Poesia & Politica (e anche viceversa)

pluma

 

“Mentre il poeta è cosciente del potere del politico”, scriveva Quasimodo (in verità lo diceva, al discorso per la consegna del Nobel), “questi si accorge del poeta soltanto quando la sua voce raggiunge profondamente i diversi strati sociali…”

Correva l’anno 1959, ma nulla sembra cambiato. Anzi, mai il divario è stato così evidente quanto nei tempi che ci sono toccati in sorte. Il politico, se è un politico – come spesso succede – prima ancora che un essere umano, guarda con diffidenza qualcosa che non gli appartiene (non sarebbe un politico altrimenti), che non comprende, che non capisce perché ma avverte come un’entità ai suoi fini potenzialmente pericolosa.

“La poesia è una arma carica di futuro”, sussurrava Gabriel Celaya.

E poi aggiungeva:

“Cantiamo come se respirassimo. Parliamo di quello con cui abbiamo a che fare ogni giorno della nostra vita. Niente di quanto è umano deve restare fuori dalla nostra opera. Nella Poesia ci deve essere il fango, e che mi scusino i poeti poetissimi. La Poesia non è fine a se stessa. La Poesia è, tra altre cose, uno strumento per cambiare il mondo.”

Il linguaggio del poeta, quando è vero, fa trasalire i politici nel loro scranno. È un altro linguaggio, per quanto parlino la stessa lingua. Nel linguaggio dei politici le parole servono per trasmettere messaggi, più o meno cifrati, più o meno credibili. Le parole sono vuoti a perdere. Svaniscono non appena vengono pronunciate. Nella poesia, invece (quando è vera), quelle stesse parole riappaiono nella sua vera identità, sono nomi propri che indicano o designano le cose come in verità potrebbero essere. E ci lasciano scegliere.
“Una persona che ha gusto, e in particolare gusto letterario, è più refrattario ai ritornelli e agli incantesimi ritmici propri della demagogia politica in tutte le sue versioni,” sosteneva Brodskij.

La scrittura e la lettura di Poesia costituiscono, per sé stesse, barriere di resistenza culturale. Adoperarle, frequentarle, presuppone una difesa implicita della Cultura, perché entrambe sono rappresentazioni di diverse forme di vedere il mondo, in cui l’etica e la morale (quelle parolacce!, nel lessico del politico) smettono di essere fonemi vuoti di contenuto per diventare paradigmi, guide della vita che vorremmo vivere.

In ogni epoca, in ogni cultura, i poeti veri hanno dovuto combattere per poter continuare ad essere loro stessi. Con ogni arma si è cercato di ricondurli al gregge. Sono stati i primi esiliati di ogni dittatura. Gli ultimi ad essere ammessi al ritorno delle democrazie

Non appena un politico si trova davanti un poeta – quando è un poeta vero, e non un docile succedaneo salottiero – prova un senso di malessere. Come se presentisse che quello lì, prima o poi, gli arrecherà dei fastidi.

“Da questo momento comincia una lotta sotterranea tra il politico e il poeta”, continuava Quasimodo. “Nella storia i nomi dei poeti esiliati vengono fuori come dadi mortali, mentre il politico, verbalmente, sostiene la cultura, ma in realtà tenta di ridurne la potenza: il suo scopo non è altro in ogni secolo che quello di togliere tre o quattro libertà fondamentali all’uomo, affinché esso continui, in questo suo eterno cerchio, a riprendersi ciò di cui è stato saccheggiato”

In questo stiamo.

 

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Uno

Mario-Benedetti

Uno ha diritto all’allegria. Alle volte è fumo o nebbia o presagio. Ma dietro quei ritardi lei è lì, in attesa. C’è sempre una fessura nell’anima da dove l’allegria sporge le sue nitide pupille. Allora il cuore diventa più vivace, si strappa alla sua quiete e si fa quasi uccello.

L’allegria giunge dopo le assenze, la fine delle nostalgie. Quando uno si rincontra con quello che ama e la sua rivelazione unanime, è logico che la gioia ci strapazzi e ci faccia venir voglia di cantare. Perfino quando non abbiamo voce, afoni da scadute agonie.

