Archive for settembre 2015

Cavallo di Troia

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E’ uno degli stratagemmi più vecchi al mondo, ma invecchiare è un’arte, lo sappiamo. E, soprattutto, invecchiare senza (quasi) mai perdere un colpo.

Si chiama tecnica del poliziotto buono- poliziotto cattivo. L’abbiamo visto in azione mille volte, nei film o nelle serie televisive.
Negli ambienti militari viene conosciuta come Mutt and Jeff. O Joint questioning. O friend and foe.
Da qualche parte viene chiamata anche Abbot e Costello, Starsky e Hutcht, Dr. Jekyll & Mr. Hyde…
Si impiega di solito negli interrogatori, e consiste nella stimolazione forzata di due elementi apparentemente opposti, eternamente presenti nell’essere umano : la fiducia (il bisogno di…) e la paura.

Si tratta sempre, né più né meno, che di una transazione, nel miglior stile Gestalt.
Viene ampiamente utilizzata anche dagli assicuratori, dai predicatori e dagli esattori fiscali.
Ma è, soprattutto, un gioco giocato da sempre dai partiti politici, ogniqualvolta si trovano alle prese con una tornata elettorale.

Affinché il gioco arrivi a una fine soddisfacente, è auspicabile che la controparte sia già in condizioni di svantaggio psicologico, cioè piuttosto provata, intimorita, insicura, con estrema necessità di certezze, di qualsiasi tipo.
E’ un po’ come una rappresentazione teatrale.
In uno dei due bandi – diciamo, ad esempio, un partito politico – uno dei negoziatori interpreta il ruolo di “Duro”, adottando uno stile freddo, aggressivo e competitivo.
L’altro (devono essere almeno in due) diventa quello comprensivo, attento ad ascoltare, pronto a venire incontro alle aspettative e alle richieste della controparte.
Ecco il “Buono”, quello che non di rado prende le nostre parti, scontrandosi col “Duro”.
Quello con il quale preferiamo sempre trattare. Quello che, infine, ottiene da noi quello che entrambi inseguivano dall’inizio del gioco. Una confessione, una firma sul contratto, un voto alle prossime elezioni.

Qui il gioco potrebbe cambiare nome, senza nemmeno l’obbligo di alzarsi dal tavolo. Trattandosi di un partito politico, in molti lo chiamano “Cavallo di Troia”. E’ quello che si porta in pancia, corroborato dal nostro sorriso ebete, tutta quella marmaglia dalla quale diceva di voler prendere le distanze.

Come ben sanno i poliziotti che da sempre sono stati indottrinati nell’uso dei questa tecnica, e soprattutto i politici, la stessa dà egregiamente i suoi frutti quando si tratta con soggetti impauriti o sprovveduti, scarsamente intelligenti, facilmente ricattabili…
Ma presenta anche i suoi rischi.
Infatti, in quei casi in cui viene riconosciuta dall’individuo trattato –un prigioniero, un impiegato, un’intera società- questo può arrivare a ritenersi offeso, insultato, truffato, e rifiutarsi perentoriamente di continuare a collaborare.

Sono le incognite del mestiere. Lo sanno bene i politici, che in questi anni continuano a lasciarsi per strada voti, consensi e occasioni per recuperare la propria dignità.
La chiamano Antipolitica, facendo la voce da “Duri”.
Subito dopo scattano gli applausi, preregistrati.
Loro ci credono, sorridono, e continuano a giocare. Ignari che dall’altra parte del tavolo non c’è (quasi) più nessuno.

Alejandra e Julio

JULIO Y ALEJANDRA
Agli inizi degli anni ’60 abitavano entrambi a Parigi. Provenivano da quelle sponde del Rio de la Plata che partorivano  nostalgie e sogni di distanza a ritmo continuo, con la stessa intensità.
Entrambi scrittori, poeti, sognatori…
Alejandra Pizarnik e Julio Cortàzar erano destinarsi a trovarsi. Forse anche ad incontrarsi. Chi lo sa.
Pacato lui, distante, quasi irraggiungibile. Lei dolente, colpita a morte, quasi dalla nascita.

