Archive for luglio 2015

El hermano Quiroga

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Circa una vita fa, quando ero molto giovane e nulla mi avrebbe fatto supporre che sarei venuto a vivere da queste parti, per uno di quei casi che ci impegniamo a liquidare come fortuiti, mi capitò di prendere casa nella zona della Ciudad Vieja, a Montevideo.
Rimasi affascinato quando, qualche giorno più tardi, scoprii (ricordai) che in quella stessa via, 25 de Mayo, era vissuto Horacio Quiroga. Lì aveva installato il mitico Consistorio. Forse lì erano nati molti dei racconti che da sempre mi avevano trascinato con una forza irresistibile. Lì aveva cercato di portare avanti una vita da dandy che in verità non gli si addiceva. Lì aveva finito per uccidere accidentalmente un amico, una notte in cui quella cattiva stella che sembrava attaccata alla sua ombra, aveva deciso di brillare come non mai.

“Il destino non è cieco – le sue risoluzioni fatali ubbidiscono a un’armonia a noi ancora inaccessibile, a una felicità superiore nascosta nelle ombre”, scrisse un giorno, prima che un fato balordo, assistito da una dose abbondante di cianuro, lo portasse via per sempre, un giorno di gennaio del 1937.

“Chi ha il coraggio di uccidersi è Dio”, aveva scritto da qualche parte, forse dopo aver letto Dostoevskij. Ma Quiroga in Dio non ci credeva, o quantomeno, in lui credeva meno che nella morte, con la quale – per tutta la sua vita – intavolò un dialogo implacabile, seducente e affascinato, un reciproco gioco di corteggiamento che finì per conformare in modo magistrale la sua forma preferita di espressione, il racconto – d’amore, di pazzia e di morte – fatto a immagine e somiglianza del proprio genio.

Quando di anni ne aveva circa trenta, comprò un pezzo di terra a Iviraromì, Misiones, in piena foresta tropicale, confine di tre paesi vasti come altrettanti oceani: Argentina, Paraguay e Brasile. Lì dove il giorno cuoce la terra a 45 gradi all’ombra e la notte si ritrae in se stessa fino a far battere i denti dal freddo e dalla paura, trovò il suo habitat ideale. La foresta non ci mise molto a prenderselo tutto per sé, e presto diventò lo scenario ideale nel quale poter riversare storie e personaggi che soltanto da quelle parti avrebbero potuto nascere e crescere e partire alla ricerca del proprio destino.
In quel posto dell’universo quasi allo stato della creazione, lo scrittore dovette venire a patti con l’uomo, che si diede a disboscare senza tregua, a costruire canoe, a riparare tetti martoriati da acquazzoni tanto implacabili quanto imprevedibili, a estrarre dalle piante colori per tingere la lana con la quale confezionava maglie e calzini, a scavare pozzi, a fabbricare scarpe, a cucire vestiti, a congegnare attrezzi da pesca, a produrre veleno contro le formiche, creta per modellare piatti e bicchieri, protezione contro i “piques” e le zanzare, ad addomesticare “coatì” e a chiacchierare con Anaconda, l’enorme boa che ospitava in giardino e che sarebbe diventata protagonista di alcune delle sue più belle “Storie della foresta” .

Sette ore per i lavori nel bosco, sette per quelli di casa, sette per scrivere. Nelle tre restanti, immagino prevedesse il riposo. Questa era la sua tabella di marcia.
Quando arrivava la sera, gli indiani locali, i braccianti e i contadini assistevano a una metamorfosi che non smetteva di sconcertarli, indecisi tra lo stupore, il rispetto e la derisione. Quell’uomo fino a quel momento visto a torso nudo, che si asciugava il sudore con le foglie e disboscava come un indemoniato, a quell’ora precisa si lavava accuratamente, si vestiva inderogabilmente di un bianco immacolato, prendeva posto nella sua veranda e cominciava a scrivere.

“Non scrivere mai sotto l’impero dell’emozione. Lasciala morire, e poi evocala. Se sarai capace di riviverla tale e quale era nata, vuol dire che sei arrivato a metà strada (…) Prendi i tuoi personaggi per mano e portali con fermezza verso la fine, senza vedere nient’altro che il cammino che tu stesso hai tracciato. Non distrarti vedendo ciò che loro possono o vorrebbero vedere. E non abusare del lettore. Un racconto è un romanzo depurato dai detriti. Prendi questa come una verità assoluta, anche se non lo è”.

***
Ci furono pochi amici nella vita di Horacio Quiroga, forse perché per lui l’amicizia fu una sorta di culto al quale soltanto pochi ufficianti potevano essere ammessi. In un libro destinato a diventare un classico per chi vuole avvicinarsi al mondo del “padre del racconto latinoamericano”, Ezequiel Martìnez Estrada descrive la ineguagliabile vicenda umana di un uomo tormentato e, allo stesso tempo, innamorato della vita. El hermano Quiroga, è il suo titolo. Il fratello Quiroga.

Ho letto quel libro diverse volte. Forse tante quanto i racconti stessi. Ho continuato a leggerlo perché lì dentro, tra quelle lettere – si tratta di una raccolta epistolare – mi sembra ogni volta di sentire la vera voce dell’uomo Quiroga. E sono tornato ogni volta affascinato, intenerito e con una certa dose di invidia.
Per la loro vicinanza e la loro reciproca comprensione. Per un rapporto fatto di rispetto e ammirazione. Per quel senso di fratellanza, incondizionato, provato e concesso una sola volta da un uomo tanto genuino quanto i suoi personaggi.

