Archive for dicembre 2009

Lettera a un’amica, di Clarice Lispector


Il prezzo di rinunciare a se stessi.
Berna, 2 gennaio 1947

Cara,
non pensare che una persona abbia tanta forza da accettare di condurre uno stile di vita e continuare a essere la stessa. Perfino tagliare i propri difetti può essere pericoloso, non si arriva mai a capire quale sia il difetto che sorregge il nostro intero edificio. Non so come spiegarti la mia anima. Ma quello che vorrei dire è che le persone sono molte preziose, e che solo fino a un certo punto possono rinunciare a se stesse e consegnarsi agli altri e alle circostanze. Dopo che una persona ha perduto il rispetto verso se stessa e verso le proprie necessità, rimane una specie di straccio. Avrei tanto voluto essere vicina a te e chiacchierare e raccontarti esperienze mie e di altri. Avresti capito che ci sono certi momenti in cui il primo dovere da compiere è nei confronti di noi stessi. Da parte mia, non ho voluto raccontarti come sono oggi, perché mi pareva inutile. Volevo semplicemente descriverti il mio nuovo carattere, un mese prima di tornare in Brasile, in modo che lo sapessi. Ma spero, sulla nave o sull’aereo che ci porterà di ritorno, di trasformarmi istantaneamente in quella che ero, e quindi forse allora non sarà necessario raccontarlo. Cara, quasi quattro anni mi hanno trasformata molto. Dal momento in cui mi sono rassegnata, ho perso tutta la vivacità e ogni interesse per le cose. Hai mai visto come un toro castrato si trasforma in un bue? Lo stesso si può dire di me… e mi pesa il duro confronto… Per adattarmi a ciò che era inadattabile, per vincere le mie ripulse, ho dovuto tagliare le mie catene; con esse ho tagliato gli spigoli che avrebbero potuto fare male agli altri e anche a me. E con questo ho reciso anche la mia forza. Spero che tu non mi veda mai così rassegnata, perché è quasi ripugnante. Spero, sulla nave che mi porterà di ritorno, al solo pensiero di vederti e di riprendere un po’ la mia vita -che non era meravigliosa ma era comunque una vita- di trasformarmi interamente.
(…)
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, allora. Ma non ho potuto far a meno di volerti mostrare ciò che può accadere a una persona che è scesa a patti con tutti, e che si è dimenticata che il nucleo vitale di una persona va rispettato. Ascolta: rispetta anche ciò che c’è di cattivo in te – per amor di Dio, non volere fare di te una persona perfetta – non copiare nessuna persona ideale, copia te stessa, è questo l’unico modo di vivere.
Giuro su Dio che -se è vero che esiste un cielo- ogni persona che ha sacrificato se stessa per vigliaccheria sarà punita e andrà all’inferno. Sempre che una vita tiepida non venga punita proprio per questa tiepidezza. Prendi per te quello che ti spetta; quello che ti appartiene è tutto ciò che la tua vita esige. Sembra una vita senza morale. Ma ciò che è veramente immorale è l’avere rinunciato a noi stessi. Spero in Dio che tu mi creda. Mi piacerebbe perfino che, a mia insaputa, tu mi vedessi e assistessi alla mia vita. Io sarei una lezione per me stessa. Vedere cosa può succedere quando si patteggia con la comodità d’anima.
Tua Clarice.
Clarice Lispector – (Čečel’nyk, Ucraina , 10 dicembre 1920 – Rio de Janeiro, 9 dicembre 1977)

