Prossemica

gu ya

Non so se avete mai sentito pronunciare la parola Prossemica. In lei ero inciampato molti anni fa, lavorando sui linguaggi del corpo in ambito teatrale. Ed era rimasta lì, intrappolata in qualche meandro dell’archivio, forse aspettando giorni come questi per tornare in superficie.

Prossemica viene dall’inglese Prox(imity), «Prossimità». E’ stata coniata dall’antropologo Edward T. Hall nel ‘63, ed è una sorta di termometro dei rapporti umani dal punto di vista della distanza fisica che stabiliamo con gli altri nelle diverse situazioni.
La nostra capacità di comunicare e – quando siamo fortunati – di capirci, è ciò che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere, nel lungo tratto dell’evoluzione.

Ci siamo illusi, per secoli, che la chiave fosse il lessico. Quello imparato a scuola – a seconda della parte del mondo in cui siamo nati – dimenticando spesso che abbiamo un corredo infinito di codici corporali – emozionali – di trasmissione dei messaggi.

Se lo ricordano bene di solito i bambini, stabilendo stupefacenti legami comunicativi con i loro simili, con gli animali, o con noi stessi, se solo fossimo in grado di ascoltarli. Semplicemente “comunicando” (mettendo in-comune) con ogni lembo di corpo, mani, suoni, sapori… fino a quando la scuola non li trasforma in modelli seriali, a nostra immagine e somiglianza, imponendo loro dei limiti che saranno da lì in poi quelli di intere congregazioni di individui, nati una volta liberi.

Tornando a Mister Hall.

Nei suoi studi aveva osservato che la distanza relazionale tra le persone è correlata con la distanza fisica. E ha definito e calcolato quattro “zone”, cosiddette interpersonali:

– Distanza intima: Cioè quella stabilita tra due che vorrebbero che la distanza non ci fosse: 0-45 cm.

– Distanza personale: quella di una rapporto amichevole: 45–1.00 m.

– Distanza sociale: stabilita tra conoscenti, senza alcuna intenzioni di maggiore intimità – Rapporto insegnante – allievo. Datore di lavoro – impiegato: 1,2-3,5 metri.

– Distanza pubblica – Quella in cui è necessario alzare la voce, o gesticolare di più. Atti pubblici, “politici”, conferenze…: oltre i 3,5 metri

Non so a quale distanza comunicheremo nel mondo che verrà. Oggi ci illudiamo di poter farlo in modo “planetario”, anche attraverso mezzi come questo, su cui scrivo a delle persone che no vedo, che non percepiscono di me altro che quello che la mia mente mi sta permettendo di rendere evidente.

Ci manca quello spazio che creavamo, soltanto un mese fa. Le distanze che potevamo accorciare, semplicemente allungando una mano, facendo scivolare uno sguardo, spalancando le porte di casa all’altro, quelle più intime, abbandonandoci a un abbraccio.

Dovremo rimparare a rapportarci, nel gelo di un mondo dove il minimo contatto fisico porterà i segni di un’arida stagione appena vissuta, quella che oggi ci sta lasciando dei segni sulla pelle.

Una paura che toccherà a noi debellare, che potrebbe diventare il virus da combattere nella vita, nel mondo che verrà.

Immagine: Oswaldo Guayasamìn – Ternura

Memorie dal calabozo

“Questo libro celebra una delle grandi vittorie della parola. Due degli “ostaggi”, Mauricio Rosencof e “Ñato” Fernández Huidobro, evocano da queste pagine la loro personale esperienza in quel regno del silenzio e del terrore.Raccontano come sono riusciti a preservare la loro condizione umana, attaccati alla vita come l’edera al muro, contro un sistema che pretendeva di farli impazzire e di trasformarli in oggetti.La comunicazione, attraverso un improvvisato codice morse, è stata la chiave di quella salvezza.Picchiettando con le dita riconquistarono il diritto negato alla loro voce: attraverso il muro s’incoraggiarono, si consolarono, discussero, spartirono esperienze e deliri, persone e fantasmi, sogni e ricordi.Quella musica tamburellata, quegli umili ticchettii, agirono meglio di una sinfonia di Beethoven; in essa risuonava la meraviglia dell’universo.Vietata la bocca, parlavano le dita.Parlavano il linguaggio vero, quello che nasce dalla necessità di dire.Il rincontro tra Maurizio e Ñato attraverso il muro svela non solo la forza della dignità e il potere dell’astuzia dei nostri prigionieri politici; quel dialogo allucinante è, soprattutto, il più lampante esempio della sconfitta di un sistema che pretese di fare diventare l’Uruguay un paese di sordomuti.”

