Archive for dicembre 2013

Se El Pepe fosse italiano

pepe-mujica2

Dalle mie parti lo si chiama così: El Pepe. All’anagrafe figura come Josè Mujica.  Di mestiere fa il presidente di un paese chiamato Uruguay.

Ormai sono conosciuti da tutti, entrambi. Persino da coloro che fino a non molto tempo fa pensavano che Montevideo fosse un canale televisivo, di quelli in cui si fanno le aste, che non guarda mai nessuno.

Di recente, il paese (L’Uruguay), quello in cui fa il presidente Pepe Mujica, è stato piazzato da The Economist tra le dieci migliori cose successe nel mondo nell’arco del 2013.

Da allora non se ne parla d’altro.

Siccome in pochi hanno letto le motivazioni di The Economist, in molti scommettono che tutto dipenda dal fatto che da qualche giorno da quelle parti è stato legalizzato il consumo della marihuana.

Il che la dice lunga sullo scorrimento delle sinapsi nell’ingorgo italiano.

 

Bisognerebbe spiegare che quelle motivazione sono un tantino più articolate.

Che l’Uruguay è un paese esemplare non (soltanto) perché ha deciso di sottrarre ossigeno al narcotraffico,  ma perché:

dal 1877 vanta un sistema di educazione gratuito, laico e obbligatorio

perché lì il divorzio esiste pressappoco da quando esiste il matrimonio

perché non ha una religione di stato e tra i suoi confini convivono pacificamente tutte le confessioni  del globo

perché la donna ha conquistato il diritto al voto nel 1927

perché di recente ha legalizzato il matrimonio gay,

perché nel 2004 ha dichiarato l’acqua un diritto umano inalienabile

perché ha come eroe nazionale uno che di fronte al popolo proclamava “La mia autorità emana da voi, e cessa davanti la vostra presenza sovrana”.

perché per cercare di cancellare le conquiste operaie hanno dovuto mandare i carri armati (e  non ci sono riusciti)

… oltre, certamente,  al fatto di avere come presidente un uomo onesto, votato (voluto) da gente onesta, erba che non abbonda nei pascoli del signore.

 

C’è una cosa che sento ripetere spesso, da qualche tempo a questa parte. Dappertutto. Perfino in quei canali delle aste (che non guarda nessuno).

Perché in Italia non abbiamo un politico del genere?

Credo che la risposta sia molto semplice: perché nessuno lo voterebbe.

 

Perché nell’immaginario collettivo italiano uno come Il Pepe verrebbe immediatamente rubricato come “populista”. Oppure “sfigato”.

Molto probabilmente tutte e due le cose.

Nel paese in cui la cosiddetta “sinistra” sembra  in preda a un fulminante attacco di dislessia, riuscite a immaginare  un politico (uno qualsiasi, persino il più dimesso  dei consiglieri comunali) che vada in giro in un maggiolino del ’87?

Uno che  arrivato alla politica “nullatenente” se ne va (come se ne sta andando lui) nella stessa condizione?

Uno che non ha esitato a diventare Tupamaro (cioè guerrigliero), arrivato il momento, e a uscire per strada, a lottare per le sue idee, piuttosto che comperarsi una maglietta con l’immagine del Chè.

Uno che non ha paura di parlare fuori dai denti, di essere politicamente scorretto, che non ci pensa nemmeno ad abbassare i toni, se le circostanze impongono  quelli alti.

Uno rinchiuso per tredici anni in una cella delle dimensioni di una bara, dove hanno cercato (senza riuscirci) di farlo impazzire.

Uno che parla di “tempo per essere felici”. Di sobrietà, piuttosto che di austerità. E che, davanti a una domanda sulla marihuana, non esita a dire che l’unica droga accettabile, comunque vada, è soltanto l’amore.

Uno al quale i detrattori possono attaccare su qualsiasi fronte, tranne quello dell’integrità personale.

Che gira tra la gente senza guardie del corpo, che non si sottrae alle polemiche, che affronta la vita a testa alta e a muso duro.

 

E non è poco, credetemi.

L’anno scorso, a Montevideo, un’amica si offrì di portarmi a mangiare nel ristorante dove, ogni tanto, è solito andare a mangiare Il Pepe.

Si tratta di una piccola trattoria in un quartiere periferico della città.

Chiacchierando col cameriere gli chiesi se fosse vero che il presidente andasse a mangiare lì.

– Eccome, mi rispose. Gli piace quel tavolo, vicino al caminetto.

-Ma lo fate pagare?.

–  Altroché, la prima volta gli abbiamo detto di no, e lui replicò che non sarebbe venuto mai più. Da lì in poi gli portiamo il conto come a tutti. E lascia sempre la mancia.

 

Questo senso della decenza, in qualche modo già implicito  nel codice genetico del paese, negli ultimi anni sta lasciando comunque il suo segno.

Lo noto ogni volta che ci ritorno. In quello specchio sono costretti a guardarsi tutti quanti, volenti o nolenti.  E dopo lo sguardo, a farsi delle domande.

