Archive for agosto 2009

Versi randagi

Da un’etnia di nomadi
provengo
di vecchia stirpe
raminga e disadorna

affamati di pane e d’orizzonti
all’alba di un aprile
i nonni strinsero l’anima tra i denti
e presero a cavalcare l’imprendibile

così di rada in rada
divenimmo randagi
condannati ad errare
a sparpagliare sangue e discendenza
ogni volta convinti di approdare
ma non si torna mai da noi stessi

così sperperiamo l’esistenza
in cerca di una patria
una ragione
del seno di una donna
dove ormeggiare il cuore

così invecchiamo alla rinfusa
stanchi di agognare l’infinito

così ci sfugge il tempo
azzardando radici
siamo un pugno di polvere nel vento
non ci rincorre un’ombra
non saremo felici

Paspartù, Milton Fernàndez

Paspartù, Milton Fernàndez

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In cosa credo (II)

Le dieci domande a uno che si definisce di sinistra (cioè me stesso)

1°- Quali erano i valori in cui credevo quando capii di essere “di sinistra”?

2° – Qual’è la ragione per la quale ho continuato a professarmi tale, nonostante le diverse versioni che il mercato della così chiamata Sinistra ha cercato di rifilarmi, qualche volta perfino in offerta speciale?

3° – Non trovo grave l’aver continuato a ricompensare con incarichi pubblici e generosi emolumenti coloro che hanno tradito tutte le promesse, i principi e gli ideali che erano alla base di quella mia convinzione?

4°- Secondo dichiarazione degli stessi dirigenti del mio “settore di appartenenza”, quei favori che hanno permesso a Berlusconi di diventare padrone dell’Italia sono stati generosamente elargiti da una classe politica che io ho contribuito ad ingrassare. Lo sapevo che fossero delle prostitute?

5°- Sarà mai capitato che dei “Garanti dello Stato”, senza l’autorizzazione dei cittadini, anzi, agendo contro la loro sovrana volontà espressa attraverso un referendum, decidessero impunemente di tradirla , come è il caso, per esempio, dei soldi che continuano a spartirsi trasversalmente e che hanno avuto la sfrontatezza di chiamare rimborsi elettorali? Come mi sento quando penso che per farlo hanno potuto contare sul mio aiuto, cioè il mio voto?

6°- Posso dirmi certo del fatto che le mie continue ricerche di rassicurazione, la mia necessità di un stretto legame col mio passato non mi stiano portando verso una pericolosa incapacità di analisi, verso una progressiva immobilità che rasenta l’impotenza, e che assomiglia ben poco a quel pensiero progressista che alimentava i miei sogni all’inizio del viaggio? Non sarò sotto ricatto da parte di quella storia?

7°- Le mie condotte sono concordanti con il mio pensiero? Quando critico un comportamento che mi ripugna, mi chiedo: cosa farei io se mi trovassi in una situazione simile, cosa ho fatto quando mi è capitato? E una volta ottenuta la risposta, riesco ancora a guardarmi allo specchio?

8°- Ritengo ancora di potermi fidare delle mie convinzioni, di quelle professate da quanti si offrono di rappresentarle? Se lo escludo, che cosa sto facendo per distinguermi da quelli che, ai miei occhi, raffigurano quanto dovrei combattere?

9°- Ho sentito parlare, ne parlo in continuazione, di un progetto eversivo atto a minare i valori strutturali e i diritti fondamentali posti alla base di ogni convivenza umana. Oltre a criticare e a ridere di chi lo sta portando avanti, che cosa sto facendo per contrastarlo?

10°- Alla luce di quanto è emerso dalle mie risposte, come sono le mie condizioni di salute? Posso ritenermi ancora vivo?

Mi sottopongo a queste domande da un sacco di tempo. Qualche risposta me la sono data. Altre sono in attesa della mia approvazione. E mi stanno sconquassando il fegato. Quasi quasi mi querelo.

Don’t visit Malta – Lettera al Presidente maltese

Sig. Presidente della Repubblica di Malta
George Abela

Sig. Primo Ministro
Lawrence Gonzi

Office of The President
The Palace, Valletta
Malta
Fax:    (00356) 21241241

Como, Italia, 23 ago. 09

Sig. Presidente George Abela,
sono un cittadino europeo, abitante un paese che non brilla di certo per il suo impegno sociale o per una legislazione lungimirante in materia di diritti umani. Posso fare ancora poco per cambiare l’aberrante realtà in cui mi sento immerso, ma quel poco, intriso di rabbia e di lucido imbarazzo, confido si metterà prima o poi in moto, fino a diventare il muscolo segreto di un pensiero moltitudinario  che tornerà a porre in primo  piano l’essere umano, da qualsiasi regione geografica esso provenga, da qualsiasi credo, da qualsiasi fede politica, e che spazzerà via per sempre un disegno scellerato di sterminio delle diversità, messo in atto ormai da troppo tempo.

