Archive for maggio 2009

La violenza degli altri

Non sono mai riuscito a ragionare come Von Clausevitz, a ciascuno i suoi limiti. Per lui la guerra era la prosecuzione della politica con altri mezzi. Io continuo a considerarla la sconfitta più bruciante della politica, così come credo che la violenza -qualsiasi violenza, da qualunque parte provenga- costituisca la resa totale e incondizionata della ragione.
La violenza però è solita essere stigmatizzata, in ogni sede, ad ogni occasione. Il sentimento, la passione gandhiana, anti-violenta, ha fatto breccia nottetempo nella civiltà del cuore. Il ripudio della violenza è diventato così un collutorio universale atto al risciacquo dei rimasugli rimasti qui e là, incastrati in una cavità temporale sempre più stretta, più affollata, nella quale, però, (miracoli dell’agilità dorsale) ciascuno riesce a ritagliarsi uno spazio per cambiare posizione, idea e archetipo sociale mille e più volte nell’arco di una sola vita. E correnti di quell’aria mefitica che rischiava di rovinarci l’appetito diventano all’improvviso -sulla scia delle parole- dei venticelli freschi, i quali, come capita all’acqua calda, continuano ad essere riscoperti, secolo dopo secolo.
La violenza, comunque, come l’aspirina, continua ad essere spacciata senza ricetta. I simboli grafici dell’Azione (uno dei suoi ineffabili eteronomi) sono presenti ovunque. In offerta speciale,  a buon mercato. Il buon Pensiero no.
Ci vorrebbe una regola, forse un decreto-legge universale, per equilibrare la tenzone. Perché mentre quest’ultimo (il Pensiero) bisogna andare a stanarlo – diventa quindi necessario, persino consigliabile, leggere, (imparare a/ averne la voglia), ascoltare, (essere in grado), procurarsi dei validi interlocutori, disporre del tempo necessario alla frequentazione di una biblioteca,  e una serie di altri eccetera  immalinconiti dal disuso che mi risparmio per stanchezza- il suo  diretto contendente gode da sempre di infinite agevolazioni. Suona ovunque, tonante, l’elmo di Scipio, in netto vantaggio sull’Ali dorate; le statue equestri, quelle pedestri, i frontespizi, i bassorilievi che continuano a decantare da secoli la civiltà della spada, la marziale (a volte tragicomica) ritualità delle sfilate, l’esibizione procace di armamentari in celebrazione di un umano ingegno tutto al servizio dello sterminio, i vergognosi privilegi di casta, la delega sul diritto di vita e di morte all’interno di codici militari scritti sempre dai più forti e sottoscritti (sempre)  da chi la forza non ce l’ha, e spesso nemmeno la dignità di denunciarlo, o di indignarsi.
Ecco quindi in campo il paradosso dei paradossi. La ragione, (il Pensiero) che dovrebbe restare ai loro antipodi, viene arruolato a sua volta, spesso contro la sua volontà, con compiti di depistaggio e dis-informazione , chiamati da alcuni Intelligenze, cosa che potrebbe sembrare buffa, non fosse disarmante. Tutto può essere tutto e anche il suo contrario, in virtù del suo utilizzo. Il fine che giustifica i mezzi, frase mandata giù a memoria e tirata fuori nei momenti più impensati, anche da chi il Macchiavelli non ha mai nemmeno sfiorato, o l’idea del Grunddogma, cioè del rapporto mezzi/fini che offrì una sponda retorica a Hitler per l’invasione della Polonia e l’edificazione del Terzo Reich, ma anche all’intervento Nato in Kossovo, all’invasione e posteriore occupazione dell’Irak, all’attentato alle torri gemelle, all’aberrazioni di Abu-Graib e di Guantanamo, agli atti di terrore indiscriminati, ai missili sparati su popolazioni indifese, alla depauperazione e al  genocidio in atto del popolo  palestinese.
La violenza genera violenza, diceva qualcuno. Mi permetto di dissentire. La violenza genera due violenze: quella degli altri (con la quale saremo sempre in disaccordo) e quella nostra, (o di chi ci assomiglia) che è giusta e sacrosanta, come la collera del pelide Achille o le rappresaglie giustificate di Israele sulla popolazione di Gaza.
Così la intendono alcuni politici italiani, e, sentendoli, devo confessare che mi scorre spesso un brivido lungo la schiena. Mi chiedo se, tanto per essere coerenti con le proprie idee, (il loro Pensiero), non  proporranno un giorno di bombardare  Scampia, o Casal de Principi, per fare un esempio, visto che da quelle parti si continua a uccidere e a programmare impunemente degli attentati. O circondare Corleone di filo spinato. O tagliare fuori dal mondo i territori nei quali s’annida la cupola della sacra corona unita.
Chi come me ha vissuto parte della sua vita sotto le grinfie di un regime militare può testimoniare quanto ci augurassimo un intervento della Comunità Internazionale teso alla sconfitta dei dittatori, ma se qualcuno avesse proposto di bombardarci, di radere al suolo il nostro paese (come è successo con l’Irak) sotto la scusa di una liberazione, gli avremmo dato sicuramente del matto, o del criminale.

