Archive for ottobre 2012

Jorge Luis Borges – Ciò che ti offro.

Con cosa potrei trattenerti?
Ti offro strette vie, tramonti disperati, la luna dei sobborghi deturpati.
Ti offro l’amarezza di un uomo che ha fissato a lungo la luna solitaria.
Ti offro i miei ancestri, i miei morti, quei fantasmi che i vivi onorano nel bronzo: il padre di mio padre ucciso nella frontiera di Buenos Aires, due pallottole nei polmoni, barbuto e morto, avvolto dai suoi nella pelle di vacca; il nonno di mia madre – ventiquattro anni appena – a capo di una brigata di trecento uomini nel Perù, nient’altro che fantasmi, ora, su cavalli sfumati.

Ti offro qualche frase riuscita tra i miei libri, qualche cenno di virilità o di umore nella mia vita.
Ti offro la lealtà di un uomo che non è mai stato leale.
Ti offro il centro di me stesso, che in qualche modo sono riuscito a salvaguardare – il cuore meridiano che non usa parole, non traffica coi sogni, ancora inattaccato dal tempo, dalla tristezza, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una rosa gialla osservata al tramonto, prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni su te stesso, teorie su te stesso, autentiche e sorprendenti notizie su te stesso.
Posso offrirti la mia solitudine, la mia penombra, il mio cuore in fame; sto cercando di comperarti con l’incertezza, il pericolo, la sconfitta.
J. L. Borges
(Trad. di M. F. )

La Casta Diva (II)

Ho lavorato per diverse stagioni al Teatro alla Scala, lo considero un privilegio.

Qualche anno fa -s’avvicinava il 7 dicembre- ci apprestavamo alla prova generale del Don Giovanni di Mozart (regia di Giorgio Strehler, direzione di Riccardo Muti) e, come capita in questi casi, agli artisti erano stati concessi dei biglietti omaggio, uno o due, a seconda della categoria di appartenenza. Abitavo allora dalle parti di Porta Venezia, in una sorta di caseggiato presidiato da una anziana signora che faceva le veci di portinaia, oltre a un sacco di svariate mansioni comprendenti le pulizie delle scale, la consegna personale della posta e l’erogazione   di consigli di una praticità disarmante, elargiti di solito in un milanese stretto del quale capivo sì e no un trenta per cento.

Ero rientrato tardi la sera prima, quindi le lasciai quel biglietto sotto la porta, insieme a un altro nel quale raccontavo di cosa si trattasse, che lo spettacolo cominciava alle otto, che quell’opera era una delle più belle mai composte, che sarebbe dovuta arrivare con un certo anticipo, che quell’allestimento era come una dichiarazione d’amore alla musica e al teatro in generale, che mi avrebbe fatto piacere vederla lì, e un sacco di altre baggianate che volevano giustificare, forse, l’affronto di quel regalo inflitto a tradimento.

Alle cinque di un pomeriggio gelido di inverno, lei era già pronta. Girava in cortile chiedendo a tutti quelli che passavano se poteva andare bene vestita in quel modo. Ci siamo rivisti più tardi, in via Filodrammatici, all’ingresso degli artisti, dove l’affidai a una maschera che l’avrebbe portata al palco. Non le ho mai visto brillare gli occhi come allora. Prima di congedarsi mi disse, tremando: Non mi dimenticherò mai di questo giorno. E’ la prima volta che metto piede alla Scala.

Ci pensavo ieri, mentre guardavo le notizie sulla gestione dell’Ente, la prossima dipartita (poi contraddetta) del sovrintendente Lissner, i piagnistei per dei fondi eternamente insufficienti, le facce soddisfatte degli amministratori pubblici, sempre a loro agio tra quei tendaggi secolari.

Se c’è una cosa che accomuna gli stabilimenti lirici in Italia, è il loro eterno barcamenarsi tra una spiccata vocazione al volo e la maldestra gestione del timone, che li fa capitombolare a terra, a cicli regolari, lasciando ovunque delle voragini nelle quali sprofondano allegramente le generazioni successive, da all’incirca due secoli a questa parte.