“Tra altre cose scrivo, scriveva, affinché non succeda quel che temo… (…) Scrivere una poesia è come riparare la ferita fondamentale, lo strappo. Perché tutti siamo feriti.”

E parlando di Julio:

“Non mancare di andare a trovare Julio, non mancare di dirgli che per piangere per colpa sua sono riuscita a respirare come la regina dei respiranti, non mancare di dirgli che il solo fatto che lui esista in questo mondo, è una valida ragione per non buttarsi dalla finestra…”
Nel 1971, Alejandra, tornata in Argentina, viene salvata in extremis da un tentativo di suicidio. Resta diversi giorni in ospedale. Da lì comunica la notizia a Julio.

Buenos Aires, luglio 1971
“Julio, sono arrivata così in fondo! Ma non c’è un fondo. Julio, credo di non tollerare più quelle cagne delle parole. La pazzia, la morte. Nadja non scrive. Don Chisciotte nemmeno. Julio. Odio Artaud (non è vero), perché vorrei non capire così sospettosamente bene le sue possibilità nell’impossibilità.
Ho esagerato, suppongo. E ho perso, vecchio amico della tua vecchia Alejandra, che ha paura di tutto tranne (ora! Oh, Julio!) della pazzia e della morte. Sono da due mesi all’ospedale. Troppi eccessi e poi un tentativo di suicidio – non riuscito. Julio, sono caduta in basso. Ma non c’è un fondo.

Ps. In ospedale imparo a convivere con gli ultimi derelitti. La mia migliore amica è una domestica di 18 anni che ha ucciso suo figlio. “ Alejandra.

París, 9 settembre 1971
“Amica mia, la tua lettera di luglio mi arriva a settembre, spero che nel frattempo tu stia meglio e già di ritorno a casa. Abbiamo condiviso un periodo in ospedale, anche se per motivi diversi; il mio, piuttosto banale, un incidente di macchina che per poco non.
Ma te, te, ti rendi conto di quello che mi scrivi? Sì, certo che ti rendi conto, e tuttavia io non ti accetto così, non ti voglio così, io ti voglio viva, asina! E cerca di capire che ti sto parlando dal linguaggio stesso dell’affetto e la fiducia – e tutto questo, cazzo, sta dalle parti della vita, non della morte. Voglio un’altra lettera tua, presto, una tua lettera. Quel altrove, è sempre te, lo so, ma non è tutto e inoltre non è il meglio di te. Uscire da quella porta nel tuo caso è qualcosa di finto, lo sento come se si trattasse di me stesso. Il potere poetico è tuo, lo sai, lo sappiamo tutti quelli che ti leggiamo; non viviamo più nei tempi in cui quel potere era l’antagonista nel gioco della vita, e questa, il carnefice del poeta. I carnefici, oggi, preferiscono uccidere altro, non poeti, non ci rimane nemmeno quel privilegio imperiale, piccola mia. Da te mi aspetto, non umiltà, non arrendevolezza, ma legame con questo fato che coinvolge tutti quanti, chiamalo luce o Cesar Vallejo o cinema giapponese: un battito sulla terra, allegro oppure triste, ma non un silenzio di rinuncia volontaria. Ti accetto soltanto viva, ti voglio solo Alejandra.
Scrivimi, cazzo, e scusami il tono, ma non sai quanta voglia ho di abbassarti le mutandine (rosa o verdi?) e di darti una sculacciata, una di quelle che dicono Ti voglio bene ad ogni sberla.” Julio.

Qualche giorno più tardi, il 25 settembre, quel predetto destino, assecondato da una dose massiccia di Veronal prende il sopravvento. Aveva 36 anni, Alejandra, due occhi spalancati e una piccola vita passata inosservata ai tanti distratti di ogni generazione.