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Dì pure che ti annoio

Dì pure che ti annoio se dico che alla fine
si vive di espedienti
alla buona di dio
appesi al calendario
a caccia di un rinvio per la resa dei conti

ma che ci posso fare se mi si tura il naso
e tiro pugni al vento

dillo pure
divago

sarà che sono stanco
di scambiare gingilli
coi mercanti del tempio

scusa
amore mio
non so cosa mi prende

mettiamo forse il tempo
che butta giù l’umore
un calo degli zuccheri
forse un’indigestione
o il traffico in uscita degli affanni
del cuore

diciamo che era un giorno così
da porcocane
uno di quelli in cui fa male
persino il soprannome
e amarti è all’incirca
un’eccezione

diciamo che ora basta
ci sei
e mi abbandono

forse fa parte del mio salario d’uomo
la fine di giornata
e la sontuosa intimità del tuo sorriso
che la dilata
e la sbiadisce

mettiamola così
ora depongo domande ed argomenti
fino al prossimo incontro
la scampo
non che di per sé la cosa diventi
necessariamente un vanto
ma torno a casa con la pelle intera
stasera
socchiudo la finestra
ti abbraccio e mi disperdo
nel fiordo
sconfinato
del
tuo
grembo

Piel y entonces, Milton Fernàndez

Il canto della notte – Lìlia da Fonseca


Vaga sottile in aria
il canto della notte
una voce qualsiasi…
dal buio arriva, dal vago, dalla notte;
e la storia della notte,
della vita, del mondo
freme nella voce di quel canto.

Come lui voglio essere voce ma anche azione!
Nella mia fronte un foglio bianco
attende, attende, attende…
tutto quello che ho da dirgli,
e che potrebbe trasformarsi in una epopea,
la gesta del mondo che deve vivere
nei gemiti dell’amore,
nella tenerezza, nel sospiro,
nella bandiera al vento,
nel graffio di quel vento
col tratto di un’idea…

ma dal fondo oscuro della notte
arriva un canto…
dove è che duole, in quale parte dell’anima duole,
quando si è nuovo sulla terra e si è triste e si sta soli,
e c’è una voce che striscia
sulle remote strade, mentre dice
quello che la nostra bocca senza parole
tace?

e morta l’ispirazione…
carta, penna, inchiostro
continuano a modellare nell’ombra
il canto della vita,
il canto del mondo
il canto dell’amore.

Gira sottile in aria
un canto qualsiasi…
quel canto sono io!

Lília da Fonseca – Benguela, Angola, 1916- Portogallo 1991
(Trad. di M.F.)

Mandriano

Mi ritornano in mente, a volte
in quella lingua che fu di alti signori
i mirabili nomi della creazione
intesa come cielo fiumi coraggio
ed estensione

Arapey, Dayman, Cebollatì, Tacuarembò
territori dell’anima di un uomo appena conosciuto
ma del quale conservo e porto addosso
una certa malinconica fierezza
la passione dell’andare
il senso della ricchezza
espressa in un cavallo
un vecchio poncho e
un fuoco acceso ad un lato o l’altro del cammino

laggiù dove la terra ribolliva
in corna sterco e grida
-camicia al vento-
sotto gli zoccoli di bestie inconsapevoli
mio nonno esercitava il suo mestiere polveroso ed antico
metà albero / metà sentiero
di uomini liberi fino all’impertinenza
ai quali perfino la morte s’avvicinava con rispetto

sento a volte che sto tornando
alle radici

mi duole tutta l’immensità
che non ho mai conosciuto

Goleada

Goleada, Milton Fernàndez

Corazòn coraza – Mario Benedetti


Perché ti ho e non
perchè ti penso
perché giunge la notte con tutti gli occhi aperti
perché la notte passa e dico amore
perché sei venuta a riprenderti la tua immagine
e sei da sempre meglio di qualsiasi immagine
perché sei bella dai piedi fino all’anima
perché sei buona da quell’anima a me
perché ti eclissi dolce nell’orgoglio
piccola e dolce
cuore corazza

perché sei mia
perché non sei mia
perché ti guardo e muoio
e peggio ancora
se non ti guardo amore
se non ti guardo

perché esisti dovunque io ti cerchi
ma esisti più che mai dove ti trovo
perché è sangue la tua bocca
e senti freddo
io devo amarti amore
devo amarti
nonostante la ferita che s’allarga
nonostante continui io a cercarti e non ti trovi
nonostante
passi la notte e io ti abbia
e non

Mario Benedetti
Paso de los Toros, Uruguay, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009)
(Trad. di M.F.)

