Santiago

Santiago

 

Per mesi abbiamo chiesto: Dov’è Santiago Maldonado?
Quel ragazzo scomparso una notte, dopo un blitz della gendarmeria argentina in un accampamento Mapuche.
Abbiamo raccontato al mondo, in tutte le lingue, che quel popolo originario, insieme a tanti altri con migliaia di anni di storia, era stato cacciato dalle proprie terre da un imprenditore italiano, la famiglia Benetton, proprietaria di un milione di ettari, comperati a prezzi di favore.
E abbiamo chiesto ai Benetton di unirsi a noi in quella domanda.
Non ci fu nessuna risposta.
Non c’è nemmeno ora, che il corpo martoriato di Santiago Maldonado pare sia stato trovato in un fiume.

Questa non è soltanto la sua storia.
E’ la storia di tutti noi. Quella cambiata per sempre dalle parole di una della fondatrici di Madres de Plaza de Mayo, Azucena Villaflor, il giorno in cui proclamò che in quella piazza lei ci sarebbe andata anche se suo figlio non fosse stato tra i desaparecidos.
“Ogni figlio desaparecido, di ogni singola donna in questo mondo, è mio figlio”, proclamò.

Questa piccola donna, dal nome di un fiore, inghiottita anche lei dalla macchina della morte, stava socializzando il dolore, dando un senso alla compassione.
Faremmo bene a non dimenticarlo.
Io da quel giorno non sono mai riuscito a farlo.
Per questo continuerò a domandare: Che cosa è successo a Santiago Maldonado?

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Haiti – La coscienza più sporca del vecchio continente

C’è un peccato che ad Haiti la vecchia Europa non ha mai perdonato, quello della sua vocazione alla libertà.
Non le è mai stato perdonato il fatto di essere il primo pezzo di suolo americano a liberarsi dal giogo francese, cioè europeo, nel 1803.
La bandiera degli uomini liberi, innalzata prima di qualsiasi altra nazione americana da uomini e donne che avevano pagato col sangue quel privilegio, significò da subito una condanna unanime alla pena della solitudine. Nessuno avrebbe più comperato nulla ad Haiti. Nessuno le avrebbe mai più venduto nulla. Da nessuno stato quel nuovo stato sarebbe stato riconosciuto. Non se ne doveva più parlare

La storia dell’assedio della dimenticanza attuato dal mondo contro Haiti assume le dimensioni di una tragedia immane; ed è anche il paradigma del razzismo più cocente e vergognoso dell’intera civiltà occidentale.

Nel 2010 un terremoto devastò l’isola. Per qualche ora si parlò di lei, abbiamo visto delle fotografie, abbiamo forse provato addirittura una qualche forma di compassionevole solidarietà, abbiamo considerato nostra consorella quella sofferente umanità che la tv ci concedeva per qualche minuto al giorno.
Il giorno successivo arrivò su quella landa desolata Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, seguita da un contingente armato di circa 20.000 uomini, che su quel suolo piantò le tende, a futura memoria.

Dei traffici loschi della Fondazione Clinton sulla pelle degli ultimi del mondo se ne è parlato in diverse occasioni. Della sorte della popolazione che secondo loro erano andati a proteggere “da loro stessi”, non trovate una riga da nessuna parte.

Oggi, dopo l’uragano Irma, quello su cui ci hanno aggiornato minuto a minuto nel suo passaggio su Miami, ad Haiti manca l’acqua potabile.
Che manchi l’acqua ad Haiti non è una novità.
La novità è che ci sono bambine di dieci anni che pagano col loro corpo un bidone di quell’acqua per le loro famiglie.
E che questo commercio sia diventato parte della quotidiana normalità.

Sono le orfane di quel terremoto del 2010. Alcune di loro già madri. Vivono per strada. I loro corpi, considerati alla stregua di latrine delle quali qualsiasi uomo può servirsi.

