Archive for febbraio 2010

Mariscala

Febbraio si dissangua sul fiume sbalordito

sui sentieri d’argilla tratteggiati dal tempo
si riversa un brandello con presagi di piena
la notte si consegna al richiamo errabondo
che arraffa alla fortuna una promessa ingenua

Mariscala non dorme

il tam-tam dei lubolos
caracolla svogliato
sul ventre arroventato
di una sera a ponente

Re Momo si ridesta
dal letargo impudente
e in un soffio scialacqua
la sua urgenza di vita

la terra s’arroventa in frenesia inaudita

una luna inesperta
tende un velo di glassa
sulla sierra imbandita

il groviglio di corpi
ruba il mestiere a Dio
e bandisce la pena al confine del giorno

si cimentano i fianchi
a strapparsi un sospiro

febbraio si dissolve sull’ardesia bollente

al rintocco dell’alba
un fischio sonnacchioso
dal casotto di guardia
porrà fine alla storia

ma intanto che perdura
Mariscala non dorme

Salen camiones, Milton Fernàndez

Forse la mia ultima lettera a Mehmet – Nazim Hikmet


……
Da una parte
gli aguzzini
ci separano come un muro
dall’altra
questo cuore sciagurato
che mi ha fatto un brutto scherzo

mio piccolo Mehmet
forse il destino
non mi concederà di rivederti.
Sarai già un ragazzo
biondo, snello, alto di statura
tale e quale una spiga di grano
come una volta lo sono stato anch’io;
i tuoi occhi infiniti, come quelli di tua madre
quello strascico amaro di tristezza
che alle volte li assale,
quella tua fronte chiara e senza fine
e quella bella voce
-in confronto la mia era davvero atroce-
Le canzoni che intonerai
spezzeranno i cuori,
sarai anche un brillante oratore
-in questo me la cavavo pure io,
quando ancora la gente non mi dava sui nervi-
dalle tue labbra colerà copioso il miele.
Ah, mio piccolo Mehmet
quanti cuori ruberai!

E’ difficile allevare un figlio senza padre
non rendere più duro il compito a tua madre
io di gioia non gliene ho potuta dare
dagliene tu per me, ti prego.

Tua madre
forte come la seta
tua madre
che sarà bella anche all’età delle nonne
come il primo giorno in cui la vidi
quando aveva diciassette anni
sulla riva del Bosforo…..

Non ho paura di morire, figlio mio;
però malgrado tutto
a volte quando lavoro
trasalisco di colpo
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni è difficile
non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure come un turista
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.

Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che soffre
dell’animale infermo
ma senti innanzitutto
la tristezza dell’uomo.

Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia
che ti dia gioia l’ombra
e anche il chiaro di luna
che le quattro stagioni
ti diano gioia
ma che soprattutto la gioia dell’uomo
ti dia gioia.

E’ un bel paese, la Turchia
tra tutti i paesi della terra
i suoi uomini
sono di buona lega
sono lavoratori
pensosi e risoluti
e atrocemente miserabili.

Si è sofferto
e si soffre ancora
ma il futuro sarà senz’altro luminoso.

Lo costruirai tu stesso
insieme al nostro popolo
lo vedrai coi tuoi occhi
riuscirai a carezzarlo con le mani.

Mehmet, forse morirò
lontano dalla mia lingua
dalle mie canzoni
lontano dal mio sale e dal mio pane
con la nostalgia di tua madre e di te
del mio popolo e dei miei compagni
ma non in esilio
non in terra straniera
morirò nel paese dei miei sogni
nella bianca città dei miei giorni più belli.

Me ne vado
ma sono calmo
la vita che si disperde in me
si ritroverà in te
per lungo tempo
e nel mio popolo per sempre.

Nazim Hikmet Salonicco 1902- Mosca 1963
(Trad. dal francese di M.F.)

Eros – Delmira Agustini


Eros, io voglio guidarti, Padre cieco
imploro alle tue mani onnipotenti
quel corpo eccelso disgregato in fuoco
sopra il mio corpo ricomposto  in rose!

L’elettrica corolla che oggi spiego
porge l’ambrosia di un giardino in nozze;
agli avvoltoi della mia carne stendo
l’intero sciame di colombe rosse.

