Istruzioni per amare Cortàzar.

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Innanzitutto, diffida dal titolo. Nessuno ti può spiegare ciò che non ha mai capito. E’ soltanto una parafrasi di altri giochi inventati da Julio, nei quali ci faceva capire che non c’era niente da capire.
Poi, chiuditi fuori.
O dentro.
O dove ti pare, a patto che sia un luogo pieno di rumori molesti, di telefoni che suonano, di gente che parla a vanvera (ci sono delle meraviglie alla fine della giornata in vanvera), caccia via tutto quello che credevi di sapere sulla “favola compiuta e perfetta”, l’unità di azione, le teorie del verosimile, le regole grammaticali… ecc, ecc.
Caccia via, se puoi, almeno per un round, pure Aristotele, Ludovico Castelvetro, e Cinzio Giraldi.

Se sei in casa, trovati una posizione di schiena alla porta, in modo di poter essere preso alla sprovvista. Lasciati andare, come quando sei sull’aereo e non sai chi lo sta pilotando (non sai nemmeno se c’è qualcuno che lo sta pilotando). Sii fatalista. Che sia quel che deve essere. Che figata!

Aprendo il libro, uno qualsiasi, non pensare: Ora leggo. Quello che sta per succedere, in realtà, è una sorta di metempsicosi (che parola assurda! Non so nemmeno cosa voglia dire). Ecco, ora mi viene, qualcosa come uno spostamento temporale, una migrazione verso un mondo mai visto prima, che forse neanche esiste.

E allora comincia l’avventura. L’aprirci strade attraverso i labirinti delle immagini e le parole, tra l’arte verbale di un maestro che ricomincia dal principio, una e un’altra volta, e ci consegna ogni volta delle parole nuove, appena sfornate, pronte all’uso. A patto di essere capaci di inventare per loro degli usi diversi. Non dozzinali.
Bisogna non soltanto scorrere con gli occhi. Bisogna ascoltare i bisbigli, il respiro asmatico che dissemina virgole là dove i cattedratici inorridiscono, e ne cancella altrettante; la morbida quotidianità di un Cronopio che dà un pizzicotto a un suo ricordo prima di mandarlo a giocare in cortile, lo strisciare rassicurante del orsacchiotto dei tubi, il mormorio costante delle mancuspie, che vivono – e prosperano- dentro di noi.

Se per caso sei caduto tra le grinfie di Rayuela (Il gioco del mondo, in questo mondo), sappi che è tutta una questione di equilibrio. Saltella, col tuo proprio ritmo, e non cercare di strafare. Dopo tutto, lo facevamo tutti, da piccoli, e non ci sembrava un’impresa impossibile.
Al capitolo 7 ti sembrerà di essere arrivato, ovunque tu creda di stare andando. Al 68 ti troverai a fare l’amore con delle sconosciute; e quel senso pagano del piacere, farà fatica ad abbandonarti, da lì in poi per sempre:

“Non appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. Ogni volta che lui cercava di lequire le incopeluse, si avviluppava in un grimado lamentoso e doveva invulsinarsi di fronte al novelo, sentendo come piano piano le arniglie si specunnavano, peltronandosi, redduplinandosi, fino a restare come il trimalciato di ergomanina al quale son state lasciate cadere delle fillule di cariconcia. E tuttavia era appena il principio, perché a un certo punto lei si tortorava gli irgugli, permettendogli di avvicinarvi dolcemente gli orfenni. Appena si intrapiuvavano, qualcosa simile ad un ulucordio li faceva raccrestare, li contrunniva e li parammoveva…”

Il gioco può essere ripetuto, senza controindicazioni (non è vero, una volta avvenuto il contagio, nessun altro gioco del genere sarà più lo stesso) all’infinito. Si può variare la posizione della sedia, lo spazio, la quantità di passi tra una riga e l’altra e la strategia per arrivare dalla terra al cielo – e viceversa – senza mai perdere di vista il sassolino, il gessetto colorato, e quel marciapiede dal quale siamo tutti passati, anche se alle volte non ce lo ricordiamo.

Al ritorno, ci saranno un sacco di domande, tieniti pronto. Non perché tu debba raccontare la verità (lì fuori è pieno di Famas, e, com’è noto, non c’è nulla che possa nuocere tanto ai Famas quanto la verità), quindi inventatene una di facciata.

Quando chiuderai il libro, lasciaci dentro una matita, se puoi. Avrà bisogno di respirare anche lui, dopo tutta quella strada. E, può sembrare assurdo, ma spesso mi è capitato di trovare delle parole scritte al margine. Parole che, potrei giurare, il giorno prima non c’erano.

E non essere triste. Non è una storia che finisce. Se l’hai appena vissuta così, come a me è capitato un giorno di chissà quanti anni fa, vuol dire che è appena cominciata.

Benvenuto/a tra quelli che amiamo (tanto) Julio Cortàzar.

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