All’origine della violenza sta la forza:  Vis. Temo ci sia anche nel suo finale. La legge del Taglione, che un governo democratico come Israele continua ad applicare in modo indiscriminato ne è la conferma. Millequattrocento palestinesi trucidati in un pugno di giorni e una scia di odio che non accennerà a placarsi mai.
Occhio per occhio, diceva Gandhi, e il mondo rimarrà inevitabilmente cieco.

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Della stupidità del male – il caso Troccoli

“Riconosco di avere trattato in forma disumana i  miei nemici,ma senza odio, come  deve farlo un professionista  della violenza.”

Scommetto che non sono in molti a conoscere il Capitano Jorge Troccoli, da questa parte del mondo. Venne per la prima volta in Italia nel 1997, precisamente a Marina di Camerota, posto dal quale il suo bisnonno era salpato per raggiungere, a Montevideo, Giuseppe Garibaldi.
Nel 2002 gli viene rilasciato il passaporto italiano, e cinque anni più tardi, nel settembre del 2007, decide di fare ritorno nel salernitano, questa volta “per sempre”.
In un italiano approssimativo sostiene di avere voluto portare qui la sua famiglia inquanto “la situazione gli sembrava più decente”.

Ma chi è il soggetto in questione, cittadino italiano dal 2002, residente a Marina di Camerota, nel salernitano?
Si tratta un cittadino uruguayano, ora con passaporto italiano. IL suo nome,  Jorge Nestor Fernàndez Troccoli. Nato a Montevideo il 20 marzo del 1947, ed è uno dei 146 ex militari sudamericani cui oggi la Storia e la giustizia uruguaiana presentano il conto di un orrore contemporaneo chiamato “Plano Condor”. La macchina dello sterminio che, tra il 1976 e il 1983, fece sparire in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, decine di migliaia di oppositori politici (30 mila nella sola Argentina) delle dittature militari del cosiddetto “cono Sud”.

Se lo ricorda bene Soledad Rossetti. Una donna -allora una bambina- che è stata salvata dall’orrore nel quale sono erano stati inghiottiti i suoi genitori, dal portiere di uno stabile, al 1494 di via Lavalle, a Buenos Aires.