A Champ Mars, un campo abitato da migliaia di rifugiati, in pieno cuore di Porto Principe, le prostitute hanno al massimo nove anni; quelle di sei devono essere tenute nascoste dalle famiglie, non appena mettono piede in strada vengono violentate.
Le rovine del Palais National, dove ancora, a giorni alterni, si intravvede la bandiera azzurra e rossa, quella con la quale i ribelli haitiani cacciarono a pedate i loro aguzzini francesi, si innalza come il monito più severo del mondo occidentale: ecco il prezzo della libertà.
La gente del posto lo chiama La maison du diable.

A chi possono chiedere aiuto le bambine di Haiti?

Da diversi anni le truppe di peacekeeping dell’Onu, i Caschi blu, sono accusate di sfruttamento della prostituzione e di abusi su minori nelle zone di intervento.

Nel 2006 un’inchiesta della Bbc ad Haiti ha rivelato che alcuni soldati della missione di pace dell’Onu hanno pagato con dolci e pochi spiccioli le prestazioni sessuali a bambini tra i 10 e i 13 anni.

Molti paesi, alla chetichella, fanno rientrare quella truppe man mano che lo scandalo minaccia di diventare pubblico. Sono padri di famiglia in patria, forse le loro figlie hanno la stessa età di quelle bambine, là dall’altra parte del mondo, dove la realtà, al dire di Montanelli, “è tutta un’altra cosa”.

Nessuno di loro può essere processato, in base alle regole di ingaggio che rende loro immuni a qualsiasi legge locale.

Laggiù, nel frattempo, l’acqua si paga col sangue, col corpo.
Ricordiamocelo ogni volta che apriamo il rubinetto.
Io lo faccio, da quando seguo questa storia.

E ogni volta mi si fa un nodo in gola.

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Las niñas de Guatemala – #guatemalaestadeluto

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Che la storia sia maestra di paradossi è materia scontata. Verrebbe da dire che si diverte a sbalordirci, forse a cercare di capire la soglia della nostra capacità di gestire l’orrore quotidiano.

L’8 marzo scorso (sì, proprio l’altro ieri), mentre nel mondo si commemorava la Festa della Donna, a suon di mimose e di fantastici propositi, Il Guatemala viveva uno dei giorni più neri della sua storia.

Dal mattino presto, un gruppo di bambine residenti nella Casa Hogar Virgen de la Asunción – Comune di San José Pinula, nei pressi della capitale – protestavano per un’infinita serie di abusi sessuali e maltrattamenti fisici a cui erano state sottomesse dal loro ingresso in quella istituzione.

Chi sono quelle bambine? A metà strada tra un’infanzia nemmeno sfiorata e quell’età in cui il loro corpo comincia a solleticare gli occhi ai predoni di turno, molte di loro sono finite lì proprio per scappare dalle violenze subite in famiglia, da quando sono arrivate al mondo. Alcune hanno già conosciuto la prostituzione. Altre sono state abbandonate in strada, un giorno imprecisato della loro vita. Non hanno mai chiamato nessuno papà o mamma. Diffidano da qualsiasi contatto fisico. Tra quelle mura Carezza è una parolaccia.

Alle 11 del mattino è ormai tutto finito. L’aria puzza di un fumo dolciastro che non andrà più via.

Quando arrivano le autorità, una donna urla: Che cazzo venite a fare ora? Sono tutte bruciate…

Erano state sanzionate per proteste, quelle bambine. Avevano osato uscire in strada a urlare quello che lì dentro, nell’inferno del “Focolare Sicuro”, avveniva quotidianamente.

Qui l’Inferno non è mai una metafora.