Dalla prefazione di Eduardo Galeano

Nuova traduzione – 2021

http://www.rayuelaedizioni.it

Memorie dal Calabozo

In questi mesi di forzata solitudine (non fateci caso, la solitudine è un’altra cosa), sono riuscito a concludere la traduzione di un libro che mi sta molto a cuore, e che ora finalmente vede la luce.Si tratta di Memorie dal calabozo, scritto da alcuni prigionieri uruguaiani tenuti come ostaggi, dal regime, durante una delle dittature più feroci del secolo.

La pena durò 12 anni. Uno di questi ostaggi si chiamava Pepe Mujica. Un giorno, quegli stessi militari che per più di una decade lo avevano torturato, al limite della sopravvivenza, sarebbero stati costretti a giurargli fedeltà. Il giorno in cui quell’ometto malandato diventò Presidente della Repubblica, a furor di popolo. Nel regime del silenzio e del terrore a cui sono stati sottoposti, quei dodici anni rappresentarono il trionfo della dignità umana. Costretti a vivere in celle poco più grandi di una bara, i “calabozos”, appunto, per loro vigeva la regola del silenzio. Il più assoluto, martellante, nel buio di una notte senza fine.

Quando l’acqua e il cibo non arrivavano bevevano la propria urina e mangiavano carta igienica, vermi, terra. In quel regno del terrore, la comunicazione diventò una necessità primaria. Era stato a loro vietato di parlare, allora inventarono un sistema, una sorte di codice Morse con le nocche, attraverso il muro. Quei colpetti secchi sulla parete diventarono con i mesi, gli anni, un modo di proclamare la loro esistenza in vita. Discutevano, condividevano esperienze e deliri, si davano forza a vicenda, si scambiavano informazioni, poesie e sogni.

In quella musica primigenia, quel tamburellare clandestino nella notte, si nascondeva la meraviglia dell’universo.La capacità dell’essere umano, di tutti noi, di conservare la nostra grandezza quando tutto propende all’annichilamento.

Come diceva Eduardo Galeano, quel codice delle mani sul cemento rappresenta il linguaggio più vero mai esistito, quello che nasce dalla necessità di raccontarci, di creare legami, di continuare a sentire che siamo nella misura in cui ci sono anche gli altri.

Memorie dal calabozo –

Www.rayuelaedizioni.it

Memorie dal Calabozo

In questi mesi di forzata solitudine (non fateci caso, la solitudine è un’altra cosa), sono riuscito a concludere la traduzione di un libro che mi sta molto a cuore, e che ora finalmente vede la luce.Si tratta di Memorie dal calabozo, scritto da alcuni prigionieri uruguaiani tenuti come ostaggi, dal regime, durante una delle dittature più feroci del secolo.

La pena durò 12 anni. Uno di questi ostaggi si chiamava Pepe Mujica. Un giorno, quegli stessi militari che per più di una decade lo avevano torturato, al limite della sopravvivenza, sarebbero stati costretti a giurargli fedeltà. Il giorno in cui quell’ometto malandato diventò Presidente della Repubblica, a furor di popolo. Nel regime del silenzio e del terrore a cui sono stati sottoposti, quei dodici anni rappresentarono il trionfo della dignità umana. Costretti a vivere in celle poco più grandi di una bara, i “calabozos”, appunto, per loro vigeva la regola del silenzio. Il più assoluto, martellante, nel buio di una notte senza fine.