Dopotutto, l’allegria è un prestito, non ci appartiene. È una piccola pazzia, un premio passeggero, ma la godiamo come se fosse propria, come un lucro, una primavera della vita. Lei s’afferra al tempo, trascina il suo poco a poco nell’infanzia e s’immette fischiando nell’età matura.

Settimana dopo settimana, anno dopo anno, l’allegria riempie i vuoti. Fino a quando non ce la fa più e diventa tristezza.

Mario Benedetti – Vivere apposta.
(Trad. di M.Fernàndez)

 

Paren de matarnos!

 

Mirelle

Era nata tra i rifiuti della favela di Maré, Marielle Franco. Uno dei luoghi più violenti di Rio de Janeiro.
A 19 anni era diventata madre.
Qualche tempo dopo, davanti al corpo di una sua amica, caduta in una sparatoria tra narcos e polizia, decise, quasi senza pensarlo, che avrebbe dedicato la sua vita a lottare per i diritti umani.
La sua laurea in Sociologia alla Università Pontificia Cattolica di Rio de Janeiro era stato uno schiaffo sulla faccia di una società per la quale il luogo di nascita è un marchio a fuoco sulla pelle.
Nel 2016 era stata eletta parlamentare con quasi 50.000 voti.

“Smettetela di ucciderci”, era il suo grido. Lo aveva scritto a lettere cubitali, lo aveva urlato in strada, puntando il dito contro i miserabili del Batallòn 41, della polizia militare. Lo squadrone della morte.
Nell’ultimo carnevale aveva sfilato alla testa di un corteo, in una campagna contro la violenza sulle donne. La sua faccia sembrò onnipresente.
Il suo sorriso franco, schietto, fatto di una contagiosa qualità del coraggio.
No es No!, aveva urlato allora.
No vuol dire No! ripeterono con lei migliaia di altre donne.

Ieri Mirelle è stata crivellata di pallottole. Cinque sicari, a viso coperto, l’aspettavano a un incrocio. Cinque pallottole in testa. Non si contano quelle sul corpo.

La donna incombustibile, l’aveva chiamata qualcuno, vedendola restare per ore sull’asfalto in fiamme, a urlare quelle verità che in molti non volevano ascoltare.

Quel sorriso che una volta faceva nascere il sole, come Orfeo, a Rio de Janeiro, si è da ieri spento.
Quasi il preludio di una lunga notte.

El infierno tan temido

teodora

Dice che quel giorno s’era sentita male già dal mattino. Arrivando alla cucina del collegio in cui lavorava, aveva indossato il grembiule e s’era messa a lavorare. Ogni giorni ogni cosa diventava più pesante, dice. La casa da lasciare in ordine prima di uscire, il pranzo del marito, il maschietto da mandare a scuola, quella pancia che sembrava stesse per scoppiare da un momento all’altro.
Verso le nove arrivò la nausea. Le compagne la videro correre verso il bagno e scossero la testa. Strano, a gravidanza quasi conclusa, quei conati matutini.
Alle undici sentì che le mancava la terra sotto i piedi. Cercò il gabinetto, chiuse la porta e si sedette sul water. Poi, qualcosa si spense dentro di lei.

Si svegliò molto tempo dopo, non è in grado di dire quanto. Dice che si trovava incatenata a un letto. Che tutti la guardavano con disprezzo. Che nessuno rispondeva alle sue domande. Dice che è stata sul punto di impazzire. Che non avrebbe mai immaginato che l’inferno potesse essere così a portata di mano. Chiese del suo bambino. Nessuno rispose.
Se qualcuno le chiede cosa ha fatto per trovarsi lì, lei dice che non sa.

Teodora del Carmen Vásquez è una donna salvadoregna. È appena uscita da un carcere del suo paese dopo dieci anni di prigionia (era stata condannata a trent’anni ma la Corte Suprema ha commutato la sentenza). Il suo delitto: l’aver subito un aborto spontaneo in un paese che vieta l’interruzione di gravidanza in qualsiasi circostanza, anche nel caso di gravissime malformazioni del feto, persino quando è in pericolo la vita della madre.

