La meglio gioventù

giova

Quando ci capiterà (e ci capiterà, lo so), di prendercela con i ragazzi delle nuove generazioni perché non sbandierano valori, perché non hanno voglia di studiare o non sanno quale strada prendere, quando imperversa la piaga del bullismo, quando non sembrano intenzionati a capire di quale sostanza siano fatti i loro sogni, quando non mantengono la parola, quando della politica non gliene può fregar di meno, quando parlano in un linguaggio che non riusciamo a decifrare e che non esitiamo a definire barbarico, quando non parlano affatto, quando una cosa vale l’altra, quando ci trovano noiosi
(e ci fanno capire che lo siamo), quando…

Proviamo a pensare che
– nel mondo che gli stiamo consegnando ci sono individui della NOSTRA generazione che continuano a ridurre i propri simili alla schiavitù (la Libia è soltanto la punta dell’iceberg)
– che alcuni di questi, dopo essere stati condannati per violenza feroce e gratuita contro cittadini indifesi, da un tribunale internazionale, continuano a far parte delle Forze dell’Ordine e fanno avanzamenti di carriera
– che per molti l’umanità somiglia a una carrozza di trenitalia, con prima, seconda e perfino terza classe
– che il tratto più comune della politica che ci governa è la menzogna
– che non c’è bisogno di essere istruiti per diventare Ministro dell’Istruzione
– che non c’è bisogno di sapere alcunché per fare il Ministro del Lavoro
– che dei sottoprodotti di individui che con l’onore non hanno mai avuto niente da spartire vengono chiamati Onorevoli
– che un bullo governa uno dei due paesi più potenti del mondo e uno, ancor più bullo, l’altro
– che i nostri bullini locali tolgono inesorabilmente risorse alla cultura perché – non lo dicono, ma ne sono convinti – il manganello fa più scuola della filosofia
– che ripudiamo la guerra ma vendiamo armi a man bassa e stiamo, proprio ora, inviando dei soldati in Niger
– che questa gente, volenti o nolenti, la abbiamo scelta noi, o non abbiamo fatto nulla per impedire la sua ascesa
– che le ali della nostra indignazione hanno le aspettative di vita di un’effimera (nasce di notte e al mattino si è già dileguata)
– che continuiamo a non imparare niente, nonostante la storia s’impegni, caparbiamente, a darci bacchettate sui denti, da qualche secolo a questa parte
-che nel lungo inverno che ci attende, imparare a comunicare con questi/ nostri ragazzi, senza anatemi e scendendo di corsa dalla cattedra, sarà l’unico cammino percorribile.
A patto di ritrovare la voglia di rimetterci in marcia, perché, come dice Galeano, siamo stati fatti male, ma non siamo ancora conclusi.

“ …ti insegnano a non splendere,
e tu splendi, invece, Gennariello”

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Un caffè (sospeso) con Platone

pla

Arrivato questo periodo dell’anno ogni cosa si allenta. Dalle tensioni alla cintola dei pantaloni. Vivere questo passaggio a piedi nudi costituisce per me quella forma della felicità che a Borges appariva sotto la forma di una biblioteca. I rituali collettivi mi arrivano ovattati, forse perché rimangono dall’altra parte dell’oceano, là dov’è rimasta la mia infanzia, e i ricordi di una vita da riandare a piccoli sorsi, nella mia temporale condizione di mammifero in letargo.
Creo e ricreo, ogni mattina, delle consuetudini a perdere, che sostituisco in quella successiva. Tranne una, che da tempo mi insegue, e che ho intitolato “Un caffè (sospeso) con Platone”. Un dialogo irriverente con qualcuno che una volta mi intimoriva (non avete idea quanti sono), ma che per qualche strano motivo, in questi frangenti, accetta che gli dia del tu.