Quando l’acqua e il cibo non arrivavano bevevano la propria urina e mangiavano carta igienica, vermi, terra. In quel regno del terrore, la comunicazione diventò una necessità primaria. Era stato a loro vietato di parlare, allora inventarono un sistema, una sorte di codice Morse con le nocche, attraverso il muro. Quei colpetti secchi sulla parete diventarono con i mesi, gli anni, un modo di proclamare la loro esistenza in vita. Discutevano, condividevano esperienze e deliri, si davano forza a vicenda, si scambiavano informazioni, poesie e sogni.

In quella musica primigenia, quel tamburellare clandestino nella notte, si nascondeva la meraviglia dell’universo.La capacità dell’essere umano, di tutti noi, di conservare la nostra grandezza quando tutto propende all’annichilamento.

Come diceva Eduardo Galeano, quel codice delle mani sul cemento rappresenta il linguaggio più vero mai esistito, quello che nasce dalla necessità di raccontarci, di creare legami, di continuare a sentire che siamo nella misura in cui ci sono anche gli altri.

Memorie dal calabozo –

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Don Miguel de Cervantes Saavedra

Da innumerevoli generazioni, tra quelli come me, nati negli ambiti della cultura spagnola, don Quijote de la Mancha viene considerato uno di famiglia. Quella figura eroica, malinconica, dai guizzi imprevedibili, eternamente sconfitta… quasi un manifesto alla parte migliore di ciascuno di noi in un mondo che non la merita, e cerca quindi di annientarla. Dal fondo della storia, la faccia severa di Don Miguel de Cervantes, sembra ammonirci sui giochi della mente, e sui pericoli del non tenere ben salda la testa sulle spalle.

Ma davvero è così? Che cosa sappiamo di Cervantes, padre della letteratura universale?In verità è un personaggio più divertente e appassionante di quanto l’iconografia tradizionale abbia cercato di tramandarci.

Nato ad Alcalá de Henares, il 29 settembre 1547, due cose lo contraddistinguono: una balbuzie che lo mette seriamente in difficoltà e un caratteraccio che gli attirerà non pochi accidenti durante la sua accidentata vita.

Appena compiuti i 22 anni, sulla Plaza Mayor, battibecca con un certo Antonio Sigura, muratore, e lo passa da parte a parte con la spada. Il giudice lo condanna al taglio della mano e all’esilio per dieci anni dai confini spagnoli.

Quando la sentenza arriva Cervantes è già scappato in Italia. Da queste parti si mette al servizio del cardinale Giulio Acquaviva, che seguirà nei suoi spostamenti lungo Palermo, Milano, Firenze, Venezia, Parma e Ferrara. Un percorso contrassegnato da risse, duelli e qualche morto lasciato per strada. Fatti questi che lo costringono ad abbandonare la penisola in fretta e furia, alla fine del 1570.

L’anno successivo lo troviamo imbarcato in una nave appartenente alla flotta della Lega Santa costituita dallo Stato Pontificio per combattere l’Impero Ottomano. Una sorta di legione straniera dove a nessuno può importar di meno di dove e da quali storie provvieni.

Nella battaglia di Lepanto, per via di uno sparo che gli distrugge un nervo, resta invalido dalla mano sinistra, cosa che gli valse da lì in poi il soprannome di Il monco di Lepanto.

Qualche tempo dopo e dopo diverse peripezie, trovandosi in una nave che avrebbe dovuto condurlo da Napoli in Spagna, viene preso in ostaggio dai pirati turchi.

Venduto e rivenduto come schiavo, rimane in un carcere della città di Algeri per cinque anni.

Torna quindi in patria, grazie alla mediazione di alcuni missionari spagnoli, con due propositi ben definiti: scrivere un romanzo adatto ai gusti dell’epoDon Miguel de Cervantes Saavedraca (La galatea), per racimolare un po’ di soldi, e cercare di sedurre una ragazza di buona famiglia, di cui aveva sentito parlare – Catalina de Palacios Salazar – per sposarla e poter disporre della sua dote. Il matrimonio arrivò. Durò due anni e lasciò Cervantes di nuovo sul lastrico.

