Il rinoceronte

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In una tranquilla città europea, due amici, seduti a un bar, discutono del più e del meno.
All’improvviso, come in un guizzo di realismo magico, fa la sua apparizione il primo rinoceronte. Inutile dirlo. Trambusto, allarme, scompiglio generale. Ma dopo qualche sobbalzo, sempre più in sordina, la situazione sembra volgere al normale.

Non perché il rinoceronte sia scomparso. Anzi, ne arrivano addirittura altri.
Uno di loro persino calpesta e uccide il gatto di un vicino.

La cosa interessante è che, piuttosto che chiedersi l’origine di una tale apparizione, tutti s’accapigliano sui dettagli: il fatto che uno fosse più grande dell’altro, o meno, con diversa quantità di corna, dal colore variabile, la corazza… e via discorrendo.

Tra di loro, immancabile, si inserisce un vecchio filosofo che contribuisce a rendere ancor più surreale una scena nata da una mente tra le più surreali mai esistite.
Quella di Ionesco?
No. Quella degli umani nel momento in cui decidono di rinunciare alla propria capacità di interpretare il divenire

Ecco qui un sillogismo esemplare, dice il filosofo. Il gatto ha quattro zampe. Isidore e Fricot hanno ognuno quattro zampe. Quindi Isidore e Fricot sono gatti.
Anche il mio cane ha quattro zampe, replica un cittadino.
Allora è un gatto, conclude il filosofo.

Un giorno, dopo l’arrivo dell’ennesimo pachiderma, una vicina lo osserva e riconosce in lui il proprio marito, recentemente scomparso.
Da lì in poi, uno ad uno, ciascuno dei personaggi si trasformeranno in rinoceronti. La città si riempirà di barriti, polvere, sordità e distruzione.
Se ne salverà uno, Berenger, che rifiutando la metamorfosi collettiva diventa l’ultima speranza di sopravvivenza del genere al quale appartiene.

Il rinoceronte non è altro che una fantastica allegoria, come tutte quelle sfornate dal maestro rumeno.
“Il mio scopo, lo scopo di questa pièce, diceva, “è descrivere il processo di nazificazione di un paese.
La accettazione pedissequa di ciò che viene dall’alto imposto, si tratti di disposizioni, ordini esecutivi, correnti di pensiero, modi di dire, di fare, di annullarsi.
Che avviene progressivamente, in modo quasi indolore, come nella parabola della rana bollita, con la quale Chomsky cerca da qualche decennio di metterci in guardia contro noi stessi, contro la nostra capacità di accettare ciò che una volta sarebbe sembrato impossibile, e che pian piano diventa consuetudine.

I personaggi di Ionesco rappresentano (sono) la società reale. L’impiegato, la cameriera, la segretaria, il commerciante, il rigattiere… talmente comuni, nel loro diverso modo di spartirsi la giornata, da conformare un tutto. Da farci pensare che quell’epidemia dell’accettazione collettiva, quell’abbassare la testa davanti alla mostruosità fresca di giornata, fino a trasformarci in essa, non risparmia niente e nessuno.

Forse per questo Ionesco si vede così poco in giro, ultimamente. Forse per questo andiamo così poco a teatro. Forse per questo, quando lo facciamo, cerchiamo accuratamente di non cascarci.
Se non c’è almeno un rinoceronte alla porta di ingresso, ad entrare non ci pensiamo nemmeno.

 

 

 

 

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Avevamo fatto i primi tuffi in mare, quel 30 novembre del 1980. Montevideo appariva bardata a festa, nel pigro ondeggiare di bandiere e di stendardi. Un cielo di cartapesta. Un galà al quale noi, cittadini, non eravamo stati invitati.

Nel pieno di una brutale dittatura civico-militare che durava ormai da diversi anni, i gerarchi avevano indetto un referendum popolare che, secondo i loro piani, avrebbe cambiato una Costituzione nella quale non si riconoscevano e conferito valore democratico a un governo imposto con la forza.

L’eterno quesito, Sì o No, tornava a replicare. Ma le condizioni dello scontro, come spesso accade, non erano le stesse.
Sebbene non ci furono disposizioni ufficiali, la propaganda del No venne bandita. Nessun mezzo di comunicazione si permise di promuovere le ragioni di un’opposizione costretta a muoversi nell’ombra, rischiando la pelle ad ogni passo.

