La banalità del male

Nel 1961, il Mossad israeliano sequestra, in Argentina, il criminale nazista Adolf Eichmann e lo porta in Israele. Lì viene subito allestito un tribunale per giudicare, per crimini contro l’umanità, uno dei maggiori responsabili della “soluzione finale”, fino a quel momento scampato alla giustizia degli uomini.

Giunsero cronisti da ogni parte del mondo, ansiosi di assistere, interpretare e raccontare quello che si profilava come il processo del secolo (forse della decade, del lustro, ma questi erano soltanto dettagli).
Il New Yorker spedì sul luogo una giornalista ebrea, pressoché sconosciuta, costretta ad abbandonare la Germania dopo l’arrivo di Hitler.
Si chiamava Ana Arendt, e le sue conclusioni avrebbero tolto il sonno a un’intera generazione.
Scoprì, ed ebbe il coraggio di proclamare, che quello che si trovavano davanti non era un mostro, ma un uomo comune. Oppure, che quel mostro aveva le nostre stesse sembianze, quelle di qualsiasi altro essere umano tra le migliaia che ogni giorno incrociamo per strada, o davanti a uno specchio.

Eichmann apparteneva alle SS, in un rango intermedio. Era un uomo mediocre, senza alcun tratto distintivo. Senza l’autonomia mentale e fattuale necessaria per prendere decisioni. Non si permetteva, in nessun momento, di violare una norma, per quanto banale potesse apparirgli. Per quanto aberrante. Se qualcuno ha deciso così, si diceva, vuol dire che va fatto. Ubbidiva soltanto a degli ordini. E a ogni passo sembrava chiedersi: “dopotutto, chi sono io per mettere in dubbio una decisione che viene dall’alto?”

Era quindi innocente? No. Era colpevole di aver rinunciato al pensiero critico, a quella capacità di giudizio di cui siamo stati tutti dotati, e che ci fa distinguere tra il bene e il male. Aveva abdicato alla sua condizione di essere umano per diventare un burattino. Una creatura aberrante, sorta da quel sonno della ragione di cui ci metteva in guardia Goya.

Quel piccolo burocrate della morte, circondato di carte e asserragliato nella sua mediocre giornata dietro la sua mediocre scrivania, aveva mandato alle camere a gas una quantità imprecisata di persone, lungo la sua patetica esistenza, che avrebbe continuato a portare avanti in Sudamerica, convinto di aver ubbidito agli ordini ricevuti, di aver rispettato pedissequamente le norme vigenti, le regole di convivenza che l’intera nazione, in quel preciso momento della sua storia, accettava senza fiatare.

Certo, si rischiava la vita a fare il contrario, nella Germania nazista, o sotto qualsiasi altro regime. Ma quella vita, a quelle condizioni, valeva la pena di essere vissuta?

Molte cose sono cambiate, da allora. Ma l’ometto comune, l’osservante giudizioso delle regole imposte, quello che mai si concede una domanda, una trasgressione, la messa in dubbio di una legge, di un precetto morale… continua a deambulare imperterrito intorno a noi, forse persino dentro di noi.

Osserviamo, alle volte ci indigniamo, ci teniamo alla larga. Ogni tanto una ricorrenza ci fa ricordare che il mondo dovrebbe essere diverso da questa cosa infame che ogni giorno ci strappa un pezzo di umanità, quella che perdiamo un attimo prima di girare la testa dall’altra parte, di dirci che non possiamo farci niente, di diventare anche noi parte della quotidiana, silente, banalità del male.

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Le trappole dell’In-compiuto

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Chissà se avete mai sentito parlare di Bliuma Zeigárnik. Scommetto di no. La storia non è mai stata molto generosa con le donne di talento, figuriamoci la psicoanalisi.

Osservando un giorno un cameriere, nel ristorante di un grosso albergo, Bliuma ebbe un’illuminazione, che la portò ad approfondire il fenomeno. Quel cameriere era capace di trattenere nella sua memoria una quantità infinita di ordinazioni (le famose comande) da passare in cucina, ma le dimenticava subito dopo averle portate in tavola. Cioè dopo aver esaurito il compito.