Siccome era uno che sapeva menare le mani (quantomeno quella ancora in uso), fu arruolato come esattore delle tasse in Andalusia, ruolo che comprendeva la riscossione dei tributi tra gli evasori, spesso delinquenti e contrabbandieri. In quell’incarico, per quanto rischioso, pare trovarsi proprio a suo agio. Al punto che arriva a sequestrare un carico di cereali della curia, che a suo dire non aveva pagato le imposte. Fatto è che decide di tenersi la merce per sé. Cosa che fa infuriare più di uno, nelle alte sfere. Non ultimo il Vaticano. E papa Clemente VIII, che decide di scomunicarlo.

Passato qualche tempo lo troviamo alle prese con un banchiere e la creazione di una banca nuova di zecca. La banca fallisce e Cervantes si ritrova di nuovo in galera, accusato di bancarotta fraudolenta.

Siamo nel 1597, Cárcel Real de Sevilla, luogo dove, secondo l’autore, comincia a nascere Don Chisciotte.

Nel 1602 torna a fare l’esattore delle tasse, e fa anche ritorno in carcere, con l’accusa di essersi appropriato di denaro dello stato.

Nel 1605, quando il romanzo è ormai quasi finito, viene trovato, in strada, il cadavere di un uomo, il cavaliere Gaspar de Ezpeleta, frequentatore di donne di “dubbia moralità”. Tra queste le sorelle di Cervantes. I sospetti cadono su di lui, ormai noto alle cronache. Ed eccolo di ritorno nelle patrie galere, con l’accusa di omicidio.

Tra un periodo tra le sbarre e l’altro, però, Don Quijote ha preso il via, e girovaga sul fedele Ronzinante, sotto i cieli della Mancha.

Da lì in poi, anche la vita letteraria del suo autore sembra indirizzarsi su terreni più creativi, e meno rischiosi.

Chissà, senza tutta questa vita, vissuta all’estremo, sarebbe potuto nascere un personaggio del genere? E i tanti personaggi che da lì in poi presero vita, rivoluzionando non soltanto le lettere ma l’intero mondo teatrale e culturale spagnolo e mondiale?

Me lo chiedo da sempre. E in qualche modo una risposta me la sono data.

Don Miguel de Cervantes Saavedra si spense a Madrid il 22 aprile del 1616. Di diabete, dicono alcuni. Di cirrosi epatica, sostengono altri.

Quel giorno, è stato dichiarato dall’Unesco, Giorno Internazionale del Libro.

Mi capita di pensare a lui, spesso, dicevo.

Di immaginarlo al tavolo, nella luce fioca di un’osteria, seduto accanto a Michelangelo Merisi (per gli amici, Caravaggio).

Che grandi risate si sarebbero fatti!

Fu chiamata Phillis, perché così si chiamava la nave che l’aveva portata da quelle parti. E Wheatley, che era il nome del mercante che l’aveva comperata.

Era nata in Senegal.

A Boston i negrieri la rimisero in vendita.

– Ha sette anni! Sarà una buona giumenta!

Fu palpata, denudata, il suo corpo percorso da innumerevoli mani.

A tredici anni scriveva poesie in una lingua che non era la sua. Nessuno le credeva quando diceva di essere lei l’autrice.

A vent’anni fu interrogata da un tribunale composto da diciotto accademici, con toga e parrucca.

Dovette recitare versi di Virgilio e di Milton e alcuni passaggi della Bibbia, e dovette anche giurare che quelle poesie che lei sosteneva di aver scritto non erano state rubate.

Seduta su una sedia, sostenne quel lungo esame, fino a quando il tribunale non poté fare altro che accettarlo: Era donna, era nera, era schiava, ed era anche poeta.

Phillis Wheatley (Senegal, 8 maggio 1753 – Boston, 5 dicembre 1784), fu la prima scrittrice afroamericana a pubblicare un libro negli Stati Uniti.

