Archive for gennaio 2015

Ayotzinapa?

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Avete mai sentito parlare di Ayotzinapa?

Questa parola, da qualche mese, gira di bocca in bocca, di mano in mano, in ogni parte del mondo, perfino quello più distante.
Ovunque, tranne in Italia, dove nessun telegiornale si è occupato di lei, e delle milioni di persone che da allora continuano a ripeterla, nel tentativo di non far dimenticare una tragedia che sta incendiando il Messico e gran parte dell’America Latina.

Ayotzinapa viene da Ayotl, che in lingua Náhuatl vuol dire tartaruga. Da oztli: gravida. E da nappa: quattro volte.
Insomma, la tartaruga che ha fatto il grande viaggio diverse volte e ha visto ogni cosa.

E’ anche il nome di un luogo, un paese nello stato di Guerrero, nel Sud-Ovest messicano, dove sorge la Scuola Normale Rurale Isidro Burgos.

Lì, il 26 Settembre del 2014, sono stati arrestati dalla polizia, per ordine del sindaco, 43 studenti.
43 ragazzi che non sarebbero mai più tornati a casa.

Da lì in poi, Ayotzinapa (ricordatevi di questo nome), passò ad essere sinonimo di crimine di Stato, di desaparizioni forzate, di un incubo collettivo nato dalla connivenza tra il narcotrafico e quelle istituzioni che avrebbero dovuto combatterlo.

Ma, questa parola – questo luogo fino ad allora pressapoco sconosciuto, perfino ai messicani – diventò anche sinonimo della risposta collettiva della società civile a un governo incapace e corrotto.
Una società che da allora l’ha imparata a memoria, a dispetto dei giornali e dei canali televisivi che si rifiutavano di scriverla, o prendevano a storpiarla mentre la pronunciavano a malincuore.

E da allora sta facendo il giro del mondo. Dallo Yucatan alla Groenlandia , da Madrid a Sidney, dal parlamento tedesco all’Union Square di New York, dal Cremlino al Klondike…

In Italia no. Qui quasi non si è vista, quasi nessuno ancora ha imparato a pronunciarla. Nessun canale televisivo, nessuna radio, nessun giornale sembra interessato a raccontarci cosa vuol dire questa strana parola, che ogni tanto fa capolino, qua e là, nei social network, senza suscitare particolare attenzione.

Non se lo chiedono i giornalisti di un paese al 40° posto per quanto riguarda la libertà di stampa (il nostro diritto all’informazione), dopo la Bulgaria, il Benin e la Corea del Sud.

E non ce lo chiediamo noi, presi come siamo dalle beghe di condominio in un divenire sempre più ristretto e meno a buon mercato

In altre latitudini, quegli studenti, i “Normalisti”, come vengono chiamati, hanno portato (continuano a farlo) migliai di cittadini in strada, ogni giorno, da quel giorno.
Il governo federale del Messico ha dovuto ammetere che furono consegnati dalla polizia locale a una banda del Cartello di Guerrero, i narcos che controllano la zona.

Il delitto di quegli studenti è stato quello di essere dei “rossi”, di aver requisito degli autobus del trasporto collettivo e di stare preparando una marcia in Città del Messico per il 2 Ottobre, giorno in cui si conmmemora La mattanza di Tlatelolco, un eccidio governativo perpetrato nel 1968 che lasciò più di trecento morti sulla strada.
Gli studenti di Guerrero sono stati uccisi e i loro corpi dati alle fiamme in una discarica nella Colina del Coyote, nei dintorni di Iguala. Le loro ossa polverizzate a colpi di pala e successivamente disperse nelle acque del fiume San Juan.
Ma quel massacro, l’ultimo di una lunga serie, ha scosso finalmente un paese anestetizzato dalla violenza quotidiana, e lo ha messo in marcia.
Il governo, che aveva tentato di gestire lo shock di quell’orrore senza macchiarsi il vestito, ha dovuto aprire le finestre su quella piazza e ascoltare le sue ragioni.

If you are not angry, you are not paying attention.

Recitava una scritta portata da uno studente messicano in una manifestazione a Los Angeles.