Tra le infinite magagne dell’esistenza – racconta, pressappoco – quelle che ci rendono alle volte il mondo più paludoso del solito, ci sono due potenze alle quali siamo asserviti: Ragione (Nous, mente) e Necessità (Ananke).
La prima risponde a quelle domande che il nostro raziocinio ci permette di porre, è attenta alle norme, alle leggi da rispettare, agli schemi che ci siamo o che hanno creato dentro di noi.

Necessità invece è una forza anarchica, “mutevole”, sempre insoddisfatta, che alle volte sembra rassegnarsi al fatto di essere trascurata, ma non facciamoci illusioni. Lei è lì, sottopelle. Agisce, si sviluppa, brontola, punta i piedi. Da qualche parte spunterà, prima o poi. Forse lo ha già fatto, in quel momento per noi inconsueto, irrazionale, “illogico”, che abbiamo tentato di dimenticare via aspirina o negroni sbagliato.
Ananke è quello che vorremmo essere. Quello che eravamo destinati ad essere. “Ciò che non potrebbe essere altrimenti”.
Non perdona i tradimenti. Ci stringe alla gola, dice Hillman, ci fa prigionieri, ci trascina come schiavi.

E Nous, la ragione, cosa fa? Lei cerca di tenere le redini del biroccio. Di farci essere “ragionevoli”, attenti alle forme e alle convenzioni che rendono possibile la sopravvivenza del nostro essere sociale.

In mezzo a questo conflitto, ecco noi, cercatori instancabili di punti fermi. Che raramente riusciamo a rintracciare.

A ogni tregua contiamo le perdite. I danni si presentano sotto diverse forme.

Una di queste pare sia una crescente crescita delle fobie. Ce ne sono alcune che persino fanno sorridere , tranne forse a chi ne è soggetto.
Mi fa pensare, soprattutto in questi giorni – chissà perché – la Singenesofobia. O fobia dei parenti.
La avevate mai sentita nominare? Esiste, ve lo giuro.
Ignoro quale origine possa avere, ma pare si acuisca particolarmente in questo periodo dell’anno.

Va a capire chi agisce in questi casi, se Nous o Ananke.
Alle volte, sospetto, depongono le armi e si alleano per prenderci in giro.

Ma c’è una di queste fobie che nonostante esista da sempre, prende sempre più piede. Per questo ogni tanto ho bisogno di tornare alle origini (Platone è uno di questi).
Si chiama Eleutherophobia, o Paura della libertà.

Ecco un morbo dal quale vorrei tenermi lontano, in questa vita e anche in quelle che verranno. Non so se dipenda da me. Ho il fondato sospetto di sì.
Ed è l’unico progetto che mi accompagna, ormai da sempre.
Oltre a finire questo caffè e di decidermi a trovare un posto a questo benedetto libro che si aggira indisturbato per casa.

 

Ahed Tamimi

Palestinian teen Ahed Tamimi enters a military courtroom escorted by Israeli Prison Service personnel at Ofer Prison, near the West Bank city of Ramallah

Nacque 16 anni fa, in un villaggio chiamato Nabi Salej, nei dintorni di Ramallah, cinto da ogni lato dagli insediamenti abusivi israeliani.
Da quelle parti, una delle prime cose che la vita ti insegna è che nulla sarà facile.
Che quel nemico, accampato nel cortile di casa, è uno dei più potenti al mondo.
Che nessuno verrà mai ad aiutarti, le notti in cui quei soldati decidono di fare una perquisizione, buttando tutto all’aria e portandosi via gli adolescenti maschi, verso luoghi dai quali spesso non fanno ritorno.

Nel 2009, gli israeliani tracciano una linea sulla sabbia e rubano loro la principale fonte di approvvigionamento di acqua.
Da lì in poi, sono costretti a mendicarla.
Per entrare o per uscire dal villaggio c’è soltanto un varco, controllato giorno e notte dai militari. Dal loro disprezzo e i loro soprusi quotidiani.
Nessun organismo internazionale si batte per i loro diritti. Nessun paese “occidentale” si permette di condannare Israele per un Apartheid che dura ormai da 60 anni.

