Istruzioni per amare Cortàzar.

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Innanzitutto, diffida dal titolo. Nessuno ti può spiegare ciò che non ha mai capito. E’ soltanto una parafrasi di altri giochi inventati da Julio, nei quali ci faceva capire che non c’era niente da capire.
Poi, chiuditi fuori.
O dentro.
O dove ti pare, a patto che sia un luogo pieno di rumori molesti, di telefoni che suonano, di gente che parla a vanvera (ci sono delle meraviglie alla fine della giornata in vanvera), caccia via tutto quello che credevi di sapere sulla “favola compiuta e perfetta”, l’unità di azione, le teorie del verosimile, le regole grammaticali… ecc, ecc.
Caccia via, se puoi, almeno per un round, pure Aristotele, Ludovico Castelvetro, e Cinzio Giraldi.

Se sei in casa, trovati una posizione di schiena alla porta, in modo di poter essere preso alla sprovvista. Lasciati andare, come quando sei sull’aereo e non sai chi lo sta pilotando (non sai nemmeno se c’è qualcuno che lo sta pilotando). Sii fatalista. Che sia quel che deve essere. Che figata!

Aprendo il libro, uno qualsiasi, non pensare: Ora leggo. Quello che sta per succedere, in realtà, è una sorta di metempsicosi (che parola assurda! Non so nemmeno cosa voglia dire). Ecco, ora mi viene, qualcosa come uno spostamento temporale, una migrazione verso un mondo mai visto prima, che forse neanche esiste.

E allora comincia l’avventura. L’aprirci strade attraverso i labirinti delle immagini e le parole, tra l’arte verbale di un maestro che ricomincia dal principio, una e un’altra volta, e ci consegna ogni volta delle parole nuove, appena sfornate, pronte all’uso. A patto di essere capaci di inventare per loro degli usi diversi. Non dozzinali.
Bisogna non soltanto scorrere con gli occhi. Bisogna ascoltare i bisbigli, il respiro asmatico che dissemina virgole là dove i cattedratici inorridiscono, e ne cancella altrettante; la morbida quotidianità di un Cronopio che dà un pizzicotto a un suo ricordo prima di mandarlo a giocare in cortile, lo strisciare rassicurante del orsacchiotto dei tubi, il mormorio costante delle mancuspie, che vivono – e prosperano- dentro di noi.

Se per caso sei caduto tra le grinfie di Rayuela (Il gioco del mondo, in questo mondo), sappi che è tutta una questione di equilibrio. Saltella, col tuo proprio ritmo, e non cercare di strafare. Dopo tutto, lo facevamo tutti, da piccoli, e non ci sembrava un’impresa impossibile.
Al capitolo 7 ti sembrerà di essere arrivato, ovunque tu creda di stare andando. Al 68 ti troverai a fare l’amore con delle sconosciute; e quel senso pagano del piacere, farà fatica ad abbandonarti, da lì in poi per sempre:

“Non appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo come piano piano le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva…”

Il gioco può essere ripetuto, senza controindicazioni (non è vero, una volta avvenuto il contagio, nessun altro gioco del genere sarà più lo stesso) all’infinito. Si può variare la posizione della sedia, lo spazio, la quantità di passi tra una riga e l’altra e la strategia per arrivare dalla terra al cielo – e viceversa – senza mai perdere di vista il sassolino, il gessetto colorato, e quel marciapiede dal quale siamo tutti passati, anche se alle volte non ce lo ricordiamo.

Al ritorno, ci saranno un sacco di domande, tieniti pronto. Non perché tu debba raccontare la verità (lì fuori è pieno di Famas, e, com’è noto, non c’è nulla che possa nuocere tanto ai Famas quanto la verità), quindi inventatene una di facciata.

Quando chiuderai il libro, lasciaci dentro una matita, se puoi. Avrà bisogno di respirare anche lui, dopo tutta quella strada. E, può sembrare assurdo, ma spesso mi è capitato di trovare delle parole scritte al margine. Parole che, potrei giurare, il giorno prima non c’erano.