Avevo poco più di vent’anni, allora. Abitavo in una pensione per studenti che chiamavamo “La Manuela”, per motivi che ora non mi vengono in mente, e che facevano infuriare la proprietaria.
Avevamo tutti vent’anni, in quel novembre del 1980. Un’energia che nulla avrebbe potuto contenere, una speranza sorretta dal nulla, che portavamo a fior di pelle, con orgoglio, che ci faceva riconoscere da lontano.

Finivamo spesso nei commissariati, non di rado in caserma. Ne prendevamo di tutti i colori, qualche volta le abbiamo restituite.
Ma nulla ci avrebbe impedito di sperare, di continuare a combattere, di credere in quei “muscoli segreti della società civile”, al dire di Eduardo Galeano, ormai in esilio; quella forza che sentivamo inesauribile, quella caparbia necessità di credere in noi stessi.

La propaganda ufficiale parlava di cambiamento epocale, di progresso, di pacificazione. Le caste dominanti, quelle che avevano applaudito l’entrata in scena dei militari, si spellavano le mani. L’ambasciata americana, e altri suoi satelliti, non avevano avuto dubbi al momento di schierarsi.
Quelli che votavano No erano i “vendepatria”, i risentiti, i nemici del progresso; un’accozzaglia variopinta conformata dai reduci di un risentimento secolare.

“Il momento è drammatico” – proclamava un gerarca militare, noto torturatore – “il più drammatico della storia. O vince il Sì, che vuol dire progresso, pace e sicurezza, oppure vince il No, e con lui il caos.”

Al bombardamento della propaganda del regime, cercavamo di rispondere col passaparola, le volantinate clandestine, le scritte sui muri che venivano cancellate e ridipinte la notte successiva. A Montevideo i muri parlano (qualche volta persino cantano).
Non potevamo contarci. Sentivamo intorno a noi dei respiri che somigliavano al nostro, ma la paura era una brutta bestia, a molti faceva venire i brividi.

Qualche sera ci siamo sentiti rincuorati. Per uno di quei miracoli della comunicazione che nessuno è mai riuscito a spiegarsi, la voce si spargeva. “Alle otto di sera di mercoledì spegnare le luci e battere le pentole”. E mercoledì, alle otto di sera, Montevideo se ne andava in punta di piedi. Cominciava il battito delle cacerolas, che piano piano diventava assordante. Durava un lampo. Il tempo di fare uscire i militari e i poliziotti per strada, con le sirene spianate, a combattere con i propri fantasmi.

Ma si lottava anche all’interno delle carceri.

In quei giorni, i prigionieri politici del regime, devastati da un decennio di prigionia nelle peggiori condizioni possibili, dichiararono lo sciopero delle fame. Quell’atto di coraggio, quella notizia che arrivò, com’erano arrivate tutte quante in quel mondo al rovescio, sottovoce, appena mormorata all’orecchio, fu una ventata di speranza.

Erano state stampate due schede, in occasione del referendum. Una di colore celeste, il colore della maglia della nostra nazionale, per il Sì, e una gialla per il No.

Per sorpresa del mondo intero, quel giorno l’Uruguay si riempì di sole. Il No vinse col 60% dei voti. I militari rimisero lo champagne in frigo e cominciarono lentamente a cercare di lavarsi le mani, di levarsi, alla chetichella, le divise. Quel voto significava la loro fine.

Qualche tempo dopo tornò la democrazia nel mio piccolo paese. Conquistata, a caro prezzo. Da persone che la pensavano in modo diverso, ciascuno il suo, ma che non avevano avuto dubbi quando si era trattato di scegliere tra la libertà e il regime.

Quel No aveva fatto il miracolo.

Le strade si riempirono, piano piano, di abbracci. Uscirono dalle loro bare di cemento i prigionieri politici.
Un giorno, uno di loro sarebbe diventato Presidente della Repubblica.
Uno dei più amati.

Ma, come direbbe Kipling, quella è un’altra storia.
O No?

 

Il gioco dell’oca

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Se c’ un ambito nel quale Facebook risulta imbattibile, questo è quello delle citazioni. Quelle frasette ad effetto circondate da un paio di virgolette armate e di solito controfirmate da pezzi da novanta; premi Nobel, padri della patria o pensatori in odori di eternità.