Per quanto riguarda la vostra politica in materia, mi permetta di esprimerLe il mio più sincero disprezzo. Vi ritengo corresponsabili della morte dei 73 emigrati che non avete voluto soccorrere in mare, e dei quali continuate a prendervi gioco, mettendo in dubbio una realtà ormai incontrovertibile, che gli organi ufficiali della Chiesa Cattolica hanno paragonato alla Shoah.
Il vostro inaccettabile comportamento denigra  le leggi degli uomini, che avete ratificato. Quella di un Dio, in cui  giurate di credere. Quella della comunità religiosa che avete abbracciato e del suo capo, al quale da poco avete chiesto udienza, in Vaticano.
La strage del canale di Sicilia, però, non è che l’ultimo capitolo in una storia che da lungo tempo urla giustizia.
La vostra politica di detenzione sistematica degli immigrati -in strutture subumane nelle quali il sovraffollamento, le terribili condizioni igieniche,  il rischio di infezioni, la proliferazione delle malattie e i maltrattamenti corporali sono all’ordine di un giorno pericolosamente simile all’inferno- non è degna di un paese che usa definirsi civile.

Come dicevo, posso fare poco e niente per costringervi a trattare i miei simili (anche vostri) come avrebbe diritto di essere trattato un qualsiasi essere umano.
Le dico pertanto, Signor Presidente, quello che non farò: visitare il vostro paese.
Sono certo che il mio rifiuto non metterà in ginocchio la vostra florida industria turistica. Confido però che questo No possa estendersi, come una consegna, tra le persone di buona volontà che popolano ancora il vasto mondo.
E posso assicurarLe, Signor Presidente, che siamo ancora in tanti.

Distinti saluti
Milton Fernàndez
fernandezmilton@libero.it

Montevideo

Sull’estuario indeciso
l’aurora ridisegna contorni
allampanati con vanità di cigno
un barlume impietoso assilla i lucernari
e un silenzio irreale
sigilla l’immanenza del percorso a venire

Montevideo s’allunga
sotto l’ampio mantello
coi suoi fianchi da serva
e la testa imperiale

denuncia a sprazzi un faro
la fioca intimità dei suoi indizi
sul pennone impaurito
l’alzabandiera porta a compimento
con buffa gravità
il solito rito

la vita a sud riparte mansueta ed abituale
al tocco della diana
i gerarchi in divisa paventano segnali
di panico imminente
in arrivo da est

la vita a sud riparte
mansueta ed abituale
il sole spunta ancora
la rabbia affiora

laggiù
costretto a letto
il fiume ribadisce
la sua incessante volontà di mare

Jarabe de luna

Jarabe de luna, Milton Fernàndez

In cosa credo (I)

Non ricordo che età avevo quando scoprii di essere “di sinistra”. Successe, e da allora non ho avuto più dubbi, quantomeno sulla collocazione ideale del mio sentire. Vivevamo dei tempi difficili, nell’America Latina di quelli anni,  ma in qualche modo più semplici. Il nemico era lì, ben visibile davanti a noi, e le posizioni da assumere erano più che evidenti. O eri a favore o eri contro. Non prendere decisioni equivaleva a non esistere, ad annullarsi, a decidere di non essere.

Successe anche che un giorno, in previsione di un cambiamento nei programmi di studio che avrebbe portato indietro di decenni la formazione liceale, ci organizzammo per andare a parlare “col popolo”. Vivevo in un paese grande quanto un quartiere, ma scoprii subito che anche lì esistevano gli schieramenti contrapposti. Dopo un accurato studio sulle potenzialità discorsive di ciascuno di noi, ero stato scelto dal Collettivo, assieme ad altri tre miei coetanei, per passare al setaccio uno dei barrios della periferia, quartiere operaio “a grande tradizione rivoluzionaria”, a dire dei più grandi, nel quale di sicuro non saremmo andati incontro a delle grane.
Dovevamo far ridere. Tre sbarbatelli cappelloni e brufolosi, suppergiù tra i tredici e i quattordici anni, rigonfi di ideali e con una perorata imparata a memoria bella pronta in canna.  Nella prima casa in cui abbiamo bussato ci è andata alla grande. Neanche due parole, che il proprietario si dichiarò completamente d’accordo con noi, accettò di buon gusto i ciclostilati che gli avevamo consegnato e ci congedò con un “hasta la victoria siempre” che ci lanciò sulla strada corroborati come se avessimo appena fatto crollare la Bastille.
Nella seconda, però, sciolsero i cani, che cercarono diligentemente di azzannarci, e qualcuno da dentro gridò al suo vicino, “arrivano i comunisti”. Della terza casa non abbiamo visto granché perché si è affacciato subito sull’androne un tizio con un fucile in mano,  cosa che ci costrinse a battere in veloce ritirata, seminando ideali, orgoglio e volantini lungo tutta la strada.
Quando siamo riusciti a fermarci eravamo lontani. Abbiamo fatto una colletta per comperare una coca-cola in un bar, mentre aspettavamo l’autobus. Poco a poco i colori cominciarono a tornarci in faccia. Mentre ce la passavamo di mano in mano, il Paco, che sembrava il più provato, guardò la bottiglietta e disse: Vabbè che uno beve per dimenticare, ma porca miseria, alimentare così il capitalismo internazionale…

