Archive for settembre 2009

Desinenze

La vita avviene
( in i)
al di là di progetti
dottrine erudizioni
malgrado tradimenti
menzogne defezioni
a dispetto dei tempi
dei bandi dei profeti
nonostante divieti
cautele opposizioni
cadute dei governi
stragi
ritorsioni

avviene
( in a)
la vita si presenta
usuale disattenta
arriva e se ne frega
ti casca tra le braccia
s’accuccia e s’addormenta
siccome non ti spiega che s’arrangia benissimo da sola
ti trovi nel impiccio di imparare ad amarla
e la frittata è fatta
ed eccoti costretto, tu che sei una frana,
a studiare il mestiere dal mattino alla sera
a prenderla in custodia
e a rifare la strada

avviene
( in te)
la vita ti percuote
ti colma ti stravolge
la vita si distende
volubile indolente
la vita ti possiede
t’assume ti rapisce
la vita si intrattiene a disvelare
in un pugno di lune
quel mistero ancestrale
del tuo ventre

la vita sei tu
compagna assente
che ti prendi la briga di inventarla ogni notte

Desinenze

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La peste

“ … La pestilenza è come un grande incendio [ … ] se
s’appicca a una città costruita con le abitazioni l’una vicina
all’altra e si sviluppa, il suo furore cresce, infuria per tutta
la zona, e distrugge tutto quello che può raggiungere … “
[Daniel Defoe, La peste di Londra].

Non fosse per i Déjà- vu, quella dell’invecchiare potrebbe essere catalogata tra le piaghe benigne dell’esistenza.
Il futuro che ha preso piano piano ad affievolirsi. Un passato che va sempre più spesso a quel paese. Quel presente che continuiamo a trovare ogni mattina sotto il cuscino, con sollievo ormai, con gratitudine, perché si comincia a sospettare che un giorno non lo troveremo più.
Già a cinquant’anni la vita si lascia più strade alle sue spalle di quante ne troverà dinnanzi. Si rallenta quindi un po’ l’andatura. Si presta più attenzione ai dettagli che al paesaggio. Cominciano ad essere bandite le promesse. Ogni stretta di mano è un abbraccio.
A questo punto il “Già-visto” è passato ormai, irrimediabilmente, tra le file stipate della Memoria. Quella grassa, incontinente. Quel sottotetto sterminato dove si è rintanata la parte non cancellabile di un’esistenza personale e collettiva. Quella con la quale continueremo a fare i conti, e che allacceremo a doppio filo alle generazioni che seguiranno. Spesso per opera di un oblio che altro non è se non la faccia opposta di una stessa moneta, l’Oscuro sòtano di quella memoria (l’immagine è di Borges), e che facilita la regolarità dei cicli di una storia che cede al plagio di sé stessa, in una sequenza di auto-celebrazione senza fine, come se il suo principale protagonista, cioè l’uomo -cioè noi stessi- non fosse più in grado di modificare il percorso, e si accontentasse di seguire un flusso prestabilito.

Nessuno sa in quale parte di questa storia fece la sua apparizione il morbo della Peste. Quello che da malattia mortale seppe accedere ai gradini più alti in materia di angosce collettive, fino a diventare un mito impossibile di sradicare.
Ogni epoca ha avuto la sua.
Ogni Peste che si rispetti, poi, non è mai mancata di fare ritorno sul luogo del delitto, non appena i bubboni del suo passaggio cominciarono a diventare cicatrici.

La Peste si nutre di coscienze stanche, stordite. Di un disordine latente che non trova sbocchi e che spinge tanto ai gesti estremi quanto all’apatia più avvilente.
I suoi giorni si presentano come una sorta di teatro vivente, nel quale ciascuno interpreta il ruolo che gli è stato assegnato, senza chiedersi altro, e dove consuma il dramma della sua insostenibile fragilità.
E’ l’accettazione della presenza “naturale” del Male; la rivelazione di quell’oscura malattia dell’essere, sfuggita parzialmente al Manzoni, che può spingere l’uomo alla distruzione ma che, come ben compresero a secoli di distanza tra di loro Sofocle e Camus, riesce anche a far riemergere in una comunità assopita dal torpore della quotidianità e della normalità il germe del rimosso, dell’irrazionale.

Il suo palcoscenico naturale era una volta la città, o il lazzaretto, quel microcosmo infernale in cui si istituzionalizzava la dis-umanizzazione dell’individuo.
Oggi tutto appare asettico, se guardato attraverso quel tubo catodico dove ogni realtà viene stravolta, dove la vita è tutto un artificio, dove i detentori del potere appaiono come improbabili statue di cera, dove imperversano i galoppini, col loro incedere da eunuchi secolari, dove ogni dio è morto, (o è in procinto di lasciarci) dove ogni peccato è consentito, tranne quello di non essere in linea col copione appena approvato dalla direzione.