A me  torna in mente spesso quando, vivendo da questa parte del pianeta, qualcosa (o la mancanza di qualcosa) rischia di farmi sentire un po’ “sfigato”.

È successo l’altro giorno.

Mi sono guardato le scarpe e pensato che forse sarebbe ora di comperarmi un altro paio. Che quelle che portavo ai piedi avevano fatto il loro tempo. Che chissà cosa avrebbero pensato gli altri…

Poi ho visto una foto del Pepe  a un incontro internazionale, attorniato da diversi capi di stato.

C’era la presidentessa Argentina. Quella del Brasile. Il premier  venezuelano…

Sembrava una gara a chi indossava gli abiti più costosi.

In mezzo c’era lui, con delle scarpe vecchie di secoli, e l’aria sbarazzina, come se lo divertissero gli sguardi nemmeno tanto furtivi che gli altri indirizzavano ai suoi mocassini malandati.

 

In Italia non lo avrebbero fatto entrare a quel convegno.

O quantomeno, alla porta gli avrebbero chiesto i documenti.

E più di uno di quei radical-chic che ho avuto il disgusto di conoscere  in questi anni, avrebbe liquidato  il tutto con un gesto di stizza.

Puff! Roba da anni ’60. Terzomondismo di quarta mano.

Mica come noi, che siamo gente evoluta, e usciamo su vanity fair.

 

Io,  nonostante la distanza,  mi sento sollevato quando penso a quel piccolo paese. Al suo posto tra le buone novelle dell’anno che se ne va.  Ai governanti che ha saputo scegliersi in questi anni.

Mi sembra di respirare un’aria più pulita.

E per quanto riguarda le scarpe, ho deciso di rimandare l’acquisto. Dopotutto, quelle vecchie se la cavano  ancora, egregiamente.

Annunci

Il ritorno di Casanova

 

silcasan

M’ero promesso, tra tante altre cose,  di non parlare più di Silvio Berlusconi. Forse uno di questi giorni ci riuscirò. Un po’ per igiene mentale. Un po’ perché, quatto quatto, quel lubrico nonno dalla faccia di resina comincia a stimolare in me sentimenti compassionevoli.

Nel racconto Il Ritorno di Casanova (1918),  Schnitzler racconta di un cavaliere che, ormai vecchio e disarcionato dalla vita, tenta di giocarsi le ultime cartucce. Gli piacciono le ragazze molto giovani, pressappoco dell’età delle sue nipoti, ma non  può fare a meno di ammettere che la sua leggendaria capacità di seduttore  è ormai agli sgoccioli. Lo ripugna l’idea di dovere ricorrere a dei sotterfugi, lui, maestro nella condiscendenza schietta alla sua passion predominante,  ma alla fine s’arrende.

Corsaro di vecchia data, sa che il suo fascino non è più a tenuta stagna, nonostante i plastici ritocchi. Quindi riesce, attraverso l’acquisto di un debito di gioco lasciato dall’amante della ragazza – a quel punto  diventato un suo debitore-  a barattare lo stesso con una notte d’amore al posto suo.

Così s’infila, aiutato dall’amante, nel letto della fanciulla, e riesce – a quanto pare-  anche a fare onore al suo nome.

Finché non succede il più inatteso degli imprevisti. S’addormenta.

Ecco, se non riuscissimo a lasciarci abbindolare dalla voce suadente dell’autore, facendoci convincere del fatto che la ragazza non sia riuscita a distinguere la minima diversità tra il corpo del giovane amante (che aspettava) e quello del vecchio seduttore in disarmo che le piomba addosso, e a godere di questa flaccida presenza che prende ad abitarla per ogni dove, ci perderemmo una delle più strazianti definizioni della vecchiaia mai riuscita ad uno scrittore.

Parlo di quella fisica, della devastante decadenza inflitta senza pietà al corpo umano. Quella di cui si vergognava Priamo in attesa della  morte. Quella che facciamo fatica a riconoscere davanti allo specchio, e che il vecchio Seduttore è costretto a guardare in faccia attraverso lo sguardo di una ragazza alla quale ha rubato la sua ultima notte d’amore.

E che è rimasta lì, svegliatasi con la prima luce del sole, e lo sta contemplando in tutta la sua tragicomica nudità con gli occhi pieni di un orrore che  non riuscirà mai più a togliersi di dosso.

E’ per questo che ho deciso di non parlare più di Berlusconi (uno di questi giorni ci riuscirò).

Perché ogni volta ho provato a immaginare la scena (una delle tante). La ricerca affannosa dei giochi di luce – prima degli incontri –   teatrale, disperata, in modo di non far nemmeno intravvedere il corpo sfatto di un uomo di ottanta anni, col suo impietoso catalogo di chiappe svuotate, di prolassi addominali, di pelle in odore già di ossario, in confronto a quelli che si prepara, miracolosamente, a tentare di espugnare.

E mi fa pena.

Che ci posso fare?

Ecco perché sto cercando di smettere.

L’ergastolo è sempre una punizione esagerata per qualsiasi uomo, di qualunque delitto si sia macchiato. Fine pena mai.

Povero Silvio.