E’ il 1977, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Rossetti, cittadina italiana, e suo marito Edmundo Sabino Rossetti Techera, italiano come lei e come lei nato a Montevideo, stanno accudendo la piccola Soledad, nata sette mesi prima. Sono studenti lavoratori e militano entrambi nei “Gau” (Grupos de acciòn unificada), la resistenza sindacale uruguayana repressa con violenza dalla dittatura militare. Sono riparati in Argentina da un mese perché qui ritengono di poter veder riconosciuta la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni Unite. Quando bussano alla loro porta è troppo tardi. Degli uomini armati li picchiano selvaggiamente, li trascinano in strada. Strappano dalle loro mani Soledad.  Si abbandonano alla devastazione delle poche cose che sono nella casa, dove bivaccheranno nei due giorni successivi, come vuole la prassi della “ratonera”, la trappola per topi (attendere l’arrivo di qualche inconsapevole amico per fargli conoscere lo stesso destino).
La stessa violenza subiscono Yolanda Iris Casco Ghelpi e suo marito Julio Cesar D’Elia Pallares. Italo-uruguayani come loro. Come loro sindacalisti. Come loro rifugiati a Buenos Aires, in attesa di un bimbo che non vedranno mai, perché dato alla luce in un campo di detenzione e rubato da un alto papavero dei servizi militari. Scompaiono in quegli stessi giorni di vigilia del Natale 1977. Come anche Edgardo Borelli Cattaneo e Raul Gambaro Nunez. Italiani di Montevideo. Sindacalisti dei Gau. Ileana, Edmundo, Yolanda, Julio, Edgardo, Raul. Nessuno li vedrà mai più. Transitano nel centro di detenzione e tortura di Banfield. Poi, partono per “destinazione sconosciuta”.

Nel dicembre del 1977, Jorge Nestor Troccoli ha 30 anni e del bisnonno Pietro ha conservato due sole cose. Il cognome e un’uniforme da marinaio.

Perché lui non lavora in mare, ma a Montevideo, nelle segrete dell’unità SII, l’intelligence del Fusna, i “Fusileros Navales”, la marina militare Uruguayana. Ha il grado di tenente e, alla fine del 1977, è il responsabile degli interrogatori condotti da questa unità. Daniel Rey Piuma, all’epoca caporale diciannovenne, ha raccontato di quel buco nero: “Le torture venivano effettuate sia da uomini che da donne. Il mio compito era di prendere le impronte digitali dopo gli interrogatori. I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete con del filo di ferro. Periodicamente arrivava un militare e li portava in una stanza speciale. Da quella stanza ho sentito provenire botte, urli, pianti. Ho visto le persone dopo gli interrogatori. Piangevano. Spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate”. Alla fine degli interrogatori, ciò che separa la vita dalla morte è una sigla che accompagna ciascun nome. “Df” – disposicion final – significa un colpo alla nuca e la sepoltura in qualche fossa comune, coperti da calce viva.
La “destinazione sconosciuta” dei sei di Buenos Aires:  Ileana, Edmundo, Yolanda, Julio, Edgardo e Raul,  sono le segrete del Fusna. Gli “uffici” di Jorge Nestor Troccoli. Italiano come loro. Il loro destino è “Df”. Non sono i soli. Gli accordi che, il 25 novembre del 1975, sono stati stipulati in segreto in Cile tra le allora sette dittature militari del continente prevedono il sequestro clandestino, lo scambio, e l’eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque abbiano trovato rifugio nel continente. Il piano, come è stato detto si chiama “Condor”. Troccoli ne è uno delle centinaia di interpreti. Quando non è nel buco nero di Montevideo si trova a Buenos Aires, all’Esma, la scuola meccanica dell’Esercito, altra macelleria clandestina. Altro nodo della rete dell’orrore.

Italia 2009. Nel paese in cui il diritto d’asilo, le ragioni universali dell’accoglienza e la logica della convivenza civile vengono quotidianamente calpestati, nel paese dei respingimenti di massa, delle frontiere chiuse e dei: ”bisogna trattare male gli immigrati”,  il professionista della violenza, come lui stesso si definisce -della violenza senza odio, da lui impugnata come una scusante e che è alla base delle più ripugnanti delle miserie umane, quelle all’origine di tutti gli stermini vissuti nella storia dell’umanità- passeggia serenamente a Marina di Camerota, forte di una affermazione del ministro Alfano, il quale dichiara Troccoli “Non estradabile”, in quanto cittadino italiano a tutti gli effetti. –

