Archive for agosto 2010

IGNAZIO BUTTITTA – NUN SUGNU PUETA

Non posso piangere,

ho gli occhi secchi,

e il mio cuore è una pietra pesante.

La vita m’ha ridotto

arido e spezzato

come una carrettata di brecciame.

Non sono poeta;

odio l’usignolo e le cicale,

il venticello che carezza l’erba

e le foglie che cadono con l’ali;

amo le bufere,

i venti che disperdono le nuvole

e puliscono l’aria e il cielo.

Non sono poeta,

ma nemmeno

un insipido pesce d’acqua dolce;

sono un pesce selvatico

abituato ai mari profondi.

Non sono poeta

se poesia significa la luna che pende

e impallidisce le facce degli amanti ;

la mezza luna mi piace quando splende

dentro il bianco dell’occhio del bue.

Non sono poeta;

ma se è poesia

affondare le mani

nel cuore degli uomini che soffrono

per spremerne il pianto e lo sconforto;

Ma se è poesia sciogliere il cappio agli impiccati,

aprire gli occhi ai ciechi,

dare l’udito ai sordi,

rompere catene e lacci e nodi:

(un momento che scoppio)…

Ma se è poesia

chiamare nelle tane e nelle grotte

chi mangia poco e veleno inghiotte;

chiamare gli zappatori

curvati sulla terra

che succhia sangue e sudore;

e strappare dal fondo delle zolfare

la carne cristiana

che cuoce nell’inferno:

(un momento che scoppio!) …

Ma se è poesia

volere mille

centomila fazzoletti bianchi

per asciugare occhi gonfi di pianto;

volere letti morbidie

cuscini di seta

per le ossa storcigliate di chi lavora;

e volere la terra

un tappeto di foglie e fiori

che rinfreschi lungo il cammino

i piedi nudi dei poveri:

(un momento che scoppio!..)

Ma se è poesia

farsi mille cuori e mille braccia

per stringere povere madri

inaridite dal tempo e dalla sofferenza

senza latte alle mammelle

e col bambino in braccio:

quattro ossa strette

al petto assetato d’amore:

(un momento che scoppio!…)

Datemi una voce potente

perché mi sento poeta:

datemi uno stendardo di fuoco

e mi seguano gli schiavi della terra,

una fiumana di voci e di canzoni:

gli stracci all’aria

gli stracci all’aria

inzuppati di pianto e di sangue.

– Settembre 1954 – Tratto da: “Lu pani si chiama pani”





Joaquìn Sabina – Punti sospensivi – Dal libro Ciento volando (de catorce) –

Punti sospensivi

Il peggio dell’amor, quando finisce,
sono le abitazioni ventilate,
l’assolo dei pigiami con sordina,
l’adrenalina in letti separati.

Il brutto del dopo son gli avanzi
che impagliano i volatili del sogno,
i telefoni che parlano con gli occhi,
la sistole senza diastole né coda.

Il più arduo è imbiancare casa ,
rammendare le virtù veniali,
condannare all’ergastolo gli archivi.

L’atroce della passione, è quando passa,
quando al punto conclusivo del finale,
non lo inseguono due punti sospensivi.

Joaquìn Sabina- (Úbeda, Spagna -12 febbraio 1949)
Trad. di M.F.

Maria Enciso – (Almeria,Spagna 1908- México,1949-) Madre America –

Come palma che nell’aria palesa
il profilo dell’alba, che la notte rinserra,
verdeggiando l’azzurro di quell’immenso mare,
arroventata riva, io ti contemplo America.

Seno di luce quel grembo portentoso,
i sentieri del sole, la tua ferita aperta,
i tuoi possenti fiumi, arterie della vita
lungo un mondo che il mare ti arenò sulle spiagge,
con la voce spezzata dal grido della guerra.

Tutelano ogni spazio le tue arzille montagne,
quelle cuspidi grigie sorvegliate dal condor,
nell’ immenso silenzio della notte,
nell’eterna presenza della nebbia.

Galoppano i cavalli lungo le tue pianure,
lungo il freddo metallo delle stelle.
Lucerne opalescenti, primi albori,
nascono dalla tua luce, come marine perle.
[…]
Parlo nella tua lingua, madre Amèrica,
nella lingua di un popolo creato per cantare,
con quell’accento insorto dalle tue stanche tempie,
declinate in cadenze sul tuo grembo nuziale,
le tue palpebre dure, inchiodate sugli occhi,
aculei del dolore, pugnali di cristallo nell’aria acuminata.

Per via del futuro che insistiamo a forgiare
ti sei presa in consegna tutte le solitudini,
l’amara lontananza degli uomini liberi
ciascuno con un mondo crollato sulle spalle.

