Archive for aprile 2015

Tra ganzi e gonzi (e un sacco di gufi)

cavallo
Di sicuro i troiani si sono sentiti ganzi, quel mattino.
I greci, quei gonzi, alla fine s’erano stancati, avevano tirato su baracca e burattini e preso la via di casa, coda tra le gambe e morale in cantina.
Cassandra cercò di avvertirli, ma si beccò della gufa.
Nel frattempo, nella pancia del equino, Ulisse, che era davvero un ganzo, si sbellicava dalle risate.

1929 – L’ingegnere Semenza, quelli della Sade e il governo italiano, si sentono proprio ganzi. Stanno per dare inizio alla costruzione della diga del Vajont, “la più alta che ci sia al mondo”. Ci sono un sacco di gonzi col naso all’insù. E, come non poteva essere diversamente, anche dei gufi.
Uno di questi si chiama Tina Merlin.
E’ talmente gufa che la rinviano a giudizio, così la smette.
C’è anche il sindaco di Longarone, Guglielmo Celso, che non fa che esprimere dubbi e allarmismi. Gli ordinano di smetterla, di non fare il gufo.
Quando la frana si porta via interi paesi e una quantità imprecisata di umanità, non fa distinzioni tra ganzi e gonzi (e gufi).

Nella storia recente delle tragedie evitabili il copione sembra essere sempre lo stesso. Con protagonisti immutabili, nel miglior stile della Commedia dell’Arte (chiamata anche Commedia all’italiana.)

***

Qualcosa come sette anni fa, Letizia Moratti (allora sindaco di Milano) e tutto lo schieramento berlusconiano si sentirono molti ganzi. Erano appena riusciti a strappare alla Turchia l’organizzazione dell’Expo 2015.
Quella della sinistra dissero che erano dei gonzi.
Si beccarono dei gufi.

Oggi l’Expo viene organizzato da loro, quelli della sinistra, che si sentono molto ganzi. Si sono fatti accompagnare dai mafiosi nostrani e dal fior fiore delle corporazioni mondiali, la maggior parte delle quali annoverate nel volume “I grandi crimini delle multinazionali”, dove vengono accusate (senza replica dalla controparte) dei peggiori misfatti in termini di attentati contro l’ambiente e i diritti umani.
Gli scandali legati agli appalti ( e a quelli mancanti) non si contano. Le truffe fanno provincia.

I gufi hanno perso l’orientamento e se ne stanno buoni sul ramo. Visto che i punti cardinali a destra, a sinistra e perfino al centro sono occupati dalle precedenti formazioni, si guardano di qua e di là, senza convinzione, in attesa che cali il sipario.
Non appena si spegneranno le luci – lo sanno per esperienza – ogni cosa tornerà come prima.
Cioè nessuno capirà nulla.

Sarà tutto uno scambiarsi colpe, cadute, responsabilità, programmi di volo.
Se l’Esposizione Universale – c’è chi crede ancora nei miracoli – risultasse un successo, quelli della destra si sentirebbero molto ganzi. Dopo tutto sono loro ad averla voluta, nonostante la malmostosità di quei rapaci dalle infinite sfumature di grigio.

Se si rivela un flop, come in tanti si temono, assisteremo all’ennesimo – e prevedibile – riposizionamento sul terreno. Voleranno un sacco di piume, qualche (presunto) ganzo di terza o quarta fila verrà espulso dal pollaio e si guarderà in avanti (onde non passare per gufi), attenti come siamo alle sfide del futuro.

Non so chi la spunterà in tutta questa storia. Sospetto che i gonzi abbiano le maggiori possibilità di riuscita. Si muovono mirabilmente sul terreno. Cambiano direzione alla velocità di un lampo. Sono sempre alla ricerca di un autore, che inevitabilmente trovano (tanto, hanno già il sostituto di ricambio per il girone di ritorno).

Sono facilmente riconoscibili, (i gonzi). Girano sempre col sorriso ebete delle grandi occasioni, dicono ah!, oh!, davvero?, che bello! finalmente!

Insomma, il sogno (mica tanto) proibito di ogni governante. Quello con cui avviare la stagione dei grandi cambiamenti.

Non fosse per gli altri, i gufi, che svolazzano sempre quando uno meno se lo aspetta.
Eh, sì, bisognerà aspettare che riapra la caccia.

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Lettere d’amore all’incanto.