Diceva Ambrose Bierce, nel suo Dizionario del Diavolo, che una citazione equivale a ripetere erroneamente le parole di un altro.
Ma Bierce non conosceva Facebook.

Nel regno del Taglia e Incolla, quelli spiccioli diventano un capitale, almeno per chi si accontenta con poco, e ha una schiera di amici che lo seguono a ruota.

Per lungo tempo inflazionata, di recente è caduta in disuso (ma nulla osta che un giorno torni, prepotente, alla ribalta): parlo di “Elementare, Watson!” (Elementary, my dear Watson!), attribuita a Sherlock Holmes, e di conseguenza a suo padre, Sir Arthur Conan Doyle.
Peccato che questo non abbia mai scritto una frase del genere.

La stessa sorte tocca alla celeberrima “Il fine giustifica i mezzi”, che il Machiavelli non siglò da nessuna parte; “Se Dio è morto, tutto è permesso” attribuita ai fratelli Karamazov, ma vi invito a ritrovarla, “Mio nome è Bond, James Bond”, accollato a Ian Flemming, e da quest’ultimo sempre abominata.

E, infine, la gettonatissima: “Io non condivido quello che dici ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”, messo in bocca a Voltaire, e dal suo pugno mai uscita. (In verità appare in un libricino intitolato “Gli amici di Voltaire”, di Evelyn Beatrice, una raccolta di frasi e di slogan inneggianti la libertà di pensiero. La frase, per chi volesse saperlo, appartiene proprio alla autrice, che si firmava con lo pseudonimo S. G. Tallentyre).

A Pablo Neruda si cominciò ad attribuirgli, dalla fine del 2000, una poesia intitolata “Muore lentamente” (Muore lentamente chi non viaggia/non legge/chi non ascolta della musica/chi non trova grazia in se stesso). Qualche anno dopo la Fundaciòn Neruda di Santiago de Chile si vide obbligata a fare una comunicazione ufficiale negando nel modo più assoluto la paternità di quel testo da parte di Don Pablo. Si trovò la sua vera autrice, Martha Medeiros, brasiliana, il suo titolo originale ‘A Morte Devagar’, ma su queste pagine continuerete a trovarlo, imperterrito, seguito da commenti del tipo: “quanto mi piace Neruda, sarei capace di riconoscerlo al volo appena leggo una sua parola!”

Tempo fa fece la sua comparsa una sorta di componimento poetico intitolato Istanti, con in calce la firma di Jorge Luis Borges, e che recita più o meno così: Se potessi vivere un’altra volta la mia vita/nella prossima cercherei di fare più errori//non cercherei di essere tanto perfetto/mi negherei di più… (e qui smetto perché mi fa venire la forfora).
Beh, inutile dire che Borges non ha mai scritto un’ insulsaggine del genere. La sua vedova, Marìa Kodama, da anni smentisce e minaccia querelle, spiegando che in verità quella è farina del sacco di una (aspirante) scrittrice statunitense chiamata Nadine Stair. (Un giornalista argentino giura di averla sentito dire un giorno: “se Borges avesse scritto quella roba non lo avrei mica sposato”)

Uno dei più tartassati è stato, da sempre, Gabriel Garcìa Marquez, soprattutto da quelli che non lo hanno mai letto. Così si è fatto strada un testo in cui lui si congedava dai suoi amici dopo aver saputo di essere ammalato di cancro

“Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di piu’; capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Mi attiverei quando gli altri si fermano, e mi sveglierei quando gli altri si addormentano.
Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato di cioccolata.”

In un primo momento Gabo non diede importanza al discorso. Dichiarò che quel testo era così brutto che non valeva la pena di smentirlo. Chiunque avesse mai letto una delle sue pagine, sarebbe stato vaccinato contro uno “esperpento” del genere. Ma piano piano il contagio si fece strada. In radio e in televisione cominciò a circolare indisturbata, come fanno di solito le cose peggiori della giornata. Lui, da Los Angeles, dove si trovava, emise un comunicato in cui spiegò a tutti che non stava morendo affatto, anzi, scriveva le sue memorie, ma che “potrebbe portarmi alla tomba il fatto che qualcuno creda che possa avere scritto una roba così pacchiana”.