Avevo un amico, a Milano. Uno dei tanti esiliati argentini con i quali abbiamo condiviso serate, grigliate ed illusioni, in tempi non troppo lontani. Credo sia tornato in patria, perché non ci vediamo da un pezzo.  Al di là di quelli ispirati dalla passione politica, lui coltivava un desiderio “piccolo-borghese”: quello di possedere un Camper. Un giorno ce la fece a comperarlo. Gli ci vollero fatica e risparmio, ma alla fine, un pulmino con qualche anno di strada sul coppino, usato-come-nuovo,   riuscì a piazzarlo sotto la sua finestra, da dove ogni tanto gli buttava uno sguardo soddisfatto, mentre progettava avventure a non finire, non appena fosse finito l’inverno.
Una mattina in cui faceva molto freddo si alzò presto, più presto del solito. Scese a controllare se per caso la neve avesse fatto dei danni e trovò un marocchino che dormiva in quel suo sogno di seconda mano. Ci rimase male, di un male che crebbe  col passare dei giorni. Perché lui al marocchino aveva chiesto di sloggiare, perché quello non era un dormitorio pubblico, perché la proprietà privata, perché va bene tutto ma…  Ma alla fine dei tanti bla bla bla gli era crollato addosso tutto quello in cui credeva da una vita, e si sentì una merda.
Non sono mai riuscito a vederlo, il camper del Lucio. Quando mi sono deciso ad andare a casa sua, tre o quattro giorni dopo, lui lo aveva già riportato indietro al venditore. Che rimase male anche lui, perché non aveva capito un bel niente.

L’abbiamo preso in giro per un po’, quel mio amico, ma sotto sotto, gli facevamo tanto di cappello. Per quel suo bisogno di coerenza, senza il quale non avrebbe più trovato un senso al vissuto. Senza il quale ogni sogno, perfino uno piccolo, perfino uno borghese, smetteva di avere un significato. Senza il quale non sarebbe più riuscito a proclamarsi “un uomo di sinistra”.

E io, in cosa credo? La fede in quei principi che allora, ai tempi dell’adolescenza, mi facevano vibrare non ha fatto che cimentarsi a colpi di dubbi, di domande, di crucci, alle volte devastanti, e di crescere, anche se in relazione inversamente proporzionale a quella professata verso gli uomini che quei principi avrebbero dovuto rappresentare. E, spesso, addirittura, verso quelli che assicurano di condividerli. Gli uomini e le donne di una sinistra abulica, affetti di quella “stanchezza cronica degli europei”, come la chiamava Benedetti, quel guardare il mondo con gli occhi sornioni di chi ha visto già tutto, fatto tutto, di chi è di ritorno da ogni posto, anche da quei posti in cui non ci è mai stato. Che ha smesso da tempo di porsi delle domande, e quindi si esercita a sciorinare risposte, sulle quali non scommetterebbe una cicca. Quel “popolo” oggi in piena diaspora, smarrito e confuso, che gravita intorno a un’idea di appartenenza acquisita nottetempo, ma incapace di trovare uno sbocco alla propria indignazione, alla propria impotenza; morbo che ha cominciato piano piano a decimarlo.
La libertà si esercita, dicevamo una volta. E’ un muscolo che, se non  sollecitato, tende ad atrofizzarsi.
Ecco, questa paralisi in agguato mi spaventa in modo particolare, molto più di quanto riescano a fare le sconfitte, alle quali, bene o male, ho fatto il callo.