Tradurre Horacio Quiroga da una lingua che ci fu comune a un’altra, da me imparata strada facendo, è, come sempre, una forma di tradimento. A mia discolpa posso dire che l’ho fatto con tutto l’amore e la dedizione che mi sono stati concessi. Che non l’ho perso di vista neanche un istante, come se lui fosse lì, alitandomi sul collo, un vecchio maestro che si ha paura di deludere.
È stato un viaggio fantastico – potete credermi – cominciato molto tempo fa, quando mio padre mi sedeva sulle ginocchia, qualche sera d’inverno, e cominciava a vogare anche lui sull’immenso Paranà, portandomi con sé, entrambi alla deriva, entrambi intrappolati in quella voce, in quel mondo meraviglioso, alle volte crudele, che avrebbe continuato ad abitarmi dentro, ovunque decidessi di volgere i passi.
So che Quiroga mi perdonerà se mi sono permesso. Dopotutto, siamo stati anche vicini di casa.
Mi hermano Quiroga.

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Viaggiare – Gabriel García Márquez

ga

Viaggiare è andar via di casa,
è lasciare gli amici
è provare a volare.
Volare imparando altri rami
percorrendo altre strade
è tentar di cambiare.
Viaggiare è travestirsi da folle
dire “non mi importa”
è voler ritornare.
Ritornare apprezzando quel poco
degustando una coppa
è di nuovo provare.
Viaggiare è sentirsi poeta,
scrivere una lettera,
è voler abbracciare.
Abbracciare arrivando a una porta,
agognando la calma,
è lasciarsi baciare.
Viaggiare è farsi mondano
conoscere altra gente
tornare a cominciare.
Viaggiare è andar via di casa,
travestirsi da folle
è dire tutto e niente con un bollo postale.
Dormire in un altro letto,
sentir che il tempo è breve,
viaggiare è ritornare.

(Trad. di M.F.)

Di seconda mano

mario

Girando tra le bancarelle dei libri usati, a Madrid, nei dintorni di El Prado, ho comperato, per l’ennesima volta, un libro di Mario Benedetti. Un’antologia poetica dello scrittore uruguaiano che possiedo in tutte le salse (lingue), perfino in quelle che non riesco a decifrare. E’ un impulso irresistibile. Un moto incontrollato. Qualcosa che mi porta a dire: non posso lasciare Mario tanto lontano da casa.
Così me lo porto alla mia, che è ancora più distante. (Ma sono fatto male, lo so, che ci vuoi fare?)
Sulla prima pagina di quel libro, però, ho trovato qualcosa che lo ha reso unico, insostituibile. E che ogni tanto mi mette di pessimo umore.
La dedica di una ragazza innamorata al suo uomo. Delle righe che potrebbero persino risultare ridicole (“tutte le lettere d’amore sono ridicole/non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole”), lette da chi non dovrebbe leggerle.

“Nelle mie notti, ora così vuote perché sento la tua mancanza (“…porque te hecho de menos”), perché l’unica cosa alla quale mi è dato afferrarmi nella notte fredda è il ricordo dei tuoi baci, il calore dei tuoi abbracci, il sussiego del tuo sguardo.
Ora che le notti sono eterne perché non vedo l’ora che arrivi il giorno, l’inizio di un nuovo inizio, per avere l’opportunità di amarti un po’ di più (de quererte un poquito màs).”

Non so chi sia il destinatario di queste parole , ma ogni tanto, quando sfoglio il libro, comincio a detestarlo lentamente, con tutto me stesso. Deficiente, gli dico. Mi auguro che tu sia stato portato via da qualche cataclisma naturale, che la tua casa sia stata rasa al suolo, le tue cose sparse ai quattro venti, che tu abbia perduto la memoria, la ragione, la strada del ritorno…. Che tu non abbia avuto nulla a che vedere col fatto che questo libro si trovasse su quella bancarella. Che tu continui a cercare, senza sosta, queste parole, che nessun’altro ti scriverà mai più.
Che ho ora qui, tra le mie mani, anche se non mi appartengono. In custodia, in attesa del giorno in cui rinsavirai, e ti metterai a cercarle. O a cercare Elena (“tu princesita”), che si firma in calce, e che ti augura di godere della poesia
“asì como yo disfruto de tì”.

Zorba, il greco

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Un tempo dicevo: questo è un turco, o un bulgaro, questo invece è un greco. Io ne ho fatte di cose per la patria, padrone, da farti venire la pelle d’oca; ho ammazzato, rubato, bruciato villaggi, violentato donne, sterminato famiglie… Perché? Perché, dicevamo, erano bulgari, turchi… Al diavolo, farabutto, mi dico spesso, e mi maledico; al diavolo, idiota! Ora ho messo giudizio, ora guardo gli uomini e dico, questo è un brav’uomo, quello è cattivo. Che importa se è bulgaro o greco. Per me è lo stesso; è buono, è cattivo, soltanto questo voglio sapere. E più invecchio, sì, giuro sul pane che mangio, credo che comincerò a non chiedere più neanche questo. Chi se ne frega se è buono o cattivo! Provo compassione per tutti, mi strazia le viscere quando vedo una persona, anche se faccio finta che non m’importi niente. Ecco, mi dico, anche questo poveretto mangia, beve, vuole bene, ha paura, anche lui ha il suo dio e il suo diavolo, anche lui tirerà le cuoia, anche lui finirà lungo disteso sottoterra, lo mangeranno i vermi … Eh, poveretto! Siamo tutti fratelli… Carne per vermi! (…)
Mi sono liberato della patria, mi sono liberato dei preti, mi sono liberato dei soldi, passo al setaccio le cose. Più passa il tempo, e più setaccio le cose; mi alleggerisco.
Come faccio a dirtelo? Mi libero, divento uomo…

Nikos Kazantzakis – Zorba, il greco
(Trad. N.Crocetti.)

Pier Paolo Pasolini – Il valore della sconfitta

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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Pier Paolo Pasolini