“Un giorno i libri diranno che sei stata una delle più grandi poetesse del secolo. A che serve ora, che sei morta dalle cinque della sera del 25 settembre, morta perché il mondo era troppo piccolo per ospitare tuo corpo assettato di luce, di lucido silenzio, piccolo per i tuoi chiari occhi affamati di assoluto. L’unica cosa che mi resta è ricordare, sperando che tu sia arrivata a quella sponda smisurata con la quale sognasti nella tua tremenda insonnia, quest’intima, bellissima, tua preghiera: nessuno può salvarmi, giacché sono invisibile persino a me stessa che mi chiamo con la tua voce. Dove sono? In un giardino. Esiste un giardino.”

Il nostro quotidiano Teatro della Crudeltà

peter

Nel 1969, Peter Brook mise in scena uno spettacolo che sollevò un polverone epocale, grida di indignazione da parte di un pubblico che era andato sì a cercare emozioni forti, ma non al grado di rovinargli l’appetito.
Si parlava del Vietnam. Per tutto il tempo si videro le scene devastanti dell’apocalisse made in Usa. Dei cadaveri bruciati, interi paesi massacrati, i corpi dei bambini che fumavano ancora. Il pubblico assisteva senza particolari sussulti, quasi indifferente. E’ tutto così somigliante ai film! Va a capire cosa c’è di vero in tutto quanto…

In un certo momento uno degli attori si avvicinava al proscenio. Le sue parole risuonavano nitide in tutta la sala. I suoi occhi sembravano cercare lo sguardo di ciascuno di loro. E di trovarlo. Era impossibile sfuggire a quella presenza che improvvisamente s’era piazzata lì, e parlava di quella distruzione, di quell’orrore senza ritorno di cui erano stati spettatori.
Tutti lo ascoltavano come ipnotizzati. Ma soprattutto lo guardavano. Aveva, nella mano sinistra, una farfalla, presa dalle ali, che lottava per liberarsene. Improvvisamente, lui prese un accendino dalla tasca e le diede fuoco.
In quel momento, quel pubblico dozzinale che seguiva la scena senza particolare trasporto, sembrò prendere vita. Tutti si alzarono in piedi, indignati; volarono insulti, qualcuno si chinò piegato dalla nausea, altri cercarono di salire sul palco, di aggredire quei selvaggi che si permettevano di disturbare la lunga siesta pomeridiana della borghesia progressista, sui giornali si parlò della necessità di stabilire i limiti dell’arte…
Ma se la sarebbero ricordata a lungo, quella scena. Più di qualsiasi altra, tra quelle viste in precedenza.

Mi è tornata in mente in questi giorni, sentendo le anime pie che vengono disturbate dalle immagini dei bambini morti sulla spiaggia. Le stesse spiagge (lo stesso mare) dove fino a ieri giocavano i loro bambini. Che necessità c’è di vedere quei corpi?

Se lo chiedeva allora anche Peter Brook (se l’era chiesto spesso Antonin Artaud). “Crudeltà”- da cruor che in latino è “il sangue che cola dalle ferite” , diceva, comincia dalla sua propria rappresentazione, non la esorcizza in altro, credendo di allontanarla in immagine, ma la fa esistere per la prima e unica volta”.

Certo che ci tolgono il respiro, quelle foto. Mancherebbe altro. E l’appetito, e la voglia di consegnarci al quotidiano… E ci pongono domande, e ci lasciano in bocca un sapore che facciamo una fatica boia a mandare via.
Sarebbe grave il contrario. Il cercare di fare finta che non averle viste, per poter pensare che tutto sia nient’altro che una storia senza senso raccontata da un buffone, e che non vuol dire nulla.
Dopottutto, in fondo ai tanti stracci, siamo ancora esseri umani.

(P.S. IL giorno successivo la farfalla fu sostituita con una di cera. Ma l’effetto non fu lo stesso.)