accontenta con poco, e ha una schiera di amici che lo seguono a ruota.

Per lungo tempo inflazionata, di recente è caduta in disuso (ma nulla osta che un giorno torni, prepotente, alla ribalta): parlo di “Elementare, Watson!” (Elementary, my dear Watson!), attribuita a Sherlock Holmes, e di conseguenza a suo padre, Sir Arthur Conan Doyle.
Peccato che questo non abbia mai scritto una frase del genere.

La stessa sorte tocca alla celeberrima “Il fine giustifica i mezzi”, che il Machiavelli non siglò da nessuna parte; “Se Dio è morto, tutto è permesso” attribuita ai fratelli Karamazov, ma vi invito a ritrovarla, “Mio nome è Bond, James Bond”, accollato a Ian Flemming, e da quest’ultimo sempre abominata.

E, infine, la gettonatissima: “Io non condivido quello che dici ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”, messo in bocca a Voltaire, e dal suo pugno mai uscita. (In verità appare in un libricino intitolato “Gli amici di Voltaire”, di Evelyn Beatrice, una raccolta di frasi e di slogan inneggianti la libertà di pensiero. La frase, per chi volesse saperlo, appartiene proprio alla autrice, che si firmava con lo pseudonimo S. G. Tallentyre).

A Pablo Neruda si cominciò ad attribuirgli, dalla fine del 2000, una poesia intitolata “Muore lentamente” (Muore lentamente chi non viaggia/non legge/chi non ascolta della musica/chi non trova grazia in se stesso). Qualche anno dopo la Fundaciòn Neruda di Santiago de Chile si vide obbligata a fare una comunicazione ufficiale negando nel modo più assoluto la paternità di quel testo da parte di Don Pablo. Si trovò la sua vera autrice, Martha Medeiros, brasiliana, il suo titolo originale ‘A Morte Devagar’, ma su queste pagine continuerete a trovarlo, imperterrito, seguito da commenti del tipo: “quanto mi piace Neruda, sarei capace di riconoscerlo al volo appena leggo una sua parola!”

Tempo fa fece la sua comparsa una sorta di componimento poetico intitolato Istanti, con in calce la firma di Jorge Luis Borges, e che recita più o meno così: Se potessi vivere un’altra volta la mia vita/nella prossima cercherei di fare più errori//non cercherei di essere tanto perfetto/mi negherei di più… (e qui smetto perché mi fa venire la forfora).
Beh, inutile dire che Borges non ha mai scritto un’ insulsaggine del genere. La sua vedova, Marìa Kodama, da anni smentisce e minaccia querelle, spiegando che in verità quella è farina del sacco di una (aspirante) scrittrice statunitense chiamata Nadine Stair. (Un giornalista argentino giura di averla sentito dire un giorno: “se Borges avesse scritto quella roba non lo avrei mica sposato”)

Uno dei più tartassati è stato, da sempre, Gabriel Garcìa Marquez, soprattutto da quelli che non lo hanno mai letto. Così si è fatto strada un testo in cui lui si congedava dai suoi amici dopo aver saputo di essere ammalato di cancro

“Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di piu’; capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Mi attiverei quando gli altri si fermano, e mi sveglierei quando gli altri si addormentano.
Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato di cioccolata.”

In un primo momento Gabo non diede importanza al discorso. Dichiarò che quel testo era così brutto che non valeva la pena di smentirlo. Chiunque avesse mai letto una delle sue pagine, sarebbe stato vaccinato contro uno “esperpento” del genere. Ma piano piano il contagio si fece strada. In radio e in televisione cominciò a circolare indisturbata, come fanno di solito le cose peggiori della giornata. Lui, da Los Angeles, dove si trovava, emise un comunicato in cui spiegò a tutti che non stava morendo affatto, anzi, scriveva le sue memorie, ma che “potrebbe portarmi alla tomba il fatto che qualcuno creda che possa avere scritto una roba così pacchiana”.

In verità, il vero autore del testo, il ventriloquo messicano Johnny Welch, risultò totalmente estraneo alla faccenda. Aveva scritto quelle parole per metterle in bocca alla sua marionetta di stoffa, Don Mofles, con la quale si esibiva i fini settimana nel bar Brujas di Mexico city.
Che colpa ne aveva lui se qualcuno le aveva prese e piazzato il nome del premio Nobel in calce.
Ma soprattutto, continua a domandarsi, che colpa ne ho io se in giro per il mondo c’è così tanta gente di bocca buona, pronta a credere (e a condividere) la prima diceria che le attraversa la strada?

Gente così, fa dire spesso a Don Mofles, da quel giorno in poi, “sceglie persino i presidenti. A mio modo di vedere, è capace di qualsiasi cosa.”

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E’ tutto un dilagare di citazioni colte, spesso attribuite al primo che capita, basta che sia un nome di riguardo. Pare che in questo modo, le stesse abbiano una patina ancora più autorevole. Nessuno che si prenda la briga di indagare se , per caso, il malcapitato – quello citato in calce – abbia potuto dire o scrivere quello che gli si sta mettendo in bocca. Eppure Internet è la più grande banca dati che avremmo mai potuto immaginare.
Così Renzi è andato a Buenos Aires, dove recitò, con la sua solita autorevolezza, in un incontro ufficiale, una poesia de Borges che Borges non si è mai sognato di scrivere (anzi, penso si stia ancora rigirando nella tomba). “L’abbiamo trovata in Internet”, addussero quelli del suo staff. E la cosa finì lì.
Pochi giorni fa, nel metrò di quella città apparse un’altra di queste perle, a firma del Ministero di un governo che quando sente la parola Cultura porta la mano alla fondina. Sommersi dalla figuraccia, qualcuno tirò fuori la testa, appena il tempo necessario per giustificarsi usando la ormai collaudata formula: “L’abbiamo trovata in Internet”.