Stato d’assedio – Albert Camus


La peste:
Io governo: è un fatto, quindi un diritto. Ma un diritto che non si discute: dovrete adattarvi.
Del resto, non fatevi illusioni: io governo a modo mio, anzi, sarebbe più esatto dire “Io funziono”.
Al mio cospetto il patetico sparisce. Insieme a tutte quelle altre bagattelle come la ridicola angoscia della felicità, la faccia stupida degli innamorati, la contemplazione improduttiva del paesaggio e la criminale ironia. Al posto di tutto questo io pongo l’organizzazione. Potrà sembrare, al principio, un po’ scomodo per alcuni di voi ma finirete per accettare che una buona organizzazione vale mille volte un patetico ideale. Le vostre smancerie hanno fatto il loro tempo. Ora si tratta di essere seri (…)
Attenti quindi alle idee irragionevoli, ai furori dell’anima, a quelle febbriciattole suscitate dalle sommosse. Ho soppresso questi ridicoli piaceri e al loro posto ho istituito la logica. La diversità e l’arbitrario mi ripugnano. A partire da oggi, dunque, sarete ragionevoli…
In fondo, tutto questo non distrugge il sentimento. Io amo gli uccelli, le primule e le violacciocche, la bocca fresca delle fanciulle. Ogni tanto sono come un soffio di giovinezza. E non nascondo di essere un’idealista. Il mio cuore… scusatemi, sento che sto per commuovermi… non riesco ad andare oltre. Mi limito, quindi, a riassumere quanto detto: io vi porto il silenzio, l’ordine e la giustizia assoluta. Non vi chiedo di ringraziarmi: ciò che faccio per voi mi viene naturale. Ma sappiate che esigo la massima collaborazione attiva. Signori, il mio ministero è cominciato.

Albert Camus – Mondovi, ALgeria 1913- Villeneuve-la Guyard Francia, 1960
(Trad. di M.F.)

”Sono venuto a raccontar la storia” – Pablo Neruda

Prima della parrucca e del farsetto
ci furono i fiumi, fiumi alluvionali :
si ersero le cordigliere, sulla cui onda glabra
appaiono immobili il condor e la neve:
ci fu l’umidità e lo spessore, il rombo
ancora senza nome, la pampa planetaria.

Terra fu l’uomo, fu vaso, palpebra
del fango tremulo, forma dell’argilla,
fu ciotola Caribe, pietra Chibcha,
coppa imperiale, o silice Araucana.
Tenero e sanguinante si mostrò, ma nell’impugnatura
di quella sua arma di cristallo umido,
le iniziali della terra erano
già scritte.

Nessuno è stato in grado
di rammentarle dopo: ben presto
le dimenticò il vento, l’idioma
dell’acqua fu interrato, si persero le chiavi
o furono inondate di sangue e di silenzio

Non si smarrì la vita, fratelli miei, pastori.
Ma come una rosa selvaggia
cadde qual goccia rossa nel cespuglio
e si spense una lampada di terra.

Io sono qui per raccontare la storia.
Dalla pace del bufalo
alle frustate sabbie
della terra finale, sulla schiuma
ammassata dalla luce antartica,
e tra i covi scoscesi
dell’ombrosa pace venezuelana,
ti cercai, padre mio,
giovane guerriero di tenebra e di rame
tu, pianta nuziale, indomita criniera,
madre caimano, metallica colomba.

Io, Inca o re del fango,
tocai la pietra e dissi:
Chi
mi aspetta? E strinsi la mano
su un pugno di cristallo vuoto.
Ma continuai ad andare tra i fiori zapotecas
e dolce era la luce come un cervo
e una palpebra verde tutta l’ombra.

Terra mia senza nome, senza America,
alveare equinoziale, lancia di porpora,
dalle radici mi abbrancò il tuo aroma
fino alla coppa che bevo,
fino alla più sottile parola
ancora non nata
nella mia bocca

Pablo Neruda (Parral, Chile – 12 luglio 1904 – Santiago, 23 settembre 1973)
(Trad. di M.F.)