Eduardo Galeano

(Trad. di M. Fernández)

Elogio della tristezza

Più intelligente, profonda e sensibile è una persona, più probabilità ha di incrociare la tristezza. Per questo le esortazioni all’allegria sono solite proporre la messa al bando del pensiero: “ è meglio non farci caso…”
Non è così brutto essere tristi, credetemi.
Chi si intristisce scende dal suo piedistallo, cede alla fragilità, per un istante; abbandona l’orgoglio.
E in quel viaggio che compie dentro sé stesso, approfitta per pensare.
La tristezza è figlia e madre della riflessione. E anche dei migliori libri che ho letto, le migliori canzoni che ho sentito, i quadri più belli mai dipinti…
Confesso che di solito scelgo i miei amici tra i tristi. Non lo faccio apposta, mi viene naturale. Mi attira il loro sguardo perso, l’intelligenza delle loro assenze, il loro essere quasi sempre a corto di certezze.
Non crediate, però, che essere tristi voglia dire perderci in chiacchiere lacrimogene. Ridiamo spesso, anche di noi stessi. E guardiamo le donne, e ci illudiamo che loro ci guardino, e cantiamo, e ci ubriachiamo, e balliamo, e raccontiamo barzellette, e ci svegliamo in letti che non riconosciamo e, siccome facciamo dell’amore uno degli ultimi traguardi, cerchiamo che ogni volta sia, quantomeno, indimenticabile.
Essere tristi vuol dire sapere che l’allegria è un nostro diritto, ma che dobbiamo ogni volta conquistarlo.
E saper riconoscere nell’amico che ride al nostro fianco, dopo aver fatto una pagliacciata, quell’ombra che abbiamo visto tante volte alleggiare su di noi.
E mettergli quindi un braccio sulla spalla. Anche senza farlo. Senza dire niente.
Sapendo che in quel silenzio che ci affratella, ci stiamo salvando entrambi.

La vita intima della parole


Tupananchiskama.

In quechua, la lingua degli antichi signori del Perù, la parola Addio non esiste.
Me lo raccontò una volta una ragazza, all’aeroporto di Cuzco.
E mi regalò questa, che ogni tanto mi torna alle labbra, come una carezza:
Tupananchiskama.
“Fino a quando la vita ci farà rincontrare”.

Lo stadio Chile

Nella notte compone i suoi ultimi versi. Sa che non potrà mai musicarli, come ha fatto sempre. Che forse non usciranno nemmeno da quelle mura.
Lui, che appena 4 anni prima aveva cantato la sua Plegaria del labrador. Proprio in quello stadio. Tra le urla di gioia e le bandiere che si contendevano il cielo.
Sembra una vita che è lì dentro.
Poco prima ha visto tagliare l’orecchio con un coltello a uno studente peruviano, colpevole di assomigliare a un cubano. Un bambino di 12 anni crivellato da una mitragliatrice perché correva come impazzito dopo aver visto suo padre in lontananza. Un anziano operaio pestato a morte, dopo aver fatto inciampare un ufficiale sulle grade. Qualcuno che si è lanciato nel vuoto, dalle grade più alte, al grido di : Viva Allende!
Il suo corpo, sfracellato, è rimasto lì.
Forse un monito per chi venisse tentato dalla stessa sorte.
Forse un invito.

A Santiago, da quattro giorni regna il terrore.

Victor Jara, sanguinante, scrive:

Siamo in cinquemila, qui,
in questa piccola parte della città.
Siamo in cinquemila.
Quanti siamo, in totale,
nelle città di tutto il paese?
Solo qui
diecimila mani che seminano
e fanno funzionare le fabbriche.
Quanta umanità
in preda alla fame, al freddo, alla paura, al dolore,
alla sopraffazione, al terrore, alla pazzia.

– ¡A ese hijo de puta me lo traen para acá! Aveva gridato l’ufficiale, non appena saputo della sua presenza in quell’inferno.

– Quello, sì, proprio quello lì! E non trattatelo come una signorina, cazzo!

Il soldato, ubbidiente, aveva subito scaricato un colpo feroce col calcio della carabina sulla schiena di Victor, che crollava a terra.

– Così tu saresti il Victor Jara? Quello che canta canzoni marxiste…

Quell’ufficiale non ha mai letto Carlo Marx. Non sa nemmeno cosa voglia dire essere un marxista. Ma gli hanno insegnato che si tratta di una piaga maligna, un virus che sta infettando il paese. Che è suo dovere sradicare.
E che, soprattutto, deve odiare con tutte le sue forze.

