Elogio della tristezza

Più intelligente, profonda e sensibile è una persona, più probabilità ha di incrociare la tristezza. Per questo le esortazioni all’allegria sono solite proporre la messa al bando del pensiero: “ è meglio non farci caso…”
Non è così brutto essere tristi, credetemi.
Chi si intristisce scende dal suo piedistallo, cede alla fragilità, per un istante; abbandona l’orgoglio.
E in quel viaggio che compie dentro sé stesso, approfitta per pensare.
La tristezza è figlia e madre della riflessione. E anche dei migliori libri che ho letto, le migliori canzoni che ho sentito, i quadri più belli mai dipinti…
Confesso che di solito scelgo i miei amici tra i tristi. Non lo faccio apposta, mi viene naturale. Mi attira il loro sguardo perso, l’intelligenza delle loro assenze, il loro essere quasi sempre a corto di certezze.
Non crediate, però, che essere tristi voglia dire perderci in chiacchiere lacrimogene. Ridiamo spesso, anche di noi stessi. E guardiamo le donne, e ci illudiamo che loro ci guardino, e cantiamo, e ci ubriachiamo, e balliamo, e raccontiamo barzellette, e ci svegliamo in letti che non riconosciamo e, siccome facciamo dell’amore uno degli ultimi traguardi, cerchiamo che ogni volta sia, quantomeno, indimenticabile.
Essere tristi vuol dire sapere che l’allegria è un nostro diritto, ma che dobbiamo ogni volta conquistarlo.
E saper riconoscere nell’amico che ride al nostro fianco, dopo aver fatto una pagliacciata, quell’ombra che abbiamo visto tante volte alleggiare su di noi.
E mettergli quindi un braccio sulla spalla. Anche senza farlo. Senza dire niente.
Sapendo che in quel silenzio che ci affratella, ci stiamo salvando entrambi.

La vita intima della parole


Tupananchiskama.

In quechua, la lingua degli antichi signori del Perù, la parola Addio non esiste.
Me lo raccontò una volta una ragazza, all’aeroporto di Cuzco.
E mi regalò questa, che ogni tanto mi torna alle labbra, come una carezza:
Tupananchiskama.
“Fino a quando la vita ci farà rincontrare”.

Più intelligente, profonda e sensibile è una persona, più probabilità ha di incrociare la tristezza. Per questo le esortazioni all’allegria sono solite proporre la messa al bando del pensiero: “ è meglio non farci caso…”
Non è così brutto essere tristi, credetemi.
Chi si intristisce scende dal suo piedistallo, cede alla fragilità, per un istante; abbandona l’orgoglio.
E in quel viaggio che compie dentro sé stesso, approfitta per pensare.
La tristezza è figlia e madre della riflessione. E anche dei migliori libri che ho letto, le migliori canzoni che ho sentito, i quadri più belli mai dipinti…
Confesso che di solito scelgo i miei amici tra i tristi. Non lo faccio apposta, mi viene naturale. Mi attira il loro sguardo perso, l’intelligenza delle loro assenze, il loro essere quasi sempre a corto di certezze.
Non crediate, però, che essere tristi voglia dire perderci in chiacchiere lacrimogene. Ridiamo spesso, anche di noi stessi. E guardiamo le donne, e ci illudiamo che loro ci guardino, e cantiamo, e ci ubriachiamo, e balliamo, e raccontiamo barzellette, e ci svegliamo in letti che non riconosciamo e, siccome facciamo dell’amore uno degli ultimi traguardi, cerchiamo che ogni volta sia, quantomeno, indimenticabile.
Essere tristi vuol dire sapere che la allegria è un nostro diritto, ma che dobbiamo ogni volta conquistarlo.
E saper riconoscere nell’amico che ride al nostro fianco, dopo aver fatto una pagliacciata, quell’ombra che abbiamo visto tante volte alleggiare su di noi.
E mettergli quindi un braccio sulla spalla. Anche senza farlo. Senza dire niente.
Sapendo che in quel silenzio che ci affratella, ci stiamo salvando entrambi.

