Archive for luglio 2009

Il volto peggiore dell’essere umano – I

Dalla fine dello scorso anno sono arrivate almeno due buone nuove, fresche fresche, dagli States. La prima è quella risaputa, cioè che alle presidenziali ha vinto Obama. La seconda, che è finita l’era Bush. Comunque vada, è stato un buon inizio. Ce ne sarebbero altre due. Una buona e una cattiva, come nelle migliori tradizioni. La buona è che il nuovo presidente ha abolito la tortura come mezzo per ottenere informazioni. La seconda, che la tortura veniva regolarmente praticata. Ci saranno pure gli scettici, ma la questione ha smesso di essere un’opinione, una dubbiosa convinzione, o una balla gonfiata ad arte dai soliti disfattisti figli di buona donna, come fino a poco tempo fa. E, a meno di non volere essere più realisti del re o più filoAmericani del presidente degli Stati Uniti, la cosa diventa difficilmente smentibile. Semplice sillogismo (ipotetico, del quarto tipo): Non è possibile cancellare qualcosa che non esiste. La tortura è stata abolita. Ergo la tortura c’era. Ma guarda un po’!

È stata allestita qualche anno fa, a Milano, una mostra dal titolo “Il volto peggiore dell’essere umano”. Un campionario delle tecnologie più avanzate, in ogni epoca, dal medioevo a noi; la dettagliata geografia dell’ingegno messo al servizio della produzione del dolore.

Era particolarmente incisiva, quella mostra. Particolarmente illuminante. Mi ricordo di essere uscito col mal di stomaco. Perché aggirarsi lungo quelle sale significava addentrarsi nelle più oscure pieghe dell’animo umano. Chiedersi quale strano artificio della mente possa portare alcuni tra i migliori cervelli del proprio tempo a mettersi al servizio della brutalità più vile, più abbietta, ammesso che esista una forma della crudeltà diversamente qualificabile. Perché l’inventore di quell’ingegnoso strumentario non poteva sapere –credo non fosse nemmeno interessato- su chi sarebbero stati collaudati gli effetti del suo prodotto. L’unica consapevolezza a lui necessaria era che si sarebbe trattato di un altro essere umano. Simile a lui, cosa che lo agevolava nel tracciato di una mappa precisa dei punti dove colpire, ma talmente distante da meritarsi quel trattamento che gli era stato ordinato di architettare.

Doveva essere senz’altro bravo l’artigiano al quale venne commissionato un aggeggio in grado di evitare che uscissero delle parole potenzialmente pericolose dalla bocca di Giordano Bruno, mentre bruciava a Campo de’ fiori. Quel meccanismo che gli fu conficcato a forza tra i denti, prima di essere portato alla luce del sole, tramite una semplice molla fece scattare con violenza due appuntiti aculei di ferro che inchiodarono la lingua del filosofo di Nola alla mascella inferiore e al palato, trasformando la sua faccia in una silente maschera tragicomica che cominciò a disintegrarsi poco a poco, nel crepitio delle fiamme e il sollievo generale dei quadri della Santa Madre Chiesa. Un plauso di sicuro è andato anche all’artigiano inventore di quel mirabile gingillo. Forse ignorava, costui, mentre lo costruiva, a chi sarebbe stato destinato. Qualcuno gliel’aveva commissionato e lui aveva semplicemente eseguito. A ciascuno il suo. “Ofelè fa il to mestè”, si diceva una volta a Milano.

La storia della tortura, però, non è un lontano ricordo del quale riusciamo a liberarci tramite la dislocazione temporale di un fatto storico o la purga catartica di una rassegna museale. E’ una mostruosa realtà che continua a muovere interessi politici ed economici nel mondo intero.

Secondo ricerche condotte da Amnesty International, nel ultimo decennio sono stati inflitti sevizie e maltrattamenti, da parte di agenti delle forze dell’ordine, a cittadini di oltre 150 paesi. In più di 70 di questi paesi tali torture e tali maltrattamenti sono diventati pratica comune. In oltre 80 di loro, le soprafazioni e le violenze hanno provocato dei morti.

Il mondo è cambiato dai tempi di Giordano Bruno, ma questa pratica abominevole continua ad essere esercitata impunemente intorno a noi. E non si tratta -come si potrebbe pensare- soltanto di dittature militari o di regimi autoritari. La tortura è pratica corrente anche in molti stati democratici. Vittime della medesima sono presunti criminali e prigionieri politici, dissidenti ed emarginati, persone perseguitate per il loro credo, o per le proprie opinioni.

La ricerca di Amnesty rivela che le percosse sono ampiamente il metodo di tortura più diffuso tra gli agenti di polizia di diversi paesi del mondo.  I colpi vengono inflitti con pugni, bastoni, calci di pistola, fruste improvvisate, tubi di ferro, mazze da baseball, fili elettrici. Le vittime patiscono contusioni, emorragie interne, frattura di ossa, perdita di denti, danni ad organi vitali. Molti perdono la vita. Sono inoltre largamente diffusi lo stupro e gli abusi sessuali sui prigionieri. Tra gli altri metodi di tortura più comuni ci sono elettroshock, (accertato in 40 paesi) sospensione del corpo (oltre 40 paesi), colpi di bastone sulla pianta dei piedi, (oltre 30 paesi) soffocamento, (oltre 30 paesi) finte esecuzioni e minacce di morte (oltre 50 paesi) e detenzioni in isolamento prolungate (oltre 50 paesi).

