Don Miguel de Cervantes Saavedra

Da innumerevoli generazioni, tra quelli come me, nati negli ambiti della cultura spagnola, don Quijote de la Mancha viene considerato uno di famiglia. Quella figura eroica, malinconica, dai guizzi imprevedibili, eternamente sconfitta… quasi un manifesto alla parte migliore di ciascuno di noi in un mondo che non la merita, e cerca quindi di annientarla. Dal fondo della storia, la faccia severa di Don Miguel de Cervantes, sembra ammonirci sui giochi della mente, e sui pericoli del non tenere ben salda la testa sulle spalle.

Ma davvero è così? Che cosa sappiamo di Cervantes, padre della letteratura universale?In verità è un personaggio più divertente e appassionante di quanto l’iconografia tradizionale abbia cercato di tramandarci.

Nato ad Alcalá de Henares, il 29 settembre 1547, due cose lo contraddistinguono: una balbuzie che lo mette seriamente in difficoltà e un caratteraccio che gli attirerà non pochi accidenti durante la sua accidentata vita.

Appena compiuti i 22 anni, sulla Plaza Mayor, battibecca con un certo Antonio Sigura, muratore, e lo passa da parte a parte con la spada. Il giudice lo condanna al taglio della mano e all’esilio per dieci anni dai confini spagnoli.

Quando la sentenza arriva Cervantes è già scappato in Italia. Da queste parti si mette al servizio del cardinale Giulio Acquaviva, che seguirà nei suoi spostamenti lungo Palermo, Milano, Firenze, Venezia, Parma e Ferrara. Un percorso contrassegnato da risse, duelli e qualche morto lasciato per strada. Fatti questi che lo costringono ad abbandonare la penisola in fretta e furia, alla fine del 1570.

L’anno successivo lo troviamo imbarcato in una nave appartenente alla flotta della Lega Santa costituita dallo Stato Pontificio per combattere l’Impero Ottomano. Una sorta di legione straniera dove a nessuno può importar di meno di dove e da quali storie provvieni.

Nella battaglia di Lepanto, per via di uno sparo che gli distrugge un nervo, resta invalido dalla mano sinistra, cosa che gli valse da lì in poi il soprannome di Il monco di Lepanto.

Qualche tempo dopo e dopo diverse peripezie, trovandosi in una nave che avrebbe dovuto condurlo da Napoli in Spagna, viene preso in ostaggio dai pirati turchi.

Venduto e rivenduto come schiavo, rimane in un carcere della città di Algeri per cinque anni.

Torna quindi in patria, grazie alla mediazione di alcuni missionari spagnoli, con due propositi ben definiti: scrivere un romanzo adatto ai gusti dell’epoDon Miguel de Cervantes Saavedraca (La galatea), per racimolare un po’ di soldi, e cercare di sedurre una ragazza di buona famiglia, di cui aveva sentito parlare – Catalina de Palacios Salazar – per sposarla e poter disporre della sua dote. Il matrimonio arrivò. Durò due anni e lasciò Cervantes di nuovo sul lastrico.

Siccome era uno che sapeva menare le mani (quantomeno quella ancora in uso), fu arruolato come esattore delle tasse in Andalusia, ruolo che comprendeva la riscossione dei tributi tra gli evasori, spesso delinquenti e contrabbandieri. In quell’incarico, per quanto rischioso, pare trovarsi proprio a suo agio. Al punto che arriva a sequestrare un carico di cereali della curia, che a suo dire non aveva pagato le imposte. Fatto è che decide di tenersi la merce per sé. Cosa che fa infuriare più di uno, nelle alte sfere. Non ultimo il Vaticano. E papa Clemente VIII, che decide di scomunicarlo.

Passato qualche tempo lo troviamo alle prese con un banchiere e la creazione di una banca nuova di zecca. La banca fallisce e Cervantes si ritrova di nuovo in galera, accusato di bancarotta fraudolenta.

Siamo nel 1597, Cárcel Real de Sevilla, luogo dove, secondo l’autore, comincia a nascere Don Chisciotte.

Nel 1602 torna a fare l’esattore delle tasse, e fa anche ritorno in carcere, con l’accusa di essersi appropriato di denaro dello stato.

Nel 1605, quando il romanzo è ormai quasi finito, viene trovato, in strada, il cadavere di un uomo, il cavaliere Gaspar de Ezpeleta, frequentatore di donne di “dubbia moralità”. Tra queste le sorelle di Cervantes. I sospetti cadono su di lui, ormai noto alle cronache. Ed eccolo di ritorno nelle patrie galere, con l’accusa di omicidio.

Tra un periodo tra le sbarre e l’altro, però, Don Quijote ha preso il via, e girovaga sul fedele Ronzinante, sotto i cieli della Mancha.

Da lì in poi, anche la vita letteraria del suo autore sembra indirizzarsi su terreni più creativi, e meno rischiosi.

Chissà, senza tutta questa vita, vissuta all’estremo, sarebbe potuto nascere un personaggio del genere? E i tanti personaggi che da lì in poi presero vita, rivoluzionando non soltanto le lettere ma l’intero mondo teatrale e culturale spagnolo e mondiale?

Me lo chiedo da sempre. E in qualche modo una risposta me la sono data.

Don Miguel de Cervantes Saavedra si spense a Madrid il 22 aprile del 1616. Di diabete, dicono alcuni. Di cirrosi epatica, sostengono altri.

Quel giorno, è stato dichiarato dall’Unesco, Giorno Internazionale del Libro.

Mi capita di pensare a lui, spesso, dicevo.

Di immaginarlo al tavolo, nella luce fioca di un’osteria, seduto accanto a Michelangelo Merisi (per gli amici, Caravaggio).

Che grandi risate si sarebbero fatti!

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