Lo stadio Chile

Nella notte compone i suoi ultimi versi. Sa che non potrà mai musicarli, come ha fatto sempre. Che forse non usciranno nemmeno da quelle mura.
Lui, che appena 4 anni prima aveva cantato la sua Plegaria del labrador. Proprio in quello stadio. Tra le urla di gioia e le bandiere che si contendevano il cielo.
Sembra una vita che è lì dentro.
Poco prima ha visto tagliare l’orecchio con un coltello a uno studente peruviano, colpevole di assomigliare a un cubano. Un bambino di 12 anni crivellato da una mitragliatrice perché correva come impazzito dopo aver visto suo padre in lontananza. Un anziano operaio pestato a morte, dopo aver fatto inciampare un ufficiale sulle grade. Qualcuno che si è lanciato nel vuoto, dalle grade più alte, al grido di : Viva Allende!
Il suo corpo, sfracellato, è rimasto lì.
Forse un monito per chi venisse tentato dalla stessa sorte.
Forse un invito.

A Santiago, da quattro giorni regna il terrore.

Victor Jara, sanguinante, scrive:

Siamo in cinquemila, qui,
in questa piccola parte della città.
Siamo in cinquemila.
Quanti siamo, in totale,
nelle città di tutto il paese?
Solo qui
diecimila mani che seminano
e fanno funzionare le fabbriche.
Quanta umanità
in preda alla fame, al freddo, alla paura, al dolore,
alla sopraffazione, al terrore, alla pazzia.

– ¡A ese hijo de puta me lo traen para acá! Aveva gridato l’ufficiale, non appena saputo della sua presenza in quell’inferno.

– Quello, sì, proprio quello lì! E non trattatelo come una signorina, cazzo!

Il soldato, ubbidiente, aveva subito scaricato un colpo feroce col calcio della carabina sulla schiena di Victor, che crollava a terra.

– Così tu saresti il Victor Jara? Quello che canta canzoni marxiste…

Quell’ufficiale non ha mai letto Carlo Marx. Non sa nemmeno cosa voglia dire essere un marxista. Ma gli hanno insegnato che si tratta di una piaga maligna, un virus che sta infettando il paese. Che è suo dovere sradicare.
E che, soprattutto, deve odiare con tutte le sue forze.

L’undici settembre del 1973, quattro giorni prima, qualcuno aveva deciso fosse arrivata l’ora di farla finita con tutti quei canti.
Libertà, uguaglianza, solidarietà…
Cose da fare accapponare la pelle.

Henry Kissinger, segretario di stato della più grande “democrazia del mondo” avrebbe dichiarato, da lì a poco:

“Non vedo perché dovevamo starcene con le mani in mano a vedere un Paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo stesso popolo”.

– “Siamo saliti al secondo piano dello stadio Chile, dov’erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Vìctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti.”

Chi parla è un suo amico, uno degli ultimi ad averlo visto in vita.
E’ stato lui a ritrovare quei versi, il giorno prima del trasferimento allo Stadio Nazionale. Lì dove sarebbero finiti miglia di dissidenti politici, diventato improvvisamente il campo di concentramento più grande del dopoguerra.
Victor Jara non ci arriverà mai. A lui la vita era stata strappata in un succedaneo di periferia.
I fogli, nascosti nella suola di una scarpa, vennero ritrovati quasi subito in una perquisizione.
Ma altre copie circolavano già. Chiunque li leggeva ne faceva due.
I soldati, impazziti, cercavano e ricercavano quelle parole che non dovevano uscire da quel posto.
Per una che ne spuntava, ce n’erano dieci che passavano di mano in mano, di bocca in bocca, di corpo in corpo.

Sei dei nostri se ne sono andati
verso le stelle.
Uno di loro morto,
colpito come non avrei mai creduto
si potesse colpire un essere umano.
Gli altri quattro hanno voluto togliersi
tutte le paure,
uno saltando nel vuoto,
l’ altro sbattendo la testa contro un muro,
ma tutti con gli occhi fissi nella morte.
Che spavento il volto del fascismo!
Portano a termine i loro piani a regola d’arte
e non gliene importa di nulla.
Il sangue, per loro, è come una medaglia.
La strage un atto di eroismo.

Oggi lo stadio Chile si chiama Victor Jara.
Oltre allo sport, è sede di alcuni dei più bei concerti che si possano ascoltare a Santiago. E d’inverno ospita i senzatetto della città, ai quali offre un letto e un piatto di minestra.
Il sorriso di Victor continua a campeggiare, luminoso, su tutta quella storia che sembra lontana anni luce dal nostro rassicurante, quotidiano divenire.
Quell’età del terrore che annientò tante cose, e della quale sembra non restare traccia.