Nel 1927 pubblicò uno studio su questo fenomeno, che da lì in poi venne chiamato – appunto- Effetto Zeigárnik.
Per affrontare la fine di qualcosa, sembra dirci, siamo in qualche modo attrezzati. Si tratti di una storia d’amore, la morte di una persona cara, l’abbandono di un luogo nel mondo al quale eravamo particolarmente legati.
A patto che avvenga la conclusione. Che dentro di noi, con maggior o minor fatica, riusciamo a porre la parola fine, prima o dopo i titoli di coda.

Leggendo i suoi scritti sono arrivato a fare la pace con tutti i rituali dell’elaborazione del lutto e del dolore, che fino a ieri mi risultavano incomprensibili, alle volte atrocemente banali.
Poter dire addio, per quanto doloroso, vuol dire cominciare lentamente a guarire.

Quello che il nostro cervello, o il nostro cuore (fate voi), non riesce a dimenticare sono le situazioni inconcluse, quelle rimaste a metà, quel moto interrotto dei sentimenti che non accenna a trovare un punto di arrivo, o di riavvio. Le parole che non abbiamo detto, le decisioni non prese, gli abbracci non dati, gli addii ancora in sala di attesa.

Penso che mi farà riflettere per il resto dell’anno, Bliuma. Le donne sono così.
Meno male che esistono.

La contiguità del dolore

 

Se c’è una cosa che mi è rimasta sulla pelle degli anni dell’adolescenza è il senso di adiacenza col dolore. Ci ho lavorato su, continuo a farlo. Eppure so che sarà al mio fianco ovunque vada, per il resto dei giorni che mi restano da vivere.
In quell’adolescenza segnata da una feroce dittatura militare, imparammo presto che qualsiasi aspetto della nostra quotidianità confinava con un’altra, sempre meno nascosta, che odorava di sentina, di miasmi, di umanità calpestata, di miseria, di negazione della vita.

Studiavamo, leggevamo, andavamo al cinema, ridevamo, giocavamo a calcio, facevamo l’amore… Vivevamo. Ma c’era qualcosa che ci martellava, costantemente, in testa: il fatto che lì, a due passi da noi, dei nostri fratelli venivano privati della loro dignità, stuprati, torturati, qualche volta condannati a morte.

Eravamo tristi? Non credo (forse soltanto un po’). Giravamo con i pugni in tasca, quello sì. Attenti al giorno in cui avremmo potuto tirarli fuori, per riabituarli alle carezze.

Non provo tristezza nemmeno ora (non credetemi, non è vero), quando vedo queste fotografie. Ma torna la rabbia, come la prima volta. Perché quello che ci raccontano succede proprio a due passi da qui, in un inferno che noi abbiamo contribuito a creare con la nostra indifferenza, mentre ci riempivamo la bocca con i diritti acquisiti e le aberrazioni debellate.

Quella è la Libia di uno qualsiasi di nostri giorni. La schiavitù nel secolo che ci è toccato in sorte. Quello che vediamo è ciò che succede a qualsiasi ora, mentre leggiamo, andiamo al cinema, ridiamo, giochiamo a calcio, facciamo l’amore…

Non so quando, nè perché, siamo diventati così sordi, da non sentire più le grida.

So soltanto che ogni tanto ho bisogno di riguardarle, queste immagini che mi ha mandato un amico di un’agenzia latinoamericana. Per non perdermi di vista. Per ridare il giusto valore alle cose. Per non dimenticare da quale parte del mondo sono nato, da quale storia vengo, quale lato della barricata ho deciso di frequentare.
Per non scordare mai che a quella umanità io appartengo, che quel dolore è il mio, e anche l’infamia che continua a generarlo.

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto
L'immagine può contenere: una o più persone
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, cielo e spazio all'aperto
L'immagine può contenere: 3 persone, spazio all'aperto
L'immagine può contenere: una o più persone e scarpe

Santiago

Santiago

 

Per mesi abbiamo chiesto: Dov’è Santiago Maldonado?
Quel ragazzo scomparso una notte, dopo un blitz della gendarmeria argentina in un accampamento Mapuche.
Abbiamo raccontato al mondo, in tutte le lingue, che quel popolo originario, insieme a tanti altri con migliaia di anni di storia, era stato cacciato dalle proprie terre da un imprenditore italiano, la famiglia Benetton, proprietaria di un milione di ettari, comperati a prezzi di favore.
E abbiamo chiesto ai Benetton di unirsi a noi in quella domanda.
Non ci fu nessuna risposta.
Non c’è nemmeno ora, che il corpo martoriato di Santiago Maldonado pare sia stato trovato in un fiume.