E non essere triste. Non è una storia che finisce. Se l’hai appena vissuta così, come a me è capitato un giorno di chissà quanti anni fa, vuol dire che è appena cominciata.

Benvenuto/a tra quelli che amiamo (tanto) Julio Cortàzar.

Happy new year

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Guarda, non chiedo troppo
soltanto la tua mano, tenerla
come un piccolo rospo che ronfa soddisfatto.
Ho bisogno di quella porta che mi offrivi
per entrare nel tuo mondo, quel pezzetto
di zucchero verde, di compiuta allegria.
Non mi presti la tua mano in questa notte
della fine dell’anno di civette fioche?
Non puoi, per ragioni tecniche.
Allora la schizzo in aria, ideando ogni tuo dito,
la pesca setosa del tuo palmo
e il dorso, quel paese dagli alberi azzurri.
Così la prendo e la sorreggo,
come se da questo dipendesse
tanto di questo mondo,
la successione delle quattro stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini.

Julio Cortázar
(Trad. di M.Fernàndez)

Poesia e tecniche di auto-aiuto

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In qualche modo lo sospettavo da sempre, ma vuoi mettere un attestato universitario a sostegno di una semplice teoria?
Semplice? Mica tanto.
Ci sono dottrine che nessuno professa, e che tutti applichiamo ininterrottamente.
Leggere dei poeti, sostiene uno studio dell’Università di Liverpool, può produrre più benefici di tanti libri e terapie di Auto-Aiuto. O di “Mindfulness” (qualunque cosa voglia dire).

Scienziati, psicologi ed esperti in Letteratura hanno monitorato la attività cerebrale di 30 volontari alle prese con la lettura, in un primo momento, di testi poetici e, successivamente, degli stessi testi tradotti in un linguaggio “colloquiale”.

I risultati, anticipati dal Daily Telegraph, dimostrano che il cervello soffre (gode) di una sorta di eccitazione estraordinaria quando incontra strutture semantiche complesse; quei meccanismi non abituali della comunicazione; quel dover andare a cercare significanti tra i meandri di un linguaggio che credeva di conoscere come le sue mani. Questo stimolo genera endorfine a non finire, oltre a una serie di cambiamenti che riescono, se siamo capaci di abbandonarci a un piacere (solitario o meno), a farci girovagare tra spazi mai conosciuti prima, a porci delle domande nuove di zecca, o a fregarcene di quelle che ci attraversano di solito la strada.

Il panteista irlandese (questo mi è stato presentato da Borges) Escoto Erigena disse che le sacre scritture (io credo qualsiasi libro di un qualsiasi poeta degno di chiamarsi tale) nascondono un numero infinito di sensi, e le paragonò al piumaggio multicolore del pavone.
In quella coda, in quel numero non-finito di percezioni, potremmo passare la vita, senza mai trovare il tempo di annoiarci.

Nel “silenzio verde” del Carducci.
Nel “Andavano scuri nell’ombra della notte solitaria”, di Virgilio.
La sua “avara luce”.
La “luna militare” di Quevedo.
La “Sera d’oro fuso” di Lorca o “La tigre di tenerezza”, di Cansinos Aséns
Erroneamente supponiamo che il linguaggio corrisponda alla realtà, a “quella cosa così misteriosa che chiamiamo realtà”, sostiene (sempre) Borges.

In verità il linguaggio è un’altra cosa.
Lo dicono anche quelli di Liverpool.
Cos’è? Ecco la sfida.

Per quanto mi riguarda, il miglior modo di dialogare con me stesso, e scoprire che in fin dei conti non sono così noioso.
Il discutere, e alle volte persino arrivare alle mani, con Emerson (a cui ho appena chiuso un libro in faccia), con Emily Dickinson, con Juan Gelman, con Benedetti, con Walt Whitman, con Dylan Thomas, con Cortàzar, con Liber Falco, con Roque Dalton…
Gente che ogni tanto tiro giù dal loro letto verticale, a seconda dell’acciacco di giornata.
La mia farmacia, fatta di parole, ogni volta nuove.