Non appena si era seduta sul water, Teodora era svenuta. Le colleghe di lavoro si accorsero della sua assenza mezz’ora più tardi. Quando forzarono la porta la trovarono lì. Fecero di tutto per rianimarla. Alla fine dovettero chiamare i soccorsi. La donna si stava dissanguando lentamente. Sotto di lei, il corpicino esanime.

– Sentii qualcosa che mi si strappava dentro, dice. Poi nient’altro. Perdere il figlio che portavi in grembo è la cosa più somigliante alla morte. Quando ti accusano di averlo ucciso, e ti mettono in carcere per questo, lì arriva l’inferno.

Per dieci anni dovette subire le aggressioni e gli insulti delle guardie carcerarie, spesso altre donne. In quei lager, il peggiore dei delitti immaginabili è quello per il quale lei è stata condannata. Così stabiliscono le leggi del paese e la Chiesa Cattolica, che in quelle latitudini continua a esercitare un potere secolare altrove (apparentemente) svanito.
Dice che le portavano del cibo con dei vermi, che le sputavano addosso, che la chiamavano Cagna, che non le davano delle medicine nemmeno quando impazziva dal dolore.

E’ uscita in questi giorni, Teodora, da quel girone nel quale qualcuno ha scritto, beffardamente, “La vita è sacra”.
Non la sua, e nemmeno quella di migliaia di donne che giorno dopo giorno devono far i conti con questa aberrazione.

Sono sempre stata sola, dice. Almeno così mi sono sentita. Ero sola nell’udienza in cui mi hanno condannata (l’avvocato di ufficio era arrivato in ritardo e le aveva consigliato di dichiararsi colpevole). Ero sola in carcere. Mio marito, nel frattempo mi lasciò e mio figlio di nove anni è stato dato in adozione. La solitudine è la più grande condanna che si possa dare a una persona. La mia doveva durare trent’anni.

Nel 2016, Amnesty International presentò al governo de El Salvador 250.000 firme, esigendo la liberazione di Teodora.
Pochi giorni fa è avvenuta, anche se non è stata riconosciuta la sua innocenza.
Le organizzazioni che lottano per la difesa dei diritti delle donne hanno individuato almeno 28 casi simili al suo. Quelle storie devono essere ancora raccontate
Gli altri paesi in cui vige una legislazione del genere in America Latina sono Nicaragua, Honduras, República Dominicana, Haiti e Suriname.

Ora so che non sono così sola, dice Teodora. Che a qualcosa può servire la mia storia. Io sono ciascuna di quelle donne, dice. Ogni giorno dei loro giorni è il mio.

Se le si chiede se secondo lei sia arrivata l’ora del cambiamento, dice che non sa.
Ma sa che nulla sarà come prima.

 

A proposito di Donne…

james

James Barry è stato un brillante chirurgo militare dell’esercito britannico.
Conseguì il dottorato in Medicina all’Università di Edimburgo, nel 1809. Tre anni più tardi superò con ottimi voti il concorso presso il “Royal College of Surgeons of England” (una prestigiosa scuola per giovani chirurghi).
Fu Ispettore generale negli ospedali militari.
Eseguì, con successo, il primo parto cesareo in Africa (il bambino sarà battezzato come James Barry Munnik).
Fu delegato come assistente ospedaliero dell’esercito britannico il 6 luglio, ottenendo mansioni prima in Chelsea e poi nell’ospedale militare di Plymouth dove fu promosso ad Assistente dello Staff Chirurgico.
Prestava assistenza in campo mentre l’esercito francese e quello britannico si dilaniavano a vicenda durate la battaglia di Waterloo.
Prestò servizio (Primo Ufficiale Medico) in Sudafrica, India, Mauritius, Trinidad e Tobago, all’’isola di Sant’Elena, a Malta, a Corfù, in Crimea, Giamaica, Canada…
Nelle Indie Occidentali contrasse la febbre gialla e dovette rientrare in patria.
Morì di dissenteria il 25 luglio 1865.

