La Memoria del giorno dopo

indmonta12.

“Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire.”

Chi parla è un signore chiamato Indro Montanelli, al quale non molto tempo fa è stata dedicata una piazzetta, a Milano, con statua annessa.

Parla di sua moglie africana. Parla dell’Africa, Montanelli. Di come da quelle parti la pedofilia, lo stupro e la compravendita degli esseri umani sia “tutta un’altra cosa”

“Era un animaletto docile”, racconta. “Io le misi su un Tucul (casetta a pianta circolare con tetto conico, solitamente di argilla e paglia) con un orticello e dei polli. Ogni quindici giorni mi raggiungeva, dovunque fossi, assieme alle mogli degli altri ascari. Ovunque io fossi, arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

“Si trattava di trovare una compagna intatta per ragioni sanitarie (in quei Paesi tropicali la sifilide era, e credo che ancora sia, largamente diffusa)”, aggiunge, “e di stabilirne col padre il prezzo. Dopo tre giorni di contrattazioni a tutto campo tornò con la ragazza e un contratto redatto dal capo-paese in amarico, che non era un contratto di matrimonio ma – come oggi si direbbe – una specie di «leasing», cioè di uso a termine. Prezzo 350 lire (la richiesta era partita da 500), più l’acquisto di un «tucul», cioè una capanna di fango e di paglia del costo di 180 lire.
La ragazza aveva 12 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a dodici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile. […]”

Questa pratica coloniale, dalla quale il padre del giornalismo italiano non prese mai le distanze (e per la quale non trovò mai motivi per discolparsi), si chiamava “Madamato”, ed era molto in voga nel 1936. Insomma, non un vero e proprio matrimonio, una sorta di contratto sociale segnato dal dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del ricco sul povero, del forte sul debole (retaggi del passato che ancora oggi ci portiamo dietro).

“Alla fine avevi qualcosa che era meno di una moglie e poco più di una schiava; utile, ad ogni modo, a soddisfare le proprie necessità.”

Chissà come riusciva a conciliare questa periodica convivenza, lui, che un anno prima di quel “contratto”, scriveva: (numero di gennaio del giornale Civiltà Fascista):

“non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.

Al rientro in patria di Montanelli, la moglie bambina venne abbandonata alla sua sorte, insieme al tucul, ai polli e a miglia di altre donne “di conforto”, che il regime aveva istituito come bisogni primari delle truppe di occupazione.

Ci penso, ogni volta che ci passo dai giardini di via Palestro.
Ogni conquista militare, ogni colonialismo, passa prima dallo stupro del corpo delle donne che da quello del territorio che si promettono di conquistare.

La storia della nostra storia, che spesso facciamo in fretta a scordare.

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