Altri metodi di largo consumo sono l’immersione in acqua, (il waterboarding) lo spegnimento di sigarette sul corpo, la privazione del sonno e delle funzioni sensitive.

Chiunque può essere vittima di torture, a prescindere dall’età, dal genere, dall’appartenenza etnica e delle convinzioni politiche. Il più delle volte, ad ogni modo, le vittime di torture da parte delle forze dell’ordine sono criminali comuni. Questo avverrebbe perché i sospetti criminali sono meno capaci di protestare e spesso prevale l’opinione che in fondo “se la sono cercata”. Spesso queste vittime provengono dai settori sociali più disagiati della popolazione.

La tortura, come altre tante bestie, si nutre di discriminazione. E’ più semplice per il torturatore infliggere dolore a qualcuno che è considerato meno che umano, qualcuno disprezzato per la sua provenienza sociale o per la sua appartenenza politica o religiosa.

C’è un chiaro legame tra razzismo e tortura. Per esempio, la maggioranza delle vittime della brutalità della polizia in Europa e negli USA sono neri, o appartenenti a minoranze etniche. In tutta Europa, i rom sono comunemente visti come criminali e per questo subiscono spesso pestaggi da parte delle forze dell’ordine. Immigrati, lavoratori all’estero e richiedenti asilo che hanno abbandonato le loro case in cerca di sicurezza, incappano non di rado nei maltrattamenti xenofobi e razzisti delle forze di sicurezza. In Austria, Germania, Svizzera e Regno Unito diversi cittadini stranieri sono morti nel corso di deportazioni per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia e per metodi di contenzione pericolosi. In Arabia Saudita i lavoratori stranieri hanno maggiori rischi di subire amputazioni giudiziarie e fustigazioni.

In Giappone i lavoratori stranieri colti con il permesso di soggiorno scaduto vengono picchiati e umiliati.

E’ di questi giorni la notizia che il presidente Obama ha cominciato a togliere alla Cia il monopolio degli “interrogatori duri”, cioè l’ennesimo eufemismo con cui “l’Agenzia” è solita definire i suoi metodi di tortura.

E una parte dell’opinione pubblica, (quella rimasta, dopo i lavaggi energici e le centrifughe ininterrotte) si è lasciato sfuggire un Oh! di virginea sorpresa, davanti a cose che non sembrano di questo mondo.

Ma il campionario dei tormenti “scientificamente omologati” che comincia a venire a galla dai sotterranei del terrore di stato -gli annegamenti simulati, l’applicazione di voltaggi letali di corrente elettrica sui genitali, le finte fucilazioni, la privazione del sonno, i pestaggi sistematici -non è che l’indice elementare di una tecnica ampiamente adoperata dai regimi militari sudamericani negli anni 70, i quali si avvalevano del prezioso aiuto didattico messo a disposizione, guardacaso, proprio dalla Cia. “Advance Counterinsurgency Techniques”, osavano definirle. Ma comincia a tornarmi il mal di stomaco. Ne parlerò un’altra volta.

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I poeti (II)

Non so quanti anni avessi quando mi capitò tra le mani la prima poesia. Né di cosa parlasse. Né chi l’avesse scritta. Ricordo soltanto che mi aveva commosso. Siccome ero già grande per capire cosa fosse la vergogna, me ne stetti zitto. I ragazzi con i quali ci spaccavamo le caviglie a vicenda, nel campetto di calcio, dietro casa, non me lo avrebbero mai perdonato. Ne lessi altre, e con l’andare degli anni, diventò piano piano un’abitudine. Ma anche se non giocavo più in quel potrero della mia infanzia  e i ragazzi d’allora non eravamo più ragazzi, quella lettura continuò ad essere, comunque, un piacere solitario.
E’ passato del tempo. Della nostalgia di una volta mi porto dietro alcune cicatrici, ma in linea di massima, credo di esserne guarito. Forse per questo ogni tanto me la concedo. La domenica, ad esempio, quando il lavoro mi consente di rimanere a casa, quando il pianeta  non gira per il verso giusto e sento come il bisogno di una mano che mi accarezzi l’anima, allora mi chiudo dentro, spengo il telefono, preparo il mate (quell’infuso amaro e secolare che richiama i brani più dolci di una vita andata) e butto giù dal loro letto verticale alcuni di quei vecchi compagni di viaggio, poeti e cantautori che fecero vibrare come nessuno la mia umanità adolescenziale, quando il sogno di tutti era quello di cambiare il mondo, e il mondo andava avanti, tutto preso a cambiare noi.

So di essere in debito con questi uomini e queste donne, e credo che in maggior o minor misura lo siamo tutti noi. Perché? Perché loro hanno avuto il coraggio di continuare a fantasticare quando è stata bandita la fantasia. Perché hanno la forza di urlare quando tutto propende al silenzio. Perché  il loro silenzio è più forte del vociare di qualsiasi moltitudine, e quando scende su di noi, é sempre il preludio di una lunga notte. Perché amano la vita. Perché hanno il vezzo di corteggiare la morte. Perché c’è sempre qualcuno che cerca di ridurli alla ragione. Perché hanno preso il brutto vizio della verità, e non riescono a scrollarselo di dosso. Perché sanno che qualcuno di quelli che oggi tenta di condannarli all’oblio si riempirà la bocca con le loro parole, un giorno, e lo farà con il sollievo di non dover guardarli negli occhi. Perché la loro poesia continua ad essere un potenziale agente di “istruzione” di masse, un’ arma carica di futuro, come azzardava Celaya, un virus letale, la più  devastante delle pandemie.
E a noi non resta che stare attenti. Perché se siamo stati esposti al contagio, se almeno una volta abbiamo sentito un fremito nelle vene nell’ascoltare un brano qualsiasi, di un qualsiasi poeta, vuol dire che siamo stati irrimediabilmente contaminati.