Questa non è soltanto la sua storia.
E’ la storia di tutti noi. Quella cambiata per sempre dalle parole di una della fondatrici di Madres de Plaza de Mayo, Azucena Villaflor, il giorno in cui proclamò che in quella piazza lei ci sarebbe andata anche se suo figlio non fosse stato tra i desaparecidos.
“Ogni figlio desaparecido, di ogni singola donna in questo mondo, è mio figlio”, proclamò.

Questa piccola donna, dal nome di un fiore, inghiottita anche lei dalla macchina della morte, stava socializzando il dolore, dando un senso alla compassione.
Faremmo bene a non dimenticarlo.
Io da quel giorno non sono mai riuscito a farlo.
Per questo continuerò a domandare: Che cosa è successo a Santiago Maldonado?

Haiti – La coscienza più sporca del vecchio continente

C’è un peccato che ad Haiti la vecchia Europa non ha mai perdonato, quello della sua vocazione alla libertà.
Non le è mai stato perdonato il fatto di essere il primo pezzo di suolo americano a liberarsi dal giogo francese, cioè europeo, nel 1803.
La bandiera degli uomini liberi, innalzata prima di qualsiasi altra nazione americana da uomini e donne che avevano pagato col sangue quel privilegio, significò da subito una condanna unanime alla pena della solitudine. Nessuno avrebbe più comperato nulla ad Haiti. Nessuno le avrebbe mai più venduto nulla. Da nessuno stato quel nuovo stato sarebbe stato riconosciuto. Non se ne doveva più parlare

La storia dell’assedio della dimenticanza attuato dal mondo contro Haiti assume le dimensioni di una tragedia immane; ed è anche il paradigma del razzismo più cocente e vergognoso dell’intera civiltà occidentale.

Nel 2010 un terremoto devastò l’isola. Per qualche ora si parlò di lei, abbiamo visto delle fotografie, abbiamo forse provato addirittura una qualche forma di compassionevole solidarietà, abbiamo considerato nostra consorella quella sofferente umanità che la tv ci concedeva per qualche minuto al giorno.
Il giorno successivo arrivò su quella landa desolata Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, seguita da un contingente armato di circa 20.000 uomini, che su quel suolo piantò le tende, a futura memoria.

Dei traffici loschi della Fondazione Clinton sulla pelle degli ultimi del mondo se ne è parlato in diverse occasioni. Della sorte della popolazione che secondo loro erano andati a proteggere “da loro stessi”, non trovate una riga da nessuna parte.

Oggi, dopo l’uragano Irma, quello su cui ci hanno aggiornato minuto a minuto nel suo passaggio su Miami, ad Haiti manca l’acqua potabile.
Che manchi l’acqua ad Haiti non è una novità.
La novità è che ci sono bambine di dieci anni che pagano col loro corpo un bidone di quell’acqua per le loro famiglie.
E che questo commercio sia diventato parte della quotidiana normalità.

Sono le orfane di quel terremoto del 2010. Alcune di loro già madri. Vivono per strada. I loro corpi, considerati alla stregua di latrine delle quali qualsiasi uomo può servirsi.

A Champ Mars, un campo abitato da migliaia di rifugiati, in pieno cuore di Porto Principe, le prostitute hanno al massimo nove anni; quelle di sei devono essere tenute nascoste dalle famiglie, non appena mettono piede in strada vengono violentate.
Le rovine del Palais National, dove ancora, a giorni alterni, si intravvede la bandiera azzurra e rossa, quella con la quale i ribelli haitiani cacciarono a pedate i loro aguzzini francesi, si innalza come il monito più severo del mondo occidentale: ecco il prezzo della libertà.
La gente del posto lo chiama La maison du diable.

A chi possono chiedere aiuto le bambine di Haiti?

Da diversi anni le truppe di peacekeeping dell’Onu, i Caschi blu, sono accusate di sfruttamento della prostituzione e di abusi su minori nelle zone di intervento.

