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Haiti – La coscienza più sporca del vecchio continente

C’è un peccato che ad Haiti la vecchia Europa non ha mai perdonato, quello della sua vocazione alla libertà.
Non le è mai stato perdonato il fatto di essere il primo pezzo di suolo americano a liberarsi dal giogo francese, cioè europeo, nel 1803.
La bandiera degli uomini liberi, innalzata prima di qualsiasi altra nazione americana da uomini e donne che avevano pagato col sangue quel privilegio, significò da subito una condanna unanime alla pena della solitudine. Nessuno avrebbe più comperato nulla ad Haiti. Nessuno le avrebbe mai più venduto nulla. Da nessuno stato quel nuovo stato sarebbe stato riconosciuto. Non se ne doveva più parlare

La storia dell’assedio della dimenticanza attuato dal mondo contro Haiti assume le dimensioni di una tragedia immane; ed è anche il paradigma del razzismo più cocente e vergognoso dell’intera civiltà occidentale.

Nel 2010 un terremoto devastò l’isola. Per qualche ora si parlò di lei, abbiamo visto delle fotografie, abbiamo forse provato addirittura una qualche forma di compassionevole solidarietà, abbiamo considerato nostra consorella quella sofferente umanità che la tv ci concedeva per qualche minuto al giorno.
Il giorno successivo arrivò su quella landa desolata Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, seguita da un contingente armato di circa 20.000 uomini, che su quel suolo piantò le tende, a futura memoria.

Dei traffici loschi della Fondazione Clinton sulla pelle degli ultimi del mondo se ne è parlato in diverse occasioni. Della sorte della popolazione che secondo loro erano andati a proteggere “da loro stessi”, non trovate una riga da nessuna parte.

Oggi, dopo l’uragano Irma, quello su cui ci hanno aggiornato minuto a minuto nel suo passaggio su Miami, ad Haiti manca l’acqua potabile.
Che manchi l’acqua ad Haiti non è una novità.
La novità è che ci sono bambine di dieci anni che pagano col loro corpo un bidone di quell’acqua per le loro famiglie.
E che questo commercio sia diventato parte della quotidiana normalità.

Sono le orfane di quel terremoto del 2010. Alcune di loro già madri. Vivono per strada. I loro corpi, considerati alla stregua di latrine delle quali qualsiasi uomo può servirsi.

A Champ Mars, un campo abitato da migliaia di rifugiati, in pieno cuore di Porto Principe, le prostitute hanno al massimo nove anni; quelle di sei devono essere tenute nascoste dalle famiglie, non appena mettono piede in strada vengono violentate.
Le rovine del Palais National, dove ancora, a giorni alterni, si intravvede la bandiera azzurra e rossa, quella con la quale i ribelli haitiani cacciarono a pedate i loro aguzzini francesi, si innalza come il monito più severo del mondo occidentale: ecco il prezzo della libertà.
La gente del posto lo chiama La maison du diable.

A chi possono chiedere aiuto le bambine di Haiti?

Da diversi anni le truppe di peacekeeping dell’Onu, i Caschi blu, sono accusate di sfruttamento della prostituzione e di abusi su minori nelle zone di intervento.

Nel 2006 un’inchiesta della Bbc ad Haiti ha rivelato che alcuni soldati della missione di pace dell’Onu hanno pagato con dolci e pochi spiccioli le prestazioni sessuali a bambini tra i 10 e i 13 anni.

Molti paesi, alla chetichella, fanno rientrare quella truppe man mano che lo scandalo minaccia di diventare pubblico. Sono padri di famiglia in patria, forse le loro figlie hanno la stessa età di quelle bambine, là dall’altra parte del mondo, dove la realtà, al dire di Montanelli, “è tutta un’altra cosa”.

Nessuno di loro può essere processato, in base alle regole di ingaggio che rende loro immuni a qualsiasi legge locale.

Laggiù, nel frattempo, l’acqua si paga col sangue, col corpo.
Ricordiamocelo ogni volta che apriamo il rubinetto.
Io lo faccio, da quando seguo questa storia.

E ogni volta mi si fa un nodo in gola.

ha ok

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