“Nessuna esce da quest’aula se prima non me lo prende in bocca”, era solito ordinare il maestro Edgar Rolando Diéguez Ispache alle allieve di 12 e 13 anni, quando suonava la campana.
Spesso imponeva alle ragazze di spogliarsi e camminare nude davanti ai bidelli o agli impiegati delle pulizie. Una bambina con la sindrome di down era stata violentata ripetute volte e costretta ad abortire. Molte di loro erano portate fuori da quelle mura, di solito il sabato sera, per fare divertire gli amici in feste improvvisate nelle case.

– Perché non ci violentate qui, davanti a tutti?! – aveva urlato una di loro, all’arrivo della polizia.

Erano state rinchiuse in un’ala dell’Istituto, accusate di voler ricattare un’ “Istituzione dello Stato”. Nel più nascosto degli anfratti. Là dove la loro voce non potesse sentirsi.

Alle 11 del mattino era tutto finito.

Un incendio divampato all’improvviso aveva lasciato sul terreno 39 corpi calcinati. Nessuno aveva sentito le loro grida. Nessuno aveva voluto ascoltarle.

Quella sera, un’associazione aveva programmato di accendere 770 candele, in piazza. Una per ciascuna delle donne vittime della violenza, nell’ultimo anno.

Decisero di aggiungerne 39, ma il Comune revocò il permesso.

#guatemalaestadeluto

Istruzioni per amare Cortàzar.

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Innanzitutto, diffida dal titolo. Nessuno ti può spiegare ciò che non ha mai capito. E’ soltanto una parafrasi di altri giochi inventati da Julio, nei quali ci faceva capire che non c’era niente da capire.
Poi, chiuditi fuori.
O dentro.
O dove ti pare, a patto che sia un luogo pieno di rumori molesti, di telefoni che suonano, di gente che parla a vanvera (ci sono delle meraviglie alla fine della giornata in vanvera), caccia via tutto quello che credevi di sapere sulla “favola compiuta e perfetta”, l’unità di azione, le teorie del verosimile, le regole grammaticali… ecc, ecc.
Caccia via, se puoi, almeno per un round, pure Aristotele, Ludovico Castelvetro, e Cinzio Giraldi.

Se sei in casa, trovati una posizione di schiena alla porta, in modo di poter essere preso alla sprovvista. Lasciati andare, come quando sei sull’aereo e non sai chi lo sta pilotando (non sai nemmeno se c’è qualcuno che lo sta pilotando). Sii fatalista. Che sia quel che deve essere. Che figata!

Aprendo il libro, uno qualsiasi, non pensare: Ora leggo. Quello che sta per succedere, in realtà, è una sorta di metempsicosi (che parola assurda! Non so nemmeno cosa voglia dire). Ecco, ora mi viene, qualcosa come uno spostamento temporale, una migrazione verso un mondo mai visto prima, che forse neanche esiste.

E allora comincia l’avventura. L’aprirci strade attraverso i labirinti delle immagini e le parole, tra l’arte verbale di un maestro che ricomincia dal principio, una e un’altra volta, e ci consegna ogni volta delle parole nuove, appena sfornate, pronte all’uso. A patto di essere capaci di inventare per loro degli usi diversi. Non dozzinali.
Bisogna non soltanto scorrere con gli occhi. Bisogna ascoltare i bisbigli, il respiro asmatico che dissemina virgole là dove i cattedratici inorridiscono, e ne cancella altrettante; la morbida quotidianità di un Cronopio che dà un pizzicotto a un suo ricordo prima di mandarlo a giocare in cortile, lo strisciare rassicurante del orsacchiotto dei tubi, il mormorio costante delle mancuspie, che vivono – e prosperano- dentro di noi.