Nel 2011, uno zio di Ahed è stato assassinato da quei soldati in pieno giorno. Una pallottola di acciaio rivestita di gomma gli fece nido in testa.

Un altro zio è stata ammazzato davanti ai suoi occhi, durante una manifestazione di protesta. Alcune gocce di sangue macchiarono la maglietta di Ahed. Non ha mai voluto lavarla. E’ ancora lì, come una ferita viva che non vuole fare cicatrizzare.

Un suo fratello è stato portato via all’alba, un giorno imprecisato di qualche anno fa. Era anche lui un adolescente. Gli spaccarono un braccio, prima di essere inghiottito dalla nebbia. Ahed e le donne della famiglia uscirono in strada, cercando di impedirlo. Affrontarono dei soldati armati fino ai denti a mani nude. Come leonesse.
Restarono sulla sabbia, impotenti, mentre le macchine della morte, targate U.S.A, sparivano nel nulla.

Suo padre ha passato la vita nelle carceri israeliane, colpevole di non accettare l’invasione della sua propria terra. La madre, quelle galere le conosce come le sue mani.

Ha sedici anni Ahed. Quella storia, la sua, quella del suo popolo, non l’ha studiata sui libri. Ciascuno di loro è un testimone vivente di un’aberrazione che il mondo occidentale si rifiuta di vedere.

E allora lei parla. Lo ha fatto a Bruxelles, al Parlamento europeo, in una conferenza sul ruolo della donna nella resistenza palestinese. Parla e incanta. I presenti, dicono, molti di loro, finiscono con le lacrime agli occhi. Gli altri ammutoliscono. Nessuno prende una decisione in merito.

Giorni fa Ahed è stata arrestata. Israele considera un pericolo questa ragazzina senza paura, capace di affrontare a mani nude dei soldati armati fino ai denti che da decenni perpetrano contro il suo popolo un crimine sancito da diversi organismi internazionali. Quello della negazione della vita.

Ahed Tamimi è il nuovo volto della resistenza in Palestina. E’ in carcere, in isolamento, e di sicuro lì resterà a lungo.
Giorni fa, un giornalista israeliano ha suggerito pubblicamente in un articolo di applicare su di lei la tortura, che nell’ordinamento militare israeliano non costituisce reato.

Da noi quasi non se ne parla. Ci avete fatto caso?

Prima o poi, sono sicuro, la sua voce ci costringerà a farlo.

ah

La banalità del male

Nel 1961, il Mossad israeliano sequestra, in Argentina, il criminale nazista Adolf Eichmann e lo porta in Israele. Lì viene subito allestito un tribunale per giudicare, per crimini contro l’umanità, uno dei maggiori responsabili della “soluzione finale”, fino a quel momento scampato alla giustizia degli uomini.

Giunsero cronisti da ogni parte del mondo, ansiosi di assistere, interpretare e raccontare quello che si profilava come il processo del secolo (forse della decade, del lustro, ma questi erano soltanto dettagli).
Il New Yorker spedì sul luogo una giornalista ebrea, pressoché sconosciuta, costretta ad abbandonare la Germania dopo l’arrivo di Hitler.
Si chiamava Ana Arendt, e le sue conclusioni avrebbero tolto il sonno a un’intera generazione.
Scoprì, ed ebbe il coraggio di proclamare, che quello che si trovavano davanti non era un mostro, ma un uomo comune. Oppure, che quel mostro aveva le nostre stesse sembianze, quelle di qualsiasi altro essere umano tra le migliaia che ogni giorno incrociamo per strada, o davanti a uno specchio.

Eichmann apparteneva alle SS, in un rango intermedio. Era un uomo mediocre, senza alcun tratto distintivo. Senza l’autonomia mentale e fattuale necessaria per prendere decisioni. Non si permetteva, in nessun momento, di violare una norma, per quanto banale potesse apparirgli. Per quanto aberrante. Se qualcuno ha deciso così, si diceva, vuol dire che va fatto. Ubbidiva soltanto a degli ordini. E a ogni passo sembrava chiedersi: “dopotutto, chi sono io per mettere in dubbio una decisione che viene dall’alto?”