Molte volte ho sognato, diceva Cioràn, un mostro malinconico ed erudito, versato in tutte le lingue del creato, intimo di ogni verso e di tutte le anime, che girovaga il mondo alla ricerca di veleni di cui cibarsi, di ebbrezza, attraverso le Persie, le Cine, le Indie morte e le Europe agonizzanti, ho sognato tante volte un amico dei poeti, uno che cerca di conoscerli tutti quanti, per la disperazione di non essere uno di loro.

E allora (ecco l’appello, che mai mi riuscirà, che spero qualcuno mi aiuterà a fare)
Proviamoci noi, che non siamo capaci di accenderlo, a ravvivare questo fuoco. A diventare intimi con quest’aria fugace che una volta ci si è intrufolata tra i capelli. La poesia e lì, dice qualcuno, accanto a noi, basta saperla riconoscere. E’ quel segno rimasto nel guanciale dopo una notte d’amore con una sconosciuta. Il cenno di un manifesto nel metrò. Quell’uomo insignificante che spazza lucernari e parapetti solo per cortesia nei confronti del cielo. Quei pazzi che continuano imperterriti a cercare i loro mulini a vento nell’aria ammorbante della città. Lo sguardo assente di un ubriaco dopo la sbornia…
Proviamoci anche noi, a tempo perso. Proviamo a fare uscire i poeti dalla loro tana. Adottiamone uno a distanza, e portiamolo a vivere tra la gente. Trascriviamolo, traduciamolo, faxiamolo, incidiamolo; vandalizziamo i muri con la sua presenza, regaliamolo a qualcuno che vogliamo bene, a quelli con cui non vorremmo condividere nemmeno l’aria del pianeta; abbandoniamolo dal parrucchiere, dal medico, dal dentista; piazziamo una sua pagina tra i rotocalchi del giornalaio, i tanti Chi, Di Chi, Con chi, Chi è, (c’è il rischio di provocare uno shock anafilattico, ma dopo tutto nessuno vive in eterno) appendiamolo sulla porta della cabina, mentre ci cambiamo il costume, attacchiamolo sul muro nei bagni delle stazioni, tra le proposte d’incontro e la dimensione dei peni in offerta speciale, infiliamolo in una bottiglia e buttiamola nel cesso, indirizzata al mare; inseriamolo di soppiatto  nell’urna elettorale…

Non m’illudo. Lo so che la poesia non salverà il mondo. Non basterebbe l’acqua dell’universo per lavare tutta la sporcizia accumulata. Ma senza quell’acqua, il mondo sarebbe già morto di sete.

Non so, fate voi. Io ci ho provato. Sono sicuro che non cambierà niente.
Ma… se succedesse un miracolo, se trovaste per caso la frase di un poeta dietro il verbale della multa che il vigile vi ha attaccato al parabrezza, o nello scontrino del supermercato, o nel risvolto della giacca appena consegnata dalla lavanderia… vi prego, fatemelo sapere. Mi sembrerà di avere onorato una piccola rata del mio debito.
E saprò cosa rispondere a quelli che continuano a ripetere A chi interessa oggi la poesia?

I poeti (I)

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di
loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle
A. Merini

Sono un passabile ricettore di appelli. Me ne arrivano di tutti i colori, da diverse parti del mondo. E spesso mi trovo ad aderire, con maggior o minor convincimento, a seconda dei casi. Adesso però che mi propongo di comporne uno in proprio, mi trovo in difficoltà. Perché vorrei essere convincente, (che appello sarebbe sennò). Perché vorrei essere esauriente. Perché vorrei che in tanti lo prendessero in considerazione. Ma siamo quasi ad agosto. A chi può venire in mente di stillare appelli in piena stagione estiva? Dovrei lasciar stare, lo so, magari fare un tuffo in mare. E poi? No, devo assolutamente prendere  tempo. Racconterò una storia.

Mi è venuta l’idea, qualche anno fa, di mettere in scena uno spettacolo tratto da alcuni testi di Alda Merini, in un teatro di Milano. Ho avuto, in quell’ avventura, dei fantastici compagni di viaggio. Sapevamo che non avremmo trovato sovvenzioni, che non ci sarebbero state valanghe di spettatori (“a chi interessa la poesia, oggigiorno?”) che ci saremmo dovuti arrangiare con quel poco di tempo rimasto a disposizione dopo le singole giornate di lavoro, che non avremmo guadagnato un soldo, che ci saremmo giocate le notti.
La sera della prima, c’erano i soliti amici e tre o quattro spettatori paganti sparpagliati qui e là, nella desolazione della sala. La cosa non ci sorprese più di tanto, l’avevamo messa in preventivo. Dopotutto, a chi può interessare la poesia ecc. ecc. La sera seguente, però, la sala era piena (o vuota, fate voi) a metà. La cosa ci incoraggiò. Il terzo giorno abbiamo fatto il tutto esaurito, e così nei successivi, che sono stati in totale, credo, dieci. Cos’era successo? Semplicemente che si era messo in moto il benedetto Passaparola. E la magia delle pagine di Alda Merini aveva fatto il resto.