Ai crudeli serpenti del suo abbraccio, dono
il mio febbrile, smisurato taglio
irrorami l’assenzio di tutte le sue vene,
nella mia bocca versa a poco a poco il miele…

Così distesa, sono un solco ardente
dove arriva a nutrirsi la semente
di un’altra stirpe tanto sublime e folle!

Delmira Agustini – Montevideo- Uruguay- (1886-1914)
Trad. di M.F.

Vagamondi

Fantasmi
sfregando le mani
con gli occhi straziati di assenza
trascinando ciascuno una storia
ciascuno
di stanca tristezza

fantasmi sbrinando la notte
con l’anima stretta tra i denti
trafugando un bicchiere
assonnato
che affoga i clamori del niente

quando la luna
mette in pausa il mondo
voliera dei sogni
di fine giornata
e fremono i lupi
inneggiando l’alba
spuntano ombre
lente
sulla strada
vite senza nome
corpi senza gioia
ruminando i vuoti
dell’altrui memoria

pezzente qui
barbone là…

brandello in blues
della città

sogni ne aveva
e non ne ha più

non sopravvivono
laggiù…

brandello in blues della città

madre che prende
ma non dà

corpi senza nome
vite senza gioia
gonfi di silenzi
che non fanno
storia

fantasma in blues
per
la
città

Bajofondo, Milton Fernàndez

Dei doveri di oggi: (17/02/’10)

tenermi a ragionevole distanza dalla folla
dimenticare le dimenticanze
non piangere per il dolore
non fasciarmi la testa nell’eventualità di un dolore
non fare del dolore un vanto
non elargire elemosine (non offendere la dignità dell’uomo)
non sorridere senza voglia
non ridere senza voglia
non piangere in pubblico (neanche se mi viene voglia)
non fare un complimento che non sento
non dare un consiglio che non mi è stato chiesto
non essere codardo (non avere paura delle mie paure)
chiamare sempre al pane pane e al vino vino
dire: ti voglio bene, a chi voglio bene
mi manchi, ma continuo a vivere, a chi mi manca da morire
lasciarmi amare (senza badare a quello che avverrà domani)
sorridere, ridere e perfino piangere di gioia
avendo cura di non rubarla a chi mi sta vicino
proclamare ai quattro venti che oggi sono vivo
testardamente vivo
e in quanto tale:
amo
piango
sorrido
rido…

E’ ora di accettarlo

E’ ora di accettarlo

dopo tante stagioni
tanti punti e da capo
bisogna darci un taglio
e trovare a ogni costo
una ragione

che infinito maniero di occasioni mancate
di rimorsi sprecati
quante trite contese tra essenze
e scadenze
tra realtà ed apparenze
tra il prendere o il lasciare

tutto quel che avevamo a portata di mano
e ci è passato accanto
le promesse di ieri
i miraggi a venire

a che pro sottoscrivere missive di protesta?

abbiamo fatto fiasco su tutta l’estensione
non siamo stati in grado di approdare alla meta
e di appendere al chiodo
i guanti della sfida

dai
diamoci da fare

ripuliamoci le ali
e proviamo a riandare

fin quando arrivi l’ordine di evacuare il pontile
torniamo a risciacquarci gli occhi
col sudore del ventre
a rifarci dal tempo dell’onta
e del dolore
a levare la guancia
e a ricucirci il cuore

oltre tanti principi
dietro tanto finale
forse è giunto il momento
di bruciare le navi

di affidare promesse
e grammatiche essenziali
agli esperti in materia
di rimboccarci l’anima
e tornare
a
sperare

Metafisica dell'attesa, Milton Fernàndez

Nizar Qabbani – Poeta


Senza titolo II

La luce è più potente della lampada,
la poesia più ampia del quaderno,
il bacio più importante delle labbra.
Le mie lettere a te
sono più potenti e più grandi di noi due.
Sono quelli i documenti
nei quali scoprirà la gente
la tua bellezza
e la mia follia.

Senza titolo III

La mia amante mi chiede:
“Qual è la differenza tra me e il cielo?”
La differenza, amore mio,
è che quando tu ridi
io dimentico il cielo.

Senza titolo V

Spogliati,
da lungo tempo
sulla terra non accadevano miracoli…
Spogliati, spogliati…
io perdo la parola,
ma il tuo corpo conosce tutte le lingue.

Nizar Qabbani – Damasco, Siria – 21 marzo 1923 – Londra, 30 aprile 1998
(Trad. dall’inglese di M.F.)