Archive for giugno 2016

Corso accelerato di Extracomunitarismo per nuovi arrivati.

xx

(Ieri una giornalista in televisione paventava per lei e i suoi concittadini il peggiore dei futuri possibili: il fatto che “i nostri figli”, debbano chiedere il permesso di soggiorno per andare a vivere a Londra. O viceversa. Credo sia arrivato il momento di dare una mano, mettendo al servizio della società la nostra vasta esperienza.)

1 – Innanzitutto, figli miei, benvenuti al club. (Pensate che si tratta di uno tra i più frequentati del pianeta)

2- Munitevi di santa pazienza (in farmacia se ne trovano dei surrogati accettabili, a portata di tutte le tasche).

3- Convincetevi che ogni passo sarà un po’ più faticoso di quelli di ieri. I documenti, la banca, i titoli di studio, il permesso di soggiorno… Alle code in questura in linea di massima si sopravvive, soprattutto in questa stagione. E poi, vi racconto un segreto. Anche se non ci crederete, in quelle file, giuro, ho conosciuto alcune delle persone più belle che mi sia stato concesso di incontrare.

4 – Riprendete confidenza con le vostre mani. Vi serviranno per guadagnarvi il pane più di quanto fino a oggi avresti potuto immaginare.

5 – Spero non dobbiate farlo, ma nel caso che vi capitasse di dover andare a scaricare casse all’Ortomercato, ad esempio, sappiate che bisogna farlo molto presto (4 a.m. o giù di lì), che sarà un lavoro duro e non troppo redditizio, che può capitare di essere accerchiati da altri scaricatori, convinti che tu stia rubando loro quel pane, e di dover difenderti con i pugni (ecco che tornano le mani)

6 – Saranno più dure le panche alla stazione, più fredde le notti all’intemperie, più lunghi i checkpoint, più faticose le attese, più diffidenti i poliziotti, meno garbata la “società civile.”

Questa categoria, della quale sei appena diventato parte, è tra le più adoperate, a destra e a manca, quando si tratta di stabilire un confine, di sottolineare una diversità oppure un requisito mancante.
(Qualche anno fa, parlando di un mio progetto, negli uffici del Comune in cui vivo, qualcuno disse: sono 25 anni che parliamo di fare un Festival a Milano e lo dobbiamo far fare a un extracomunitario? )

6- In molti vorranno farti capire, perché ne sono convinti, che la vita funziona pressappoco come le carrozze di Trenitalia, con una prima e una seconda classe.
Starà a te convincerli del contrario. A tutti noi, non- comunitari, quelli che nel frattempo lo siamo diventati, quelli che sono rimasti per strada e stanno cercando la propria per poter tornare a casa. La loro paura è la miglior possibilità che ha il nostro carattere per farci capire chi siamo. Certo, dovremmo anche aiutare loro – quelli che pensano che la peggior cosa che possa succedere ai loro figli sia essere extracomunitari – a capire che quei muri che continuano a costruirsi intorno, di calce o di parole, più che proteggerli li stanno rendendo prigionieri della propria oscurità.

E non disperate. Come diceva Julio Cortàzar (extracomunitario a Parigi), “Ogni tanto, noi che giriamo con le pezze al culo (…) ci sentiamo invincibili, perché siamo convinti che non tutto sia ancora perso, finché avremo il coraggio di proclamare che abbiamo perso tutto, e che ci tocca ricominciare dal principio”.

Annunci

Canada Dry – Julio Cortàzar

julio-alejandra

So che mi ricorderò di quel soffitto

dove le macchie di umidità erano un gatto, un numero, una mano tagliata.

So che non scorderò il rumore
di un water in qualche stanza distante dell’albergo,
la sua triste cascata tascabile, la sua inevitabile successione.

Chacun ses madeleines, chacun ses Albertines.

Sarai per sempre calamita di immagini,
le più torbide e vane mi porterai col gesto
quelle che nella calda intimità del letto
accendevano sigarette di pienezza,
quell’affacciarsi dei nostri corpi fianco a fianco (…)

Abbiamo condiviso nient’altro che caffè e strade
prima di amarci contro tre specchi:
cos’altro potrebbe regalarmi il tuo ricordo?

Ma io so mettere da parte e adoperar tristezze a buon mercato
nella stessa tasca in cui porto la vita
quella che illustrerà infine tante biografie. Vai, piccolo fantasma,
il bagno è proprio lì, a due passi
ti aspetto,
cominceremo da capo un’altra volta. Il soffitto
continua a disegnare un gatto, un numero,
una mano tagliata.