Era quindi innocente? No. Era colpevole di aver rinunciato al pensiero critico, a quella capacità di giudizio di cui siamo stati tutti dotati, e che ci fa distinguere tra il bene e il male. Aveva abdicato alla sua condizione di essere umano per diventare un burattino. Una creatura aberrante, sorta da quel sonno della ragione di cui ci metteva in guardia Goya.

Quel piccolo burocrate della morte, circondato di carte e asserragliato nella sua mediocre giornata dietro la sua mediocre scrivania, aveva mandato alle camere a gas una quantità imprecisata di persone, lungo la sua patetica esistenza, che avrebbe continuato a portare avanti in Sudamerica, convinto di aver ubbidito agli ordini ricevuti, di aver rispettato pedissequamente le norme vigenti, le regole di convivenza che l’intera nazione, in quel preciso momento della sua storia, accettava senza fiatare.

Certo, si rischiava la vita a fare il contrario, nella Germania nazista, o sotto qualsiasi altro regime. Ma quella vita, a quelle condizioni, valeva la pena di essere vissuta?

Molte cose sono cambiate, da allora. Ma l’ometto comune, l’osservante giudizioso delle regole imposte, quello che mai si concede una domanda, una trasgressione, la messa in dubbio di una legge, di un precetto morale… continua a deambulare imperterrito intorno a noi, forse persino dentro di noi.

Osserviamo, alle volte ci indigniamo, ci teniamo alla larga. Ogni tanto una ricorrenza ci fa ricordare che il mondo dovrebbe essere diverso da questa cosa infame che ogni giorno ci strappa un pezzo di umanità, quella che perdiamo un attimo prima di girare la testa dall’altra parte, di dirci che non possiamo farci niente, di diventare anche noi parte della quotidiana, silente, banalità del male.

Le trappole dell’In-compiuto

bluma

Chissà se avete mai sentito parlare di Bliuma Zeigárnik. Scommetto di no. La storia non è mai stata molto generosa con le donne di talento, figuriamoci la psicoanalisi.

Osservando un giorno un cameriere, nel ristorante di un grosso albergo, Bliuma ebbe un’illuminazione, che la portò ad approfondire il fenomeno. Quel cameriere era capace di trattenere nella sua memoria una quantità infinita di ordinazioni (le famose comande) da passare in cucina, ma le dimenticava subito dopo averle portate in tavola. Cioè dopo aver esaurito il compito.

Nel 1927 pubblicò uno studio su questo fenomeno, che da lì in poi venne chiamato – appunto- Effetto Zeigárnik.
Per affrontare la fine di qualcosa, sembra dirci, siamo in qualche modo attrezzati. Si tratti di una storia d’amore, la morte di una persona cara, l’abbandono di un luogo nel mondo al quale eravamo particolarmente legati.
A patto che avvenga la conclusione. Che dentro di noi, con maggior o minor fatica, riusciamo a porre la parola fine, prima o dopo i titoli di coda.

Leggendo i suoi scritti sono arrivato a fare la pace con tutti i rituali dell’elaborazione del lutto e del dolore, che fino a ieri mi risultavano incomprensibili, alle volte atrocemente banali.
Poter dire addio, per quanto doloroso, vuol dire cominciare lentamente a guarire.

Quello che il nostro cervello, o il nostro cuore (fate voi), non riesce a dimenticare sono le situazioni inconcluse, quelle rimaste a metà, quel moto interrotto dei sentimenti che non accenna a trovare un punto di arrivo, o di riavvio. Le parole che non abbiamo detto, le decisioni non prese, gli abbracci non dati, gli addii ancora in sala di attesa.

Penso che mi farà riflettere per il resto dell’anno, Bliuma. Le donne sono così.
Meno male che esistono.

