Archive for novembre 2009

Il marinaio – Fernando Pessoa


Un giorno che pioveva molto e l’orizzonte era quanto mai incerto, il marinaio si stancò di sognare. Comincio allora a cercare di ripensare la sua vera patria, ma capì che non riusciva a ricordare nulla, che essa non esisteva più per lui… L’unica infanzia che riusciva a ricordare era quella trascorsa nella sua patria di sogno; l’unica adolescenza che gli tornava in mente era quella che lui stesso si era creato… Tutta la sua vita non era altro che quello che aveva sognato. E pensò che, in verità, forse un’altra vita non era mai esistita, visto che nemmeno il nome di una strada riusciva a ricordare, né quello di una persona, né un gesto materno… mentre in quella vita che aveva creduto di sognare tutto era così reale che doveva essere per forza vero! E non poteva nemmeno sognare un altro passato, concepire di avere avuto uno diverso, come tutti quanti, in un certo momento della loro vita possono arrivare a credere… Oh, sorella mia, sorella mia…. C’è qualcosa – io non so cosa sia – che non ti ho detto… qualcosa che avrebbe potuto spiegare tutto quanto. Mi si gela l’anima. Riesco a capire, a malapena, di averti parlato… Parlami, sgridami, è necessario che io mi svegli, affinché possa io essere sicura di essere stata qui, davanti a te… e del fatto che i sogni non sono altro che sogni…

Fernando Pessoa
Il marinaio – (Trad. di M. F.)

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Alda


Ogni tanto la brumosa Milano fa la pace con se stessa. Ogni tanto rialza la testa dalle scartoffie e si concede di sognare, di piangere, di sorridere. Ogni tanto mi fa sentire orgoglioso di averci fatto il nido.
Ecco il portone d’ingresso alla casa di Alda Merini, a un mese della sua morte.

Verrà il giorno

Verrà un giorno in cui
non ricorderemo più la nostra faccia
le lontane promesse
le presenti mancanze

verrà un giorno in cui di questo dolore
non ci sarà traccia
di quest’ardore fragile, maldestro
che non abbiamo saputo allevare

verrà un giorno
amore mio
nel quale forse riusciremo perfino a perdonarci
per la fine dei sogni
per ciò che fummo e non saremo
per l’attesa dell’oblio
o del sonno,
come estrema redenzione del tempo,
per il tempo perduto
per il perduto istinto
per i morti e i sopravvissuti
(ci sono sempre in ogni guerra)
per le promesse che riusciremo ancora ad elargire
per l’incessante smania di miraggi
che continuerà malgrado tutto
a sfornare miracoli
e dolori
per noi stessi
che non riconosceremo più la nostra faccia

Nemesis

Nemesis, Milton Fernàndez

EN ESOS DIAS (In quei giorni) – Uruguayito del Sud


Ho un amico che non conosco, (magie del web). Non so nemmeno come si chiami. Si firma Uruguayito del Sud, e un giorno chiese la mia amicizia in Facebook. Da allora mi ha fatto recapitare note piene di passione per la vita, che io sono stato contento di condividere, così com’erano arrivate, cioè in spagnolo. Stasera mi sono permesso di tradurre questa. Perchè mi ha commosso, e perché la trovo intrisa come non mai di quella passione che contraddistingue la mia gente e che alle volte mi sento mancare.
Uruguayito, perdòname el atrevimiento.

EN ESOS DIAS (In quei giorni)