Ho avuto a che fare, in questi anni, con una miriade di personaggi che, come aveva fatto il marocchino nei confronti del Lucio, sono riusciti a mandarmi in crisi. Alcuni di questi sono parte dell’ambito della cultura,  dello spettacolo, (in cui lavoro) ; sono gli amministratori, i registi, i direttori artistici, i responsabili degli “Uffici Regia” sparpagliati lungo i teatri dell’intera penisola.  Gente capace di esercitare un potere ridicolo e abnorme, attraverso compromessi a loro tempo assunti e che pretendono di perpetuare a divinis, di imporre attraverso coercizioni, ricatti, l’imposizione di contratti di una precarietà disarmante in cui viene vietata ogni cosa, dal discutere all’ammalarsi,  e che stanno costringendo ogni attività artistica ad un’asfissia sistematica, a furia di confiscarle ossigeno, creatività e risorse.
Molti di questi me li sono trovati a fianco, spesso,  nelle manifestazioni di Rifondazione Comunista. Altri fanno bella mostra di sé accanto ai leader  della sinistra più patinata nei galà di quei festival lirici in cui è d’uso riempirsi la bocca con la parola Cultura, o chiamano a raccolta tutti quanti per lottare contro i tagli al Fus (cosa sacrosanta, se il Fondo Unico per lo Spettacolo venisse suddiviso a ragione del merito, e non del nepotismo politico più reazionario).
Sono (quasi) tutti compagni. Hanno appeso anche loro la loro brava bandiera sul balcone ai tempi della guerra e stavano lì lì per partecipare, una volta, alla marcia della pace ad Assisi, non fosse che quel giorno il meteo aveva previsto pioggia.
E ci sono anche quelli che subiscono passivamente, tutti con stupende idee di giustizia sociale in tasca, ma sai com’è, i tempi sono quel che sono, mica ci possiamo mettere a fare i piantagrane, che ci vuoi fare, bisogna campare, tanto non cambia niente, ecc ecc…

E’ questo che m’impaurisce. Questo aberrante cortocircuito tra quello in cui crediamo (o crediamo di credere) e il modo in cui agiamo. Come se fossero ambiti naturalmente differenziati. Come se si trattasse di due emisferi che non intrattengono che rapporti sporadici e secondari, e che una dislessia temporale ha del tutto scollegato. O invertito, a seconda dei casi, dei lavori, delle paure altrui e della propria aspettativa di carriera.

Per questo, (perché mi fa paura) è che sto correndo ai ripari. Mi sono stilato una lista di domande alle quali tento, ogni tanto, di dare una risposta. Per sapere di quale materia sono fatto. Per capire in cosa (ancora) credo. Se sono ancora degno della mia fiducia.
Magari lo stiamo facendo in tanti.
E forse, uno di questi giorni, potremmo anche provare a scambiarcele, queste domande.

Che bello che il pianeta

Che bello che il pianeta disponga
di tale quantità di ali
di ghiandole
di corpi nudi distesi pelle a pelle
di esseri irragionevoli
di funamboli artritici in intimo
e reciproco scambio
di paure di morte
indossati una volta
soltanto
e quasi nuove

che bello che il giorno si proclami
cosi palesemente giorno
sedia la sedia
bocca la bocca
superba la tua nuca
con la sua antica volontà di nuca
che la lingua si consegni alla sinuosità dei tuoi tragitti
che intrisi di saliva e di ferocia
si rassegnino i denti
alla smaniosa volontà del rogo
che tra le fronde di muschio
la vita sia ancora
ancora per un giorno
un morso
una spina nel fianco molliccio del pudore
una cassaforte di velluto viola
socchiusa ed amichevole
nelle cui viscere il giorno finirà
prima o poi
per covare
inconsapevolmente
il
divenire

,kji

Parlami musa

Parlami musa raccontami di quei grembi
dei lembi di carne pelle muscolo
smarriti nell’abbaglio del giorno che s’avvia
i sordidi tranelli del mattino
queste imposture del buon senso
l’illusoria precaria riconquista
della ragione e dell’equilibrio

ridammi la bava della notte
il delirio rinchiuso tra segrete di saliva e di cotone
la collosa complicità dei nostri umori
quel lenzuolo impregnato
i secoli stellari d’orfanità
illogici
insensati
incolpevoli avvolti
coinvolti d’urgenze primordiali
l’alluvionale saponosità dei corpi
la brama improrogabile
trivellati
letali
l‘amorale sciolta nodosità
il bacio verticale
l’aspra succosità dei suoi percorsi
linfa sperma flusso
afflusso
refuso di una stampa antica
dilaniata sbiadita
secoli di sordità del magma che affiora all’improvviso
trascina sprona
l’imminente pericolosità del nulla
la caduta in picchiata
il penultimo morso
il fatale sospiro

parlami musa
ricordami dei corpi andati
ceduti trascurati
abbandonati a se stessi
la schietta genuinità dei sensi prima della consegna
prima del verbo e della sua impostura
del nome e del cognome
dell’uso e dell’abuso

fammi sapere chi ero
dov’ero
tra quali braccia
prima dei prefissi e dei suffissi
delle menzogne di lapide e calendari
del tempo combusto tra presenze e scadenze
tra cancrene e catene

raccontami del sud della mia stirpe
inconcludente cinica triviale
della brama animale che riecheggia
l’urlo di Dio
del prodigioso avvento quotidiano
dell’ardore
della fatale argomentazione dei sensi

ricordami com’era la mia vita
quando mi somigliava

Refusse

Refusse, Milton Fernàndez