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Mujica se ne va.

okpepe

Il Pepe se ne va. Dalla porta grande anche se, scommetto, a lui sarebbe piaciuto uscire dal retro, in punta di piedi. Tra pochi giorni un ballottaggio ormai scontato passerà il volante nelle mani di un altro candidato della stessa coalizione, quel Frente Amplio che racchiude il mondo variegato della sinistra uruguaiana.
Le leggi del paese non consentono due mandati consecutivi. E tra cinque anni, sarà troppo in là con l’età per riprendersi quel posto, ammesso che volesse farlo.

Se ne va come vorrebbero farlo tutti i governanti della terra. A testa alta. Al massimo della sua popolarità. Ammirato dal mondo intero. Persino da quelli che un po’ se ne vergognano, perché capiscono che non potranno mai promettere di somigliargli.
Persino da quelli che lo odiano, perché sanno che col suo esempio saranno costretti a fare i conti negli anni a venire.

Chiunque sia mai andato a trovarlo è uscito con quella faccia un po’ così… che abbiamo tutti dopo aver conosciuto un essere umano irripetibile.
Il Tupamaro imprigionato per tredici anni in una cella dalle dimensioni di una bara. Nove buchi di pallottole in corpo. I segni indelebili della tortura subita negli anni più neri di una repubblica tascabile, ora finalmente tornata a splendere, sulle sponde del fiume “grande come mare”.
Quel piccoletto che, come racconta un suo compagno di prigionia, sfidava una notte un militare –famoso torturatore – a entrare da solo nella cella con lui, a misurarsi da “uomo a uomo”.
Il contadino collerico e sgrammaticato, tenero e pragmatico, capace di intessere superbe utopie, che non sognò mai col trasformarsi in un nuovo dio, ma ci prova, giorno dopo giorno, a diventare un uomo migliore.

“Sa… ho passato tanto di quel tempo da solo, in galera, a pensare…” – rispondeva una volta a una domanda sul suo concetto di felicità. “Quelli anni di solitudine furono probabilmente quelli che più mi hanno insegnato. Sono stato più di sette anni senza poter leggere un libro. Dovetti ripensare tutto quanto e imparare a galoppare verso le mie origini, in fondo a me stesso, per non diventare pazzo.

(…) Faceva freddo, se per caso mi buttavano un materasso per poter coricarmi, in quel momento ero felice. C’è gente che si riempie di cose pensando di poter in questo modo raggiungere la felicità. Compera, compera e continua a comperare. Io ho scoperto che la felicità è fatta di cose semplici, e che se non la portiamo dentro nulla ce la potrà mai procurare”.

La biografia di Pepe Mujica coincide con la storia recente di un continente bistrattato.
Quella del secolo delle grandi rivoluzioni, che spesso grandi non furono. Non perché non fossero validi i loro propositi, ma semplicemente perché alle volte erano, appunto, troppo grandi.
Dalle quali nacquero – continuano a nascere – quelle piccole, più a portata d’uomo, destinate a germogliare alle volte in solitudine.
La seconda rivoluzione del Pepe è cominciata sul suo cortile di casa, nel proprio esempio, nel personale modo di concepire l’esistenza, l’amicizia, il rapporto con i propri simili , con la sua compagna, la sua filosofia intorno a una povertà che povera non è, il senso della dignità in ogni essere vivente, l’ambiente che ci contiene e ci dà vita.

Da essa sono nate leggi che da alcune latitudini vengono guardate con ammirazione. Da altre con crescente inquietudine.

“Un Don Chisciotte travestito da Sancho Panza”, lo definisce Daniel Vidart, suo amico, antropologo, scrittore, accademico. Un uomo felicemente comune che possiede, per fortuna, il meno comune dei sensi: il senso comune.
Non è un saggio, afferma, è un uomo che vuole sapere.

Il Pepe se ne va?
Per favore, non fateci caso. Il Presidente continuerà a vivere là, dove lo ha sempre fatto, nella sua fattoria di Rincòn del Cerro, a Montevideo, Repubblica dell’Uruguay.
40 ragazzi, tra quelli cosiddetti “disadattati” andranno a vivere con lui, a imparare i mestieri della terra.

“I figli di nessuno”.

Chissà che tra loro non ci sia il futuro presidente di un popolo che non smette mai di stupire.
Io non mi stupirei.