(Trad. di M. Fernández.)

Chi ha scritto il diario di Anna?

Anna Frank diario

Il Diario di Anna Frank (nel caso qualcuno, proveniente da Marte, stesse leggendo queste righe), racconta la straziante storia di Annelies Marie Frank, una adolescente ebrea nascostasi, insieme alla sua famiglia, in un sottotetto di una casa ormai famosa, Prinsengracht 263, nel tentativo di scampare allo sterminio nazista, durante l’occupazione di Amsterdam.

Ma il 4 agosto 1944 vengono scoperti, arrestati e condotti al campo di Westerbork, in Olanda, per essere trasferiti, successivamente, el 2 Settembre, a quello di Auschwitz-Birkenau y a dicembre a Bergen-Belsen, dove Anna sarebbe morta, due anni più tardi, vittima di un’epidemia di tifo.

Il Diario… è anche –per alcuni, soprattutto – uno dei più grandi successi editoriali di tutte le epoche, da Gutenberg in qua.

Dal 1952, anno in cui fu pubblicato per la prima volta, a Parigi, sono state stampate più di cinquanta edizioni in quasi tutte le lingue della creazione, contabilizzando qualcosa come 25 milioni di copie vendute.
Le controversie intorno all’autenticità di questo libro, o sull’identità del suo vero autore , sono state, negli anni, infinite.
Così, per tagliare la testa al toro, le autorità tedesche lo imposero come lettura obbligatoria nelle scuole e stabilirono delle pene severe (il ritiro della “Venia docendi”) contro gli insegnanti che osassero manifestare dei dubbi. Ne sa qualcosa il professore Stielau, di Amburgo, che venne privato della sua cattedra, nel 1957, e non riammesso in nessun altro istituto, reo di aver messo in questione alcuni aspetti legati a questo testo.

Sulle polemiche intorno a lui c’è una letteratura quasi tanto vasta quanto quella che lo incensa senza indugi.
Dai dubbi che una ragazzina di dodici anni, nascosta in un sottotetto, potesse avere una conoscenza così approfondita della legislazione e delle misure antisemite dei nazisti, al punto di fornire date, numeri di decreti e nomi propri; oppure di essere in grado di stendere un saggio filosofico come quello che si trova nella seconda pagina, sulle ragioni ontologiche che spingono alla scrittura.

Secondo il “New York Times” del 2 ottobre 1955, il diario originale constava di non più di 150 frasi, dalle quali si ricavano “cronologicamente le sensazioni e le impressioni di un’adolescente (“la mamma alle volte mi tratta come una bambina, non riesco a sopportarla”), e , “pochissime che potrebbero considerarsi appartenenti a quella categoria, o a quel linguaggio”.

Un’altra questione (per alcuni di lana caprina) la pone il mezzo di cui la ragazza si è servita per scrivere.
Dopo un lungo analisi, il ricercatore britannico David Irving, e uno stuolo di esperti chiamati a studiare il caso – e successivamente il dipartimento di intelligenza della polizia criminale tedesca, per conto del Tribunale di Hamburgo – conclusero che il manoscritto originale ( 1941- 1944) era stato, in gran parte, steso con una penna a sfera. Una di quelle che oggi troviamo in qualsiasi cartoleria o supermercato.

Soltanto che la penna a sfera, brevettata da Laszlo Biro, nel 1938, non fu messa in commercio in Europa prima della fine degli anni ’40, motivo per il quale risulta poco credibile che la ragazza potesse averne una. Lo scrisse il “New York Post”, il 9 ottobre 1980, ma in pochi gli diedero retta.

Si parlò poi di diversi ghost writters, di manipolazioni, di riscritture successive e ad effetto. Del fatto che il vero autore fosse non la ragazza, ma suo padre, che di quel libro trasse sostanza a non finire.
Dell’intero campionario di sospetti se ne trova ampia bibliografia, alla portata di tutte le teste.

Quello però che non riuscì mai a scardinare il dubbio, lo fecero – come spesso succede – i quattrini.