Yersinia Pestis, si chiama il batterio responsabile di alcune tra le più grandi epidemie che hanno sconvolto il mondo in cui viviamo. Viene trasmesso da un microparassita, spesso la pulce (xenopsylla cheopis), che con il suo morso, i suoi escrementi o sue le uova, infetta il topo nero, (rattus rattus) individuo di una specie con caratteristiche diverse dal topo comune.
E’ stato debellato parecchio tempo fa. L’alone di paura che lo avvolge però, farà fatica a scomparire.

Anche della peste politica che siamo costretti a subire, giorno dopo giorno, ci sentiremo presto al riparo. L’implosione di un potere corrotto e abnorme, incapace di gestire sé stesso, è soltanto questione di tempo. Tireremo in molti un sospiro di sollievo. Apriremo di nuovo le finestre e, per un istante, ci sembrerà di tornare a respirare. Ci faranno sorridere quei topi neri, quelle pulci, quei professionisti dell’imbroglio e dell’immoralità affannati nel cercare di cambiare costume e di mescolarsi tra i sopravvissuti.
E poi? Cosa accadrà dopo? Che fine avranno fatto, nel frattempo, gli anticorpi generati nell’ultima epidemia. Quelli che avrebbero dovuto preservarci di quella odierna?
Quelli che dovrebbero contenere quella che verrà?

Perché tornerà, di questo non c’è dubbio. Perché se qualche volta abbiamo pronunciato le parole “Non succederà mai più”, sappiamo (noi, che l’abbiamo detto, qualche volta) che non saremo più in grado di articolarle, quelle parole. O di crederci ancora.
Perché è già in agguato la rimozione. La necessità del distacco. Quasi che chiudendo gli occhi si potesse cancellare il vissuto, e allontanare gli incubi.
Lo ricordava Tucidide, qualche secolo fa, in un testo che chiamò Un aiuto ai posteri, ignaro del fatto che la memoria dei posteri sarebbe cresciuta in relazione inversamente proporzionale alla loro statura: Vi fu anche chi riacquistata appena la salute, fu colto da un oblio così profondo e completo da non conservare nemmeno la coscienza di se stesso e da ignorare i suoi cari.

Chissà. Magari sono soltanto acciacchi del tempo. Colpi di coda dei Dejà-vu.
Bisognerebbe che qualcuno inventasse una pillola per far tornare nuovi i ricordi. Come se non fossero mai stati vissuti prima.
Potremmo allora dirci, Noi non ne abbiamo colpa, ci hanno preso alla sprovvista. Ma la prossima volta non ci faremo sorprendere con le braccia incrociate.

Ascoltando i gridi d’allegria che salivano dalla città. Rieux ricordava che quella allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice. (A. Camus. La peste.)

L’Assessore di Gerenzano


images cristiano b

Avete sentito mai parlare di Gerenzano? Se qualcuno dice di sì, vuol dire che è nato in zona, o che presta una speciale attenzione ai cartelli stradali. Non perché non meriti di essere visitato. Gerenzano (o Gerenzan, oppure Girinzan, fate voi) è un ridente comune di pressappoco diecimila anime, situato lungo la strada che porta da Milano a Varese, o viceversa, a pochi chilometri di Saronno. Fatto è che non ha mai dato motivo per essere menzionato. Non un crimine da prima pagina, un avvistamento di ufo, uno scandaletto estivo di quelli da sfogliare nel rotocalco mentre si scalda la ceretta.

Finché non è arrivato l’assessore alla sicurezza Cristiano Borghi.

Non fatevi ingannare dal suo aspetto. È uno che sa il fatto suo. E quando si parla di quello che bisogna fare per salvaguardare la pura razza padana non se la fa raccontare da nessuno.

Così gli è venuto in mente di pubblicare sul notiziario comunale, Filodiretto coi cittadini, un richiamo alle preclare coscienze civiche, che avevano preso a sottovalutare il fenomeno dell’inquinamento razziale: Chi ama Gerenzano non affitta e non vende agli extracomunitari.

Poi, si sa come vanno queste cose. Due avvocati, rappresentanti di qualche sedicente associazione vattelapesca e senza niente di meglio da fare, decisero di presentare una denuncia-querela nei confronti del Nostro, presso il tribunale di Milano, il quale, si sa, pullula di elementi di cui è meglio non parlare ma sarebbe da farne un pacco e spedirlo al confine.