L’undici settembre del 1973, quattro giorni prima, qualcuno aveva deciso fosse arrivata l’ora di farla finita con tutti quei canti.
Libertà, uguaglianza, solidarietà…
Cose da fare accapponare la pelle.

Henry Kissinger, segretario di stato della più grande “democrazia del mondo” avrebbe dichiarato, da lì a poco:

“Non vedo perché dovevamo starcene con le mani in mano a vedere un Paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo stesso popolo”.

– “Siamo saliti al secondo piano dello stadio Chile, dov’erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Vìctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti.”

Chi parla è un suo amico, uno degli ultimi ad averlo visto in vita.
E’ stato lui a ritrovare quei versi, il giorno prima del trasferimento allo Stadio Nazionale. Lì dove sarebbero finiti miglia di dissidenti politici, diventato improvvisamente il campo di concentramento più grande del dopoguerra.
Victor Jara non ci arriverà mai. A lui la vita era stata strappata in un succedaneo di periferia.
I fogli, nascosti nella suola di una scarpa, vennero ritrovati quasi subito in una perquisizione.
Ma altre copie circolavano già. Chiunque li leggeva ne faceva due.
I soldati, impazziti, cercavano e ricercavano quelle parole che non dovevano uscire da quel posto.
Per una che ne spuntava, ce n’erano dieci che passavano di mano in mano, di bocca in bocca, di corpo in corpo.

Sei dei nostri se ne sono andati
verso le stelle.
Uno di loro morto,
colpito come non avrei mai creduto
si potesse colpire un essere umano.
Gli altri quattro hanno voluto togliersi
tutte le paure,
uno saltando nel vuoto,
l’ altro sbattendo la testa contro un muro,
ma tutti con gli occhi fissi nella morte.
Che spavento il volto del fascismo!
Portano a termine i loro piani a regola d’arte
e non gliene importa di nulla.
Il sangue, per loro, è come una medaglia.
La strage un atto di eroismo.

Oggi lo stadio Chile si chiama Victor Jara.
Oltre allo sport, è sede di alcuni dei più bei concerti che si possano ascoltare a Santiago. E d’inverno ospita i senzatetto della città, ai quali offre un letto e un piatto di minestra.
Il sorriso di Victor continua a campeggiare, luminoso, su tutta quella storia che sembra lontana anni luce dal nostro rassicurante, quotidiano divenire.
Quell’età del terrore che annientò tante cose, e della quale sembra non restare traccia.

Viva la vita!, verrebbe da dire.
Io ci provo, ogni volta.
E ogni volta mi si fa un nodo in gola.

M. Fernàndez – Da Sua Maestà Il calcio (Rayuela Edizioni)

Noismi e Lorismi

Non so quanto abbiamo imparato dal periodo appena vissuto. Il vento d’agosto sembra essersi portato via qualsiasi traccia di riflessione. Di quelle a sguardo basso, per intenderci, dei mesi precedenti. Le vacanze (i selfie, le fotografie di luoghi da far crepare di invidia coloro che sono rimasti sul terrazzo…) sono state – come ogni anno – quell’interregno della felicità comandata che la ditta mette a disposizione, con una data di scadenza bella in vista sul contenitore.
Come gli elettrodomestici, per intenderci: a obsolescenza programmata.
Tornati in sede, si procede a rispolverare i vecchi ruoli. I mugugni di stagione. Le passate paure. Le fiammanti incertezze.

Per fortuna ci sono le trincee, appena scavate per noi, pronte all’uso.
Di qualsiasi tema si parli in questo paese, immediatamente si creano due frazioni (a volte tre).
Noi e Loro.
Più se ne parla ( e questo dovrebbe farci riflettere), più diventano profonde quelle trincee, le distanze tra gli uni e gli altri.
Giorno dopo giorno, le nostre ragioni vengono rafforzate da chi la pensa come Noi, e forse dice meglio di Noi ciò che Noi già pensavamo.
Esattamente il contrario di quello che fanno Loro.