Se non sei arrabbiato vuol dire che non sei stato attento.
Da allora appare dappertutto, in giro per il mondo.
Tranne in Italia.
Qui la dissattenzione è di ordinanza.

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Quando il poeta è un fingitore – Ungaretti e il fascismo

Giuseppe_Ungaretti

Che i poeti debbano essere soltanto letti, e non conosciuti di persona, è un sospetto che covo da qualche tempo.
Credo tutto sia iniziato con Jorge Luis Borges, l’inarrivabile cantore degli universi paralleli che faceva a pugni con quell’ometto ipovedente capace di sostenere che il suo popolo avesse il migliore dei governi possibile in mezzo a una dittatura feroce che quel popolo lo stava massacrando senza pietà.

Io, lo confesso, Ungaretti avrei voluto conoscerlo.
Mi è cara la sua faccia canuta e assennata, i suoi occhi distanti, quella voce pausata e dolente, la parola tremante nella notte, il suo stare come d’autunno sugli alberi le foglie, le labbra ultime del tempo, il mattino, che lo illumina d’immenso.

Tutto è nato qualche giorno fa, in una nota scritta dall’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, nella quale si citava una bellissima poesia di Ungaretti dedicata ai morti della Resistenza.

Come con Borges, la domanda mi è sorta improvvisa.
Dove finisce l’uomo, dove comincia il poeta? Quando è sincero? Quando inneggia i partigiani che … vivono per sempre/gli occhi che furono chiusi alla luce/e la loro lotta libertaria/ perché tutti li avessero aperti/per sempre alla luce… o quando celebra il Duce, all’indomani della sua presa del potere, definendolo “Un vero signore del Rinascimento”, l’artefice della resurrezione dell’Italia e del ringiovanimento della vecchia razza bianca, minacciata dai neri…”

In una lettera datata 5 Novembre 1922, infatti – praticamente 8 giorni dopo la marcia su Roma – Ungaretti scrive al Duce, lodando la sua preclara figura e approfittando per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

“Meriterei di essere da un pubblico più vasto conosciuto e amato. Finora non conosco bene che la fame. L’Italia nuova deve sapere dare di più al valore. Vuole Vostra Eccellenza che la rinnovata italianità sta consacrando, innalzare anche la mia fede? Ricorro a V. E. come un signore della Rinascenza…”

E finisce chiedendo a Mussolini “poche righe di prefazione” per il prossimo libro …” quando le gravi cure dello Stato le daranno un momento di tregua”, le quali, a suo dire “sarebbero state agli occhi di tutti, un grande segno di onore”.

Un anno dopo uscirà “Il porto sepolto”, presso la Stamperia Apuana, con la agognata prefazione del duce.

Qualche mese più tardi, Ungaretti diventerà corrispondente da Parigi di Il Popolo di Italia, lavorando contemporaneamente presso l’ufficio stampa dell’ambasciata italiana.

«Dall’ esame della rubrica sovvenzioni del ministero della Cultura Popolare risulta che il prof. Ungaretti percepì un assegno di 1.500 lire mensili dall’ agosto 1934 al novembre 1942 figurando così tra i pubblicisti protetti dal passato regime come servi particolarmente fedeli. (…)
La politica delle sovvenzioni agli intellettuali divenne una strategia della gestione del consenso parallela al consolidamento del regime. Accettare la sovvenzione significava per l’ intellettuale, implicitamente o esplicitamente, con entusiasmo o indifferenza, per fama o indigenza, incentivare un vincolo di dipendenza dal fascismo.
Ungaretti ebbe il privilegio di ottenere un sussidio fisso. Il rapporto finanziario si interruppe momentaneamente nel 1939 quando Ungaretti accettò l’ incarico all’ università di San Paolo, in Brasile, per riprendere con il versamento degli arretrati (48.000 lire), nel giugno 1942, e di nuove mensilità fino all’ assegnazione della cattedra all’ Università di Roma nel novembre 1942. (Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo, Le Lettere, 2010)

***
Certo, nel 1944 Ungaretti scriverà “Non gridate più”, e la raccolta del “Dolore”. Tuttavia non si hanno notizie su un suo ripensamento sull’adesione al fascismo.
“Io ho creduto in un certo momento nel fascismo, confesserà nel 1947”, a guerra finita. “Ho creduto che per conquistare la libertà occorresse rinunciare a una propria parte del diritto alla libertà.”