Viva la vita!, verrebbe da dire.
Io ci provo, ogni volta.
E ogni volta mi si fa un nodo in gola.

M. Fernàndez – Da Sua Maestà Il calcio (Rayuela Edizioni)

Noismi e Lorismi

Non so quanto abbiamo imparato dal periodo appena vissuto. Il vento d’agosto sembra essersi portato via qualsiasi traccia di riflessione. Di quelle a sguardo basso, per intenderci, dei mesi precedenti. Le vacanze (i selfie, le fotografie di luoghi da far crepare di invidia coloro che sono rimasti sul terrazzo…) sono state – come ogni anno – quell’interregno della felicità comandata che la ditta mette a disposizione, con una data di scadenza bella in vista sul contenitore.
Come gli elettrodomestici, per intenderci: a obsolescenza programmata.
Tornati in sede, si procede a rispolverare i vecchi ruoli. I mugugni di stagione. Le passate paure. Le fiammanti incertezze.

Per fortuna ci sono le trincee, appena scavate per noi, pronte all’uso.
Di qualsiasi tema si parli in questo paese, immediatamente si creano due frazioni (a volte tre).
Noi e Loro.
Più se ne parla ( e questo dovrebbe farci riflettere), più diventano profonde quelle trincee, le distanze tra gli uni e gli altri.
Giorno dopo giorno, le nostre ragioni vengono rafforzate da chi la pensa come Noi, e forse dice meglio di Noi ciò che Noi già pensavamo.
Esattamente il contrario di quello che fanno Loro.

Succede con le ragioni del referendum (il No e il Sì), che in questi giorni sta riempiendo spazi a non finire.
Nessuno ascolta nessuno (tranne quelli che la pensano allo stesso modo). Si dà per scontato che Loro siano quanto meno ignoranti, spesso disonesti, e non vediamo l’ora di appendere il loro scalpo sul camino.

Chiacchiero in questi giorni con persone che la pensano in modo opposto. Persone che stimo. A cui voglio bene. Ascolto le loro ragioni. Non mi “faccio convincere”, ma sono disposto a farlo quando qualcuno mi propone qualcosa da rimuginare il resto del giorno. Quando quei Loro non smettono di pensare che siamo sempre Noi, e che ogni discussione presuppone l’ascolto. Dopo aver spento la televisione.

Pensare dovrebbe essere un esercizio di indipendenza. Forse l’ultimo che ci resta. A patto che sia senza condizionamenti.
Come il periodo appena vissuto, quello che stiamo per vivere: una fantastica opportunità per cambiare le regole, le coazioni a ripetere, gli schemi precotti.

Meditare sulla morte vuol dire meditare sulla libertà, diceva Montaigne. “Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni sottomissione e di qualsiasi coercizione.”

Nelle luride segrete del regime, nel Rio de la Plata, i detenuti potevano conservare soltanto alcuni oggetti personali: sigarette, candele, erba mate. Matite no, la scrittura era assolutamente vietata.
Avevano comunque imparato ad arrangiarsi.
Qualche volta, adoperando un fiammifero usato, sulle cartine delle sigarette scrivevano delle poesie.
Quei minuscoli foglietti, tuttavia, bisognava conservarli, nasconderli, farli uscire, perché potessero raccontare al mondo di un inferno che in pochi riuscivano allora a raffigurarsi.
Piegati e ripiegati, accuratamente, una e un’altra volta, venivano avvolti in altri foglietti, e infine ricoperti con la cera delle candele. Diventavano così una pallina, la “Caramella” dei prigionieri, pronta ad essere ingoiata non appena si annusava il rischio di una perquisizione.
E recuperata. E ingoiata ancora.
Fino al giorno in cui al prigioniero veniva concessa una visita.
I carcerieri rimanevano sorpresi vedendo quei relitti umani, quelli stracci di uomini, che si congedavano dalla mamma con un bacio sulle labbra. Non arrivavano a capire che in quel bacio c’era stato uno scambio. La “Caramella” era passata da una bocca all’altra, ed era a due passi della libertà.