Ognuno dei teatri lirici italiani, mi riferisco a quelli  a gestione pubblica, è nient’altro che la continuazione della politica con altri mezzi. La sua più fedele rappresentazione, in salsa classica. Il settanta (70) per cento dei soldi destinati alla cultura nell’intero paese vengono investiti  in questo roboante calderone, dal quale da decenni non esce un prodotto (una nuova opera) degna di chiamarsi tale. Così, anno dopo anno, la giostra non fa che sciorinare la stessa scuderia, composta dagli stessi  (pur mirabili) cavalli di battaglia, quel pugno di opere sublimi,  figlie  attempate di un talento del quale sembra ormai essersi perso il calco.

Eppure, con un tale investimento di risorse pubbliche sarebbe da aspettarsi un risultato diverso.  Non fosse per quel gemellaggio con la politica, di cui sopra. Le ignobili trattative tra un partito e l’altro per l’inserimento dei soliti noti, il palleggio dei direttori artistici – amici degli amici – la passerella sul tappetto rosso il 7 dicembre, giorno dell’apertura scaligera, dove si può incappare tanto nella nipote di Mubarak quanto nel Dalai Lama, passando attraverso la torma dei politicanti di turno, trasversali come soltanto loro sono capaci di essere, e dove se al posto di Mozart suonassero La Cumparsita, in pochi se ne renderebbero conto

Dicono che l’attuale Sovrintendente/Direttore Artistico del Teatro alla Scala abbia fatto un buon lavoro nella sua gestione. Immagino sia così. E’ il minimo da aspettarsi da uno che prende un milione (1.000.000) di euro all’ anno per una mansione che altri, altrettanto bravi, compierebbero  per meno della metà.

Dicono anche non sia facile manovrare un piroscafo del genere. Ne convengo. Non deve essere nemmeno facile fare il presidente degli Stati Uniti, eppure Barack Obama di stipendio ne percepisce un quarto di quella cifra.

Ma siamo in Italia, il paese in cui non c’è mai n’lira per la cultura, ma quando si tratta degli amici si è sempre disposti a fare un’eccezione.

Ogni tanto ci penso alla mia vecchia portinaia. Aveva settantacinque anni, due guerre in corpo, la storia di questa città dipinta negli occhi. Con il lavoro di una vita (le sue tasse) aveva contribuito a pagare tanto sfascio quanto ricostruzione, il tetto bombardato di quel teatro e la sua successiva ripresa, le nuove gestioni, che assomigliavano immancabilmente a quelle precedenti, lo stipendio di diverse generazioni di artisti, operai, direttori artistici, sovrintendenti e politicanti.

Ma quella, era la prima volta che metteva piede alla Scala.

La Cultura dell’Assessore

     

“In questi mesi abbiamo visto che possono trionfare la passione, l’impegno, il rispetto; abbiamo dimostrato che si vince con le persone, la nostra ricchezza siete voi, siamo noi. In questi mesi noi siamo andati sulla luna con un aeroplanino di carta, eppure siamo arrivati sulla luna. “    Giuliano Pisapia – Discorso conclusivo campagna elettorale – Piazza Duomo luglio 2010

L’Assessore alla Cultura del Comune di Milano (probabilmente per fedeltà a un voto di silenzio) non risponde alle lettere. Non a quelle poco edificanti, almeno, impegnato com’è nella costruzione di una propria statua di pubblico incensamento. Forse rinverrà a primavera inoltrata, com’è successo quest’anno, a ridosso del calcio d’avvio al Primo Festival della Letteratura di Milano. Rispettosi di questa strana sindrome di stipsi epistolare proveremo da qui in poi a comunicare tramite lettere aperte, sperando che uno dei suoi tanti piccioni viaggiatori possa fargliele avere, prima o poi, magari al prossimo vernissage.

Succederà sicuramente (guarda quanto siamo malpensanti) come lo scorso anno. A ridosso del fatto i suoi collaboratori si faranno vivi, assicurando di non avere mai ricevuto nemmeno una riga delle tante missive spedite, dichiarandosi disposti a collaborare quando ormai tutto è fatto e  giurando, soprattutto,  di non avere nemmeno un soldo da elargire, quindi basti il pensiero.

Di seguito a questo tardivo risveglio, e sulla scia di una volontà di partecipazione facilmente individuabile dalle adesioni al nostro evento, l’Assessore aveva indetto allora tre giorni di incontri all’Ansaldo – le giornate dell’O.C.A. –  alle quali siamo stati invitati, insieme a qualche centinaia di altri soggetti impegnati in ambito culturale, in tutta la città. A titolo assolutamente gratuito, mancherebbe altro, ma a chi può venire in mente di pensare ai soldi, fatti come siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? Così venne conformata in fretta e furia una kermesse di insostenibile leggerezza, della quale si è persa ormai ogni impronta, ogni costrutto, nata dal tentativo di contrastare la memorabile figuraccia rimediata nei pressi di Macao.