La contiguità del dolore

Se c’è una cosa che mi è rimasta sulla pelle degli anni dell’adolescenza è il senso di adiacenza col dolore. Ci ho lavorato su, continuo a farlo. Eppure so che sarà al mio fianco ovunque vada, per il resto dei giorni che mi restano da vivere.
In quell’adolescenza segnata da una feroce dittatura militare, imparammo presto che qualsiasi aspetto della nostra quotidianità confinava con un’altra, sempre meno nascosta, che odorava di sentina, di miasmi, di umanità calpestata, di miseria, di negazione della vita.

Studiavamo, leggevamo, andavamo al cinema, ridevamo, giocavamo a calcio, facevamo l’amore… Vivevamo. Ma c’era qualcosa che ci martellava, costantemente, in testa: il fatto che lì, a due passi da noi, dei nostri fratelli venivano privati della loro dignità, stuprati, torturati, qualche volta condannati a morte.

Eravamo tristi? Non credo (forse soltanto un po’). Giravamo con i pugni in tasca, quello sì. Attenti al giorno in cui avremmo potuto tirarli fuori, per riabituarli alle carezze.

Non provo tristezza nemmeno ora (non credetemi, non è vero), quando vedo queste fotografie. Ma torna la rabbia, come la prima volta. Perché quello che ci raccontano succede proprio a due passi da qui, in un inferno che noi abbiamo contribuito a creare con la nostra indifferenza, mentre ci riempivamo la bocca con i diritti acquisiti e le aberrazioni debellate.

Quella è la Libia di uno qualsiasi di nostri giorni. La schiavitù nel secolo che ci è toccato in sorte. Quello che vediamo è ciò che succede a qualsiasi ora, mentre leggiamo, andiamo al cinema, ridiamo, giochiamo a calcio, facciamo l’amore…

Non so quando, nè perché, siamo diventati così sordi, da non sentire più le grida.

So soltanto che ogni tanto ho bisogno di riguardarle, queste immagini che mi ha mandato un amico di un’agenzia latinoamericana. Per non perdermi di vista. Per ridare il giusto valore alle cose. Per non dimenticare da quale parte del mondo sono nato, da quale storia vengo, quale lato della barricata ho deciso di frequentare.
Per non scordare mai che a quella umanità io appartengo, che quel dolore è il mio, e anche l’infamia che continua a generarlo.

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Santiago

Santiago

 

Per mesi abbiamo chiesto: Dov’è Santiago Maldonado?
Quel ragazzo scomparso una notte, dopo un blitz della gendarmeria argentina in un accampamento Mapuche.
Abbiamo raccontato al mondo, in tutte le lingue, che quel popolo originario, insieme a tanti altri con migliaia di anni di storia, era stato cacciato dalle proprie terre da un imprenditore italiano, la famiglia Benetton, proprietaria di un milione di ettari, comperati a prezzi di favore.
E abbiamo chiesto ai Benetton di unirsi a noi in quella domanda.
Non ci fu nessuna risposta.
Non c’è nemmeno ora, che il corpo martoriato di Santiago Maldonado pare sia stato trovato in un fiume.

Questa non è soltanto la sua storia.
E’ la storia di tutti noi. Quella cambiata per sempre dalle parole di una della fondatrici di Madres de Plaza de Mayo, Azucena Villaflor, il giorno in cui proclamò che in quella piazza lei ci sarebbe andata anche se suo figlio non fosse stato tra i desaparecidos.
“Ogni figlio desaparecido, di ogni singola donna in questo mondo, è mio figlio”, proclamò.

Questa piccola donna, dal nome di un fiore, inghiottita anche lei dalla macchina della morte, stava socializzando il dolore, dando un senso alla compassione.
Faremmo bene a non dimenticarlo.
Io da quel giorno non sono mai riuscito a farlo.
Per questo continuerò a domandare: Che cosa è successo a Santiago Maldonado?