Listener

Per lui era semplicemente Mara. Lui, per lei, era diventato Sonja. Lo sapevano (quasi) tutti che da una parte si nascondeva Frida e dall’altra Josep.

La prima, la più interessante, complessa e inafferrabile figura artistica di quella prima metà del secolo, nel panorama latinoamericano.

Lui era Josep Bartolì, un artista spagnolo fuggito dalla guerra civile e dai campi di concentramento franchisti.

Potevano non incontrarsi?

Nel 1946, Frida Kalho è a letto, a New York, tormentata da fitte lancinanti, in attesa di un’operazione alla schiena. Josep le viene portato dalla sorella Cristina, che subito dopo le presentazioni toglie il disturbo (conosce perfettamente l’effetto antalgico esercitato dal fascino maschile su quella ragazza sfortunata).

Da lì in poi, lui le fa visita ogni giorno.

Quando lei ritorna in Messico, cominciano una fitta corrispondenza, che (per motivi contingenti) decideranno di firmare con i due nuovi nomi, Mara e Sonja.

Da una parte per dribblare i controlli di Diego Rivera, esperto in doppi giochi, all’apparenza libero e spensierato in amore, uno totalmente indifferente ai tradimenti della sua donna con altre donne ma che andava su tutte le furie al minimo sospetto di avvicinamento da parte dei maschi.

Dall’altra, perché in quel gioco di eteronimi, di travestimenti, sembrano entrambi divertirsi a inventare una nuova vita, a immagine e somiglianza di quella che avrebbero sempre voluto vivere.

Due giorni fa queste lettere sono andate all’asta, sempre a New York. Tra loro ci sono disegni, fotografie, fiori appassiti.

Frida (Mara) si racconta, più di quanto abbia mai fatto nella sua vita. Parla di quella malattia, che le impedisce di lavorare come vorrebbe. Della sua tremenda solitudine. Di quel senso di claustrofobia che l’accompagna pressapoco da quando ha avuto l’incidente che avrebbe segnato la sua vita.

120.000 dollari americani ha pagato un collezionista per una intimità che non gli sarà mai dovuta, un mondo al quale, forse, non avrà mai accesso.

“Sto lavorando lentamente ma con piacere”, scriveva Mara (Frida), il 12 dicembre 1946. “Ho finito un disegno e non è del tutto brutto.”

E poi

“Mio Bartolì… io non so scrivere lettere d’amore. Ma voglio dirti che il mio essere è aperto interamente a te. Lo sai, mi cielo, tu piovi su di me e io, come la terra, ti ricevo. Mara.”

frida lettera 2

Montevideo senza Galeano –

Montevideo senza Galeano
Prima o poi succederà, lo so. Bisognerà tornare in questa città che comincia piano piano a dileguarsi, come se si fosse finalmente decisa a lasciarsi portare dalla corrente, lei che si è tenuta sempre sulle sue, che a quel fiume non ha mai dato confidenza.
Una vecchia signora, dai fianchi da serva e la testa imperiale, che si diverte a ingarbugliare il gioco, a nascondere tessere ed incastri, come se volessi farci ricominciare da capo la partita, ogni volta, da quella prima volta.
Montevideo è uno stato d’animo, ha detto qualcuno. La Buenos Aires che fu. Repubblica all’Oriente di norme e prescrizioni. Città degli abbracci, dei giorni e delle notti d’amore e di guerra, delle parole in cammino, delle memorie del fuoco, del mondo alla rovescia, le vene aperte, le disperate attese.

Bisognerà rientrare, prima o poi. Riprendere a scarpinare quelle strade che finiscono sempre a mare, le folate viola dei bordelli di via Piedras, gli occhi allucinati dei marinai appena sbarcati dopo un giro all’inferno, le scazzottate, le grigliate alle quattro del mattino, le telefonate clandestine, i libri trasportati due pagine alla volta, tra il calzino e la suola della scarpa, il teatro sovversivo, Onetti, Benedetti, Zitarrosa e la sua guitarra negra, Eduardo che ordina un cappuccino per cominciare la giornata al bar britanico, di fronte alla plaza Matriz.