Giorni dopo la chiusura ci arrivò una mail da parte dell’ufficio competente nella quale si scusavano per aver dimenticato di inserirci nel calendario, nonostante l’invito e le nostre proposte di partecipazione. E’ stata una svista dei ragazzi di Esterni, dissero, stremati com’erano dall’enorme mole di lavoro svolto (sic).

Avremmo saputo dopo che Esterni era un’agenzia di organizzazioni di eventi, tra le più potenti in città, e che ai ragazzi di Esterni erano stati liquidati  cinquantamila  (50.000) euro per il suddetto lavoro, dopo un bando aperto e chiuso in tempi record, quasi confezionato alla loro misura (si sa come crescono i ragazzi) e senza alcun tipo di concorrenza.

Nella cultura dell’Assessore alla Cultura non trova posto l’idea (da noi più volte sostenuta) che ci sia un altro modo di trattare la materia in cui, volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti. Che la cultura appartenga a tutti (come l’aria, come l’acqua), che in essa  abbiamo tutti  il diritto, quindi anche l’obbligo, di impegnarci, cercando di sottrarci a quelle due opposte derive di cui parla Franco Cassano (Homo Civicus, Edizioni Dedalo, 2004), cioè il totalitarismo, che fa di noi dei sudditi, e il mercato, che ne fa dei clienti.

Così, ignorando l’esperienza di un Festival sostenuto soltanto dalla passione di centinaia di volontari che decisero di lavorare gratis (tutti quanti, dagli organizzatori ai partecipanti) per metterlo in piedi, una manifestazione costituita da quasi novanta eventi, svoltasi in tutta la città, a costi zero (0) per la comunità ed esempio concreto di un modo insolito, quantomeno per Milano, di affrontare il fatto culturale, l’Assessore decide di indirne uno tutto suo, a pochi mesi di distanza, con partenza questa volta dal capolinea opposto, cioè dai salotti buoni dei grandi imperi della comunicazione. Quell’editoria da supermercato che ci elargisce sapientemente l’una e l’altra versione della democrazia culturale, in empori sempre più vasti, in spazi appositamente conformati intorno ai nostri più impellenti doveri di consumo, dallo scaffale di Saviano alle piramidi di Fabio Volo e di Paulo Coelho, tra le infinite sfumature di grigio e l’ultimo derivato del presentatore televisivo di turno, passato in un battibaleno tra la schiera degli scrittori, in un paese dove al maialino Babe sarebbe stato conferito lo status di attore, davanti al fatto inconfutabile di aver preso parte a un film.

Ma la cosa sconcertante è che questa enorme corazzata decide di mollare gli ormeggi sbandierando gli stessi principi da noi enunciati, le stesse parole, i medesimi obbiettivi, come è facilmente

desumibile dal confronto tra gli inviti e i comunicati  con cui è partita la nostra avventura (si trovano nel sito) e le dichiarazioni divulgate a mezzo stampa da Boeri e da Mauri.

Sarebbe da ringraziarli per la lusinga, il riconoscimento al fatto che eravamo sulla scia giusta, non fosse per l’avvilente sensazione di stare subendo una rapina da chi dovrebbe invero proteggere il nostro operato, dall’idea  di appartenere (finalmente) a una comunità in cui prevale quel equilibrio delicato e prezioso (sono sempre parole di Franco Cassano) tra diritti e doveri, attenzione e passione, emozioni e progetti, ambizioni private e pubbliche virtù.

In ogni modo, in attesa del cambiamento, noi continuiamo a lavorare in vista dell’edizione 2013 del Festival della Letteratura di Milano. Perché ci teniamo. Perché crediamo in quello che stiamo facendo. Perché siamo caparbi e passionali. Perché lo sapevamo dall’inizio che non avremmo avuto vita facile. Per questo ce la metteremo tutta. Per far diventare la nostra creatura più grande, più partecipativa e più fastidiosa che mai.

E, ultima ma non meno importante, anche per regalare qualche idea da usare in futuro a chi sembra esserne rimasto a secco.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti, ma non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Qui ad Atene noi facciamo così. (…)

Ci è stato anche insegnato  di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è di buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Pericle – ( Discorso agli Ateniesi, 461 A.C)