Siccome spesso in molti si offendono quando avanzi un dubbio sull’attribuzione di questa o l’altra frase ad autori degni di miglior sorte (di solito c’è sempre qualcuno – amico dei primi – che aggiunge: “La frase è bella, chissenefrega di chi l’ha scritta?) ho deciso di arrendermi. Avete ragione voi. Smettetela di leggere. È una perdita di tempo. Due salti in padella e la cena è pronta. Ci sono frasi talmente ben confezionate che ti dicono tutto senza nemmeno dover sporcarti le mani.
Anzi, ho deciso di citarne qualcuna pure io, della cui provenienza sono più che certo. (Le ho trovate in Internet)

Un piccolo passo per l’uomo, un passo gigantesco per l’umanità – (Renato Brunetta)

Rigore è quando arbitro fischia – (Alessandro Manzoni)

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita- (Capitan Findus)

È una bella prigione, il mondo, Orazio – (Totò Riina)

Io non condivido le tue idee, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimerle – (Vladimir Putin)

Essere o non essere , questo è il dilemma – (Pier Luigi Bersani)

Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi – (G. Aiazzone)

A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio – (Maria Elena Boschi)

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire – (Francisco Goya – attribuito anche a Ludwig Van Beethoven)

La retta è una curva che non sogna – (Giulio Andreotti)

Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda- (Gianfranco Vissani)

T’amo pio bove – (Giuseppina Astràgalo, dedicata a Mario Adinolfi)

Panta Rei – (Pelè)

Eppur si muove – (Sergio Marchionne)

Fatti non foste a viver come brutti ma per seguir virtute e canoscenza – (Antonio Conte)

Il viaggio è nella testa– (Zinedine Zidane)

Nà lavàda, nà sùgàda, la par n’anca duperàda – (Giuseppe Sala)

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Chi più ne ha più ne metta – (questa è ancora in cerca di un autore, mannaggia Internet)

Corso accelerato di Extracomunitarismo per nuovi arrivati.

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(Ieri una giornalista in televisione paventava per lei e i suoi concittadini il peggiore dei futuri possibili: il fatto che “i nostri figli”, debbano chiedere il permesso di soggiorno per andare a vivere a Londra. O viceversa. Credo sia arrivato il momento di dare una mano, mettendo al servizio della società la nostra vasta esperienza.)

1 – Innanzitutto, figli miei, benvenuti al club. (Pensate che si tratta di uno tra i più frequentati del pianeta)

2- Munitevi di santa pazienza (in farmacia se ne trovano dei surrogati accettabili, a portata di tutte le tasche).

3- Convincetevi che ogni passo sarà un po’ più faticoso di quelli di ieri. I documenti, la banca, i titoli di studio, il permesso di soggiorno… Alle code in questura in linea di massima si sopravvive, soprattutto in questa stagione. E poi, vi racconto un segreto. Anche se non ci crederete, in quelle file, giuro, ho conosciuto alcune delle persone più belle che mi sia stato concesso di incontrare.

4 – Riprendete confidenza con le vostre mani. Vi serviranno per guadagnarvi il pane più di quanto fino a oggi avresti potuto immaginare.

5 – Spero non dobbiate farlo, ma nel caso che vi capitasse di dover andare a scaricare casse all’Ortomercato, ad esempio, sappiate che bisogna farlo molto presto (4 a.m. o giù di lì), che sarà un lavoro duro e non troppo redditizio, che può capitare di essere accerchiati da altri scaricatori, convinti che tu stia rubando loro quel pane, e di dover difenderti con i pugni (ecco che tornano le mani)

6 – Saranno più dure le panche alla stazione, più fredde le notti all’intemperie, più lunghi i checkpoint, più faticose le attese, più diffidenti i poliziotti, meno garbata la “società civile.”

Questa categoria, della quale sei appena diventato parte, è tra le più adoperate, a destra e a manca, quando si tratta di stabilire un confine, di sottolineare una diversità oppure un requisito mancante.
(Qualche anno fa, parlando di un mio progetto, negli uffici del Comune in cui vivo, qualcuno disse: sono 25 anni che parliamo di fare un Festival a Milano e lo dobbiamo far fare a un extracomunitario? )

6- In molti vorranno farti capire, perché ne sono convinti, che la vita funziona pressappoco come le carrozze di Trenitalia, con una prima e una seconda classe.
Starà a te convincerli del contrario. A tutti noi, non- comunitari, quelli che nel frattempo lo siamo diventati, quelli che sono rimasti per strada e stanno cercando la propria per poter tornare a casa. La loro paura è la miglior possibilità che ha il nostro carattere per farci capire chi siamo. Certo, dovremmo anche aiutare loro – quelli che pensano che la peggior cosa che possa succedere ai loro figli sia essere extracomunitari – a capire che quei muri che continuano a costruirsi intorno, di calce o di parole, più che proteggerli li stanno rendendo prigionieri della propria oscurità.

E non disperate. Come diceva Julio Cortàzar (extracomunitario a Parigi), “Ogni tanto, noi che giriamo con le pezze al culo (…) ci sentiamo invincibili, perché siamo convinti che non tutto sia ancora perso, finché avremo il coraggio di proclamare che abbiamo perso tutto, e che ci tocca ricominciare dal principio”.