Spade di dolore, fiacche voci
di morte e d’agonia trivellate,
dai confini del mondo le trascinano i venti
sulle tue chiare tenebre argentate.

Porta cenni la luce di quelle ombre lente
che rivestono a lutto il tuo verde paesaggio
e quelle voci assenti, tinte di oscura morte
la tua aria raccoglie.

Sarà sempre il tuo nome, madre Amèrica
inciso sulla schiuma riverita dei secoli

Nell’astratta dimora isolata del sogno
nel nominarti mi appiglio ai tuoi rintocchi
come soave palpitar di tutti i cuori
insieme, nella penombra dell’oblio.

Marìa Enciso Almerìa 1908 – Città del Messico 1949
Trad. di M.F.

Sara de Ibáñez – Passione e canto della luce


Perché mi duole il cielo,
quella piaga di luce che la morte ha scordato?
Perché sto oscuro lutto
che la lingua perverte
e nel mio proprio aguzzino mi converte?

Vado a vivere sulla stella
Vado a tastare la sua fronte di gioia.
Vado a uccidere il segno.
A inaugurare il giorno.
A cancellare la parola gelida.

Vado nell’acqua tutta
piena di seni vivi e rumorosi;
la calma, la viandante
dei profusi tremori,
quella dei mai finiti usignoli.

Vado nella salvia oscura.
A germogliare tra i cedri e i palmizi.
Vado a ridosso della rosa pura,
tra i rampicanti,
sul sillabato muschio delle ere.

Nella vena dell’oro
verso i miei minerali sensitivi.
Pregusterò il tesoro,
i miei alveari fieri,
la silenziosa luce degli ulivi.

Vado alla libertà… Già sento galleggiare
la mia grande radice libera e nuda.

Ma no… che poi mi pento
e storco il muso, grossolana
amara, amara,amara,
amara e muta.

Sara de Ibáñez – Tacuarembó, Uruguay 1910 – Montevideo 1971.
Trad. di M.F.

Mario Benedetti- Desaparecidos


Da qualche parte stanno/concertati
sconcertati/ sordi
cercandosi/cercandoci
bloccati dagli indizi e le incertezze
contemplando i recinti nelle piazze
i bubboli alle porte/ i vetusti terrazzi
riassettando i sogni e gli abbandoni
forse convalescenti d’una morte privata

nessuno gli sa dire con certezza
se sono vivi ancora oppure no
se sono diventati tremori o manifesti
sopravviventi o moniti

vedono passare alberi e uccelli
ignorando a quale ombra si convengono

quando cominciarono a sparire
tre cinque sette cerimonie fa
a scomparire senza sangue
senza viso e nemmeno una ragione
intravidero dalla finestra dell’assenza
quel che restava indietro/l’impalcatura
di abbracci fumo e cielo

quando cominciarono a sparire
come l’oasi nei miraggi
a scomparire senz’ultima parola
avevano nelle mani dei pezzetti
delle cose che amavano

da qualche parte sono/nuvola o tomba
da qualche parte stanno/ mi risulta
forse nel sud dell’anima
dove magari hanno smarrito la bussola
e girovagano domandando e domandando
dove cazzo si trova il buon amore
loro che arrivano dall’odio

Mario Benedetti
Trad. di M.F.

Líber Falco – a Delmira Agustini

Sotto sta la terra e geme;

tremano i minerali e si ricercano.

Si cingono le coppie, s’avvicinano,

canta la vita, canta

e Delmira canta del mondo il suo destino

Superba, inquieta, percossa in pieno fianco,

assorta dagli abissi ove la morte attende

-dove una lenta lava nera attende-

s’avvia Delmira verso la sua luce persa.

O visionaria! Come un’ombra

scivola tra le ombre

e tra le ombre cresce.

La più alta, la più afflitta,

la più profondamente marchiata dalla vita!

Donna morsa

da un aspide rovente che dà vita

-e avvicina alla morte-

s’avvia Delmira verso la sua luce persa.

Ma, quanto è fondo l’abisso!

Quanto oscura è la morte!

Guarda Delmira e canta.

Sul vortice, canta Delmira

la vertigine incerta della vita!

Lìber Falco – Montevideo, Uruguay . 1906-1955

Trad. di M.F.

Insonnia a due

E il mondo si ricrea
nel dettaglio del sunto

battuta una campana
che il vespro presagiva
mestamente
rintocca

la notte accende un cero
nell’ara degli amanti

sull’afrore d’agosto
si distende
spavalda

e con sgorbia di ali
sul mio fianco
il tuo fianco cesella

Efecto luna (Dett.), Milton Fernàndez