Nel 2006 un’inchiesta della Bbc ad Haiti ha rivelato che alcuni soldati della missione di pace dell’Onu hanno pagato con dolci e pochi spiccioli le prestazioni sessuali a bambini tra i 10 e i 13 anni.

Molti paesi, alla chetichella, fanno rientrare quella truppe man mano che lo scandalo minaccia di diventare pubblico. Sono padri di famiglia in patria, forse le loro figlie hanno la stessa età di quelle bambine, là dall’altra parte del mondo, dove la realtà, al dire di Montanelli, “è tutta un’altra cosa”.

Nessuno di loro può essere processato, in base alle regole di ingaggio che rende loro immuni a qualsiasi legge locale.

Laggiù, nel frattempo, l’acqua si paga col sangue, col corpo.
Ricordiamocelo ogni volta che apriamo il rubinetto.
Io lo faccio, da quando seguo questa storia.

E ogni volta mi si fa un nodo in gola.

ha ok

Las niñas de Guatemala – #guatemalaestadeluto

guatemala

 

Che la storia sia maestra di paradossi è materia scontata. Verrebbe da dire che si diverte a sbalordirci, forse a cercare di capire la soglia della nostra capacità di gestire l’orrore quotidiano.

L’8 marzo scorso (sì, proprio l’altro ieri), mentre nel mondo si commemorava la Festa della Donna, a suon di mimose e di fantastici propositi, Il Guatemala viveva uno dei giorni più neri della sua storia.

Dal mattino presto, un gruppo di bambine residenti nella Casa Hogar Virgen de la Asunción – Comune di San José Pinula, nei pressi della capitale – protestavano per un’infinita serie di abusi sessuali e maltrattamenti fisici a cui erano state sottomesse dal loro ingresso in quella istituzione.

Chi sono quelle bambine? A metà strada tra un’infanzia nemmeno sfiorata e quell’età in cui il loro corpo comincia a solleticare gli occhi ai predoni di turno, molte di loro sono finite lì proprio per scappare dalle violenze subite in famiglia, da quando sono arrivate al mondo. Alcune hanno già conosciuto la prostituzione. Altre sono state abbandonate in strada, un giorno imprecisato della loro vita. Non hanno mai chiamato nessuno papà o mamma. Diffidano da qualsiasi contatto fisico. Tra quelle mura Carezza è una parolaccia.

Alle 11 del mattino è ormai tutto finito. L’aria puzza di un fumo dolciastro che non andrà più via.

Quando arrivano le autorità, una donna urla: Che cazzo venite a fare ora? Sono tutte bruciate…

Erano state sanzionate per proteste, quelle bambine. Avevano osato uscire in strada a urlare quello che lì dentro, nell’inferno del “Focolare Sicuro”, avveniva quotidianamente.

Qui l’Inferno non è mai una metafora.

“Nessuna esce da quest’aula se prima non me lo prende in bocca”, era solito ordinare il maestro Edgar Rolando Diéguez Ispache alle allieve di 12 e 13 anni, quando suonava la campana.
Spesso imponeva alle ragazze di spogliarsi e camminare nude davanti ai bidelli o agli impiegati delle pulizie. Una bambina con la sindrome di down era stata violentata ripetute volte e costretta ad abortire. Molte di loro erano portate fuori da quelle mura, di solito il sabato sera, per fare divertire gli amici in feste improvvisate nelle case.

– Perché non ci violentate qui, davanti a tutti?! – aveva urlato una di loro, all’arrivo della polizia.

Erano state rinchiuse in un’ala dell’Istituto, accusate di voler ricattare un’ “Istituzione dello Stato”. Nel più nascosto degli anfratti. Là dove la loro voce non potesse sentirsi.

Alle 11 del mattino era tutto finito.

Un incendio divampato all’improvviso aveva lasciato sul terreno 39 corpi calcinati. Nessuno aveva sentito le loro grida. Nessuno aveva voluto ascoltarle.

Quella sera, un’associazione aveva programmato di accendere 770 candele, in piazza. Una per ciascuna delle donne vittime della violenza, nell’ultimo anno.

Decisero di aggiungerne 39, ma il Comune revocò il permesso.

#guatemalaestadeluto

Istruzioni per amare Cortàzar.