In latino “inventare” e “scoprire” sono sinonimi.
Lo diceva Platone, molto prima di quelli di Liverpool: Inventare non è altro che ricordare.
Poi Bacon, un giorno, avrebbe aggiunto: “se imparare vuol dire ricordare, ignorare vuol dire saper dimenticare”.

Per tornare a Liverpool, questi stimoli del cervello, costretto a una azione non dozzinale, pare si mantengano attivi per molto tempo, potenziando la nostra capacità di indagine e di comprensione di un mondo non del tutto finito e diagnosticato.
Funziona meglio di tante tecniche di “auto-aiuto”, sostengono, visto che agisce sulla famigerata Parte destra del cervello, lì dove stocchiamo i ricordi autobiografici. Aiuta a riflettere su di loro, a guardarli (a guardarci) da un’altra perspettiva.

Secondo me, il miglior viaggio che possiamo augurarci per la vita che sta per cominciare.

T.S. Eliot. The Naming of Cat

gatto

Dare dei nomi ai gatti non è roba da poco;
niente a che vedere, infatti,
con i soliti giochetti di fine settimana.
Potresti anche pensare, da queste mie parole,
che io sia più matto del cappellaio matto,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto dovrebbe avere TRE NOMI DIFFERENTI.
Prima di tutto quello che in famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
tipo Vittorio o Gionata, o Giorgio o Bill Bailey,
qualcosa come Pietro, Augusto, Alonzo oppure Giovannino;
tutti nomi sensati per qualsiasi esigenza quotidiana.
Se pensate che abbiano un suono più ameno
nomi più fantasiosi, vi posso consigliare:
qualcuno relativo ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone, o Admetus, o Elettra oppure Demetrio –
nomi tutti assennati e ad uso familiare.
Ma io dico che un gatto ha bisogno di un nome
un po’ speciale, peculiare, dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi e sentirsi orgoglioso?
Appellativi di questo genere posso fornirvene a iosa,
nomi come Mustràppola, o Quaxo, o Coricopat,
forse Bombalurina, magari Jellylorum,
nomi che vanno bene a un solo gatto per volta.
Comunque sia, gira e rigira manca sempre un nome:
quello che non riuscite nemmeno a immaginare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se non lo dice.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la medesima:
ha la mente smarrita in estasi e in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile
unico
suo NOME.

Trad. di M. Fernàndez

Il rinoceronte

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In una tranquilla città europea, due amici, seduti a un bar, discutono del più e del meno.
All’improvviso, come in un guizzo di realismo magico, fa la sua apparizione il primo rinoceronte. Inutile dirlo. Trambusto, allarme, scompiglio generale. Ma dopo qualche sobbalzo, sempre più in sordina, la situazione sembra volgere al normale.

Non perché il rinoceronte sia scomparso. Anzi, ne arrivano addirittura altri.
Uno di loro persino calpesta e uccide il gatto di un vicino.

La cosa interessante è che, piuttosto che chiedersi l’origine di una tale apparizione, tutti s’accapigliano sui dettagli: il fatto che uno fosse più grande dell’altro, o meno, con diversa quantità di corna, dal colore variabile, la corazza… e via discorrendo.

Tra di loro, immancabile, si inserisce un vecchio filosofo che contribuisce a rendere ancor più surreale una scena nata da una mente tra le più surreali mai esistite.
Quella di Ionesco?
No. Quella degli umani nel momento in cui decidono di rinunciare alla propria capacità di interpretare il divenire

Ecco qui un sillogismo esemplare, dice il filosofo. Il gatto ha quattro zampe. Isidore e Fricot hanno ognuno quattro zampe. Quindi Isidore e Fricot sono gatti.
Anche il mio cane ha quattro zampe, replica un cittadino.
Allora è un gatto, conclude il filosofo.