Di lei mi innamorai di nascosto, leggendo i suoi testi a rate in una libreria di Milano, senza comperarli. Lo feci più tardi, quando le mie finanze cominciarono a permettermelo. E me li portai a casa uno a uno, accarezzandoli lungo il viaggio, come se fossero stati dei cagnolini con i quali mi ero guardato a lungo attraverso la vetrina del negozio, e che ora potevo finalmente portare a vivere con me.

Quando mi venne l’idea di comporre un materiale teatrale da quei testi, telefonai alla casa editrice. Mi fecero passare da un interno all’altro fino a quando incrociai una signora molto gentile che mi facilitò il numero di telefono di quell’appartamento sui Navigli nel quale vive ancora oggi la signora Alda Merini. Beh, devo dire, è stata una grande emozione. Mai immaginato che potesse filare tutto così liscio.
E’ stato anche l’inizio della fine di un idillio mai cominciato, che si portò via una fetta del mio ottimismo  e mi convinse per un pezzo di qualcosa che avevo sentito dire in passato e fino a quel momento mai preso sul serio, cioè che i grandi bisogna ammirarli facendo molta attenzione a non incontrarli mai.
Niente di chè, figuriamoci. Qualche giornata di attesa sotto il suo portone, dopo una sfilza di appuntamenti dei quali non si è mai ricordata. E varianti sul genere. La cosa comica era che ogni volta che richiamavo dovevo ripresentarmi “Si ricorda, sono quello che vuole fare lo spettacolo…?” E capii ben presto di non essere riconosciuto come colui che aveva telefonato il mattino prima, e quello prima ancora, ma che lei accorpava i miei tentativi sotto un medesimo obbiettivo, ma con diciture diverse. Quindi, mi sentivo rispondere, “Ah,  un altro che vuole fare uno spettacolo…” E via dicendo.
Un giorno, disperato perché il tutto era pronto, il teatro doveva inserirci nella programmazione, bisognava fare stampare le locandine ecc ecc, richiamai quella simpatica signora della casa editrice che mi aveva facilitato il numero e  le confessai  il mio cruccio. Lei si è messa a ridere. Benvenuto nel club, mi disse. Ci incappiamo anche noi tutte le volte. Fatto è che le saltò in mente un fatto. Si mise a rovistare tra le copie dei contratti di edizione e mi comunicò, per mio sollievo, che i diritti li detenevano loro, e che quindi non dovevo (più) passare attraverso le forche caudine di un autore indaffarato. Stabilimmo -in questo ci siamo trovati subito d’accordo- che tutti i proventi derivati dalle rappresentazioni sarebbero andati alla poetessa, e abbiamo preso il via. “Sa”, mi disse la mia salvatrice, quella signora simpatica dei contratti, “versa in condizione economiche critiche”.

Quella zona dei Navigli Milanesi in cui vive Alda Merini forse un giorno porterà il suo nome. Lo sponsor più valido dei poeti continua ad essere la morte. Fino ad allora, sarà la zona della “movida” lombarda. Quella che cercano febbricitanti i ragazzi venuti dall’est, dall’ovest. Quella del tutto compreso e del nulla più disarmante. Quella dove bazzicano gli abitanti del popolo della notte, che affollano i locali con la loro immensa noia festosa; fruitori instancabili di beveraggi  esotici i cui nomi non riescono nemmeno a pronunciare, con le loro risate vuote sulle sponde di un fiume artificiale quanto la loro momentanea felicità, che trasforma il mattino prossimo venturo in un supermercato dello sconforto nel quale è possibile inciampare in qualsiasi cosa, dalla catasta di  bicchieri dei mojitos nottetempo scolati ai corpi dentro i quali continuano imperterriti il loro viaggio, in quella risacca viscosa che tutto accomuna, e che il flusso stremato del canale non tenta più nemmeno di  portare via.
Scommetto che in pochi sanno che dietro una di quelle finestre dimora la più grande poetessa vivente d’Italia. Quella ogni anno in odore di Nobel. Quella alla quale un giorno, forse, qualcuno intitolerà quella strada.

Lo spettacolo di cui parlavo si chiamava “La vita facile”. Lo abbiamo ripreso un’altra volta, al Centro Culturale Svizzero, in occasione della presentazione di un nuovo libro della Merini. Allora c’era anche lei. E intorno, una folla adorante come non mi è capitato di vedere per parecchio tempo. Che pendeva dalle sue parole. Che sembrava avere atteso a lungo la possibilità di sentirla parlare da vicino. Mi riconciliai con lei. E mi tornò in mente quella frase: “A chi interessa oggi la poesia?” Be’, a quella gente senz’altro interessava. L’ho vista cambiare man mano che ascoltava. In un silenzio talmente pieno di vita che ogni tanto scoppiava in un sorriso. O in una lacrima. Interessava a noi, che a quella poesia avevamo dedicato del tempo e della passione, e dalla quale siamo stati generosamente ripagati. Perché ci siamo addentrati in lei a poco a poco, con soggezione, e quando siamo usciti non eravamo più gli stessi.