E mena fendenti a destra e sinistra, quando si riferisce ai suoi colleghi di piuma, lui, che si considera “l’unico poeta in Italia, il solo ad aver conferito alla lingua italiana un tono e un’elevatezza che era andata persa dopo la morte di Leopardi”.

Per Ungaretti Jean Cocteau è semplicemente “un porco”. René Char scrive “dei coglioni impagliati”. Alberto Savinio un mediocre. Saba un cretino, infinocchiato da Freud. Sandro Penna, un grazioso pederasta. Cardarelli, un cane tignoso. Montale una specie di pidocchio che mastica le sue caccole…

Quando nel 1959 l’Accademia Svedese gli preferisce, nell’assegnazione del Nobel, Salvatore Quasimodo, va su tutte le furie.
“Quel pappagallo, quel pagliaccio”, scrive al suo traduttore francese. “A quel fascista (sic) di Quasimodo, danno il Nobel! Hai compreso la serietà di questo Nobel? La merda che è in realtà il Nobel?”.

Si è parlato molto su questo passaggio a vuoto nella storia personale di un poeta, in ogni modo sublime, nonostante l’uomo che era costretto a trascinarsi dietro.
Forse, come dicevo all’inizio, i poeti vanno letti, degustati, amati, stando attenti a non conoscerli di persona.

Forse succede solo con alcuni.

Dopo tutto, come diceva Fernando Pessoa

“il poeta è un fingitore
arriva a fingere così completamente
che è capace di fingere che è dolore
il dolore che davvero sente…”

4° Festival della Letteratura di Milano – dirittiStorti

Nota4FestStiamo lavorando alla 4° edizione del Festival della Letteratura di Milano e, devo dire, questo di per sé è già un piccolo miracolo.
Perché continuiamo a resistere nonostante l’aridità dei tempi, la crisi, il disimpegno, la mancanza di sostegno da parte delle istituzioni; nonostante (soprattutto) l’infinita scia di ostacoli che ogni anno ci troviamo a dover scansare sulla nostra strada.
Se di una cosa siamo stati subito consapevoli, da quando è iniziata questa avventura, è che arrecavamo fastidio. Forse per questo ci siamo impegnati a continuare, malgrado i mal di pancia e gli infiniti nonostante (di cui sopra).

Perché lo facciamo? Forse perché crediamo nel principio di una Cultura libera da bollini e da certificati di appartenenza, dai quali man mano ci siamo svincolati. Una Cultura che dovrebbe essere al centro di ogni attività umana, perché (ne siamo convinti) da essa dipende ognuna delle interrelazioni che costituiscono il tessuto sociale di una nazione, e della infinità di mondi che la conformano.

Quest’anno per la prima volta ci siamo dati un titolo, che rappresenta la tematica sulla quale s’incentrerà la quarta edizione del Festival della Letteratura di Milano, e che riteniamo di vitale importanza:
dirittiStorti
Quelli – i diritti – che una volta ci sono stati riconosciuti universalmente e che spesso qualcuno mette in discussione, arrivando non di rado ad abolirli.
Parlo del diritto alla Cultura (appunto), alla vita, al lavoro, a un modo non dozzinale di concepire l’esistenza.
Della possibilità di manifestare liberamente il nostro pensiero (per quanta urticaria possa generare), di manifestare il nostro dissenso, di non essere discriminati per il solo fatto di non corrispondere alle geometrie del potere in corso.
Dei diritti della Dignità, dell’Etica, e di altre parole che a forza di non essere più adoperate rischiano l’estinzione.
Del diritto di non dover aspettarsi parità di trattamento tra cittadini perché non ci sarà più la disparità di trattamento.

