Archive for febbraio 2011

San Lupercus o San Valentino

“Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris uerbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, ueteres februm uocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstraui.”

Nell’antica lingua degli Oschi, un popolo italico proveniente dalle valli del Sangro e del Volturno, “ruma” sta per “colle”, oppure per “zinna” (in italiano: “tetta)”. La dea Rumina, una “zinnona” indigena, protettrice dei lattanti e degli armenti, aveva un sacello in riva al Tevere presso un fico detto ruminale. Sotto l’ombra del fico, nella stagione calda, i buoi ruminavano alla grande e i pecorai andavano in questo luogo scoperto e recintato, con altare dedicato alla dea, a offrire del latte. Qui apparve una mattina Fauno Luperco, divinità autoctona: silvano e boschereccio come i re di Alba, cacciatore di ninfe. Veniva a riscuotere i tributi di cacio e ricotta che i pastori gli versavano affinché li difendesse dai lupi. Le cerimonie rituali in onore di Lupercus Faunus, sposo e fratello di Fauna, incarnazione femminile della Madre Natura, si svolgevano nel Lupercale, la grotta sul Palatino dove, secondo la leggenda, i pastori gemelli Romolo e Remo erano stati allattati dalla mitica lupa. Presiedevano i Luperci, sacerdoti di Marte, che sacrificavano una capra (simbolo di fertilità), un cane (simbolo di purificazione) e con il sangue degli animali battezzavano i fanciulli.

Ecco cosa succedeva il 14 febbraio.

L’antica festa di Lupercalia evoca l’ombra di Pan, dio del Panico, figura dionisiaca collegata alla dimensione selvaggia e incontrollabile della natura – ma anche protettore dei pastori e delle selve – che incarna l’ideale di vita primitiva e comunitaria in simbiosi con l’energia panica (appunto) della natura. Raffigurato con le sembianze di uomo-capra o uomo-lupo salva veloce le distanze, salta sulle rocce, si nasconde nei boschi per assalire le ninfe e possederle. La festa di Lupercalia prevedeva, oltre alla rappresentazione nel Lupercale, anche una simpatica lotteria a sfondo amoroso e sessuale: i nomi delle giovani vergini da fecondare e quelli dei giovani aspiranti “uomini-lupo” erano posti in bigliettini dentro due appositi contenitori; i due fanciulli battezzati con il latte durante il rito lupercale pescavano a turno un bigliettino formando così le coppie che avevano a disposizione un intero anno, fino alla nuova celebrazione, per provvedere alla fertilità di tutta la comunità.

Poi chi si è visto si è visto. Il gioco si dava per concluso e si aspettava il prossimo febbraio per ricominciare tutto dal principio.

In definitiva, il matrimonio a termine, che da tempo discutono i germani nel tentativo di imporre un tetto agli emolumenti degli avvocati divorzisti, esisteva già da allora. Come si dice, niente di nuovo sotto il sole.

Poi, si sa, la Chiesa che è madre, matrona, matrigna e compagnia bella (anche se è da sempre capitanata dagli uomini), premiata ditta specializzata nel candeggio delle anime sottili, decise che era ora di fare un bel ripulisti in firmamento. Siccome era d’accordo anche la federcommercio decisero in comune accordo di fare scaldare a bordo campo un oscuro vescovo di Terni – Valentino, appunto (644 circa) – messosi all’epoca in cattiva luce per aver tentato di convertire all’alta sartoria il filosofo romano Cratone e tre dei suoi discepoli, e diligentemente accoppato proprio in data 14 febbraio di un anno non meglio precisato.

Narra la leggenda che, poco prima di essere giustiziato, Valentino si fosse reso protagonista di un vero e proprio miracolo: siccome s’era preso una cotta (platonica, beninteso) per la figlia non-vedente del suo carceriere, lasciò alla sfortunata fanciulla una succinta missiva che lei, miracolosamente, riuscì a leggere. In essa pare fosse scritto: “Dal tuo Valentino”. Ecco da dove arriva, dicono, l’usanza di scambiarsi messaggi d’amore il 14 febbraio.