Un giorno, dopo l’arrivo dell’ennesimo pachiderma, una vicina lo osserva e riconosce in lui il proprio marito, recentemente scomparso.
Da lì in poi, uno ad uno, ciascuno dei personaggi si trasformeranno in rinoceronti. La città si riempirà di barriti, polvere, sordità e distruzione.
Se ne salverà uno, Berenger, che rifiutando la metamorfosi collettiva diventa l’ultima speranza di sopravvivenza del genere al quale appartiene.

Il rinoceronte non è altro che una fantastica allegoria, come tutte quelle sfornate dal maestro rumeno.
“Il mio scopo, lo scopo di questa pièce, diceva, “è descrivere il processo di nazificazione di un paese.
La accettazione pedissequa di ciò che viene dall’alto imposto, si tratti di disposizioni, ordini esecutivi, correnti di pensiero, modi di dire, di fare, di annullarsi.
Che avviene progressivamente, in modo quasi indolore, come nella parabola della rana bollita, con la quale Chomsky cerca da qualche decennio di metterci in guardia contro noi stessi, contro la nostra capacità di accettare ciò che una volta sarebbe sembrato impossibile, e che pian piano diventa consuetudine.

I personaggi di Ionesco rappresentano (sono) la società reale. L’impiegato, la cameriera, la segretaria, il commerciante, il rigattiere… talmente comuni, nel loro diverso modo di spartirsi la giornata, da conformare un tutto. Da farci pensare che quell’epidemia dell’accettazione collettiva, quell’abbassare la testa davanti alla mostruosità fresca di giornata, fino a trasformarci in essa, non risparmia niente e nessuno.

Forse per questo Ionesco si vede così poco in giro, ultimamente. Forse per questo andiamo così poco a teatro. Forse per questo, quando lo facciamo, cerchiamo accuratamente di non cascarci.
Se non c’è almeno un rinoceronte alla porta di ingresso, ad entrare non ci pensiamo nemmeno.

 

 

 

 

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Avevamo fatto i primi tuffi in mare, quel 30 novembre del 1980. Montevideo appariva bardata a festa, nel pigro ondeggiare di bandiere e di stendardi. Un cielo di cartapesta. Un galà al quale noi, cittadini, non eravamo stati invitati.

Nel pieno di una brutale dittatura civico-militare che durava ormai da diversi anni, i gerarchi avevano indetto un referendum popolare che, secondo i loro piani, avrebbe cambiato una Costituzione nella quale non si riconoscevano e conferito valore democratico a un governo imposto con la forza.

L’eterno quesito, Sì o No, tornava a replicare. Ma le condizioni dello scontro, come spesso accade, non erano le stesse.
Sebbene non ci furono disposizioni ufficiali, la propaganda del No venne bandita. Nessun mezzo di comunicazione si permise di promuovere le ragioni di un’opposizione costretta a muoversi nell’ombra, rischiando la pelle ad ogni passo.

Avevo poco più di vent’anni, allora. Abitavo in una pensione per studenti che chiamavamo “La Manuela”, per motivi che ora non mi vengono in mente, e che facevano infuriare la proprietaria.
Avevamo tutti vent’anni, in quel novembre del 1980. Un’energia che nulla avrebbe potuto contenere, una speranza sorretta dal nulla, che portavamo a fior di pelle, con orgoglio, che ci faceva riconoscere da lontano.

Finivamo spesso nei commissariati, non di rado in caserma. Ne prendevamo di tutti i colori, qualche volta le abbiamo restituite.
Ma nulla ci avrebbe impedito di sperare, di continuare a combattere, di credere in quei “muscoli segreti della società civile”, al dire di Eduardo Galeano, ormai in esilio; quella forza che sentivamo inesauribile, quella caparbia necessità di credere in noi stessi.

La propaganda ufficiale parlava di cambiamento epocale, di progresso, di pacificazione. Le caste dominanti, quelle che avevano applaudito l’entrata in scena dei militari, si spellavano le mani. L’ambasciata americana, e altri suoi satelliti, non avevano avuto dubbi al momento di schierarsi.
Quelli che votavano No erano i “vendepatria”, i risentiti, i nemici del progresso; un’accozzaglia variopinta conformata dai reduci di un risentimento secolare.