Per fortuna c’è la Lega, che meglio capisce, e tutto perdona. Il processo andrà avanti. Qualche rogna produrrà senz’altro, e forse perfino toccherà al Borghi farsi portare nel capoluogo a rendere dichiarazioni. Per quanto riguarda una fantomatica richiesta di dimissioni avanzata da qualche scapestrato, il sindaco di Gerenzano (o Gerenzan, oppure Girinzan, fate voi) ha già espresso il suo insindacabile parere. –Per me si tratta di una faccenda definitivamente chiusa. Borghi resta al suo posto e non se ne parli più.

Mi assale un dubbio: (sarà perché abito anch’io nelle terre che una volta si chiamarono Insubria) Che sia un fattore ambientale? Personaggi così potrebbero attecchire su altri terreni? Riguardando le facce, (persino senza ascoltare le loro parole, ambito nel quale danno il meglio) di un Salvini, di un Borghezio, dell’Assessore alla sicurezza di Gerenzano (…fate voi) è mai possibile che qualcuno possa conferire a loro una delega come rappresentanti del  proprio sentire?

Succede. Come succede anche il contrario. Ne sono convinto. Sono quelli che hanno presentato la denuncia. Che si vergognano del fatto. Che sono costretti a convivere con una barbarie che viene da lontano.

Da dove? Sarei tentato di chiederglielo a Cristiano Borghi, assessore alla sicurezza di Gerenzano.

Ma non sono sicuro che capirebbe la domanda.

manifesto

Porta Venezia

Annotta
lenta la città trascina il culo
al sicuro
la borsa stretta
lo sguardo duro
serali e puttane a spasso per le strade
cancellate le tracce della tappa forzata
la vita tira avanti tra promesse e richiami
domani si riparte
è meglio non pensare

questa città fa male

fa male fino all’osso
quest’afosa presenza
che ti fiata sul collo
mi duole la sua faccia incipriata
la sua ostentazione
questo allargare le gambe al potente di turno
e lasciarsi marchiare

e già notte fonda
forse dovrei dormire

sotto la mia finestra
una macchina intenta a pulire la strada
la vetrina di fronte narra
fiabe di paesi lontani
all’asfalto inebriato
e un odore di pane
da poco sfornato
si ritaglia una via
e mi riempie la stanza

questa città fa male

ma è notte
e c’è finalmente tempo per i miracoli

Esquina, Milton Fernàndez
Esquina, Milton Fernàndez

Risveglio

Avvilita, ma ancora tua
la vita torna a insinuarsi
tra i viavai dei nocchieri

mille nuvole fuggono a Sud

il giorno
riemerso dal torpore
si ritrova le tasche imbottite di stelle
e un alone di brina sul colletto

c’è qualcosa di nuovo
e di usurato
nell’aria inevitabile del mattino

tu sei ancora lì
affranto ed indeciso
con un calzino in mano
e un sogno a metà strada
nel taschino

