Archive for marzo 2009

Fenomenologia dello scagnozzo

Per qualche strana forma di perversione mediatica, i palinsesti televisivi insistono nello sbolognare, subdolamente, pezzi di quella merce rimasta invenduta nei loro magazzini, sulla quale il tempo avrebbe dovuto metterci una parola, visto che di veli pietosi sembra aver ormai esaurito le scorte.
L’episodio nel quale l’inviato di Striscia la Notizia cerca di consegnare un tapiro a Mike Buongiorno, però, merita di essere salvato, bollato come materiale d’interesse nazionale e riproposto all’infinito. Non per il buon Mike, cui la frequentazione ha reso ormai parte della nostra quotidianità più casereccia. Un nonnetto quattro stagioni, rassicurante come non se ne fanno più,  al quale confidare il proprio  riposo,  i risparmi di una vita, la qualità dei sogni, le sorti di un santo.
Qualcuno lo voleva perfino Senatore. Non ce l’ha fatta ancora, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I fenomeni naturali crescono e si riproducono, diceva qualcuno. Credo succeda anche a quelli televisivi. Ci siamo da tempo assuefati agli effetti collaterali di tali fenomeni. Quella torma accalcata dietro il potente di turno, afasica e condiscendente, pronta a spellarsi le mani e a sciorinare sorrisi a radio-commando, fa ormai parte di un codice genetico tutto intento alla sopravvivenza della propria specie.
C’è  però, ogni tanto, qualcuno che sfugge alle generalizzazioni di sorta. Tale è Il caso dello scagnozzo di Mike Buongiorno.
A prima vista pare uno uscito da qualche telefilm degli anni settanta. Cappelli argentati, incedere sbrigativo, pancetta di ordinanza. Il suo principale gli usa l’antica cortesia del Lei. Cosa che l’interessato ricambia con tutta la diligenza rimastagli in corpo. “Prenda quello là!” “Lo insegua!” “Spacchi quella telecamera!”.
Lui, senza chiedere, né tantomeno, chiedersi alcunché, prende sollecito il via; minaccia, punta un dito di calibro superiore alla media, s’avventa sul primo soggetto semovente , cerca di sbriciolare ogni cosa si trovi sul suo percorso. Poi torna dal capo, il fiatone che gli sconvolge l’inquadratura. “Lo ha preso?”, gli chiede l’altro. “Non ce l’ho fatta…”, ammette infine lui, con un tono di malinconica sconfitta e lo sgomento che cola tra le sue fauci.

Quello che colpisce però, è il linguaggio. Non per niente abbiamo superato da un pezzo l’epoca del muto.
“Guarda che da me le buschi”, avverte, un attimo prima di scagliarsi. “Io non sono buono… ricordatelo”. E poi, già al culmine di una  sceneggiatura da noir ambientato a Casalpusterlengo: “Il tuo tempo è finito!”.

Da una vita gli antropologi s’aggrovigliano alla ricerca dell’anello mancante. Quel nesso di congiunzione che legherebbe noi tutti, (perfino Mike Buongiorno) al regno animale, con buona pace dei creazionisti. I sospetti sono caduti spesso sui primati. Forse sarebbe ora di cominciare a considerare la candidatura dei canidi. Dopo tutto, la loro presenza è stata sempre vitale alla sopravvivenza della nostra specie. Il cane, se ben allenato, è mansueto al nostro cospetto. Servizievole a comando. Feroce all’occorrenza. Non arriva mai a superare un suo proprio confine di appartenenza. A  lui non è stato concesso il cruccio  delle domande, quindi, delega  generosamente l’onere delle risposte.
Non tutti saranno d’accordo, lo so, i pedigree sono spesso nient’altro che una discutibile opinione personale. Ma quella di cui parlo, ve l’assicuro, è una delle razze più convenienti ad accompagnare umani di un certo rango. In definitiva, il segreto del loro possesso è tutto contenuto in una mano, che il bestione  non perde mai di vista. Il dito del padrone, che indica dove mordere. Il dorso da leccare. Il palmo che allunga il biscottino.
A quello di Mike, poi, non manca neanche la parola.