Sai? Volevo dirti
è da tempo
che ti vedo fare la mia stessa strada
condividere la mia stessa rabbia
amare lo stesso sogno
fischiettare lo stesso tango
guardare il solito cielo…
Sai? Volevo dirti
che non ha senso
che non ci conosciamo,
non aver condiviso
nemmeno un Ciao, come va?
che forse, va a capire
potremmo diventare amici…
Sai? Volevo dirti…
guarda, se ogni giorno
quando si apre la gabbia
e usciamo in strada
a lavoro finito
sai che non sei solo
che hai un incontro fissato
per chiacchierare con me
delle cose che succedono
di quelle perdute
e scoprire nella vita
una nuova speranza
che sia tua e mia
anche se poi è tutto un’illusione.
Ieri, girando
per questa Buenos Aires
in mezzo allo sciame
di gente che cammina
ho visto tanti solitari
dalla sigaretta assorta
dal gesto pensieroso
di un giorno ancor più vuoto.
Per questo ti dicevo
che non ha senso
che non ci conosciamo
che non ci siamo scambiati
nemmeno un Ciao, come va?
Buenos Aires è triste
se vai senza un amico…
Sai? Volevo dirti…

(Trad. di Milton Fernàndez)

Questa poesia è stata scritta da uno di quei prigionieri. Nessuno sa il suo nome. Semplicemente, una delle 30.000 vittime innocenti di una follia chiamata dittatura militare.

(Questi testi sono stati raccolti in un bellissimo (doloroso) libro: Cielo Libre (Lilamè), curato dall’amico Josè Luis Tagliaferro.)

culo bosch

Qualche anno fa, più o meno in questo periodo, feci la regia di uno spettacolo a Madrid. Tornando a casa, dopo le prove, ogni sera passavo dal Museo del Prado. Non ditelo a nessuno ma, dalle 18 alle 20, dal lunedì al sabato, l’ingresso è gratuito (la domenica dalle 15 alle 17).
Per questo motivo ogni sera mi concedevo un artista. Solo quello, ignorando accuratamente tutti quelli che lo precedevano o lo inseguivano, in quel dedalo di stanze di incommensurabile meraviglia.

So di aver fatto alcuni dei viaggi più stupefacenti, in quei giorni. In piedi, o seduto sulle panche.

Velazquez, che mi illudevo di aver già visto, mi intrappolò per sempre con Las Meninas. Ci restai due sere (due orari gratuiti), con gli occhi spalancati, davanti a quel mistero. So che ci tornerò.

Il giardino delle Delizie, di Hieronymuss Bosch mi portò via tre di quegli ingressi. Uno per ogni pannello. Dalla visione del tutto passare ai singoli mondi che si trovano al suo interno, potrebbe portarci via (esagero) la vita.
Di solito non lo si fa. Non dal vivo, almeno. Ma se si entra in quel bosco, credetemi, difficilmente si trova la via d’uscita.

Un anziano signore che guardava accanto a me quel groviglio di rara meraviglia (mi avrebbe confessato dopo che erano dieci anni che ci andava), mi fece osservare un dettaglio. Nel pannello di destra (in alto, a sinistra) c’è la mezza figura di un condannato, quasi coperto da un enorme liuto. Sul sedere del tale, Bosch ci disegnò uno spartito musicale.

Nessuno ha mai capito cosa potesse significare. Nonostante le molte ingegnose, dotte e in parte estremamente utili ricerche dedite al compito di “decifrare Bosch”, nessuno ci è mai riuscito.

Non cerchi di capire, mi consigliò il vecchietto, alcune delle cose più belle della vita non hanno spiegazione.

Non so perché ma ho sempre immaginato Mozart che, guardandolo, si faceva delle grandi risate.
Chissà se ha mai provato a eseguire quelle note.