Quel giorno, la sua governante scoprì che John Barry era in verità una donna.
Una donna nata nel 1789, alla quale avevano dato il nome di Margaret Ann Bulkley.
Una donna che, per poter seguire la sua vocazione, in un mondo che relegava le donne nell’anfratto più nascosto di una società malata, aveva deciso di violentare se stessa, per continuare ad essere, caparbiamente, quello che aveva deciso di essere.

Avrebbe dovuto essere ricordata come il primo chirurgo donna dell’Impero Britannico.
Non fu così.

Il vincitore, quello smemoriato che continua a scrivere la storia che ci viene (o meno) raccontata, comincia a perdere se stesso tra le righe.
Presto quella penna cambierà di mano.
E cambierà anche la storia.

In questo stiamo.

Macerata – New Orleans – Solo andata

Il ritmo di Macerata è quello di una eterna siesta domenicale. Una teoria di stradine contorte che portano sempre allo stesso punto, che d’estate diventano un forno e durante l’inverno fanno ululare il vento, dopo averlo intrappolato nei suo covi più segreti.
Non succedono mai tante cose a Macerata e, se succedono, se ne parla per anni. Ad agosto si apre la stagione lirica dello Sferisterio, che riempie la città di nuove storie d’amore, di vocalizzi e di strimpellate notturne, che i vicini si sono abituati a sopportare. Tanto, poi finisce e tutto torna alla normalità.
Da qualche tempo sono arrivati gli africani.

Accadeva pressappoco così, a New Orléans, Stati Uniti, nel 1890. Una città che contava allora 274.000 persone, di cui 30.000 erano immigranti italiani. Un 10 per cento della totalità della popolazione, composto prevalentemente da gente del sud, per lo più siciliani. Famiglie che cercavano faticosamente di inserirsi, di sopravvivere in una terra, una lingua e uno stile di vita a loro sconosciuto. Dietro c’era la fame, indietro non si tornava.

La notte del 15 ottobre del 1890 un poliziotto, David Hennesy, viene ucciso a colpi di fucile, all’angolo tra Girod e Basin Street. Quando arrivarono i soccorritori, qualcuno lo sentì bisbigliare: dagoes didi it. “Sono stati gli italiani”. Dagoes era, in effetti, il nomignolo sprezzante con cui venivano chiamati gli immigranti nostrani.

Ebbe inizio, così, una vera e propria caccia all’italiano, in ogni cantuccio della città. Vennero riesumate e pubblicate nelle prime pagine dei giornali le teorie di antropologi come Giuseppe Sergi e Luigi Pigorini, o di criminologi come Cesare Lombroso, che fornivano una versione stereotipata dell’italiano del sud. Un quoziente intellettivo più basso rispetto ai popoli del nord, il loro modo “bestiale” di vivere, in stanze affollate all’inverosimile, la sporcizia, la loro incapacità di imparare la lingua locale, l’innata predisposizione alla criminalità e al vagabondaggio.

Finirono in galera 19 italiani, accusati di essere in un modo o nell’altro implicati nella uccisione del poliziotto, e istituito un processo farsa che cercò in ogni modo di condannarli alla forca, inventando prove inesistenti e facendo leva sul sentimento di intolleranza che da ogni angolo della società si era improvvisamente sollevato.
Qualche mese più tardi, gli imputati vennero dichiarati non colpevoli, nonostante le manovre di una giuria corrotta. Non c’era nulla che potesse collegarli a quel delitto. Restarono comunque in prigione, in attesa del verdetto definitivo, che tardava in arrivare.

Mentre la collettività siciliana festeggiava la fine di un incubo, il clima di odio contro i nostri arrivava a estremi mai raggiunti prima. Lo stesso sindaco di New Orleans definì gli italiani “gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi»

La miccia era stata accesa. Presto una folla riempì una piazza. Qualcuno parlò di tremila persone, altri azzardarono ventimila. Tutti appartenenti alla classe medio-alta della città, che avevano deciso – aizzati dal vento xenofobo che espirava da ogni dove- fosse arrivata l’ora di farsi giustizia per mano propria.