Se per caso sei caduto tra le grinfie di Rayuela (Il gioco del mondo, in questo mondo), sappi che è tutta una questione di equilibrio. Saltella, col tuo proprio ritmo, e non cercare di strafare. Dopo tutto, lo facevamo tutti, da piccoli, e non ci sembrava un’impresa impossibile.
Al capitolo 7 ti sembrerà di essere arrivato, ovunque tu creda di stare andando. Al 68 ti troverai a fare l’amore con delle sconosciute; e quel senso pagano del piacere, farà fatica ad abbandonarti, da lì in poi per sempre:

“Non appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo come piano piano le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva…”

Il gioco può essere ripetuto, senza controindicazioni (non è vero, una volta avvenuto il contagio, nessun altro gioco del genere sarà più lo stesso) all’infinito. Si può variare la posizione della sedia, lo spazio, la quantità di passi tra una riga e l’altra e la strategia per arrivare dalla terra al cielo – e viceversa – senza mai perdere di vista il sassolino, il gessetto colorato, e quel marciapiede dal quale siamo tutti passati, anche se alle volte non ce lo ricordiamo.

Al ritorno, ci saranno un sacco di domande, tieniti pronto. Non perché tu debba raccontare la verità (lì fuori è pieno di Famas, e, com’è noto, non c’è nulla che possa nuocere tanto ai Famas quanto la verità), quindi inventatene una di facciata.

Quando chiuderai il libro, lasciaci dentro una matita, se puoi. Avrà bisogno di respirare anche lui, dopo tutta quella strada. E, può sembrare assurdo, ma spesso mi è capitato di trovare delle parole scritte al margine. Parole che, potrei giurare, il giorno prima non c’erano.

E non essere triste. Non è una storia che finisce. Se l’hai appena vissuta così, come a me è capitato un giorno di chissà quanti anni fa, vuol dire che è appena cominciata.

Benvenuto/a tra quelli che amiamo (tanto) Julio Cortàzar.

Happy new year

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Guarda, non chiedo troppo
soltanto la tua mano, tenerla
come un piccolo rospo che ronfa soddisfatto.
Ho bisogno di quella porta che mi offrivi
per entrare nel tuo mondo, quel pezzetto
di zucchero verde, di compiuta allegria.
Non mi presti la tua mano in questa notte
della fine dell’anno di civette fioche?
Non puoi, per ragioni tecniche.
Allora la schizzo in aria, ideando ogni tuo dito,
la pesca setosa del tuo palmo
e il dorso, quel paese dagli alberi azzurri.
Così la prendo e la sorreggo,
come se da questo dipendesse
tanto di questo mondo,
la successione delle quattro stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini.

Julio Cortázar
(Trad. di M.Fernàndez)

(Immagine di Sergio Italo Agliano)

Poesia e tecniche di auto-aiuto

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In qualche modo lo sospettavo da sempre, ma vuoi mettere un attestato universitario a sostegno di una semplice teoria?
Semplice? Mica tanto.
Ci sono dottrine che nessuno professa, e che tutti applichiamo ininterrottamente.
Leggere dei poeti, sostiene uno studio dell’Università di Liverpool, può produrre più benefici di tanti libri e terapie di Auto-Aiuto. O di “Mindfulness” (qualunque cosa voglia dire).

Scienziati, psicologi ed esperti in Letteratura hanno monitorato la attività cerebrale di 30 volontari alle prese con la lettura, in un primo momento, di testi poetici e, successivamente, degli stessi testi tradotti in un linguaggio “colloquiale”.

I risultati, anticipati dal Daily Telegraph, dimostrano che il cervello soffre (gode) di una sorta di eccitazione estraordinaria quando incontra strutture semantiche complesse; quei meccanismi non abituali della comunicazione; quel dover andare a cercare significanti tra i meandri di un linguaggio che credeva di conoscere come le sue mani. Questo stimolo genera endorfine a non finire, oltre a una serie di cambiamenti che riescono, se siamo capaci di abbandonarci a un piacere (solitario o meno), a farci girovagare tra spazi mai conosciuti prima, a porci delle domande nuove di zecca, o a fregarcene di quelle che ci attraversano di solito la strada.