Lì ci siamo incontrati, l’ultima volta. Lì gli ho fatto vedere un libro di Juan Gelman che avevamo appena pubblicato in Italia. Lì ci siamo messi a riandare tutta quella strada, un pomeriggio e mezzo di un aprile inoltrato.
Di quell’incontro mi restano tre o quattro cose, che fanno parte di questa mia città, che alle volte s’accapigliano nella memoria.
Le sue mani che accarezzano quelle pagine mentre pronuncia Juan… il suo sguardo fisso sul cucchiaino, come se leggesse in lui brani di quella storia che tentavano di fuggire alla presa, la promessa di un prossimo incontro che, ora so, non avverrà mai.

Ora Eduardo non c’è, e Montevideo non sarà più la stessa.
Certo, diranno, è stato assente molte volte. Ma non è vero. Lo sapevamo tutti.
Lo si trovava ovunque, perfino quando qualcuno giurava di averlo visto dall’altra parte del pianeta.

Bisognerà abituarsi (che brutta parola!). “Per quanto la morte sia uno di quelli imprevisti prevedibili”.

Anche se noi non crediamo nella morte.
Anche se in molti, da quelle parti, diranno: Che è morto Eduardo? Ma non diciamo cazzate.

Lui si sarebbe messo a ridere.
Siamo o non siamo Montevideani?

“C’è un unico luogo dove l’ieri e l’oggi si incontrano, si riconoscono e si abbracciano. Quel luogo è domani. “

Hasta mañana, compañero.

Il conformista (di sinistra) formato Expo.

il discreto
Il conformismo è la scimmia dell’armonia – Ralph Waldo Emerson

***
Qualche anno fa, a Madrid, ebbi la fortuna di assistere a una conferenza dello scrittore ed economista Josè Luis Sampedro, un giovanotto classe 1917, dalla barba incolta e gli occhi accesi.
A un certo punto una giornalista gli domandò

– Ci dica, come fa a mantenersi così in forma, eternamente giovane?
E lui rispose
-Ah… faccio tutti i giorni i miei esercizi di libertà.
– Esercizi di libertà?
– Esatto, proseguì lui. Ogni notte, prima di andare a letto mi chiedo: Quale norma ho trasgredito oggi?
Se non so cosa rispondermi mi rivesto, esco per strada e attraverso col rosso.

Scherzava, Sampedro. Forse mica tanto.

Aveva parlato per quasi due ore del suo pensiero politico, della sua idea di giustizia sociale, di dignità, di etica. Di quelli anticorpi contro il morbo del conformismo indispensabili a un organismo non geneticamente modificato, di quelli da lui definiti “col cuore e il cervello a sinistra”.

Mi capita di pensarci, in questi giorni, immersi come siamo nelle infinite sfumature di grigio di una scighera epocale.
Questa sorta di palcoscenico sul quale si trascinano giorno dopo giorno degli imbecilli certificati, a perorare argomenti dei quali, fino a poche ore prima, ignoravano persino l’esistenza.

Questi individui tutti pericolosamente interscambiabili, dall’eloquio pastorizzato, allenati soltanto a quel minimo di movimento a loro necessario per schivare domande alle quali non troverebbero risposte.
I rampolli di una “sinistra” salottiera e autoreferenziale, usi a ereditare incarichi, titoli, linguaggi, slogan, posti a sedere alla destra di un dio padre, chiunque esso sia.

Ecco la Modernità liquida, di cui ci parlava Bauman. La saliva del cane di Pavlov che scatta in risposta di uno specifico stimolo, fuori dal controllo della coscienza.
Se i miei capi (la maggioranza dei miei simili, una ripetuta eventualità) mi dicono che la realtà è questa, chi sono io per contraddirli?

“C’è una specie di ossessione all’interno della sinistra italiana su tutto quello che non rientra nei programmi stabiliti trent’anni fa. Per cui i giovani devono andare alla casa del popolo, andare a fare i bagni, studiare, fare dimostrazioni quando Lama e Berlinguer o gli altri stabiliscono che quelle sono le scadenze fondamentali della vita nazionale. Tutto quello che non è compreso nel perbenismo di partito, nel buon senso è un nemico potenziale.
Il ‘diverso da noi’ è infernale”

Scriveva un sacco di anni fa (30), Mauro Rostagno.
Uno che se fossi vivo in questi giorni sarebbe bollato come “Gufo” da parte delle anime a candeggio del PD.
I conformisti di sinistra.
Una specie ancora in collaudo. Difficile da definire.
Un gregge in ordinata processione, pronto a virare, a seconda del vento.