Idea Vilariño

idea

Costano cari i giornali in Uruguay. Sono in pochi a permetterseli. E poi, per le notizie importanti c’è la radio, il passaparola, i muri della città. Lì, le nuove (quelle importanti) sostano a lungo, fino a quando il tempo non decide di cominciare a importunarle. E prima o poi finiscono per essere sostituite. Ma intanto sono lì. Diventano parte del paesaggio. Parlano di amori ignoti, di indignazioni collettive, di giustizia negata. A volte strappano sorrisi, altre proclamano speranze. Qualche volta, stringono alla gola come un pugno.

Pochi giorni fa, il 29 di aprile, è morta a Montevideo la poetessa Idea Vilariño. Se ne è andata in punta di piedi, com’era sua abitudine, mentre il paese si trovava in  apprensione per la salute di un altro grande della letteratura nazionale, Mario Benedetti, in quei giorni ricoverato in un ospedale della capitale.  Qualcuno ha scritto su un muro, come aveva fatto qualcun altro in occasione della morte di un amatissimo cantautore: No llores, canta! E un altro ancora : Nos quedamos solos, hermano, Idea se nos fuè.

Idea Vilariño era nata a Montevideo, nel 1920. Sono caduto per caso nel suo mondo di parole felpate e silenziose quasi una vita fa, quando ero ancora un ragazzino, e da allora, non sono mai riuscito a uscirne del tutto. La poesia che avevo trovato in una antologia di autori della Generazione del 45, era stata scritta per il suo amante, lo scrittore Juan Carlos Onetti, con il quale ha confessato una volta di avere condiviso non più di nove notti d’amore… e un’intera vita di passione e di solitudine. “Mi sono innamorata dell’ultima persona di cui avrei dovuto… eravamo fatti di una materia impossibile di legare. Non ha mai capito l’abc della mia vita, non ha mai capito me, come essere umano, come persona…. Ancora mi chiedo perché io abbia sopportato tanto, perché sia tornata sempre da lui. (…) Una notte mi chiamò, disperato, pregandomi di raggiungerlo. Io ero con qualcuno che mi amava, che lasciai per andare a passare una notte con lui. E ricordo che l’unica cosa che abbiamo fatto è stata quella di metterci schiena contro schiena, a leggere un libro, lui il suo, io un altro. Il mattino dopo lo presi dai capelli e gli dissi: sei un asino, Onetti, sei un cane, una bestia. E me ne sono andata”

Asino, Cane, bestia. Comunque, a lui, a Onetti saranno dedicati tutte le poesie d’amore che scriverà da lì in poi Idea Vilariño

Sei lontano e a Sud/ là non sono le quattro.

Seduto sulla sedia/ chinato sul tavolo del bar/ nella tua stanza/ coricato su un letto/ il tuo o quello di qualcuno che vorrei cancellare/ -sto pensando a te/ non a chi ti cerca/ a chi ti vuole accanto, come lo voglio io-/ Sto pensando a te da quasi un’ora/ o forse mezza/ non so./

Quando andrà via la luce/ saprò che son le nove/ spianerò il mio letto/ indosserò il vestito nero/ mi liscerò i capelli/

Andrò a mangiare/ E’ chiaro.

Ma prima o poi/tornerò in questa stanza/mi butterò sul letto/e allora il tuo ricordo/che dico/la mia voglia di vederti/di essere vista/la tua presenza di uomo che manca alla mia vita/diverranno/come diventi tu ora in questa sera/che volge ormai a notte/saranno/l’unica cosa/che mi importa al mondo. 

