Macerata – New Orleans – Solo andata

Il ritmo di Macerata è quello di una eterna siesta domenicale. Una teoria di stradine contorte che portano sempre allo stesso punto, che d’estate diventano un forno e durante l’inverno fanno ululare il vento, dopo averlo intrappolato nei suo covi più segreti.
Non succedono mai tante cose a Macerata e, se succedono, se ne parla per anni. Ad agosto si apre la stagione lirica dello Sferisterio, che riempie la città di nuove storie d’amore, di vocalizzi e di strimpellate notturne, che i vicini si sono abituati a sopportare. Tanto, poi finisce e tutto torna alla normalità.
Da qualche tempo sono arrivati gli africani.

Accadeva pressappoco così, a New Orléans, Stati Uniti, nel 1890. Una città che contava allora 274.000 persone, di cui 30.000 erano immigranti italiani. Un 10 per cento della totalità della popolazione, composto prevalentemente da gente del sud, per lo più siciliani. Famiglie che cercavano faticosamente di inserirsi, di sopravvivere in una terra, una lingua e uno stile di vita a loro sconosciuto. Dietro c’era la fame, indietro non si tornava.

La notte del 15 ottobre del 1890 un poliziotto, David Hennesy, viene ucciso a colpi di fucile, all’angolo tra Girod e Basin Street. Quando arrivarono i soccorritori, qualcuno lo sentì bisbigliare: dagoes didi it. “Sono stati gli italiani”. Dagoes era, in effetti, il nomignolo sprezzante con cui venivano chiamati gli immigranti nostrani.

Ebbe inizio, così, una vera e propria caccia all’italiano, in ogni cantuccio della città. Vennero riesumate e pubblicate nelle prime pagine dei giornali le teorie di antropologi come Giuseppe Sergi e Luigi Pigorini, o di criminologi come Cesare Lombroso, che fornivano una versione stereotipata dell’italiano del sud. Un quoziente intellettivo più basso rispetto ai popoli del nord, il loro modo “bestiale” di vivere, in stanze affollate all’inverosimile, la sporcizia, la loro incapacità di imparare la lingua locale, l’innata predisposizione alla criminalità e al vagabondaggio.

Finirono in galera 19 italiani, accusati di essere in un modo o nell’altro implicati nella uccisione del poliziotto, e istituito un processo farsa che cercò in ogni modo di condannarli alla forca, inventando prove inesistenti e facendo leva sul sentimento di intolleranza che da ogni angolo della società si era improvvisamente sollevato.
Qualche mese più tardi, gli imputati vennero dichiarati non colpevoli, nonostante le manovre di una giuria corrotta. Non c’era nulla che potesse collegarli a quel delitto. Restarono comunque in prigione, in attesa del verdetto definitivo, che tardava in arrivare.

Mentre la collettività siciliana festeggiava la fine di un incubo, il clima di odio contro i nostri arrivava a estremi mai raggiunti prima. Lo stesso sindaco di New Orleans definì gli italiani “gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi»

La miccia era stata accesa. Presto una folla riempì una piazza. Qualcuno parlò di tremila persone, altri azzardarono ventimila. Tutti appartenenti alla classe medio-alta della città, che avevano deciso – aizzati dal vento xenofobo che espirava da ogni dove- fosse arrivata l’ora di farsi giustizia per mano propria.

La prigione venne assalita, come in un classico film western. Le poche guardie presenti non opposero resistenza (qualcuno insinuò che avessero, addirittura, aperto volentieri le porte).
E cominciò la caccia all’italiano. Dentro quel dedalo di mura, di quell’odio raziale che quando esonda trascina ogni cosa, dal quale difficilmente si torna indietro.

Due di quegli uomini, in attesa di scarcerazione, furono impiccati. Altri nove uccisi a colpi di fucile.

Qualcuno disse che tra quelle 11 vittime della follia razzista qualcuno di loro poteva essere veramente implicato, in un modo o nell’altro, in quel delitto. Disse anche che tutti gli altri avevano pagato un dazio alla demenza collettiva.

Pars pro toto, la chiamavano i latini. Un elemento capace di suscitare attraverso un suo singolo brano il sentimento del tutto, nella sua massima pienezza.
Se un nigeriano è stato capace di assassinare e di fare a pezzi una ragazza, vuol dire che tutti gli africani sono degli assassini.
Sostituite Africani con Italiani e ci troviamo improvvisamente a New Orleans.

Ci attende una lunga campagna elettorale, senza esclusione di colpi. E come diceva il buon Otto (von Bismark) non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante una guerra e dopo una partita di caccia.
Ho paura che ci troviamo in mezzo a tutte e tre.
E, da come si mettono le cose, temo anche che saremo, tutti quanti, inesorabilmente, vittime.

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