La religione di Dio

Alcune tra le migliori persone che conosco credono in un dio, le altre no. Non mi includerei tra le migliori, ma credo di essere anch’io, nel mio piccolo, una brava persona. E, anche se non in modo permanente, come sono costretto a fare (essendo io), mi frequenterei. Bè, devo confessare che nemmeno io sono un credente. Anzi, sono tra quelli che dicono Probabilmente Dio non esiste… anche se non riesco a sottoscrivere completamente il resto, cioè, …quindi smetti di preoccuparti e goditi la vita.
Ho visto la scritta per la prima volta su un autobus spagnolo. Mi sono chiesto subito Cosa potrebbe capitare in Italia davanti a un fatto del genere? E’ successo,  e credo che il putiferio sia ancora  in corso -qui a Bilbao riesco soltanto a vedere Rai 1, che non mi è mai parsa una cima in materia di oggettività, gli amici che ho sentito, presi come sono nello sbarco della quarta settimana non se ne sono nemmeno accorti, ecc ecc,  quindi sospendo il giudizio, che tanto il mondo continua a gironzolare lo stesso.
C’è stato trambusto anche qua, è ovvio, siamo latini, che non si capisce cosa cavolo possa significare ma funge da giustificativo a tutti i masaniellismi presenti nel dna dell’essere umano, da qualsiasi latitudine provenga, tanto un bisnonno nato qualche grado a sud del quinto parallelo non si nega a nessuno.
Uno che per un po’ mi ha riconciliato con la specie è stato il direttore della rivista evangelica RS21, il quale, dopo un’accorata discussione, concluse: “ma ben venga il confronto, tra tanto discutere di calcio e di bassa politica, un dibattito su questi temi non può che essere salutare”. Gli atei si dimostrano spesso tolleranti e disposti al dialogo, anche se nel sito cyberateos ammoniscono “Per favore, prima di continuare, ricorda che nella lista del Forum Ateo sono ammessi soltanto atei e agnostici. Se credi in qualche dio, religione e pseudoscienza non puoi partecipare”.  Me ne sono andato via subito. Di solito non frequento posti nei quali non sono ammessi i miei amici.
Schivando i folklorismi la cosa  potrebbe dare spazio a una riflessione interessante. In cosa davvero crediamo? E la fede, qualunque essa sia, è capace di resistere al dubbio, o una volta privata dall’involucro del Dogma prende subito a vacillare? Un ragazzo catalano di ottantatré anni che benedice (laicamente, ofcorse) la campagna atea, confessa di avere smesso di credere in dio a nove anni di età, dopo aver visto in un giornale la fotografia del Papa che benediva i cannoni di Mussolini in partenza per l’Etiopia. La mia fede di confezione casalinga cominciò a tentennare più o meno alla stessa età. E finì per crollare rovinosamente negli anni successivi. Successe, non l’ho scelto io. Anzi, probabilmente se mi fosse stato permesso avrei optato per tenermela stretta. Mi sarei posto meno domande, e avrei trovato forse più risposte.  Non capitò, forse non sono degno. Ma credo che se l’avessi conservata fino a un’età più responsabile (?), quella fede sarebbe comunque svanita col tempo, forse il giorno in cui vidi il padre della chiesa cattolica apparire nel balcone della casa in cui era stato assassinato Salvador Allende, accanto a un tiranno chiamato Augusto Pinochet. O quello in cui è stato scomunicato Ernesto Cardenal, meraviglioso prete-poeta e ministro della cultura nel Nicaragua appena liberato da una dittatura aberrante, o  il giorno in cui sono stati negati i funerali religiosi a Pier Giorgio Welby, o… Se fossi un credente, sosterrei che il morbo del dubbio non è altro che una delle tante trappole del diavolo.
Quando un giocatore di calcio ringrazia il cielo per avergli concesso la grazia di un gol, o la vincita di una partita, da per scontato (non ha dubbi) di essere stato prescelto, visto che non si capisce perché non dovrebbe essere riconosciuto agli avversari lo stesso dono.
Se cambiamo il campo di calcio  per uno scenario di guerra il risultato è più o meno lo stesso.
Tempo fa, ai tempi dello Tsunami, il Papa sostenne che Dio era vicino a tutti quanti, soprattutto nei momenti più difficili. Parlavo con un amico, cattolico convinto. Lui sorrideva davanti al mio scetticismo, credo mi compatisse per il mio vuoto interiore. Io continuavo a domandare, Ma se Dio è l’artefice di tutte le cose, lo Tsunami chi l’ha creato? Avevamo bevuto qualche bicchiere, lo confesso, e poi il muoversi in cerchio fa girare la testa. Ripensandoci, credo di avergli domandato Ma, secondo te, Lui… crede in se stesso? E se così fosse,  uno che crede in sé stesso, senza avere un dio più in alto che lo sorregga, è un credente o no? Non è che alla fine risulta che Dio è ateo?
Non si è più fatto sentire, da quel giorno.
Bilbao, febbraio duemilanove