Archive for marzo 2016

Berta Càceres

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Si chiamava Berta Càceres, dell’etnia Lenca, uno dei popoli che compongono, da sempre, la geografia umana di un continente chiamato America.

“Nella nostra cosmovisione”, diceva, “siamo esseri sorti dalla terra, l’acqua e il mais. Siamo i custodi ancestrali dei fiumi”.

Per più di vent’anni si batté, instancabilmente, per i diritti del suo popolo. Per la dignità della donna, per la giustizia sociale, per un uso sostenibile dei ricorsi naturali.

Nel 2015 le venne conferito il Premio Ambiental Goldman para el Sur y Centroamérica, per il suo contributo nella lotta contro la costruzione di una diga idroelettrica che minacciava la terra e la sopravvivenza di centinaia di famiglie indigene.
L’impresa cinese, che aveva ricevuto l’appalto dal governo honduregno si ritirò, davanti la caparbia resistenza di un popolo guidato da questa donna minuta, eternamente sorridente.

La sua lotta si incentrava nella difesa dei fiumi, dei territori e della cultura, della dignità e della sovranità di un paese da decenni saccheggiato dalle multinazionali e da un governo dittatoriale, connivente con i rapinatori.

Nel 2013 s’era battuta contro un’iniziativa del governo degli Stati Uniti, che progettava di costruire, in Honduras, la base militare più grande di America Latina. “Un progetto di dominazione e di colonizzazione, col proposito di saccheggiare i ricorsi naturali e i beni comuni della natura nella nazione centroamericana”, lo definì Berta.
E proseguì denunciando che la base avrebbe rappresentato una minaccia per i paesi di tutta l’area, quel cortile interno al quale gli States sembrano no voler rinunciare.

“Stati Uniti ha sempre usato l’Honduras come una piattaforma per invadere dei paesi fratelli, come successe negli anni ’80 contro il Nicaragua. Questa volta potrebbe toccare al Venezuela”

Nel 2012 ricevette in Germania il premio Shalom, conferito ogni anno a delle persone che mettono a repentaglio la propria vita, lottando per la giustizia sociale e la pace nel mondo.

Nel frattempo, in patria, gli assassini si guardavano intorno, e progettavano la sua cancellazione.

“Mi pedinano. Ricevo minacce di morte in continuazione. E quel che è ancora peggio, minacciano di morte la mia famiglia”, aveva dichiarato non appena tornata a casa.

Quella piccola donna – la sua faccia rotonda, quegli occhi che imponevano una forma antica di rispetto, il suo sorriso franco e imperituro – stavano dando una lezione di dignità a un intero popolo, e soprattutto ai suoi sfruttatori che, sconfitti, avevano deciso di annientarla.

In una delle ultime battaglie, per la difesa del fiume Gualcarque, a Santa Bárbara (Nordest del paese), Berta aveva urlato, sussurrando, come per farsi sentire da tutti quanti: “Risvegliati, Umanità, non c’è più tempo! Le nostre coscienze saranno scosse per sempre dal fatto di essere rimasti qui, con le mani in mano, testimoni passivi della nostra auto-distruzione, un annientamento che dura da secoli, perpetrato dall’avidità capitalista, razzista e patriarcale”.

Nella notte tra mercoledì e giovedì (proprio ieri) Berta Càceres è stata assassinata. Uno scarno comunicato ufficiale informa che intorno all’1 di notte, ora locale (le 7 del mattino, per noi), degli sconosciuti hanno forzato la porta della casa dove abitava, e l’hanno crivellata di pallottole, a distanza ravvicinata.

E’ storia nostra. Recente. Quella di una donna davanti alla quale continuerò a togliermi (simbolicamente) il cappello. Della dignità umana, che non cessa di nascere e di perire, caparbiamente.
La storia delle donne, che continuano a rendere vivibile il mondo in cui viviamo.

Joyce Mansour

Joyce Mansour

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca
raccontami della giovinezza dei fiumi
premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro
lasciami fare il nido nella tua gamba
e poi dormiamo, fratello mio,
perché i nostri baci muoiono più in fretta della notte.

C’è del sangue nel giallo dell’uovo
C’è dell’acqua sulla piaga della luna
C’è dello sperma sul pistillo della rosa
C’è un dio in chiesa
che canta e sbadiglia

Non ci sono parole
soltanto dei peli
sull’aridità del mondo
dove i miei seni sono re
e non ci sono gesti
soltanto la mia pelle
e le formiche che brulicano tra le mie gambe oleose
indossano le maschere del silenzio mentre lavorano.

Viene poi la notte e la sua estasi
e il mio corpo profondo, questo polipo spensierato,
ingoia il tuo sesso agitato
mentre gli ridà la vita.

Un nido di viscere
sull’albero secco del tuo sesso.
Un nero cipresso piantato nell’eternità
fa la veglia ai morti che nutrono le sue radici.