C’è un’altra frase che mi perseguita d’allora. Quella della signora simpatica della casa editrice. “Sa, versa in condizioni economiche critiche”. Mi chiedo com’è possibile che un autore del quale si trovano in libreria decine di titoli, e che viene ristampato in continuazione, debba vivere una vita di stenti. Mi assale il dubbio che i suoi diritti siano stati acquisiti in tempi lontani, in toto, al prezzo della fame, come è successo con quelli dei libri di cui abbiamo tratto lo spettacolo.  Che gli unici a ricavare degli utili siano gli editori, quelli che, guardacaso, continuano a ripetere la frase “A chi può interessare oggigiorno la poesia?”

Ecco quindi che mi scappa l’appello. Quello che non mi riesce. Quello al quale non riesco a rinunciare, nonostante la stagione. Quello in cui mi auguro di essere convincente. Quello che si è fatto tardi ormai, senz’altro scriverò domani.

Neo-cinismi

E cerco ancora
caparbiamente
uomini in carne ed ossa
minerali
concreti
donne sulla cui anima smarrire le mani
non docili espedienti di aria
o cartongesso

uomini e donne
scampati a tutti i fortunali
in grado di solcare la terra con i denti
fino a carpire vita dai lastroni di ghiaia
o il mostruoso granito
di scalare ringhiere e parapetti
di parlare a tu per tu con la creazione
di alzarsi in piedi sul petto della notte
e ululare alla luna
alla via lattea
ai pianeti dispersi
nell’immensità di un universo appena nato
di risorgere
brandello a brandello
dal
fondo
di
ogni
fiasco

uomini e donne
dal ventre principesco
ai quali nulla è mai stato regalato
capaci di applicarsi con premura
ai pressanti sofismi dell’aurora
di allevare silenzi
di accarezzare istanti
di ridurre a brandelli bandiere e stendardi
di adorare la vita
ogni vita
quale dono impagabile di un genio
prodigioso
disposti ad arrischiarla
ad ogni passo
piuttosto che vederla sconfitta

Ensor

Ensor

Juan Gelman – poeta

Nome : Juan Gelman
Nato il 3  maggio del 1930
Età: 82 anni
Cittadinanza:  Argentina
Professione: Scrittore, Poeta, Giornalista, Traduttore
Sposato con  Mara La Madrid
Figli: Nora Eva y Marcelo Ariel
Genitori: Paulina Burichson y José Gelman

Non ho mai preso un caffè assieme a Juan Gelman, non ho mai stretto la sua mano, non so per quale squadra batta il suo cuore di ragazzo in quelle domeniche porteñe in cui la Bombonera diventa un surrogato di repubblica a statuto speciale.  Per il resto mi sembra di sapere ogni cosa di lui, di avere condiviso ogni suo istante.
Nel 2007 gli è stato concesso, a Madrid, il premio Cervantes. E alcuni tra i più grandi poeti latinoamericani l’hanno definito come il più grande poeta vivente di lingua ispana.

Mi piacerebbe parlare con lui di questo (forse uno di questi giorni lo farò). Mi piacerebbe stringere la sua mano, condividere un caffé, parlare della sua poesia. Mi piacerebbe, per una volta, parlare soltanto di questo. Ma si non può staccare (come del resto in quasi tutti i grandi) il percorso umano da quello creativo. Perché forse l’uno sarebbe stato comunque rimarchevole, a dispetto dell’altro, ma in questo caso, come in tanti altri, un giorno si diedero un abbraccio, forse per rincuorarsi a vicenda, chi lo sa, e in quello stanno.

Il 26 maggio del 1976, organi para-militari della Forze Armate Argentine sequestrarono i suoi figli Nora Eva, di diciannove anni e Marcelo Ariel, di venti, insieme a sua nuora María Claudia Iruretagoyena, di diciannove, la quale si trovava al settimo mese di gravidanza. Suo figlio e la sua compagna sparirono nel nulla, assieme a quel bambino che la donna portava in grembo. Della sua nascita, Gelman ebbe notizie soltanto due anni dopo, attraverso la chiesa cattolica. Venne così ad apprendere di essere diventato nonno, che quel nipote si trovava da qualche parte, ma non gli è stato concesso di sapere né il luogo né il sesso della creatura.
Il 7 gennaio del 1990, l’ Equipo Argentino de Antropología Forense identificò i resti di suo figlio Marcelo, nel letto del fiume San Fernando (Gran Buenos Aires), all’interno di un bidone riempito di cemento. Era stato assassinato con un colpo alla nuca.
Nel 1998, Gelman scoprì che sua nuora era stata trasferita in Uruguay, che era stata mantenuta in vita fino al giorno in cui aveva partorito una bambina, all’Ospedale Militare di Montevideo, e fatta sparire subito dopo.
Cominciò così la ricerca spasmodica di quella creatura alla quale era stata sottratta ogni cosa, la sua storia, i suoi genitori, la sua identità.