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Innanzitutto, diffida dal titolo. Nessuno ti può spiegare ciò che non ha mai capito. E’ soltanto una parafrasi di altri giochi inventati da Julio, nei quali ci faceva capire che non c’era niente da capire.
Poi, chiuditi fuori.
O dentro.
O dove ti pare, a patto che sia un luogo pieno di rumori molesti, di telefoni che suonano, di gente che parla a vanvera (ci sono delle meraviglie alla fine della giornata in vanvera), caccia via tutto quello che credevi di sapere sulla “favola compiuta e perfetta”, l’unità di azione, le teorie del verosimile, le regole grammaticali… ecc, ecc.
Caccia via, se puoi, almeno per un round, pure Aristotele, Ludovico Castelvetro, e Cinzio Giraldi.

Se sei in casa, trovati una posizione di schiena alla porta, in modo di poter essere preso alla sprovvista. Lasciati andare, come quando sei sull’aereo e non sai chi lo sta pilotando (non sai nemmeno se c’è qualcuno che lo sta pilotando). Sii fatalista. Che sia quel che deve essere. Che figata!

Aprendo il libro, uno qualsiasi, non pensare: Ora leggo. Quello che sta per succedere, in realtà, è una sorta di metempsicosi (che parola assurda! Non so nemmeno cosa voglia dire). Ecco, ora mi viene, qualcosa come uno spostamento temporale, una migrazione verso un mondo mai visto prima, che forse neanche esiste.

E allora comincia l’avventura. L’aprirci strade attraverso i labirinti delle immagini e le parole, tra l’arte verbale di un maestro che ricomincia dal principio, una e un’altra volta, e ci consegna ogni volta delle parole nuove, appena sfornate, pronte all’uso. A patto di essere capaci di inventare per loro degli usi diversi. Non dozzinali.
Bisogna non soltanto scorrere con gli occhi. Bisogna ascoltare i bisbigli, il respiro asmatico che dissemina virgole là dove i cattedratici inorridiscono, e ne cancella altrettante; la morbida quotidianità di un Cronopio che dà un pizzicotto a un suo ricordo prima di mandarlo a giocare in cortile, lo strisciare rassicurante del orsacchiotto dei tubi, il mormorio costante delle mancuspie, che vivono – e prosperano- dentro di noi.

Se per caso sei caduto tra le grinfie di Rayuela (Il gioco del mondo, in questo mondo), sappi che è tutta una questione di equilibrio. Saltella, col tuo proprio ritmo, e non cercare di strafare. Dopo tutto, lo facevamo tutti, da piccoli, e non ci sembrava un’impresa impossibile.
Al capitolo 7 ti sembrerà di essere arrivato, ovunque tu creda di stare andando. Al 68 ti troverai a fare l’amore con delle sconosciute; e quel senso pagano del piacere, farà fatica ad abbandonarti, da lì in poi per sempre:

“Non appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo come piano piano le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva…”

Il gioco può essere ripetuto, senza controindicazioni (non è vero, una volta avvenuto il contagio, nessun altro gioco del genere sarà più lo stesso) all’infinito. Si può variare la posizione della sedia, lo spazio, la quantità di passi tra una riga e l’altra e la strategia per arrivare dalla terra al cielo – e viceversa – senza mai perdere di vista il sassolino, il gessetto colorato, e quel marciapiede dal quale siamo tutti passati, anche se alle volte non ce lo ricordiamo.

Al ritorno, ci saranno un sacco di domande, tieniti pronto. Non perché tu debba raccontare la verità (lì fuori è pieno di Famas, e, com’è noto, non c’è nulla che possa nuocere tanto ai Famas quanto la verità), quindi inventatene una di facciata.

Quando chiuderai il libro, lasciaci dentro una matita, se puoi. Avrà bisogno di respirare anche lui, dopo tutta quella strada. E, può sembrare assurdo, ma spesso mi è capitato di trovare delle parole scritte al margine. Parole che, potrei giurare, il giorno prima non c’erano.

E non essere triste. Non è una storia che finisce. Se l’hai appena vissuta così, come a me è capitato un giorno di chissà quanti anni fa, vuol dire che è appena cominciata.

Benvenuto/a tra quelli che amiamo (tanto) Julio Cortàzar.