La prigione venne assalita, come in un classico film western. Le poche guardie presenti non opposero resistenza (qualcuno insinuò che avessero, addirittura, aperto volentieri le porte).
E cominciò la caccia all’italiano. Dentro quel dedalo di mura, di quell’odio raziale che quando esonda trascina ogni cosa, dal quale difficilmente si torna indietro.

Due di quegli uomini, in attesa di scarcerazione, furono impiccati. Altri nove uccisi a colpi di fucile.

Qualcuno disse che tra quelle 11 vittime della follia razzista qualcuno di loro poteva essere veramente implicato, in un modo o nell’altro, in quel delitto. Disse anche che tutti gli altri avevano pagato un dazio alla demenza collettiva.

Pars pro toto, la chiamavano i latini. Un elemento capace di suscitare attraverso un suo singolo brano il sentimento del tutto, nella sua massima pienezza.
Se un nigeriano è stato capace di assassinare e di fare a pezzi una ragazza, vuol dire che tutti gli africani sono degli assassini.
Sostituite Africani con Italiani e ci troviamo improvvisamente a New Orleans.

Ci attende una lunga campagna elettorale, senza esclusione di colpi. E come diceva il buon Otto (von Bismark) non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante una guerra e dopo una partita di caccia.
Ho paura che ci troviamo in mezzo a tutte e tre.
E, da come si mettono le cose, temo anche che saremo, tutti quanti, inesorabilmente, vittime.

La Memoria del giorno dopo

indmonta12.

“Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire.”

Chi parla è un signore chiamato Indro Montanelli, al quale non molto tempo fa è stata dedicata una piazzetta, a Milano, con statua annessa.

Parla di sua moglie africana. Parla dell’Africa, Montanelli. Di come da quelle parti la pedofilia, lo stupro e la compravendita degli esseri umani sia “tutta un’altra cosa”

“Era un animaletto docile”, racconta. “Io le misi su un Tucul (casetta a pianta circolare con tetto conico, solitamente di argilla e paglia) con un orticello e dei polli. Ogni quindici giorni mi raggiungeva, dovunque fossi, assieme alle mogli degli altri ascari. Ovunque io fossi, arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

“Si trattava di trovare una compagna intatta per ragioni sanitarie (in quei Paesi tropicali la sifilide era, e credo che ancora sia, largamente diffusa)”, aggiunge, “e di stabilirne col padre il prezzo. Dopo tre giorni di contrattazioni a tutto campo tornò con la ragazza e un contratto redatto dal capo-paese in amarico, che non era un contratto di matrimonio ma – come oggi si direbbe – una specie di «leasing», cioè di uso a termine. Prezzo 350 lire (la richiesta era partita da 500), più l’acquisto di un «tucul», cioè una capanna di fango e di paglia del costo di 180 lire.
La ragazza aveva 12 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a dodici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile. […]”

Questa pratica coloniale, dalla quale il padre del giornalismo italiano non prese mai le distanze (e per la quale non trovò mai motivi per discolparsi), si chiamava “Madamato”, ed era molto in voga nel 1936. Insomma, non un vero e proprio matrimonio, una sorta di contratto sociale segnato dal dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del ricco sul povero, del forte sul debole (retaggi del passato che ancora oggi ci portiamo dietro).

“Alla fine avevi qualcosa che era meno di una moglie e poco più di una schiava; utile, ad ogni modo, a soddisfare le proprie necessità.”

Chissà come riusciva a conciliare questa periodica convivenza, lui, che un anno prima di quel “contratto”, scriveva: (numero di gennaio del giornale Civiltà Fascista):

“non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.

Al rientro in patria di Montanelli, la moglie bambina venne abbandonata alla sua sorte, insieme al tucul, ai polli e a miglia di altre donne “di conforto”, che il regime aveva istituito come bisogni primari delle truppe di occupazione.

Ci penso, ogni volta che ci passo dai giardini di via Palestro.
Ogni conquista militare, ogni colonialismo, passa prima dallo stupro del corpo delle donne che da quello del territorio che si promettono di conquistare.

La storia della nostra storia, che spesso facciamo in fretta a scordare.