Poi, per i regali, ci pensarono i centri commerciali, in combutta sempre con le alte cariche; i primi ci forniscono ogni ben di Dio onde evitarci magre figure agli occhi dell’amata/o; i restanti, i conseguenti sensi di colpa nel caso ci fossimo dimenticati della ricorrenza o ci trovassimo al momento a corto di sostanza. Non so a voi, ma San Lupercus mi risulta anno dopo anno più simpatico.

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Silvie

Chissà se ci avete mai fatto caso, ma c’è un’ora precisa della sera in cui l’umanità sembra darsi il cambio. A Milano almeno succede così. La città rincasa, frettolosa e infreddolita, incalzata dai neon che non balbettano più come una volta, ma restano invece lì, fissi, innaturali, e le vetrine prendono a fare l’occhiolino con promesse di un paradiso che aprirà puntuale, l’indomani mattina, nove in punto, succeda quel che succeda. Nessuno le guarda. Nessuno guarda in faccia nessuno, a quell’ora, nemmeno se stesso, soprattutto se stesso. E’ allora che dalle tasche nascoste di una giornata mai troppo diversa dalle altre arrivano loro. Sono il turno di notte. Coloro che, a furia di accarezzarlo, si sono macchiati le mani con il buio.

Chissà se ci avete mai fatto caso.

Ci sono due banche agli angoli di Piazza XXIV Maggio, a Milano. Ci sono dei portici.

Fino a poco tempo fa, alla sera, non mancava mai. Era una ragazza nera, di una bellezza che faceva male. Aveva l’aria spavalda e un sorriso gentile. Come a voler mandarci a casa senza pensieri. Come se avesse avuto voluto dirci, ogni sera, mentre passavamo: Non abbiate pena per me, so cavarmela da sola. Accanto a lei, l’immancabile cartone di vinaccio a buon mercato con cui scaldare la notte. E i suoi vestiti accesi, per incantarla.  Quella splendida civetteria con la quale sembrava voler sfidare lo squallore di quei marmi austeri;  quella sua voce rauca, inconfondibile, che nessuno si fermava ad ascoltare, tranne i suoi compagni di viaggio, quella combriccola variopinta che le si radunava intorno non appena lei posava le sue coperte per terra, e la contemplava con venerazione.

Non so quanti anni avesse, quali sogni, quale storia l’avesse portata fin lì. Forse avrei potuto fermarmi, una sera, e domandarglielo. Non l’ho mai fatto. Non chiedetemi perché.

Ora so che si chiamava Silvie Koffi e che veniva dalla Costa d’Avorio. E’ morta una notte all’inizio di gennaio. Di freddo, dicono alcuni; di coma etilico assicurano altri.

Il suo corpo è ancora all’obitorio, servono 1050 euro per tumularla in Italia e circa 4.000 per portarla invece di ritorno alla sua terra.

I volontari del Naga (via Zamenhof  7/A, tel 0258102599), che da tempo la seguivano, hanno organizzato una raccolta di fondi per cercare di farla tornare a casa, e noi, quelli che l’abbiamo conosciuta, quelli che non la conoscevano, quelli che non ci siamo mai fermati a parlare con lei, vorremmo dare un mano.

Per questo stiamo organizzando una serata il cui ricavato andrà a coprire le spese dell’ultimo viaggio di Silvie.

Per questo chiediamo a tutti coloro che possono aiutarci di unirsi a noi. Attori, scrittori, musicisti, danzatori, tecnici, amici… insomma, chiunque abbia voglia di collaborare, anche soltanto col diffondere questo messaggio.

La data è da stabilire, e anche il luogo. So però che dobbiamo fare presto.

Chi vuole aderire all’iniziativa può scrivere a teatriresistenti@libero.it oppure a  fernandezmilton@libero.it o chiamare il numero 3356939814.

E se vi capita di passare da Piazza XXIV Maggio, una di queste sere, date un’occhiata in giro. Ci sono ancora loro, i compagni della notte di Silvie – accucciati alla meno peggio – ma, giuro,  non li ho mai visti così mesti e silenziosi come ora.