Lettera aperta a mio nipote (frammento)

Mi risulta molto strano parlarti dei miei figli come di quei genitori che non arrivarono ad essere. Non so se sei un bambino o una bambina. So che sei nato… Ora hai quasi l’età che avevano i  tuoi quando sono stati ammazzati e presto sarai maggiorenne anche tu. Loro rimasero per sempre nei vent’anni. Sognavano  te, e sognavano un mondo più abitabile per te. Mi piacerebbe parlarti di loro, e che tu mi parlassi di te. Per riconoscere in te mio figlio, e perché tu possa riconoscere in me quello che di padre mi resta: siamo entrambi orfani di lui. Per riparare in qualche modo quello strappo brutale, quel silenzio che perpetrò la dittatura militare nella carne della tua famiglia. Per consegnarti la tua storia, non per allontanarti da quello da cui non ti vorrai  allontanare. Ormai sei grande, dicevo…

23 dicembre 1998

Nel 2000, Andrea, la nipote di Juan Gelman, fu ritrovata. Era stata data in adozione a una di quelle “famiglie per bene”, designate dai militari per allevare i figli e i nipoti degli oppositori assassinati, ai quali, in quanto comunisti, non doveva essere concesso di allevare bambini. Dopo la verifica dell’identità, la ragazza decise di riprendere i cognomi dei suoi veri genitori, e di riavere in mano la sua storia.  Ora si chiama Marìa Macarena Gelman Garcìa.
Gelman è stato insignito dei seguenti premi: “Boris Vian” (1987)Premio nacional de Poesía argentino (1997) Premio Literatura Latinoamericana y del Caribe Juan Rulfo (2000) Premio  iberoamericano de Poesía “Pablo Neruda” (2005) e il  Reina Sofía de Poesía Iberoamericana (2005). Oltre al Premio Cervantes, il più prestigioso della letteratura spagnola.
Il 25 aprile 2008, gli venne chiesto di depositare un messaggio nella Caja de las Letras (Scrigno delle lettere) dell’Istituto Cervantes, la quale non sarà aperta fino all’ anno 2050.
Credo che lascerò un appunto ai miei nipoti. “Ricordatevi di leggere quella lettera, l’ha scritta per voi un poeta argentino. Juan Gelman, si chiamava.”

Orazione di un disoccupato

Padre,
scendi laggiù dai cieli, ho scordato
le preghiere che m’insegnò la nonna,
poverina, ora riposa
non deve più lavare, pulire, non deve
preoccuparsi di andare a prendere i vestiti
non deve più vegliare la notte intera, pena su pena
pregare, chiederti ogni cosa, riprenderti dolcemente.

Scendi da quei cieli, se ci sei, scendi allora
che muoio di fame in questo canto
che non so a cosa mi serve essere nato
che mi guardo le mani rifiutate
che non c’è più lavoro, che non c’è
abbassati appena un po’, guarda
quello che sono diventato, questa scarpa rotta
questa angoscia, questo stomaco vuoto
questa città senza pane per i miei denti
che mi scava la carne
questo dormire così,
sotto la pioggia, battuto dal freddo, perseguitato
ti dico che non capisco, padre, scendi
toccami l’anima, guardami
nel cuore!
io non ho rubato, non ho ucciso, sono stato bambino
e mi bastonano, invece, mi bastonano e mi bastonano
ti dico che non capisco, padre, scendi
se ci sei, che cerco
rassegnazione in me e non la trovo e comincio
a prendere in mano la mia rabbia
ad arrotarla
per colpire anch’io e prendo
anch’io ad urlare
con il sangue sul collo…

da “Violín y otras cuestiones”

Juan Gelman (Trad. di Milton Fernàndez)

