Archive for ottobre 2011

Oronzo e Tonino – Un patto per la vita


Qualcuno sosteneva che non si smette mai di essere ciò che si è stato. Non ricordo chi fosse, forse me lo sono inventato di sana pianta. In parte ci credo, però. Il nostro passato è un corredo con il quale saremo costretti a fare i conti per il resto del divenire. Ci credo ancor di più dopo aver sentito parlare Antonio Di Pietro in merito alla manifestazione di Roma. Uno che mi sta simpatico, il Tonino. Mi piace il suo strafogarsi con le parole, che verrebbe voglia ogni tanto di scaricargli un paccone sulla schiena onde fargli sputare quella consonante che sovente gli si conficca in gola. Mi sono ritrovato spesso d’accordo con lui. Dai tempi di Mani pulite, le manifestazioni davanti al Palazzo di giustizia a Milano, a dare manforte ai nuovi giustizieri, la sua “discesa” in politica. Ma Di Pietro è stato un poliziotto. Forse è nato così. Comunque sia, non ha mai smesso di esserlo. Ai tempi del G8 di Genova fu d’accordo con quasi tutti nel biasimare la cosiddetta (detta così da un altro poliziotto) “Macelleria messicana” (mi sono sempre chiesto se quel poliziotto avesse mai visto una macelleria messicana, o se fosse rimasto al tempi dei film di Emiliano Zapata); parlò allora dell’assalto alla scuola Diaz, di Bolzaneto, delle cariche incontrollate di poliziotti e carabinieri ai manifestanti indifesi come di una pagina oscura della nostra storia , ma si rifiutò di votare per la creazione di una commissione parlamentare di inchiesta su quei fatti. Quando si dice lo spirito di corpo.

Oronzo Reale è stato un ministro repubblicano. Dall’infanzia difficile, sospetto, per via di quel nome e le sue improbabili assonanze (si sa quanto possono essere carogne i compagni di classe). Ci lasciò una legge (la L. 152/1975) che fa onore al suo nome. Mi correggo, al suo cognome. La stessa consentiva alle forze dell’ordine l’utilizzo delle armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona».

Per non dimenticare quella perla dell’ “arresto preventivo” (Art. 3), che prevede infatti l’arresto dell’ubriaco – 96 ore (48+48).- prima che stappi la bottiglia, anzi, prima ancora che decida di ubriacarsi, a discrezione delle forze dell’ordine.

Gli eventuali effetti collaterali non tolgono il sonno all’onorevole Di Pietro. Per lui l’unica cosa importante sembrano essere le piazze pulite. Non lo inquietano i motivi per i quali i cittadini sono usciti per strada, per cui continueranno a farlo. Le grida di impotenza di un paese sul bordo di un attacco di nervi. Il fatto che neanche un black-bloc – cioè i veri delinquenti – sia stato fermato, così come successe ai tempi del G8 genovese.

Nemmeno le statistiche che dicono che quella legge voluta da Oronzo abbia provocato qualcosa come 254 morti e 371 feriti nell’arco di 15 anni. Effetti collaterali.

Tonino l’ha auspicata, raccomandata, desiderata, incassando l’ammirazione del ministro Maroni. Il giorno dopo, com’è d’uso, ha invocato il sacramento della Smentita , che in Italia non si nega mai a nessuno. Non sono io che mi sono spiegato male, siete voi che non capite un tubo!

Potrebbe anche essere vero. Io però, pensando alle prossime elezioni, non so perché mi sono ricordato di un detto che ho sentito una volta in un bar di Città del Messico (quello delle macellerie, per intenderci), “qui si rischia di uscire di Guatemala per cascare in guatepeggio”.

Mario Benedetti – Molto più grave

Tutte le istanze della mia vita hanno qualcosa di tuo
e questo in verità non ha niente di straordinario
obbiettivamente lo sappiamo da sempre tutti e due.
Tuttavia c’è qualcosa che vorrei chiarirti,
quando dico tutte le istanze,
non mi riferisco a quanto accade ora,
questo fatto di aspettarti e alleluia trovarti,
e poi mannaggia perderti,
per ritrovarti ancora,
e speriamo mai più.
Non mi riferisco al fatto che all’improvviso dici, mi viene da piangere
ed io con un discreto nodo nella gola, piangi pure.
E che un bel scroscione invisibile ci ripari
ed è forse per quello che appare presto il sole.
Non parlo soltanto del fatto che un giorno dopo l’altro,
si accresce la riserva delle nostre piccole e decisive complicità,
o il fatto che io possa illudermi di riconvertire le mie sconfitte in vittorie,
e che tu mi faccia il tenero dono della tua più recente disperazione.

No.
La cosa è molto più seria di quanto appare.
Quando dico tutte le istanze
voglio dire che oltre quel dolce cataclisma,
stai anche riscrivendo la mia infanzia,
quell’età in cui si dicono cose adulte e solenni
e, solenni, gli adulti le festeggiano,
mentre tu sai invece che tutto ciò non serve.
Voglio dire che stai rimontando la mia adolescenza,
quel tempo in cui ero un vecchio carico di astio,
e tu sai quanto mi costa estrarre da quel guazzo,
il mio germe di gioia e annaffiarlo guardandolo.

Voglio dire che stai scuotendo la mia giovinezza,
quella giara che nessuno prese mai nelle sue mani,
quell’ombra che nessuno accostò mai alla sua ombra,
e che tu invece sai come agitare
fino a farle cascare tutte le foglie secche,
e scoprire il telaio della mia verità senza prodezze.
Voglio dire che stai abbracciando questa mia età matura,
questo miscuglio di stupore e di esperienza,
questo strano confine di angoscia e di nevischio,
questa candela che illumina la fine,
questo dirupo della povera vita.
Come vedi, il problema è più serio.
Ma serio per davvero.
Perché con queste o con altre parole,
voglio dire che non sei soltanto,
quella ragazza così cara a i miei affetti,
ma tutte quelle donne splendide e accorte
che ho amato e amo ancora.

Perché grazie a te ho scoperto,
(dirai, e con ragione, era già ora),
che l’amore è una baia bella e generosa,
che splende e si rabbuia
al passo della vita,
una baia nella quale le navi approdano e ripartono,
arrivano pieni di uccelli e di auguri,
partono tra sirene e nuvoloni.
Una baia bella e generosa,
dove le navi arrivano e se ne vanno.
Ma tu,
per favore,
non te ne andare.

Mario Benedetti
(Trad. di M.F.)