In verità, il vero autore del testo, il ventriloquo messicano Johnny Welch, risultò totalmente estraneo alla faccenda. Aveva scritto quelle parole per metterle in bocca alla sua marionetta di stoffa, Don Mofles, con la quale si esibiva i fini settimana nel bar Brujas di Mexico city.
Che colpa ne aveva lui se qualcuno le aveva prese e piazzato il nome del premio Nobel in calce.
Ma soprattutto, continua a domandarsi, che colpa ne ho io se in giro per il mondo c’è così tanta gente di bocca buona, pronta a credere (e a condividere) la prima diceria che le attraversa la strada?

Gente così, fa dire spesso a Don Mofles, da quel giorno in poi, “sceglie persino i presidenti. A mio modo di vedere, è capace di qualsiasi cosa.”

Salvatore Quasimodo – Il poeta e il politico (1959)

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(…) Il politico vuole che l’uomo sappia morire con coraggio, il poeta vuole che l’uomo viva con coraggio.

Mentre il poeta è cosciente del potere del politico, questi si accorge del poeta soltanto quando la sua voce raggiunge profondamente i diversi strati sociali, quando cioè dalla lirica o dall’epica si rivelano, oltre alle forme, anche i contenuti. Da questo momento comincia una lotta sotterranea tra il politico e il poeta. Nella storia i nomi dei poeti esiliati vengono fuori come dadi mortali, mentre il politico, verbalmente, sostiene la cultura, ma in realtà tenta di ridurne la potenza: il suo scopo non è altro in ogni secolo che quello di togliere tre o quattro libertà fondamentali all’uomo, affinchè esso continui, in questo suo eterno cerchio, a riprendere ciò di cui è stato saccheggiato.

Nel nostro tempo la difesa del politico nei confronti della cultura e quindi anche del poeta si esercita scopertamente o oscuramente su molteplici vie; la più facile è quella della degradazione del concetto di cultura. I mezzi meccanico-scientifici, radio e televisione, lo aiutano a rompere l’unità delle arti, a favorire le poetiche che non disturbano neanche le ombre.

La degradazione del concetto di cultura operata sulle masse, che credono cosi di affacciarsi ai paradisi del sapere, non è un fattore politico moderno, ma nuova e più rapida è la tecnica usata per la dispersione multipla degli interessi meditativi dell’uomo. L’ottimismo è divenuto tangibile, non è che un gioco della memoria, i miti e le favole (l’ansia degli eventi soprannaturali, diremo) scendono nel “giallo”, assumono metamorfosi visive nel cinema o nel racconto epico dei pionieri o del delitto. (…) Ma il poeta sa che c’è un dramma, esasperazione del dramma, sa che gli adulatori della cultura sono i suoi fanatici incendiari: il collage degli scriventi composto su qualsiasi regime corrompe alla periferia e al centro i gruppi letterari, che stimolano l’eternità con smilze calligrafie dell’anima, con vernici della loro impossibile vita della mente. In particolari momenti della storia, la cultura si unisce segretamente contro il politico: è un’unità temporanea e serve da ariete per abbattere le porte della dittatura.

(Discorso alla cerimonia per il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura.)

Lettera a un fratello

 

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Che ciascuno abbia il suo proprio concetto di cultura è proprio alla base della cultura; un ingrediente irrinunciabile, il suo fattore umano, che nel caos sintetizza e ricollega.

Cosa vuol dire Essere colti? Se lo sono chiesti in tanti, in tutte le epoche, in quasi tutte le latitudini.
Nella società in cui mi è toccato vivere gli anni della mia adolescenza, per un certo periodo, quella domanda rappresentava la chiave di un riscatto sociale, il tuo ingresso nel mondo degli uomini liberi, la condizione sine qua non per una convivenza civile che non si accontentava di un semplice deambulare per la vita.

Poi arrivò la dittatura, e quel segno distintivo diventò un marchio di infamia che cercavamo di nascondere sotto la manica del cappotto; il percorso più spedito per finire i tuoi giorni in galera, all’obitorio o nell’esilio.

A quei tempi imparai, a mie spese, che una delle tante dannazioni della cultura, è l’imperversare delle domande. Che non trovano mai risposte, quanto meno esaurienti, ammesso che ci fossero.