Se volete ascoltarle, ecco il link. Ecco le note create da un genio che non si prendeva mai sul serio, sul sedere di un condannato, qualcosa come 600 anni fa.

https://youtu.be/OnrICy3Bc2U

 

La paura globale

gal2

Chi lavora ha paura di perdere il lavoro.
Chi non lavora ha paura di non trovare un lavoro.
Chi non ha paura della fame ha paura del cibo.
Gli automobilisti hanno paura di restare a piedi e i pedoni di essere investiti.
La democrazia ha paura di ricordare e il linguaggio ha paura di dire.
I civili hanno paura dei militari. I militari hanno paura della mancanza di armi.
Le armi hanno paura della mancanza di guerre.
E’ il tempo della paura.
Paura da parte delle donne della violenza degli uomini e paura da parte degli uomini della donna senza paura.
Paura dei ladri e paura della polizia.
Paura della porta senza doppia serratura.
Del tempo senza orologi.
Del bambino senza televisione.
Paura della notte senza pasticche per dormire e del mattino senza pasticche per risvegliarsi.
Paura della solitudine e paura della moltitudine.
Paura di ciò che fu.
Paura di ciò che sarà.
Paura di morire.
Paura di vivere.

Eduardo Galeano
(Trad. di Milton Fernàndez)

Miguel_hernandez

E’ stato uno dei più grandi poeti spagnoli, Miguel Hernández. Gran parte della sua vita la trascorse in carcere, reo di essere un nemico giurato del regime franchista. Nel ‘39 – gli era appena stata commutata la pena di morte con la prigione a vita – riceve una lettera di sua moglie, che gli racconta della feroce miseria in cui si trova e del fatto che è costretta ad allattare il suo bambino avendo a disposizione soltanto cipolle da mangiare.
Dalla sua disperazione nasce uno dei testi più struggenti della poesia universale.

Ninnananna della cipolla

La cipolla è rugiada
racchiusa e mite.
Rugiada dei tuoi giorni
e le mie notti.
Fame e cipolla,
gelo nero e brina
grande e rotonda.

Nella culla della fame
il mio bimbo stava.
Con sangue di cipolla
s’allattava.
Ma è il tuo sangue, figlio
brina di zucchero,
cipolla e fame.

Una donna di rame
velo di luna
si sparge filo a filo
sopra la culla.
Ridi, piccino:
quando tu lo vorrai
ti porterò la luna.

Il tuo riso è la spada
più vittoriosa,
vincitore dei fiori
e delle allodole.
Rivale del sole.
Futuro delle mie ossa
e del mio amore.

A otto mesi ridi
con cinque fiori.
Con cinque denti,
come cinque boccioli
adolescenti.

Vola, il mio bimbo,
nella sua doppia
luna del cuore:
lacrime di cipolla,
ti tengono sveglio.

Dormi mio bimbo,
che tu possa ignorare
ciò che fuori ti aspetta
e che qui avviene.

Miguel Hernández
(Versione di Milton Fernández)

Muore nell’infermeria della prigione alle 5.32 della mattina del 28 marzo del 1942, Miguel Hernández. Aveva 31 anni. Non era più riuscito a vedere suo figlio. Ad Alicante si racconta ancora che nessuno riuscì a chiudergli gli occhi.

 

Storia d’un amore

 

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Affinché io potessi amarti
gli spagnoli dovettero conquistare America
e i miei nonni
fuggire da Genova in una nave cargo.

Affinché io potessi amarti
Marx dovette scrivere Il Capitale
e Neruda l’Ode a Leningrado.

Affinché io potessi amarti
in Spagna ci fu una guerra civile
e Lorca morì assassinato
dopo essere andato a New York.

Affinché io potessi amarti
Virginia Woolf dovette scrivere Orlando
e Charles Darwin
viaggiare al Rio de la Plata

Affinché io potessi amarti
Catullo s’innamorò di Lesbia
e Romeo di Giulietta,
Ingrid Bergman girò Stromboli
e Pasolini Le cento giornate di Salò.

Affinché io potessi amarti,
Lluís Llach dovette cantare El segadors
e Milva, le poesie di Bertolt Brecht.

Affinché io potessi amarti
qualcuno dovette piantare un ciliegio
nel patio della tua casa
e Garibaldi lottare a Montevideo.

Affinché io potessi amarti
le crisalidi si fecero farfalle
e i generali presero il potere.

Affinché io potessi amarti
dovetti fuggire in nave dalla città dove sono nata
e tu combattere Franco.

Affinché potessimo amarci, infine
successero tutte le cose di questo mondo
e da quando non ci amiamo più
c’è soltanto una grande confusione.

Cristina Peri Rossi

(Trad. di Milton Fernàndez)