Due ladri crocifissi su costole d’agnello
se la ridono del terzo che, a missione compiuta,
divora la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda
salvatemi
gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi
mi scoppiano nella testa

salvatemi
i pipistrelli dai corpi ammuffiti
che vivono nei cervelli seviziati dei monaci
s’attaccano alla mia lingua molle
la mia lingua gialla di donna accorta.

Salvatemi, voi che capite
e i vostri giorni saranno moltiplicati.
Malgrado i peccati che non vi saranno perdonati.
Malgrado lo spessore della notte nelle vostre bocche.
Malgrado i vostri bambini iniziati al male.
Malgrado i vostri letti.

Joyce Mansour – Bowden, 1928 /1986
( traduzione di M.F, da “Fiorita come la lussuria”)
Scrisse di lei Claude Courtot, membro del gruppo surrealista: “Avevo fatto la conoscenza di Joyce e di Breton nel 1964. Al caffè La promenade de Venus, lei si sedeva sulla panca in fondo alla sala, sotto il grande specchio, in modo da essere di fronte a Breton (…) chiedeva regolarmente del rum e fumava un sigaro enorme che, per uno strano contrasto, rendeva ancora più femminili i tratti del suo viso di bambola bruna dagli occhi attraenti come pozzi…”

Scrivere Poesia – Leonard Cohen

leo

Non rappresentare le parole. Non rappresentare mai le parole. Non tentare mai di staccarti da terra quando parli di volare, non girare né chiudere gli occhi se stai parlando della morte. Non mi guardare con gli occhi accesi se parli dell’amore. Se vuoi colpirmi quando parli dell’amore, infilati la mano in tasca o sotto il vestito e accarezzati. Se la tua ambizione e la tua fame di applausi ti hanno portato a parlare dell’amore, devi imparare a farlo senza screditare te stesso o quello di cui stai parlando.
Quale espressione potrebbe definire la nostra epoca? La nostra epoca non tollera alcuna definizione. Abbiamo visto tutti delle fotografie di madri asiatiche devastate dal dolore, così che non ci interessa l’agonia dei tuoi organi acciaccosi. Niente di quanto tu possa esprimere può paragonarsi all’orrore del nostro tempo. Non provarci nemmeno. Stai suonando per gente che ha vissuto delle catastrofi, quindi, stai calmo. Pronuncia le parole, trasmetti i dati e fatti da parte. Lo sappiamo tutti che soffri. Non puoi cercare di raccontare al pubblico tutto quello che sai dell’amore in ogni verso che scrivi. Fatti da parte: la gente saprà quello che tu sai perché lo sapeva già. Non hai nulla da insegnare. Non sei più bello degli altri. Né più saggio. Non urlare. Non forzare una entrata in scena. Quello non è altro che sesso fatto alla buona. Se mostri il contorno dei tuoi genitali, consegna poi quello che stai promettendo. E ricorda, la gente non vuole acrobati nel letto.
Di cosa abbiamo bisogno? Di avvicinarci all’essere naturale, uomo e donna. Le bombe, i lanciafiamme e altre merde hanno distrutto molto più che alberi e paesi. Hanno distrutto anche i palcoscenici. Forse credevi che la tua vocazione sarebbe potuta scappare alla distruzione generale? Non ci sono più palcoscenici. Non c’è più ribalta. Sei tra la gente, per cui, sii umile. Pronuncia le parole, trasmetti i dati e fatti da parte. Resta da solo. Rinchiuditi nella tua stanza. Non dare i numeri.
Si tratta sempre di un passaggio interiore. È dentro, è tuo ed è privato. Rispetta l’intimità dei tuoi versi perché sono stati scritti in silenzio. Il coraggio ci vorrà quando ti toccherà recitarli. La disciplina dell’interpretazione consiste nel non violarli. Lascia che il pubblico senta il tuo amore per l’intimità anche quando questa non è possibile. Sii una buona puttana. La poesia non è uno slogan. Non può promuoverti. Non può accrescere la tua reputazione di individuo sensibile. Non sei uno stallone. Non sei uno sciupafemmine. Né un gangster dell’amore né altre cazzate del genere. Sei uno studente di disciplina. Non rappresentare le parole. La parole muoiono quando vengono rappresentate, marciscono, e non ci resta altro che la tua ambizione.
La poesia è mera informazione. È la Costituzione della nostra patria interiore, se la declami e la gonfi di nobili intenzioni non sei meglio di quei politici che tanto disprezzi. Pensa alle parole come una scienza, non come un’arte. Non cercare di lasciare il pubblico a bocca aperta. Evita le fioriture. Non avere paura di apparire debole. Non vergognarti di essere stanco. Hai un buon aspetto quando sei stanco. Sembrerebbe che stessi dicendo, posso andare avanti, ancora un po’, ancora e ancora….

E ora, viene qui e abbracciami. Sei l’immagine della bellezza.

(Trad. di M. Fernàndez)