Essere colti è amare la bellezza, mi disse qualcuno un giorno. A quei tempi, e per un momento, il prurito si placò.
Sì, ma non dovremmo essere anche conseguenti con quella bellezza? Leggere uno o dieci romanzi che ci scuotono fino all’indignazione o alle lacrime non dovrebbe tradursi in azione, tracciare la cifra del nostro incedere quotidiano?
Sentire il cuore che si strugge davanti a un brano di Haydn e passare davanti alle miserie del mondo come se non fossimo più capaci di sentirle, di odorarle, di farle nostre… amare la bellezza ma non fare nulla per la sua esistenza e permanenza in questo mondo, è essere colti?

Bellezza più pietà, diceva Nabokov. Questo è l’arte. Dove c’è bellezza ci deve essere la pietà, per la semplice ragione che la bellezza è condannata a morte”.

Anton Cechov ci provò una volta a stilare una lista, da mandare a suo fratello. Le qualità che secondo lui distinguono una persona colta – veramente colta – da un consumatore seriale di cultura a buon mercato.
Appaiono in una lettera scritta a Nikolai, che cercava di farsi strada come pittore ma si lagnava del fatto che nessuno capiva la sua opera.
Faceva freddo a Mosca, quell’inverno del 1886. Anton aveva 26 anni. Suo fratello due in più.

“La gente ti capisce perfettamente”, gli scriveva. “Se tu non capisci te stesso, non è colpa sua”.
Le persone colte non si lagnano, proseguiva
– Rispettano le opinioni altrui e, di conseguenza, sono gentili, educate e ben disposte.
– Provano simpatia non soltanto per i mendicanti e i gatti, ma il loro cuore si strugge per quello che non vedono, ma riescono a sentire come sofferenza intorno a loro.
– Pagano i loro debiti, non soltanto quelli materiali.
– Sono sincere. Non mentono nemmeno nelle piccole cose. Dire una bugia vuol dire mancare di rispetto a chi ti sta ascoltando, metterlo in una posizione subalterna alla tua.
– Non si vantano. Rispettano le orecchie altrui, e tacciono più frequentemente di quanto parlano.
– Non si esercitano nella autocommiserazione. Non girano per il mondo urlando “sono un incompreso”, “un derelitto”, in modo di suscitare compassione; tutto quanto è volgare, rancido, fasullo…
– Non coltivano delle vanità superflue. Non si fanno in quattro per stringere la mano di quello o di quell’altro, a loro modo di vedere così importanti, per far vedere agli altri quanto sono vicini alla celebrità. La gente che possiede un vero talento, la gente veramente colta, preferisce di solito l’ombra dei vicoli piuttosto che la folla dei vialoni. Come disse Krilov, l’eco di un barile vuoto è più sonoro di quello di uno pieno.
– Se capiscono di possedere un talento, lo rispettano. Sacrificano a lui il riposo, i piaceri, la vanità… Sentono che quel talento presuppone – sopratutte le cose – una responsabilità.

E così via. Così sono le persone colte, le persone di talento. Per essere colto e non rimanere indietro non è sufficiente sapersi a memoria Le carte del Club Pickwick o il monologo di Fausto […]. Hai bisogno di lavorare giorno e notte, di leggere, di studiare, di mettere la tua volontà al servizio di quello per cui sei nato… Poi riposati e torna a leggere… Forse Turgenev, che potrà insegnarti un paio di altre cose…

Devi disfarti della tua vanità, non sei più un bambino… tra poco compirai trent’anni.
E’ ora il tempo!
Ti aspettiamo… tutti noi siamo in attesa.

In questo stiamo.

 

Haiti

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Ad Haiti sono morte più di mille persone. E’ successo pochi giorni fa. Quasi nessuno si è reso conto.
Di Haiti non ce ne può fregar di meno. Nemmeno sappiamo dove stia, che lingua si parli, che razza di religione si professi, quale sia la sua storia.
Eppure la storia di Haiti dovrebbe essere studiata in tutte le scuole del pianeta, non appena si arriva alla parola Libertà.

Perché è stato Haiti, laggiù, nel sud del mondo, il primo paese ad abolire un’aberrazione chiamata schiavitù. Tre anni prima degli inglesi, che riempirono enciclopedie e siti internet proclamando la loro primogenitura.

Come si può pensare che Haiti sia primo in qualcosa?

Disprezzato da tutti i governi del mondo conosciuto, quel peccato originale di libertà incondizionata non gli fu mai perdonato.