Secondo l’Ocse, “gli adulti italiani sono in fondo alla classifica europea (su un totale di 24 stati) per quanto riguarda la capacità, la preparazione letteraria e matematica e le conoscenze essenziali per orientarsi nella società del terzo millennio.”
Viviamo nel paese in cui l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone. (Non importa se gli italiani sanno tecnicamente leggere, scrivere e far di conto. Ma l’uso che sono in grado di fare delle informazioni che possono acquisire.)
Nel paese, “faro della cultura occidentale”, che oggi si colloca all’ultimo posto della graduatoria nelle competenze alfabetiche (fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione economica e l’inclusione sociale).
Nella città in cui gli eventi culturali vengono nominati in inglese (Book City, OperaCity, Piano City, per non parlare di car sharing, smart city, bike sharing, citylife, the tourist tax, Milano recycle city, city dressing…) come a voler continuare un disegno di depauperamento della lingua italiana cominciato qualche decennio fa tra le quinte sfavillanti della televisione berlusconiana.
***
L’unico commento alla nostra attività, da parte dell’Assessore alla Cultura – nell’unico incontro con lui avuto –  è che non gli piaceva il nostro nome: Festival della Letteratura di Milano.
(Avremmo potuto forse trovarci un nome inglese, ma che ci vuoi fare? Siamo innamorati della lingua italiana.)
Forse perché i quasi novecento eventi realizzati in questi anni da parte del Festival (e della miriade di associazioni che vi hanno collaborato) sono stati realizzati senza alcun appoggio da parte del suo assessorato, o dalle istituzioni in generale, come se la nostra intraprendenza, la nostra libertà di giudizio, il non corrispondere ai parametri comandati facesse venir loro l’urticacea (ecco che torna).
Insomma, di questo e d’altro vogliamo parlare al prossimo Festival della Letteratura di Milano. Dello stato delle cose, e della possibilità di cambiarle, con fatica e dedizione. Con passione e coraggio.

Nel 2015 ci siamo proposti di farlo durare tutto l’anno. A partire dal mese di Marzo, con un nucleo centrale che si svolgerà dal 10 al 14 Giugno alla Biblioteca Chiesa Rossa e altre del circuito milanese.
A ridosso degli eventi epocali che stanno cambiando il volto della nostra città, dove si parlerà di quelli che coinvolgono il mondo che ci sta intorno.

Molte proposte sono già arrivate. Altre sono in viaggio.
Mandateci le vostre.
Facciamo in modo, insieme, che questi Diritti, da sempre Storti, possano diventare, finalmente,  Dritti, inalienabili, nostri.
Quelli per i quali siamo disposti a giocarci ogni cosa.

Voltaire – Una bella genealogia (non c’è che dire)

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Il ministro della giustizia francese si chiama Christiane Taubira. Di recente ha espresso un concetto che ci hanno ripetuto fino alla nausea, dal giorno della strage a Charlie Hebdo, cioè che la Francia è la terra della tolleranza, “non a caso è il paese di Voltaire.”

Sospetto non sia una grande lettrice, Chistiane. Che si sia accontentata di quella frase secondo la quale “io non condivido le tue idee ma darei la vita affinché tu possa esprimerle”, che Voltaire non ha mai detto (né scritto), ma che fa tanto progressista ed è cool citarla di tanto in tanto.

Se avesse letto l’insigne filosofo forse avrebbe scoperto alcune sue perle che vanno in tutt’altra direzione.

Per esempio quando si interrogava, nel suo Dictionaire Philosophique, su quanto la medicina possa definire “mostro”, concludendo infine che come tali si possono definire ” i negri, gli ebrei e in parte le donne”.

Intrattenendosi poi sull’aspetto “disumano” di ciascuna di queste categorie. E concludendo che quindi
debbano considerarsi bestie, giacché i neri hanno avuto origine da abominevoli incroci tra donne e scimmie.

“(…) Le difformità morfologiche e somatiche dei negri e il “grado stesso della loro intelligenza, stabiliscono differenze prodigiose tra loro e le altre specie umane. (…) Mentre i mulatti sono semplicemente una razza bastarda”.