Piazza Alimonda

A Carlo Giuliani

These tears are shaken from the wrath-bearing tree.
Thomas S. Eliot

Il cane, sulla stuoia, prende a girare su se stesso, all’improvviso. Lassù, nella grondaia, il solito stupido graffiare dello stormo messo in allarme dal solito impercettibile rumore. Sul caucciù insaponato, le dita senza presa, scivola il bicchiere e manda in pezzi il volto levigato del mattino. Strano,  l’immagine è lì, precisa, inestinguibile, eppure è tutto così confuso… I suoni lontani, la testa che pesa, sul corpo un fremito impossibile da arrestare. So, però,  di essere fermo, immobile, gli odori della polvere intorno a me, le urla, l’asfalto quasi disciolto sotto le mie scapole. E’ tutto qui, ma così lontano. La donna si è sfilata i guanti e guarda dalla finestra. Stai tranquilla, bisbiglio, credo. E’ tutto a posto. Tranquilla. Arrivano le fitte, in rigurgiti brucianti sullo stomaco, ma non è paura. Stai tranquilla.  Il cane si è accucciato, guaisce mestamente. Si leva le scarpe, la donna. Comincia a ciondolare, avanti e indietro, le mani sullo stomaco, a passi piccoli. Ho freddo. Forse il tempo sta cambiando ora, fa presto buio in questa stagione. Ma che giorno è oggi? Perché è tutto così fermo? Dove siete finiti tutti quanti? Davanti a me un ragazzo con gli occhi spalancati. Tanto freddo. Sta urlando qualcosa che non riesco a decifrare. Il fumo comincia a perdere il suo odore di fumo. Una mano calda scivola sulla mia testa e scende copiosa a rabbuiarmi gli occhi. Sembra così vecchio tutto quanto. La donna è convinta di essere ancora lì, incollata alla finestra, ma continua ad andare, avanti indietro. Un uomo mi saluta da lontano. Tra le spalle infossate, un sorriso triste che fa male. Perché mi stai fissando…? E’ tutto così lontano. La donna nel tinello, avanti e indietro, a piedi nudi sui vetri insaponati. Chi sei? Ora è veramente calata la notte. Fa sempre più freddo. Perché non riesco a muovermi? Dove siete finiti tutti quanti? Mi arriva –quasi assente- il rumore del mare. Il battito del sale sulla pelle. Le tiritere dei pescatori. Le passeggiate infinite. L’uomo dallo sguardo triste. La donna che frantuma i vetri con i piedi. Il tanfo prodigioso della vita tra i vicoli incancreniti. La vita. Ma cosa è successo? Dove siete andati a finire? Che giorno è oggi? Stai attento sillabava. Stai attento. Perché si è fatto buio così presto? Fuoco e fiamme come giunte dal cielo, sulla città che comincia a sentire l’alito sul collo. La prima manganellata proprio qui, sulla spalla. Gomma e anima di ferro appaiati nel marchiare a vita. Strano, non brucia più di tanto, ora. Il ragazzo mi guarda, perplesso. Gli occhi sbarrati. Un colpo di tosse mi colpisce alla schiena. Mi solleva in aria e mi riporta a terra con fragore. Il calpestio della mandria tra le folate di vento imputridito. La giornata che sguscia via, la coda tra le gambe. L’odore di morte e di paura che perlustra le strade e s’impadronisce della città. I blindati lanciati all’impazzata sulla folla indifesa. Gli sciami inferociti dei soldati sui corpi esangui. Chi siete? Perché state facendo tutto quanto? Urla, sangue e sudore nelle divise tagliate su misura. E l’odore del panico che inseguirà ciascuno di loro fino all’uscio di casa, come un cane affamato che non c’è modo di scacciare via. I passi piccoli, calcati, sui vetri insanguinati. Il fuoristrada che sfreccia all’impazzata, ottuso dinosauro dell’età del terrore. I guaiti del cane. L’uomo dallo sguardo triste. Il ragazzo con gli occhi spalancati. Chi sei? Da dove vieni?  Siamo soli ora e ci guardiamo in faccia, tu ed io, per la prima volta, tra le urla e la polvere. Intorno a noi una guerra che non ci appartiene più. E’ tutto finito. All’improvviso. Ora siamo legati, indissolubilmente. Fino alla fine dei giorni. Forse era già scritto dal principio. Fin qui arriva il mondo che una volta c’era e che farà fatica a ripartire. Non importa più niente ormai. Né la pallottola che mi hai esploso in testa né le ruote della bestia che tra un istante mi spaccheranno lo sterno. Che giorno era oggi? Era bello stare qui. Qualcuno mi stende un drappo addosso.  Come ti chiami, soldato? E’ tutto tuo questo istante, che per te non avrà fine. Portalo pure a casa. La donna e i suoi piedi insanguinati. Lo sguardo dell’uomo triste. Il mio braccio alzato. L’ultimo sguardo tra la foschia dello specchio. L’odore acre della paura. Nella tua mano il calcio di una pistola. La perdita definitiva della vita che avevo e che ormai non avrai più. Forse per questo siamo nati. Per incontrarci qui. Sarebbe potuto capitare in un altro luogo. Avrebbe potuto essere un altro il giorno. Ma è qui che cominciano le domande che non ti sei mai posto e che da oggi non riuscirai più a sfuggire. Qui cade il ragazzo che sei stato e che non sarò mai più. Ma che giorno era, oggi?

Ex corpore lucrum facere

Mignòtta vale Meretrice e propr. Favorita: e non può staccarsi dal fr. Mignòter: carezzare, Mignòn favorito, Mignòtise, carezza (v. Mignone)

Appresi, strada facendo, che la cosa non aveva niente di straordinario, di particolarmente rilevante. E’ esistita, nell’infanzia di tutti noi, una casa misteriosa. Me l’hanno raccontato molti dei miei amici. L’ha descritta Vargas Llosa in La casa verde, e ne ha fatto riferimento Garcìa Màrquez in Memoria de mis putas tristes.
Siccome mi rendo conto che quasi tutte le testimonianze provengono da un contesto quasi comune, ricomincio da capo e ne approfitto per correggere l’enunciato.
C’ è stata, dunque, nell’infanzia di tutti noi, latinoamericani, una casa misteriosa.

I miei avevano un panificio, in un paese chiamato Mariscala, nella zona a est di un Uruguay proteso a braccia aperte verso il Brasile. All’inizio della mattinata, quando il pane non era ancora pronto, le vicine si radunavano nello spaccio, approfittando dei tempi morti dell’attesa per scambiarsi il pettegolezzo fresco di giornata, che alle volte dovevano far  bastare per il resto della settimana. A un certo punto arrivavano loro. Erano donne alte e pettorute, dalla faccia appena lavata, con i bigodini in testa e i modi gentili. Le signore del paese tacevano all’improvviso, si scambiavano qualche gomitata, quando la vicinanza fisica lo consentiva,  e delle occhiate oblique che mi incuriosivano,  da quel mio punto di osservazione là in basso, ma che nessuno volle spiegarmi fino in fondo. Seppi dai miei amici più grandi, un giorno, che quelle erano le puttane. Pretesi chiarimenti da mia madre, ma lei sentenziò che di certe cose non si doveva parlare. Mio padre sorrise,  si portò un dito alle labbra come in quei cartelli che impongono silenzio, nei corridoi degli ospedali, e svincolò la domanda con uno scatto da centometrista. Sono cresciuto quindi con queste due o tre  convinzioni sul tema: le puttane sono delle donne con delle grande tette e i bigodini in testa. A loro piace, come a quasi tutti gli esseri umani, il pane caldo, di prima mattina. Quando entrano in un posto la gente è solita sorridere, e guardarle di sbieco.
Esistono, di questo non c’è dubbio, ma di loro non se ne deve parlare, per nessuna ragione al mondo.

