Las niñas de Guatemala – #guatemalaestadeluto

guatemala

 

Che la storia sia maestra di paradossi è materia scontata. Verrebbe da dire che si diverte a sbalordirci, forse a cercare di capire la soglia della nostra capacità di gestire l’orrore quotidiano.

L’8 marzo scorso (sì, proprio l’altro ieri), mentre nel mondo si commemorava la Festa della Donna, a suon di mimose e di fantastici propositi, Il Guatemala viveva uno dei giorni più neri della sua storia.

Dal mattino presto, un gruppo di bambine residenti nella Casa Hogar Virgen de la Asunción – Comune di San José Pinula, nei pressi della capitale – protestavano per un’infinita serie di abusi sessuali e maltrattamenti fisici a cui erano state sottomesse dal loro ingresso in quella istituzione.

Chi sono quelle bambine? A metà strada tra un’infanzia nemmeno sfiorata e quell’età in cui il loro corpo comincia a solleticare gli occhi ai predoni di turno, molte di loro sono finite lì proprio per scappare dalle violenze subite in famiglia, da quando sono arrivate al mondo. Alcune hanno già conosciuto la prostituzione. Altre sono state abbandonate in strada, un giorno imprecisato della loro vita. Non hanno mai chiamato nessuno papà o mamma. Diffidano da qualsiasi contatto fisico. Tra quelle mura Carezza è una parolaccia.

Alle 11 del mattino è ormai tutto finito. L’aria puzza di un fumo dolciastro che non andrà più via.

Quando arrivano le autorità, una donna urla: Che cazzo venite a fare ora? Sono tutte bruciate…

Erano state sanzionate per proteste, quelle bambine. Avevano osato uscire in strada a urlare quello che lì dentro, nell’inferno del “Focolare Sicuro”, avveniva quotidianamente.

Qui l’Inferno non è mai una metafora.

“Nessuna esce da quest’aula se prima non me lo prende in bocca”, era solito ordinare il maestro Edgar Rolando Diéguez Ispache alle allieve di 12 e 13 anni, quando suonava la campana.
Spesso imponeva alle ragazze di spogliarsi e camminare nude davanti ai bidelli o agli impiegati delle pulizie. Una bambina con la sindrome di down era stata violentata ripetute volte e costretta ad abortire. Molte di loro erano portate fuori da quelle mura, di solito il sabato sera, per fare divertire gli amici in feste improvvisate nelle case.

– Perché non ci violentate qui, davanti a tutti?! – aveva urlato una di loro, all’arrivo della polizia.

Erano state rinchiuse in un’ala dell’Istituto, accusate di voler ricattare un’ “Istituzione dello Stato”. Nel più nascosto degli anfratti. Là dove la loro voce non potesse sentirsi.

Alle 11 del mattino era tutto finito.

Un incendio divampato all’improvviso aveva lasciato sul terreno 39 corpi calcinati. Nessuno aveva sentito le loro grida. Nessuno aveva voluto ascoltarle.

Quella sera, un’associazione aveva programmato di accendere 770 candele, in piazza. Una per ciascuna delle donne vittime della violenza, nell’ultimo anno.

Decisero di aggiungerne 39, ma il Comune revocò il permesso.

#guatemalaestadeluto

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