Si erano conosciuti prima di incontrarsi. “Andavano senza cercarsi, ma sapendo che andavano per trovarsi”, avrebbe detto Cortàzar. Ieratica, quasi solenne, lei. Lui maledetto. Potevano non piacersi? L’incontro avvenne in un bar di Montevideo. “S’era messo a sedurmi con tutto se stesso, con il meglio di se, al punto che mi ero convinta che fosse la settima meraviglia. Quella stessa notte mi innamorai di lui. M’innamorai, m’innamorai, m’innamorai”

Nel 1974, Onetti fu imprigionato dalla dittatura militare e trattato alla stregua di uno squilibrato mentale . All’uscita di quell’inferno lo aspettava Idea. “Siamo rimasti da soli, in silenzio. Zitti. Ma io non sono più quella di allora; qualcosa ho imparato; qualcosa mi ha insegnato la memoria; perché ho sempre lamentato non avere avuto più carattere per trattarlo prima. O forse è la differenza  tra l’essere e il non essere innamorata.- Moriremo senza imparare a parlarci?, domandai.- E’stato sempre difficile per me, disse. Ti ricordi quella volta in cui sei arrivata, dopo tanto tempo, e siamo stati venti, trenta minuti senza parlare, seduti, io nel letto e tu sulla sedia? Mi hai sempre creato soggezione,  disse lui.- Anche tu, risposi. Una volta mi hai detto che non potevi né mangiare né fare l’amore con me. -Sì, disse ancora. E mi guardava, a momenti, poi girava la testa, si mordeva il labbro, con un’espressione di impotenza, di disperazione. … La prima volta che entrai nella tua sala, al museo, mi è sembrato d’impazzire. Non ho mai capito cosa mi stesse succedendo, ma ero pazzo di te. – Non me  l’hai mai detto. – Non ho mai capito quel desiderio di possesso, quell’ansia di dominio. Non ti lasciavo andare a fare lezioni, è vero. Non potevo sopportarlo. E non si trattava di desiderio, ma di questa orribile tenerezza che sento per te.

Già non sarà/ non più/ non vivremo insieme/ non crescerò tuo figlio/ non cucirò i tuoi vestiti/ non ti avrò nelle notti/ non ti bacerò al partire/ non saprai mai chi sono stata/ perché altri mi amarono/ Non arriverò a sapere/ né come né  perché né come mai/ né se era vero/ ciò che dicevi lo fosse / né chi sei stato/ né cosa fui per te/ né come sarebbe stato/vivere insieme /amarci/aspettarci/stare. /Ormai non sono altro che me stessa/per sempre e tu/ormai/ non sarai per me/altro che tu.  Non ci sei più/in un giorno a venire/non saprò dove vivi/con chi/né se ti ricordi/Non mi abbraccerai mai/come quella notte/mai./Non tornerò a toccarti/Non ti vedrò morire

-Perché sostiene Idea che non saprai mai chi è stata?, chiese una volta una giornalista a Onetti. -Non lo so, rispose lui… Io non mai sentito che lei mi amasse. -E le poesie che ti ha scritto? -Io non dico che non lo sia stata. Dico che non l’ho mai sentito. Credo che nel suo discorso ci sia qualcosa di molto cerebrale, intellettuale. -Nient’altro? Bè… c’era anche il letto… (Asino, cane, bestia)

30 aprile 2009. Hanno portato Idea, nel suo ultimo viaggio, verso l’Università.  I montevideani cominciano ad arrivare. Tra poco saranno una moltitudine. Arrivano anche dei cantautori. Qualcuno forse vorrebbe intonare una canzone.  Tutti hanno cantato le sue parole. Ma il silenzio impazza. All’improvviso si sente una voce: “Non abusare dalle parole/non prestar loro/ troppa attenzione/ I suoi ultimi versi, quasi un epitaffio. Ora sì tutto tace. È calata la notte. Sul marciapiedi di fronte un passante si ferma, si toglie il cappello e chiede: che è successo?

Succede semplicemente che/tutto è finito/sono finita anch’io?/Una forza/una onesta passione e una voglia/una voglia volgare di proseguire/nient’altro che questo.