Oppure quando si chiede:

“Perché gli ebrei non avrebbero dovuto essere antropofagi? Sarebbe l’unica aberrazione mancante al cosiddetto Popolo di Dio per essere il più abominevole della terra?   (Voltaire – Dizionario Filosofico)
Citare autori è di grande presa, lo sanno bene i politicanti di turno. Lo fa persino il nostro Presidente del Consiglio, col suo stuolo di “consiglieri” al seguito (quasi tutti frequentatori della scuola Holden, il ché di per sé è già tutto un programma. )

“Ho un grande rispetto per la stupidità umana. È la sola cosa che mi da un’idea dell’eternità.” Ha detto anche il filosofo.

Va’ a capire se l’avrebbero capita.
Infatti questa non la citano mai.

L’oblio che saremo (uno degli ultimi testi di Borges)

Jorge Luis Borges retratado en Buenos Aires en 1978. Utilizaci-n libr

Hèstor Abad è uno scrittore colombiano. Il 25 agosto del 1987 qualcuno lo avvertì che suo padre era appena stato crivellato in mezzo a una strada da un comando paramilitare.
Nelle tasche del morto trovò due biglietti.
Uno era una lista di persone minacciate dai fascisti, nella quale figurava il suo proprio nome, e l’altra una poesia, trascritta a matita. Questa portava la firma di Jorge Luis Borges.
Il suo nome: L’oblio che saremo.

Hèctor la fece pubblicare la domenica successiva nell’inserto culturale di El Espectador. La fece incidere anche come epitaffio nella lapide sulla tomba del padre. E diede questo titolo a un libro nel quale racconta la vita di quell’uomo ammazzato senza pietà, del suo amore di figlio, dei fantasmi dell’assenza.

Qualcuno ravvisò che con questo fatto Abad stesse approfittando della popolarità di Borges. Si mise in dubbio la veracità di quella storia. Subito furono molti quelli pronti a giurare che quella poesia non fosse di Borges. Non figura nelle sue opere complete. Nessuno l’ha mai citata. Non appare in nessuna delle sue raccolte.

Si protrasse per anni questa disputa. I toni divennero sarcastici, alle volte feroci, come non di rado accade tra i colleghi. Soprattutto se i colleghi sono degli scrittori.

Finché qualcuno non fece arrivare ad Hèctor un ritaglio della rivista Semana, del 26 Maggio 1987.
Lì, sotto una foto di Borges, appare questa scritta: “E’ appena stato pubblicato in Argentina un “libricino”, fatto a mano, con una tiratura di 300 copie da distribuire tra gli amici. Questo volume è stato pubblicato da Ediciones Anonimas e ci sono in lui 5 poesie finora inedite di Jorge Luis Borges, probabilmente le ultime che il poeta scrisse nella sua vita.
A cura di un gruppo di studenti della città di Mendoza, Repubblica Argentina.”

Non ho mai avuto dubbi, confessa Hèctor. Anche se è stata una lunga ricerca. Anche se continuavo a ripetermi: Che senso ha cercare di aggiudicare la paternità di un testo a un poeta che non s’aggrappa al magico suono del suo nome?

L’oblio che saremo – Jorge Luis Borges

Siamo ormai l’oblio che saremo
la polvere elementare che ci ignora
che fu del rosso Adamo, che è ora
tutti gli uomini, e che non vedremo.

Siamo già nella tomba le due date
del principio e la fine, la cassa,
l’oscena corruzione e il sudario,
le nenie della morte e i suoi rituali.

Non sono l’insensato che s’aggrappa
al magico suono del suo nome;
penso con speranza a quell’uomo
che non saprà chi fui su questa terra.

Sotto l’indifferente blu del cielo
questa conversazione è un sollievo.

(trad. di M.F.)

Frida

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Non me ne frega niente di quello che pensa il mondo.
Sono nata puttana.
Sono nata pittrice.
Sono nata fottuta.
Ma sono stata felice sulla mia strada.
Io sono amore.
Io sono piacere.
Sono essenza.
Sono un’idiota.
Sono un’alcolizzata.
Sono tenace.
Sono io, semplicemente
sono.

(E tu sei una merda)

Frida Kalho (Fram. di una lettera a Diego Rivera)
(Trad. di M.F.)