“Il momento è drammatico” – proclamava un gerarca militare, noto torturatore – “il più drammatico della storia. O vince il Sì, che vuol dire progresso, pace e sicurezza, oppure vince il No, e con lui il caos.”

Al bombardamento della propaganda del regime, cercavamo di rispondere col passaparola, le volantinate clandestine, le scritte sui muri che venivano cancellate e ridipinte la notte successiva. A Montevideo i muri parlano (qualche volta persino cantano).
Non potevamo contarci. Sentivamo intorno a noi dei respiri che somigliavano al nostro, ma la paura era una brutta bestia, a molti faceva venire i brividi.

Qualche sera ci siamo sentiti rincuorati. Per uno di quei miracoli della comunicazione che nessuno è mai riuscito a spiegarsi, la voce si spargeva. “Alle otto di sera di mercoledì spegnare le luci e battere le pentole”. E mercoledì, alle otto di sera, Montevideo se ne andava in punta di piedi. Cominciava il battito delle cacerolas, che piano piano diventava assordante. Durava un lampo. Il tempo di fare uscire i militari e i poliziotti per strada, con le sirene spianate, a combattere con i propri fantasmi.

Ma si lottava anche all’interno delle carceri.

In quei giorni, i prigionieri politici del regime, devastati da un decennio di prigionia nelle peggiori condizioni possibili, dichiararono lo sciopero delle fame. Quell’atto di coraggio, quella notizia che arrivò, com’erano arrivate tutte quante in quel mondo al rovescio, sottovoce, appena mormorata all’orecchio, fu una ventata di speranza.

Erano state stampate due schede, in occasione del referendum. Una di colore celeste, il colore della maglia della nostra nazionale, per il Sì, e una gialla per il No.

Per sorpresa del mondo intero, quel giorno l’Uruguay si riempì di sole. Il No vinse col 60% dei voti. I militari rimisero lo champagne in frigo e cominciarono lentamente a cercare di lavarsi le mani, di levarsi, alla chetichella, le divise. Quel voto significava la loro fine.

Qualche tempo dopo tornò la democrazia nel mio piccolo paese. Conquistata, a caro prezzo. Da persone che la pensavano in modo diverso, ciascuno il suo, ma che non avevano avuto dubbi quando si era trattato di scegliere tra la libertà e il regime.

Quel No aveva fatto il miracolo.

Le strade si riempirono, piano piano, di abbracci. Uscirono dalle loro bare di cemento i prigionieri politici.
Un giorno, uno di loro sarebbe diventato Presidente della Repubblica.
Uno dei più amati.

Ma, come direbbe Kipling, quella è un’altra storia.
O No?

 

Il gioco dell’oca

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Se c’ un ambito nel quale Facebook risulta imbattibile, questo è quello delle citazioni. Quelle frasette ad effetto circondate da un paio di virgolette armate e di solito controfirmate da pezzi da novanta; premi Nobel, padri della patria o pensatori in odori di eternità.

Diceva Ambrose Bierce, nel suo Dizionario del Diavolo, che una citazione equivale a ripetere erroneamente le parole di un altro.
Ma Bierce non conosceva Facebook.

Nel regno del Taglia e Incolla, quelli spiccioli diventano un capitale, almeno per chi si accontenta con poco, e ha una schiera di amici che lo seguono a ruota.

Per lungo tempo inflazionata, di recente è caduta in disuso (ma nulla osta che un giorno torni, prepotente, alla ribalta): parlo di “Elementare, Watson!” (Elementary, my dear Watson!), attribuita a Sherlock Holmes, e di conseguenza a suo padre, Sir Arthur Conan Doyle.
Peccato che questo non abbia mai scritto una frase del genere.

La stessa sorte tocca alla celeberrima “Il fine giustifica i mezzi”, che il Machiavelli non siglò da nessuna parte; “Se Dio è morto, tutto è permesso” attribuita ai fratelli Karamazov, ma vi invito a ritrovarla, “Mio nome è Bond, James Bond”, accollato a Ian Flemming, e da quest’ultimo sempre abominata.