Il panteista irlandese (questo mi è stato presentato da Borges) Escoto Erigena disse che le sacre scritture (io credo qualsiasi libro di un qualsiasi poeta degno di chiamarsi tale) nascondono un numero infinito di sensi, e le paragonò al piumaggio multicolore del pavone.
In quella coda, in quel numero non-finito di percezioni, potremmo passare la vita, senza mai trovare il tempo di annoiarci.

Nel “silenzio verde” del Carducci.
Nel “Andavano scuri nell’ombra della notte solitaria”, di Virgilio.
La sua “avara luce”.
La “luna militare” di Quevedo.
La “Sera d’oro fuso” di Lorca o “La tigre di tenerezza”, di Cansinos Aséns
Erroneamente supponiamo che il linguaggio corrisponda alla realtà, a “quella cosa così misteriosa che chiamiamo realtà”, sostiene (sempre) Borges.

In verità il linguaggio è un’altra cosa.
Lo dicono anche quelli di Liverpool.
Cos’è? Ecco la sfida.

Per quanto mi riguarda, il miglior modo di dialogare con me stesso, e scoprire che in fin dei conti non sono così noioso.
Il discutere, e alle volte persino arrivare alle mani, con Emerson (a cui ho appena chiuso un libro in faccia), con Emily Dickinson, con Juan Gelman, con Benedetti, con Walt Whitman, con Dylan Thomas, con Cortàzar, con Liber Falco, con Roque Dalton…
Gente che ogni tanto tiro giù dal loro letto verticale, a seconda dell’acciacco di giornata.
La mia farmacia, fatta di parole, ogni volta nuove.

In latino “inventare” e “scoprire” sono sinonimi.
Lo diceva Platone, molto prima di quelli di Liverpool: Inventare non è altro che ricordare.
Poi Bacon, un giorno, avrebbe aggiunto: “se imparare vuol dire ricordare, ignorare vuol dire saper dimenticare”.

Per tornare a Liverpool, questi stimoli del cervello, costretto a una azione non dozzinale, pare si mantengano attivi per molto tempo, potenziando la nostra capacità di indagine e di comprensione di un mondo non del tutto finito e diagnosticato.
Funziona meglio di tante tecniche di “auto-aiuto”, sostengono, visto che agisce sulla famigerata Parte destra del cervello, lì dove stocchiamo i ricordi autobiografici. Aiuta a riflettere su di loro, a guardarli (a guardarci) da un’altra perspettiva.

Secondo me, il miglior viaggio che possiamo augurarci per la vita che sta per cominciare.

T.S. Eliot. The Naming of Cat

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Dare dei nomi ai gatti non è roba da poco;
niente a che vedere, infatti,
con i soliti giochetti di fine settimana.
Potresti anche pensare, da queste mie parole,
che io sia più matto del cappellaio matto,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto dovrebbe avere TRE NOMI DIFFERENTI.
Prima di tutto quello che in famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
tipo Vittorio o Gionata, o Giorgio o Bill Bailey,
qualcosa come Pietro, Augusto, Alonzo oppure Giovannino;
tutti nomi sensati per qualsiasi esigenza quotidiana.
Se pensate che abbiano un suono più ameno
nomi più fantasiosi, vi posso consigliare:
qualcuno relativo ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone, o Admetus, o Elettra oppure Demetrio –
nomi tutti assennati e ad uso familiare.
Ma io dico che un gatto ha bisogno di un nome
un po’ speciale, peculiare, dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi e sentirsi orgoglioso?
Appellativi di questo genere posso fornirvene a iosa,
nomi come Mustràppola, o Quaxo, o Coricopat,
forse Bombalurina, magari Jellylorum,
nomi che vanno bene a un solo gatto per volta.
Comunque sia, gira e rigira manca sempre un nome:
quello che non riuscite nemmeno a immaginare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se non lo dice.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la medesima:
ha la mente smarrita in estasi e in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile
unico
suo NOME.

Trad. di M. Fernàndez