Quando di anni ne avevo diciotto, a Montevideo conobbi una ragazza più grande di me. Non portava i bigodini in testa, ma mi raccontò un giorno che faceva la puttana. Siccome mi piaceva molto, ed ero pieno di sani ideali, cercai di redimerla. Presumo che anche a lei piacesse la mia compagnia, e che per questo sopportasse le mie sviolinate. Alla fine credo di non essere riuscito nel mio tentativo, anzi, ne sono quasi sicuro. Ci siamo persi di vista un giorno e mai più incrociati. Fatto è che da lei imparai un sacco di cose sulla vita. E ci siamo pure divertiti.

Si dice spesso che sia la prostituzione il mestiere più antico del mondo. Pare si tratti di una fesseria. Le  prime occupazioni dell’uomo sono state, per forza di cose, legate alla sopravvivenza, e i tabù relativi al sesso sono arrivati soltanto a età avanzata, con la nascita delle prime forme di religione e i conseguenti dogmi di fede.  Del sesso a pagamento si trovano le prime notizie nel codice babilonese, duemila anni prima della nascita di Cristo, ma parecchio tempo dopo la prima erezione del Pithecantropus.
Ma cosa s’intende per Prostituzione? Lasciando da parte i suoi percorsi allegorici, che vengono sfruttati a più non posso da tempi lontani, la parola deriva dal  verbo latino prostituĕre (pro, “davanti”, e statuere, “porre”), e indica la situazione della persona che non “si” prostituisce, ma che, come una merce, viene “posta (in vendita) davanti” alla bottega del suo padrone.
Al Tommaseo (Niccolò) venne in mente di fissare una distinzione netta fra Meretrice e Prostituta: la prima guadagna del corpo suo, e qui l’illustre linguista richiama il termine latino mereo mentre Prostituta è legata a prostat cioè colei che per guadagno o per libidine, si mette in mostra, e provoca a sozzure.
Il linguaggio comune, però, si è dato da fare molto più di lui, attraverso i secoli. Il più comune dei suoi sinonimi, quello a vocazione nazionale è senz’altro puttana, ma non sono seconde a nessuno Troia (di estrazione contadina) Zoccola e Maiala (cos’altro se non toscana?) Mignotta, Battona, Bagascia, Androcchia, Baldracca, Pelanda, Sciaquetta, Marciapiedista, Tufera, Meretrice (periodo tardo imperiale e medioevo) Lumera, Sgualdrina, seguiti a ruota da quelli pseudo-addolciti quali  Puttanella, Troietta, Zoccoletta, quelli allusivi Laida, Lucciola, Squillo, Passeggiatrice, Peripatetica, Cortigiana, Profumiera, Vacca, Pereta e Zompapereta, (Napoli) Donna di larghe veduteDonna oggetto, e quelli più “raffinati”, tipo Donna di facili costumi,  e poi ancora, (ma qui sconfiniamo nella letteratura): Lupa, Prosivendola, Bagassa (sardo), Donna aperta, Amica omnium in latino, e Pubblica Moglie, come citava il Fabrizio (de Andrè).
Prostituzione si lega spesso alla parola Pornografia. Ossia  “La presentazione in forma scritta o visiva, in forma realista, dei genitali o di un comportamento sessuale con una voluta violazione della morale e dei tabù sociali esistenti e ampliamente accettati. (…) Caratteristica distintiva pare sia quella di produrre stimolazione sessuale a dei potenziali clienti, e la degradazione, dominazione e de-personalizzazione  dei soggetti rappresentati, generalmente donne… Invito al coito o alla masturbazione. E per il Joyce, (quello dell’Ulisse, per intenderci) pornografia e’ la sistematica promozione di un determinato qualcosa, tesa ad indurre, ad invogliare, al possesso dello stesso.
La Signora Ex-Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna (nella foto, mese di aprile) tutto questo non lo sa, forse la sua mamma non glien’ha mai parlato.  Nella precedente legislatura è stato da lei stillato  un disegno di legge che il Consiglio di Ministri di allora si è affrettato a varare. Il principio cardine è:  Vendere il proprio corpo in un luogo pubblico è considerato fenomeno di “allarme sociale e come tale è reato e va punito”, perfino col carcere, in eguale maniera fra chi la esercita e chi se ne avvale.
Chissà se qualcuno avrà il coraggio di spiegare al Ex-Ministro che non c’è alcuna differenza morale tra chi si offre per 50 euro all’angolo delle strade e chi si mette in vendita attraverso le pagine di un giornale, di una rivista, di un calendario.  Si tratta sempre di lucrare col proprio corpo. Ex corpore lucrum facere.  Questione soltanto di denominazione. La prima, da secoli,  si chiama Mignotta, ecc. ecc. La seconda, Donna in carriera.
Per molti, da sempre,  è’ questo il vero fenomeno “di allarme sociale”.

Mara Carfagna (Ministro delle pari opportunità) Calendario Max 2005

Mara Carfagna (Ex-Ministro per le Pari Opportunità) Calendario Max 2005