Per Thomas Jefferson, insigne figura della democrazia “americana”, e proprietario di migliaia di schiavi, Haiti era sinonimo di cattivo esempio; avvertiva che “bisognava confinare la peste in quella maledetta isola.”

Nel Brasile negriero si chiamò Haitianismo il disordine e la violenza.
E molti paesi sviluppati del vecchio mondo conclusero che quella vocazione di indipendenza derivasse da un’eredità selvaggia proveniente dall’Africa. Bisognava tarpare quelle ali. Debellare il morbo.

Da allora, quando si vuole spaventare un bambino, ad Haiti, si dice che sta arrivando l’uomo bianco.

Nel 1804 si ribellarono alle truppe di Napoleone Bonaparte, inviate a restaurare la schiavitù. Vinsero e si proclamarono nazione.
La Francia passò il conto. Quella umiliazione doveva essere pagata a caro prezzo.
Haiti doveva pagare la colpa di volere essere libero. Ci mise cent’anni a spegnere il mutuo. Quando versò l’ultimo franco, apparteneva ormai alle banche degli Stati Uniti.

Nel 1915 i Marines sbarcarono nell’isola. Arrivarono con le valigie, come chi vuole restare a lungo. Infatti, non se ne andarono mai più.
Nel giro di pochi giorni la Banca Nazionale passò ad essere una succursale della Citibank di New York.

Ci fu qualche conato di resistenza, ma i ragazzi del nord sanno come estinguere un incendio. Il capo insorgente Charlemagne Péralte fu inchiodato sulla porta della sua casa. Una volta scardinata, quella porta fu esibita sulla piazza pubblica, a futura memoria.

Tra un regime e l’altro, col timone ben saldo tra le mani della “più grande democrazia del mondo” che dopo lo schiaffo di Cuba dorme con un occhio solo, diventò forse il paese più povero di quel mondo.

I contadini divennero mendicanti o contrabbandieri. Alcuni s’improvvisarono “balseros”, cioè traghettatori di umanità verso il miracolo di un mondo che da quella sponda appare scintillante.
Il riso che produce lo comperano gli Stati Uniti. Son sempre loro che stabiliscono i prezzi e le modalità di consegna.

Quel poco che resta cerca di riempire la fame di una popolazione ormai allo stremo.

Pochi giorni fa è arrivato Matthew. Un uragano dalla forza di diversi ordigni nucleari che, come capita con gli ordigni nucleari, non colpiscono mai chi li produce.
Nella produzione di gas inquinanti che provocano l’innalzamento della temperatura delle acque – all’origine dei queste catastrofi per niente “naturali”, Haiti viene, per forza di cose, unanimemente scagionata. Il suo indice di inquinamento del pianeta è tra i più bassi che si possano registrare.

Eppure è lì, ancora una volta a terra.
Qualcosa come mille morti, si dice (noi non ne abbiamo visto neanche uno), e subito dopo è arrivato anche il colera; mancano viveri, medicinali, acqua potabile, coperte…

“Morti ad Haiti…”, intitolava un quotidiano nazionale qualche giorno fa “…ma la Florida tira un sospiro di sollievo… “

Di Haiti non ce ne può fregar di meno. A proposito, dove resta?, che lingua si parla?, che razza di religione professano da quelle parti?, da quale storia vengono…?

La storia del mondo, pressappoco.

Mario Benedetti – Quello che voglio

 

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Voglio restare in mezzo ai libri
vibrare con Roque Dalton con Vallejo e Quiroga
diventare una delle loro pagine
la più indimenticabile e da lì giudicare
questo povero mondo

non pretendo di essere impaginato
voglio pensare in bozze
con le pupille verdi della memoria franca
nel breviario della notte appesa

il mio alfabeto dei sentimenti
sa posarsi sui quei cari nomi
mi sento a mio agio tra quei fogli
con avverbi che sono rivelazioni
sillabe che mi chiedono una mano
aggettivi che sembrano balocchi

voglio restare in mezzo ai libri
in loro ho imparato a fare i primi passi
a convivere con magagne e con soffi vitali
a capire ciò che altri hanno creato
ad essere in fin dei conti
quel poco che oggi sono

Mario Benedetti – Biografìa para encontrarme
(Trad. di M.Fernàndez.)