Mangruyo, Milton Fernàndez

Mangruyo, Milton Fernàndez

Lettera a un cittadino statunitense da parte di Gabriel Garcia Màrquez

Cosa si prova? Cosa si prova quando l’orrore divampa nel tuo proprio cortile e non nel soggiorno del vicino?
Cosa si prova davanti a quella paura che ti attanaglia il petto, a quel panico incorniciato nel rumore assordante, alle fiamme senza controllo, ai palazzi che crollano, a quello spaventoso fetore che trafigge i polmoni, davanti agli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e di ceneri?
Cosa si prova, quando arriva nella tua casa l’incertezza su quello che potrebbe succedere? Come si esce da questo stato di shock? Lo stesso nel quale deambulavano immersi, nell’agosto del 45’, i sopravvissuti di Hiroshima.
Nulla é rimasto in piedi dopo che il bombardiere nord-americano Enola Gay ebbe scaricato la bomba. Nel giro di pochi secondi morivano 80.000 uomini, donne e bambini. Altrettanti sarebbero deceduti negli anni che seguirono, a causa delle radiazioni.
Ma quella era una guerra lontana e non c’era nemmeno la televisione.
Come ti senti oggi, quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quel che sta succedendo non accadde in una terra lontana ma nella tua propria casa?
Un altro undici di settembre, ma di 28 anni fa, fu assassinato un Presidente di nome Salvador Allende, resistendo ad un colpo di stato organizzato dai tuoi governanti.
Furono anch’essi tempi di orrore, ma succedevano in un posto molto distante dalla tua linea di confine, in un’ignota repubblichetta sudamericana.
Queste repubblichette sostavano nel tuo cortile interno e non ti sei mai preoccupato quando i tuoi marines entravano in esse, a ferro e fuoco, a imporre i tuoi punti di vista.
Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese portò a termine 73 invasioni in paesi dell’America Latina? Le vittime furono Puerto Rico, Mèxico, Nicaragua, Panamà, Haitì, Colombia, Cuba, Honduras, Republica Dominicana, Islas Virgenes, El Salvador, Guatemala e Granada.
È da quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Dall’inizio del ventesimo secolo, non c’è stato un conflitto armato nel mondo nel quale il tuo pentagono non fosse coinvolto. Certo, le bombe allora esplodevano sempre al di fuori del tuo territorio, con la sola eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la settima flotta, nel 1941.
Ma l’orrore è rimasto sempre lontano.
Quando le torri gemelle vennero giù, quando hai visto le immagini dalla televisione o ascoltasti le grida quella mattina, hai pensato per un solo secondo a quello che sentirono quotidianamente i contadini del Vietnam attraverso quei lunghi anni? A Manhattan la gente cadeva dall’alto dei grattacieli come tragiche marionette. In Vietnam, la gente correva tra urla strazianti perché il Napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte che seguiva era spaventosa, tanto quanto quella di chi si lanciava in un salto disperato verso il vuoto.
La tua aviazione non lasciò una fabbrica in piedi né un ponte senza distruggere in Jugoslavia. In Irak furono 500.000 i morti. (Nella prima campagna. NdT.) Mezzo milione di anime fu il bottino dell’operazione “Tempesta nel Deserto”, incalcolabili i corpi dilaniati in luoghi esotici quali il Vietnam, l’Irak, l’Iran, l’Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Republica Dominicana, Cambogia, Sudàn, Jugoslavia e, a continuare, la lista sarebbe interminabile.
In ognuno di questi paesi, la gente veniva massacrata da proiettili fabbricati nel tuo paese, sparati dai tuoi ragazzi, da gente iscritta nel libro paga del tuo Dipartimento di Stato, solo e soltanto affinché tu potessi continuare a godere del tuo proverbiale stile di vita americano.
Da quasi un secolo il tuo paese è in guerra col mondo.
Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i loro Cavalieri dell’Apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Ma dovresti sapere che per molti popoli del mondo (di questo pianeta nel quale muoiono quotidianamente 24.000 persone vittime della fame o di malattie altrove guaribili) gli Stati Uniti non rappresentano la libertà ma un nemico lontano e terribile che semina soltanto guerra, fame, paura e distruzione.
Sono sempre stati conflitti bellici lontani per te, ma per chi lì ci abita sono una dolorosa realtà quotidiana, una guerra nella quale i palazzi vengono molto frequentemente giù e dove la gente va spesso incontro ad una morte raccapricciante.
E le vittime sono sempre, per il 90 per cento, civili. Donne, anziani, bambini.
Effetti collaterali.
Come ci si sente quando l’orrore bussa alla tua porta, anche solo per un istante, per un singolo giorno?
Come ci si sente quando si pensa che le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o impiegati delle pulizie che pagavano regolarmente le loro tasse e non avevano mai fatto male neanche ad una mosca?
Com’è la paura ?
Come ci si sente, cittadino americano, quando si pensa che la lunga guerra è finalmente sbarcata a casa propria?

Gabriel Garcia Màrquez (2001)
(Trad. di Milton Fernàndez)

Il dolore dei padri

Non ci sarà più domenica
non più il mattino in
bicicletta a celebrare il giorno
non uno d’etichetta
uno di tutti i giorni
mansueto ed abituale
il gusto di guardarti
di ridere per niente
di salutare la vita
con la vita tra i denti
e sentirsi totale
compiuto /universale
interamente uomo
fatalmente mortale

non ci sarà più la notte
i rituali abituali
l’abbandono al letargo
all’abbraccio leale
la mano tra i capelli
a sfrattare paure
a respirarti il sonno
come linfa vitale
e a mentirti di stare
di restare al tuo fianco
stanotte
e domani
e i secoli stellari

ora c’è un calendario
e un foro competente
che scandisce l’orario della fuga in oriente
i tempi del percorso
il ritorno sancito
con congruo avvertimento
la consegna in custodia
l’affetto stabilito
da uno storto amanuense
dottorato in diritto

ma che ci verrà a fare
l’amore in tribunale?
con lo sguardo smarrito
quale orfano inerme

perduto
intirizzito

arriva e squarcia il petto
come una fucilata
questa pena a campare con il cuore in scadenza
con i baci contati
con l’infame coscienza
a trivellarti il ventre
e se?
e se fosse?
e se mai non fosse
stato?

e va a cercarti poi un dio
una ragione
per alzarti dal letto la mattina
per guardarti allo specchio
per uscire per strada
per riattaccare i cocci
per rammendarti le ali
per non mandare tutto alla malora
per non prendere a morsi
la giornata

non ci sarà più domenica

Domingo

Domingo, Milton Fernàndez