Non siamo un Popolo integrato. Non siamo un Popolo. Siamo un mucchio di zombi che sgomitano schiacciati nella pestilenza delle città. Siamo tutti poveri. Povera gente. Rinchiusi nelle nostre casse di cemento guardiamo la televisione mentre il mondo crolla in pezzi. Questo è quello che noi chiamiamo famiglia? Ho sempre pensato che Freud non fece nessuna scoperta sulla natura umana. Sviscerò soltanto uomini e donne malati. Analizzò soltanto noi. La risacca di una civiltà esaurita. Violenza familiare? Ma di quale famiglia mi parlate? Solitudine a quattro. Io voglio vivere in una caseggiato sconfinato nel quale poter chiamare tutti miei fratelli. Voglio avere centinaia di nonne. Voglio poter dormire nel primo letto in cui rinvengo il sonno e mangiare alla tavola di qualsiasi essere umano. Piangono sconsolati i figli dei potenti nel loro lungo albeggiare tra lenzuola di seta. Non posseggono nulla che io possa invidiare. Cosa siamo venuti a fare, qui? Cosa ci ha portato tra questi mostri di cemento armato? Perché ci stiamo calpestando gli uni agli altri? Io non desidero nulla. Un piatto caldo e qualche straccio con cui ammazzare il freddo. E sono stufo. A questo mondo io spengo la luce. Io voglio soltanto amore. Anche se è materia fuori moda. Io voglio soltanto l’amore di tutti. E’ questa l’unica cosa che ho da spartire, l’amore e le mie mani. Quelle delle carezze, quelle delle piaghe. Abbiamo tutto in questa terra, Compagni. Tutto quello che veramente importa. Che si portino via le loro macchine assassine, i loro schermi piatti e tutti i loro giochetti ridicoli. Non voglio altro orologio che il sole, né altro profumo che quello dei gelsomini a dicembre. Davvero credete che crescendo quanto loro e risalendo al loro livello saremmo finalmente felici? No. Loro non sono felici. Sono soltanto ricchi. Abbiamo già innalzato troppo la soglia delle nostre vite. E’ tutto troppo violento. Nelle famiglie, sulla strada. Piano piano ci siamo abituati, ed è finito per diventare normale. Scusate questo ammasso di sogni. Mi sto sfogando. Quando mi sedetti a scrivere lo feci pensando alle donne maltrattate, cercando di immaginare i loro tormenti. Non riuscii a evitare di pensare che tutto quanto nasce da questo. Dal nostro tremendo sistema di vita. Se fossimo un Popolo integrato nessuno ti colpirebbe. Perché non gli nascerebbe da dentro. E se lo facesse saremmo tutti lì. Accanto a te. Ti immagino da sola. Molto sola. Verranno dei giorni in cui tutto questo non accadrà più. E in quei giorni, mia compagna, indossa un’anima nuova per il più bello dei fiori, che porterò per te.

Uruguayito del Sud.

Il sale della lingua – Eugènio de Andrade


Ascolta, ascolta: ho ancora
una cosa da dire.
Non è importante, lo so, non
salverà il mondo, non cambierà
la vita di nessuno – ma chi
è oggi capace di salvare il mondo
o solo di cambiare il senso
della vita di qualcuno?
Ascoltami, non ti farò perdere tempo.
È poca cosa, come la pioggerella
che vedo scendere piano piano.
Soltanto tre, quattro parole, poco più.
Parole che ti voglio confidare.
Affinché non s’estingua il loro fuoco,
il loro fuoco breve.
Parole che ho molto amato,
che forse ancora amo.
Esse sono la casa, il sale della lingua.

Eugènio de Andrade – Povoia de Atalaia, Portogallo 1923 –
(Trad. di M.F.)

Come il toro sono nato per il lutto – Miguel Hernàndez


Come il toro sono nato per il lutto
e il dolore, come il toro porto il marchio
di un ferro infernale conficcato nel fianco
e per maschio nell’inguine questo frutto

Come il toro ogni cosa è minuscola
a questo cuore mio smisurato,
e il tuo viso dal bacio innamorato,
come il toro all’amore glielo disputo

Come il toro mi rinforzo nella pena
la lingua mi si bagna in pieno cuore
appeso al collo ho un turbine sonoro

Come il toro ti corro e ti rincorro
tu appendi la mia brama in una spada,
come il toro, beffato, come il toro.

Miguel Hernández
(Orihuela, 30 ottobre 1910 – Alicante, 28 marzo 1942)
(Trad. di M.F.)

Noi che abbiamo condiviso la paura

Noi che abbiamo condiviso la paura
nel gelo di uno scantinato
in pieno inverno australe
noi che abbiamo imparato l’amore
sotto accusa di sovversione

noi rinchiusi
esiliati
arrampicati sui lampioni
sulle balaustre
sulla punta dei piedi

noi sognando di spostare
con un colpo di mano la linea del confine
noi insonni ad agosto
carne viva
nel settembre della follia
noi signori degli stracci
aristocratici dell’anarchia
noi dispersi sfrattati
malandati
apostati di tutte le utopie

noi datati esaltati
perditempo

noi cocciuti
coglioni

noi rimasti per strada
a corto di benzina e d’argomento

noi
le nostre morti e le nostre vite
il disincanto
il vanto perché ci siamo illusi di sfiorare
la grazia
e la condanna a perdurare

sopravvivere al tempo
ecco il misfatto

Effetto notte, Milton Fernàndez