Succede con le ragioni del referendum (il No e il Sì), che in questi giorni sta riempiendo spazi a non finire.
Nessuno ascolta nessuno (tranne quelli che la pensano allo stesso modo). Si dà per scontato che Loro siano quanto meno ignoranti, spesso disonesti, e non vediamo l’ora di appendere il loro scalpo sul camino.

Chiacchiero in questi giorni con persone che la pensano in modo opposto. Persone che stimo. A cui voglio bene. Ascolto le loro ragioni. Non mi “faccio convincere”, ma sono disposto a farlo quando qualcuno mi propone qualcosa da rimuginare il resto del giorno. Quando quei Loro non smettono di pensare che siamo sempre Noi, e che ogni discussione presuppone l’ascolto. Dopo aver spento la televisione.

Pensare dovrebbe essere un esercizio di indipendenza. Forse l’ultimo che ci resta. A patto che sia senza condizionamenti.
Come il periodo appena vissuto, quello che stiamo per vivere: una fantastica opportunità per cambiare le regole, le coazioni a ripetere, gli schemi precotti.

Meditare sulla morte vuol dire meditare sulla libertà, diceva Montaigne. “Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni sottomissione e di qualsiasi coercizione.”

Nelle luride segrete del regime, nel Rio de la Plata, i detenuti potevano conservare soltanto alcuni oggetti personali: sigarette, candele, erba mate. Matite no, la scrittura era assolutamente vietata.
Avevano comunque imparato ad arrangiarsi.
Qualche volta, adoperando un fiammifero usato, sulle cartine delle sigarette scrivevano delle poesie.
Quei minuscoli foglietti, tuttavia, bisognava conservarli, nasconderli, farli uscire, perché potessero raccontare al mondo di un inferno che in pochi riuscivano allora a raffigurarsi.
Piegati e ripiegati, accuratamente, una e un’altra volta, venivano avvolti in altri foglietti, e infine ricoperti con la cera delle candele. Diventavano così una pallina, la “Caramella” dei prigionieri, pronta ad essere ingoiata non appena si annusava il rischio di una perquisizione.
E recuperata. E ingoiata ancora.
Fino al giorno in cui al prigioniero veniva concessa una visita.
I carcerieri rimanevano sorpresi vedendo quei relitti umani, quelli stracci di uomini, che si congedavano dalla mamma con un bacio sulle labbra. Non arrivavano a capire che in quel bacio c’era stato uno scambio. La “Caramella” era passata da una bocca all’altra, ed era a due passi della libertà.

Sai? Volevo dirti
è da tempo
che ti vedo fare la mia stessa strada
condividere la mia stessa rabbia
amare lo stesso sogno
fischiettare lo stesso tango
guardare il solito cielo…
Sai? Volevo dirti
che non ha senso
che non ci conosciamo,
non aver condiviso
nemmeno un Ciao, come va?
che forse, va a capire
potremmo diventare amici…
Sai? Volevo dirti…
guarda, se ogni giorno
quando si apre la gabbia
e usciamo in strada
a lavoro finito
sai che non sei solo
che hai un incontro fissato
per chiacchierare con me
delle cose che succedono
di quelle perdute
e scoprire nella vita
una nuova speranza
che sia tua e mia
anche se poi è tutto un’illusione.
Ieri, girando
per questa Buenos Aires
in mezzo allo sciame
di gente che cammina
ho visto tanti solitari
dalla sigaretta assorta
dal gesto pensieroso
di un giorno ancor più vuoto.
Per questo ti dicevo
che non ha senso
che non ci conosciamo
che non ci siamo scambiati
nemmeno un Ciao, come va?
Buenos Aires è triste
se vai senza un amico…
Sai? Volevo dirti…

(Trad. di Milton Fernàndez)

Questa poesia è stata scritta da uno di quei prigionieri. Nessuno sa il suo nome. Semplicemente, una delle 30.000 vittime innocenti di una follia chiamata dittatura militare.

(Questi testi sono stati raccolti in un bellissimo (doloroso) libro: Cielo Libre (Lilamè), curato dall’amico Josè Luis Tagliaferro.)