E, infine, la gettonatissima: “Io non condivido quello che dici ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”, messo in bocca a Voltaire, e dal suo pugno mai uscita. (In verità appare in un libricino intitolato “Gli amici di Voltaire”, di Evelyn Beatrice, una raccolta di frasi e di slogan inneggianti la libertà di pensiero. La frase, per chi volesse saperlo, appartiene proprio alla autrice, che si firmava con lo pseudonimo S. G. Tallentyre).

A Pablo Neruda si cominciò ad attribuirgli, dalla fine del 2000, una poesia intitolata “Muore lentamente” (Muore lentamente chi non viaggia/non legge/chi non ascolta della musica/chi non trova grazia in se stesso). Qualche anno dopo la Fundaciòn Neruda di Santiago de Chile si vide obbligata a fare una comunicazione ufficiale negando nel modo più assoluto la paternità di quel testo da parte di Don Pablo. Si trovò la sua vera autrice, Martha Medeiros, brasiliana, il suo titolo originale ‘A Morte Devagar’, ma su queste pagine continuerete a trovarlo, imperterrito, seguito da commenti del tipo: “quanto mi piace Neruda, sarei capace di riconoscerlo al volo appena leggo una sua parola!”

Tempo fa fece la sua comparsa una sorta di componimento poetico intitolato Istanti, con in calce la firma di Jorge Luis Borges, e che recita più o meno così: Se potessi vivere un’altra volta la mia vita/nella prossima cercherei di fare più errori//non cercherei di essere tanto perfetto/mi negherei di più… (e qui smetto perché mi fa venire la forfora).
Beh, inutile dire che Borges non ha mai scritto un’ insulsaggine del genere. La sua vedova, Marìa Kodama, da anni smentisce e minaccia querelle, spiegando che in verità quella è farina del sacco di una (aspirante) scrittrice statunitense chiamata Nadine Stair. (Un giornalista argentino giura di averla sentito dire un giorno: “se Borges avesse scritto quella roba non lo avrei mica sposato”)

Uno dei più tartassati è stato, da sempre, Gabriel Garcìa Marquez, soprattutto da quelli che non lo hanno mai letto. Così si è fatto strada un testo in cui lui si congedava dai suoi amici dopo aver saputo di essere ammalato di cancro

“Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di piu’; capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Mi attiverei quando gli altri si fermano, e mi sveglierei quando gli altri si addormentano.
Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato di cioccolata.”

In un primo momento Gabo non diede importanza al discorso. Dichiarò che quel testo era così brutto che non valeva la pena di smentirlo. Chiunque avesse mai letto una delle sue pagine, sarebbe stato vaccinato contro uno “esperpento” del genere. Ma piano piano il contagio si fece strada. In radio e in televisione cominciò a circolare indisturbata, come fanno di solito le cose peggiori della giornata. Lui, da Los Angeles, dove si trovava, emise un comunicato in cui spiegò a tutti che non stava morendo affatto, anzi, scriveva le sue memorie, ma che “potrebbe portarmi alla tomba il fatto che qualcuno creda che possa avere scritto una roba così pacchiana”.

In verità, il vero autore del testo, il ventriloquo messicano Johnny Welch, risultò totalmente estraneo alla faccenda. Aveva scritto quelle parole per metterle in bocca alla sua marionetta di stoffa, Don Mofles, con la quale si esibiva i fini settimana nel bar Brujas di Mexico city.
Che colpa ne aveva lui se qualcuno le aveva prese e piazzato il nome del premio Nobel in calce.
Ma soprattutto, continua a domandarsi, che colpa ne ho io se in giro per il mondo c’è così tanta gente di bocca buona, pronta a credere (e a condividere) la prima diceria che le attraversa la strada?

Gente così, fa dire spesso a Don Mofles, da quel giorno in poi, “sceglie persino i presidenti. A mio modo di vedere, è capace di qualsiasi cosa.”