Gioconda Belli – Partirai ancora

Gioconda Belli

Partirai ancora
perché la terra chiama
con la forza di una donna abbandonata.
Partirai un’altra volta, amore,
perché è là,
dove la vita di tanti si decide.
Là ti aspetta la speranza,
la lotta senza tregua.
Là ci sono le insonnie
e la sfida di un tempo smisurato,
che cerca di restare al passo con la storia.
Vai, amore,
Vai con quelle braccia che mi abbracciano,
con quella bocca che mi bacia,
a colare fuoco, amore,
a dare la tua forza
alla terra che amiamo.
Vai, amore,
sto andando anch’io, anche se resto lontana
e sarò lì con te
nel vento e nella pioggia,
nel caldo di mezzogiorno,
nei coperchi della marmellata,
tra i grilli e le cicale,
nel pericolo,
ovunque tu andrai,
ci sarò io,
tra la terra e la tua ombra
ci sarà una donna
accarezzandoti.

Cecità morale – Zygmunt Bauman

moral
Zygmunt Bauman è uno splendido ragazzino di novanta e passa anni, con la passione per il gioco.
Tempo fa ci lasciò tutti quanti (esagero) con il naso all’insù, a cercare di sciacquarci gli occhi con la sua Modernità liquida.
Quella che ci siamo costruiti con le nostre mani, dove confini etici e riferimenti sociali ci scappano tra le dita, per finire – non di rado – nel tubo di scarico, mentre guardiamo la televisione.
Ci parlò anche di “passione etica”.
Io sono rimasto ancora lì. Incapace di girare pagina.

Nel 2013 uscì in molti paesi (in Italia ancora no) un altro suo libro, scritto a quattro mani con Leonidas Donskis.
Il suo titolo è Moral Blindness. The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity.

La cecità morale, tenta di dirci Bauman, non è circoscritta a dei fenomeni estremi come la guerra, il terrorismo, la violenza indiscriminata. Quelle situazioni nelle quali l’uomo agisce sotto la spinta di pressioni altrettanto estreme.
La malattia mortale s’annida, sempre più frequentemente, nella nostra quotidiana insensibilità verso la sofferenza altrui, nella nostra incapacità o nel nostro rifiuto di capire fenomeni che sono parte della nostra stessa storia, nel progressivo restringimento del nostro campo visivo in ambito etico.

Adiafora, la definivano anticamente tanto i cinici quanto gli stoici. (plur. neutro del gr. ἀδιάϕορος “indifferente”).
Quello che pur accadendo accanto a noi ci lascia l’animo completamente indifferente.
Una sorta di atrofia morale che annulla i sentimenti, e che ci sta portando lentamente verso una totale apatia, tanto fisica quanto intellettuale.
Una ricerca spasmodica di elementarità, di un’esistenza concepita ai suoi minimi valori – necessità primarie, pensiero primario, Chi m’o fa fa?, Mi faccio i cazzi miei, Tanto non cambia nulla – che in molti paesi, Italia in primis, trova un terreno di quelli che più fertili non si può.

“La nostra è l’era del terrore, dice Donsky, in chiusura. “Coltiviamo una cultura della paura sempre più potente e più globale. Questa nostra era esibizionista, con la sua fissazione per il sensazionalismo a buon mercato, gli scandali politici, i reality televisivi e altre forme di auto-esposizione, in cerca di fama e di attenzione pubblica, ripaga il panico morale e gli scenari apocalittici in modo infinitamente più alto che i ragionamenti equilibrati, la lieve ironia o la modestia.”

E’ un mondo dai ritmi scanditi da guerre sanguinose e guadagni insaziabili, dove tuttavia i comuni mortali si mettono in fila, ansiosi di non riuscire a procurarsi l’ultimo gadget.
Dove messi di fronte a un’informazione capziosa, falsa e inaffidabile, non accennano nemmeno ad alzare la voce, come se questa non fosse un diritto, e si accontentano dei pettegolezzi televisivi.

“Ognuno di noi è artigiano della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no”, ci aveva detto Bauman, molto tempo fa.
Non abbiamo allibi.
Quantomeno fino a quando qualcuno non decida di iscrivere la Adiafora tra le malattie professionali.
Una patologia contratta nel duro svolgimento del nostro compito di cittadino.
(Sarebbe la fine dello stato sociale.)

***
Moral Blindness – The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity –
Zygmunt Bauman, Leonidas Donskis
Cambridge – Polity books, 2013 pp. 224 – euro 25,30