Nel 2016, secondo le leggi europee del diritto d’autore (70 anni dopo la sua morte) il libro (Anna Frank è morta nel 1945) doveva diventare parte del patrimonio culturale dell’umanità. Cioè, non si dovevano più pagare diritti per pubblicarlo, metterlo in scena, leggerlo in pubblico o farne un film.
Ma la fondazione svizzera che gestisce il patrimonio non è disposta a mollare l’osso.
Lo escamotage trovato consiste nel nominare Otto Frank, co-autore del diario.
Cioè rendendo giustizia a tutti quei dubbi che per anni erano stati liquidati come “negazionisti”, per i quali in molti hanno pagato col discredito o l’ostracismo.
Siccome Otto Frank è morto nel 1980, la sua co-autoria porta alla fondazione di Basilea qualcosa come altri 33 anni di sfruttamenti dei diritti, che scadranno così nel 2050.
Quasi cent’ anni dopo la sua prima pubblicazione.

“…quando si occupano di me in questo modo, divento prima impertinente, poi triste e infine rovescio un’altra volta il mio cuore, volgendo in fuori il mio lato cattivo, in dentro il lato buono, e cerco un mezzo per diventare come vorrei essere e come potrei essere se… se non ci fossero altri uomini al mondo.”
Così finisce il diario.

Dal prossimo anno in libreria (forse) col nome: Il diario di Anna e Otto Frank.

Sonetto del vino

vino

In quale regno, in quale secolo, sotto quale tacita
congiunzione d’astri, in che giorno segreto
non salvato dal marmo, nacque la fortunata,
la singolare idea di inventar l’allegria?
Con autunni dorati fu creata. E il vino
fluisce rosso attraverso le generazioni
come il fiume del tempo e nell’arduo cammino
prodiga la sua musica, il suo fuoco, i suoi leoni.
Nella notte del giubilo o la giornata avversa
esalta l’allegria o alleggerisce il panico
e il nuovo ditirambo che quest’oggi gli canto
lo cantarono un tempo il persiano e l’arabo.
Vino, insegnami l’arte di guardare la mia storia
come se fosse ormai cenere nella memoria.

J. L. Borges –
(trad. di M. Fernàndez )

 

La sentinella

Jorge Luis Borges retratado en Buenos Aires en 1978. Utilizaci-n libr

Entra la luce e mi risveglia; eccolo lì.
Comincia per dirmi il suo nome, che, si capisce, è ormai il mio.
Torno alla schiavitù durata più di sette volte dieci anni.
Mi impone la sua memoria.
Mi impone le miserie di ogni giorno, la condizione umana.
Sono il suo vecchio infermiere; mi costringe a lavargli i piedi.
Mi insidia dagli specchi, dal legno, dalle vetrine dei negozi.
Qualche donna lo ha rifiutato e devo condividere la sua amarezza.
Mi detta questa poesia, che non mi piace.
Mi esige il nebuloso culto idolatrico di militari morti, con i quali forse non riuscirei a scambiare una parola.
Nell’ultimo tratto della scala sento che è già al mio fianco.
È nei miei passi, nella mia voce.
Lo odio minuziosamente.
Avverto con piacere che quasi non ci vede.
Sono in una cella circolare e l’infinito muro si restringe.
Nessuno dei due inganna l’altro, ma entrambi mentiamo.
Ci conosciamo troppo bene, mio inseparabile fratello.
Bevi l’acqua della mia coppa e divori il mio pane.
La porta del suicida è aperta, ma i teologi affermano che nell’ombra ulteriore dell’altro regno ci sarò io,
ad aspettarmi.

Jorge Luis Borges
(Trad. di M.F.)

1964

borges

 

Non è più magico il mondo. Ti hanno lasciato.

Non condividerai più la chiara luna
né i lenti giardini. Ormai non c’è una
luna che non sia specchio del passato,
cristallo di solitudini, sole di agonie.
Addio alle reciproche mani e alle tempie
che accostava l’amore. Ti resta soltanto
la fedele memoria e i deserti giorni.
Nessuno perde (ripeti vanamente)
se non ciò che non ha, che non ha mai
avuto, ma non basta il coraggio
per imparare l’arte dell’oblio.
Un simbolo, una rosa ti frantuma
e potrebbe ucciderti una chitarra.

II

Non sarò ormai felice. Forse non importa.
Ci sono tante altre cose in questo mondo;
un istante qualsiasi è più profondo
e diverso dal mare. La vita è corta
e anche se le ore sono lunghe, una
oscura meraviglia è in agguato,
la morte, quell’altro mare, quell’altra freccia
che ci salva dal sole e dalla luna
e dall’amore. L’allegria che mi hai dato
e che mi hai tolto dev’essere cancellata.
Mi resta soltanto la gioia di essere triste,
quella vana abitudine che mi conduce
al Sud, a una certa porta, a un preciso canto.

Jorge Luis Borges
Trad. di M. Fernàndez